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Roma Pagana e Cristiana

CAPITOLO 2
Santuari pagani e templi.

Prologo Capitolo 1 Capitolo 3 Capitolo 4 Capitolo 5 Capitolo 6

2.1 Templi antichi come gallerie di opere d’arte.
2.2 Statue adorne di gioielli ed altri ornamenti.
2.3 Offerte e sacrifici di privati.
2.4 Depositi di ex voto trovati nelle favissae o nei sotterranei dei templi.
2.5 Esempi portati alla luce in tempi recenti.
2.6 Particolare ricchezza di un deposito a Veio.
2.7 Gli altari dell’antica Roma.
2.8 L’Ara Maxima di Ercole.
2.9 La Roma Quadrata.
2.10 L’altare di Aius Locutius.
2.11 Quello di Dis e Proserpina.
2.12 Le sue connessioni con i Ludi Secolari.
2.13 La scoperta di un’iscrizione che li descrive, nel 1890.
2.14 L’Ara Pacis Augustae.
2.15 L' ara incendii Neroniani.
2.16 I templi scavati nella mia epoca.
2.17 Quello di Giove Capitolino.
2.18 Il tempio di Giove Capitolino, con la mappa del Campidoglio.
2.19 Storia delle sue rovine.
2.20 Il Campidoglio come luogo per pubblicare annunci ufficiali.
2.21 Il tempio di Iside e Serapide.
2.22 Le molte sculture scoperte nel sito.
2.23 Il tempio di Nettuno.
2.24 I suoi resti a Piazza di Pietra.
2.25 Il tempio di Augusto.
2.26 Il Sacellum Sanci o santuario di Sancus sul Quirinale.
Note generali sul Capitolo II


2.1 Templi antichi come gallerie di opere d’arte.

Le antiche guide di Roma, pubblicate a metà del quarto secolo, parlano di 420 templi, 304 santuari, 80 statue di divinità in metallo prezioso, 64 di avorio, e 3.785 statue bronzee di vario tipo. Il numero di statue di marmo non viene specificato. Si è detto, comunque, che Roma aveva due popolazioni pari per numero, una vivente, e una di marmo.

Ho avuto la possibilità di assistere personalmente alla scoperta, o di condurla, di diversi templi, santuari, altari e statue bronzee. Il numero di statue di marmo e di busti scoperti negli ultimi venticinque anni in città o nella campagna, può considerarsi pari a un migliaio.

Prima di iniziare con la descrizione di questi stupendi monumenti, devo soffermarmi su alcuni dettagli riguardanti le caratteristiche e l’organizzazione di alcuni luoghi di culto, su cui recenti scoperte hanno gettato una nuova e, in alcuni casi, inaspettata luce.

I templi romani, come le chiese dei giorni nostri, non erano usati solo come luoghi di culto ma come gallerie di dipinti, musei di statue e “contenitori” di oggetti preziosi. Nel capitolo V di “Antica Roma” ho fornito l’elenco delle opere d’arte esposte nel Tempio di Apollo sul Palatino. La lista include: Apollo e Artemide alla guida di una quadriga, di Lisia; cinquanta statue delle Danaidi; cinquanta dei figli d’Egitto; l’Ercole di Lisippo; Augusto con gli attributi di Apollo (una statua in bronzo alta 15 metri); il frontone del tempio, di Bupalos e Anthermos; statue di Apollo, di Skopas; Leto, di Kephisodotos, figlio di Prassitele; Artemide, di Timotheos; le nove Muse; anche un lampadario, precedentemente dedicato da Alessandro il Grande a Kyme; medaglioni di personaggi eminenti; una collezione di vasellame d’oro; un’altra di gemme e incisioni; sculture in avorio; reperti di paleografia e due biblioteche.

Trabeazione del Tempio della Concordia.

Il tempio di Apollo non era l’unico museo sacro dell’antica Roma; ce n’erano molti, cominciando dal Tempio della Concordia, enfaticamente lodato da Plinio [1] . Questo tempio, costruito da Camillo ai piedi del Campidoglio e restaurato da Tiberio e Settimio Severo, era ancora in piedi al tempo di Papa Adriano I (772-795), quando l’iscrizione sulla sua facciata fu copiata per l’ultima volta dall’Einsiedlensis. Fu raso al suolo intorno al 1450. "Quando ho fatto la mia prima visita a Roma," racconta Poggio Bracciolini, "ho visto il tempio della Concordia quasi intatto (aedem fere integram), costruito con marmo bianco. Da allora i Romani hanno demolito la struttura trasformandola in una fornace per calce. La base del tempio e alcuni frammenti delle sue decorazioni architettoniche furono scoperte nel 1817. Il lettore può apprezzare la grazia di queste decorazioni, da un frammento della trabeazione oggi nel portico del Tabularium, e da uno dei capitelli della cella, oggi nel Palazzo dei Conservatori. La cella conteneva una nicchia centrale e dieci ai lati, nelle quali erano conservati capolavori di artisti greci, quali l’ Apollo e Hero, di Baton; Leto che nutre Apollo e Artemide, di Euphranor; Asklepios e Hygieia, di Nikeratos; Ares ed Hermes, di Piston; Zeus, Atena e Demetra, di Sthennis. Il nome dello scultore della statua della Concordia nell’abside è ignoto. Plinio parla anche di un dipinto di Theodoros che riproduceva Cassandra; di quattro elefanti scolpiti in ossidiana, un miracolo di abilità e arte, e di una collezione di pietre preziose, tra cui c’era il sardonice incastonato nel leggendario anello di Policrate di Samo . Molti di questi tesori erano stati offerti alla dea da Augusto, mosso dalla devozione che Giulio Cesare aveva mostrato verso la propria dea ancestrale, Venere Genitrice. Sappiamo da Plinio che Cesare fu il primo a tenere nella dovuta considerazione la pittura, dandone mostre nel suo Foro Giulio. Pagò circa ottanta talenti per due opere di Timomachos, rappresentanti Medea e Aiace. Alla base del tempio di Venere Genitrice fece mettere la propria statua equestre, il cui cavallo, scolpito da Lisippo, aveva un tempo sostenuto la figura di Alessandro il Grande. La statua di Venere era opera di Arkesilaos, e il suo seno era coperto da fili di perle britanniche. Plinio, dopo aver menzionato la collezione di gemme fatta da Scauro ed un’altra da Mitridate che Pompeo Magno aveva offerto a Giove Capitolino, aggiunge:

"Questi precedenti furono sorpassati dal dittatore Cesare che offrì a Venere Genitrice sei collezioni di cammei ed incisioni".

Un elenco descrittivo di questi tesori e di queste opere d’arte era conservato in ognuno di questi templi e, a volte, era inciso su marmo. Gli inventari includevano anche il mobilio e le proprietà della sacrestia. Nel 1871, nel tempio di Diana Nemorense, fu scoperto questo importante documento: l’inventario, scolpito su una colonnina marmorea alta 90 cm, oggi conservata nel castello Orsini a Nemi. E’ stato pubblicato da Henzen in "Hermes," vol. vi. p. 8, e riporta quanto segue:

Oggetti offerti a [o appartenenti a] entrambi i templi [il tempio di Iside e quello di Bubasti]: — diciassette statue; una testa del Sole; centoquattro immagini in argento; un medaglione; due altari in bronzo; un tripode (ad imitazione di uno a Delfi); una coppa per libagioni; una patera; un diadema [per la statua della dea] tempestato di gemme; un sistro di argento dorato; una coppa dorata, una patera ornata con anse di corno; una collana tempestata di berilli; due braccialetti con gemme; sette collane con gemme; nove orecchini con gemme; due nauplia [conchiglie rare da Propontis]; una corona con 21 topazi e 80 carbonchi (rubini rosso acceso); una ringhiera di ottone sostenuta da otto hermulae; un abito in lino comprendente una tunica, un pallium, una cintura ed una stola, tutti decorati in argento; un abile simile senza decorazioni”.

“[Oggetti offerti] a Bubasti: — un abito di seta viola; un altro di colore turchese, un vaso in marmo con piedistallo; una brocca per acqua; un abito in lino con decorazioni  e una cintura d’oro; un altro di puro lino bianco”.

Gli oggetti descritti nel catalogo non appartenevano al tempio di Diana, uno dei più ricchi del centro Italia; ma a due piccoli santuari, di Iside e Bubasti, costruiti da un devoto all’interno del recinto sacro, sul lato nord del complesso.

 

2.2 Statue adorne di gioielli ed altri ornamenti.

Gli antichi mostravano un pessimo gusto nell’appesantire le statue dei loro dei con preziosi ornamenti e nel compromettere la bellezza dei loro templi con oggetti di ogni tipo e colore. Un documento pubblicato da Muratori [2] parla della statua di Iside dedicata da una matrona chiamata Fabia Fabiana in memoria della sua defunta nipote, Avita. La statua, fusa in argento, pesava 51 kg, ed era carica di ornamenti e gioielli oltre ogni immaginazione. La dea indossava un diadema in cui erano incastonate sei perle, due smeraldi, sette berilli, un carbonchio, un hyacinthus, e due punte di freccia in selce; inoltre, orecchini con smeraldi e perle, una collana composta da trentasei perle e diciotto smeraldi, due fibbie, due anelli al mignolo, uno sull’anulare, uno sul medio; e molte altre gemme sulle scarpe, caviglie e polsi. Un’altra iscrizione trovata a Costantina, in Algeria, descrive una statua di Giove dedicata nel Campidoglio di quella città. I devoti avevano posto sulla sua testa una ghirlanda di quercia in argento, con trenta foglie e quindici ghiande; avevano caricato la sua mano destra con un disco d’argento, una vittoria che sventolava una foglia di palma, e una corona di quaranta foglie; nell’altra mano avevano fissato una verga d’argento e altri emblemi.

I tendaggi e le decorazioni non solo sfiguravano l’interno dei templi, ma erano anche fonte di pericolo per la loro infiammabilità. Sappiamo che il fuoco distrusse il Pantheon nel 110 d.C., il tempio di Apollo nel 363, quello di Venere e Roma nel 307 e quello della Pace nel 191: possiamo credere che gli incendi furono causati ed alimentati dai materiali infiammabili presenti all’interno. Non c’è altra spiegazione possibile, dal momento che sappiamo che le strutture erano ignifughe ad eccezione del tetto. Per dimostrare come venivano sfigurati gli edifici sacri con ogni sorta di ammennicoli, è sufficiente citare le parole di Livio:

"Nell’anno di Roma, 574, i censori M. Fulvio Nobiliore e M.Emilio Lepido restaurarono il tempio di Giove Capitolino. In questa occasione rimossero dalle colonne tutte le tavolette, i medaglioni e le bandiere militari omnis generis che vi erano state appese".

 

2.3 Offerte e sacrifici di privati.

Il diritto di compiere sacrifici a volte era concesso ai civili dietro il pagamento di una tassa. Un’iscrizione scoperta tra le rovine del Tempio di Malakbelos, fuori dalla Porta Portese, dalla parte della nuova stazione ferroviaria, ricorda come un importatore di vino, Quinto Ottavio Dafnico, avendo costruito a sue spese una sala da banchetto all’interno del recinto sacro, era stato ricompensato con immunitas sacrum faciendi, cioè con il diritto di compiere sacrifici senza l’assistenza di sacerdoti. Gli adempimenti erano regolati da tariffe che specificavano il prezzo di ogni articolo; un elenco di tariffe è sopravvissuto fino ai giorni nostri [3] .

D . . . .

PRO · SANGVINE (nomen animalis)
ET · CORIVM
SI · HOLOCAVSTVM ·                                           · X
PRO · SANGVINE · AGNI · ET · PELLE              
IS
SI · HOLOCAVSTVM ·                                        
· II
PRO · GALLO · HOLOCAVSTO                            
I
PRO · SANGVINE ·                                           A · XIII
PRO · CORONA ·                                               A ·  IIII
PRO · CALIDAM · IN · HOMINEM ·             A ·    II

D . . . .

Per il sangue di _________ (forse un toro)

e per la sua pelle

Se la vittima viene bruciata completamente

Per il sangue e la pelle di un agnello

Se l’agnello viene bruciato completamente

Per un gallo (bruciato completamente)

Per il solo sangue

Per una ghirlanda

Per acqua calda (a persona)

_________

_________

XXV     assi

IV        assi.

VI-1/2  assi.

III-1/2  assi

IV   assi.

XIII assi.

II assi.

Il significato di queste tariffe può essere capito se spieghiamo come funzionavano i sacrifici greco-romani, con riferimento alle parti del corpo delle vittime sacrificali. Le parti che spettavano ai sacerdoti variavano a seconda del culto; a volte si parla di zampe e pelle, a volte di lingua e spalla. Nel caso di sacrifici privati i resti dell’animale venivano portati a casa dall’offerente per essere mangiati o regalati ad amici. Questo era, ovviamente, impossibile nel caso di "holocaustus", nel quale la vittima veniva completamente bruciata sull’altare. Nel rituale romano, le cuoia e le pelli erano sempre proprietà del tempio[4]. Nel tariffario riportato sopra si hanno due prezzi: uno minore per sacrifici ordinari, se venivano bruciati solo gli intestini ed il resto della carne veniva portato a casa dall’offerente; uno maggiore per l’"holocaustus", che richiedeva un uso più prolungato dell’altare, nonché spiedi, graticole ed altri strumenti sacrificali. Si dovevano quattro assi per ogni corona o ghirlanda di fiori, la metà per acqua calda.

 

2.4 Depositi di ex voto trovati nelle favissae o nei sotterranei dei templi.

Il sito di un santuario può essere identificato non solo dalle sue rovine ma anche, in molti casi, dalle sue favissae, cioè fosse votive, che sono a volte raggruppate, a volte sparse su una superficie molto vasta. L’origine di questi depositi di oggetti votivi in bronzo o terracotta è la seguente: ogni santuario importante o luogo di pellegrinaggio aveva una o più stanze per l’esposizione e la conservazione di ex-voto. I muri di queste stanze erano pieni di chiodi a cui si appendevano in fila teste o figure di ex-voto, come testimoniato dai fori retrostanti. C’erano anche spazi orizzontali, piccoli gradini come quelli di un lararium, o mensole su cui venivano posti oggetti che potevano stare in piedi. Quando entrambi gli spazi erano pieni e non c’era più spazio disponibile per l’afflusso delle offerte votive, i sacerdoti rimuovevano i vecchi oggetti, cioè le terrecotte, e li seppellivano nelle fosse (favissae) del tempio o in trincee scavate a tal scopo all’interno o vicino al recinto sacro.

2.5 Esempi portati alla luce in tempi recenti.

Negli ultimi anni sono stato presente alla scoperta di cinque depositi votivi, ognuno testimone del sito di un luogo di pellegrinaggio. Il primo fu trovato nel marzo del 1876, sul sito del Tempio di Ercole, fuori Porta S. Lorenzo; il secondo nella primavera del 1885, sul sito del Tempio di Diana Nemorense; il terzo nel 1886, vicino l’isola di Esculapio (oggi di S. Bartolomeo o Tiberina); il quarto nel 1887, vicino al Santuario di Minerva Medica; l’ultimo nel 1889, sul sito del Tempio di Giunone a Veio.

L’esistenza del Tempio di Ercole, fuori dalla Porta S. Lorenzo, all’interno del recinto del moderno cimitero, era nota sin dal 1862, in seguito alla scoperta di un altare innalzato da Marco Minucio, l’"attendente al cavallo", o luogotenente generale, di Q. Fabio Massimo (217 a.C.). Questo altare è oggi esposto ai Musei Capitolini[5]. Quattordici anni dopo, nel 1876, le favissae del tempio furono scoperte nel settore del cimitero chiamato il Pincio. C’erano circa duecento oggetti di terracotta, vasi di manifattura etrusca e greca; diverse statuette di bronzo, e pezzi di aes rude e aes grave librale, uno dei quali proveniva dalla città di Luceria. Questo deposito sembra essere stato seppellito all’inizio del sesto secolo di Roma.

Lo scavo del Tempio di Diana Nemorense fu intrapreso nel 1885, da Sir John Savile Lumley, ora Lord Savile di Rutherford, l’ambasciatore inglese a Roma, con il gentile consenso del Governo italiano. Sembra che questo Artemisium Nemorense non era solo un luogo di culto e devozione, ma anche uno stabilimento idroterapeutico. Le acque impiegate per le cure erano quelle che sgorgavano dalle rocce laviche a Nemi, e che, fino a pochi anni fa, si gettavano, con graziose cascate, nel lago, in un posto chiamato "Le Mole".

Busto di una persona curatasi a Nemi.

Oggi riforniscono la città di Albano, che ha a lungo sofferto la mancanza d’acqua. Posso confermare la loro validità terapeutica per esperienza personale; infatti potrei sinceramente fare la mia offerta votiva alla dea da tempo dimenticata, dopo aver recuperato forza e salute seguendo la vecchia cura. Diana, comunque, era venerata nel tempio soprattutto come Diana Lucina. Non entrerò nei dettagli di questo argomento. Gli ex-voto raccolti in grande quantità da Lord Savile, rappresentano giovani madri che allevano i loro primogeniti ed altre offerte dello stesso tipo, testimonianza delle doti dei sacerdoti. Forse praticavano la chirurgia, perché, tra le curiosità portate alla luce nel 1885, ci sono diverse figure con larghe aperture sulla parte anteriore da cui si vedono gli intestini. Il Professor Tommasi-Crudeli, che ha fatto uno studio su questo tipo di curiosità, dice che non possono essere considerati come reali modelli anatomici, perché il lavoro è troppo rozzo e primitivo per permetterci di distinguere un intestino dall’altro. Il numero di questi oggetti collezionati da Lord Savile può essere stimato in tremila.  

Nemi ed il sito del tempio di Diana.

A   Basamento del tempio di Diana.         B   Villaggio di Nemi e Castello Orsini.

Oggetti caratteristici di simile natura— toraci aperti a mostrare l’anatomia interna — sono stati trovati in gran numero sull’Isola Tiberina e nelle vicinanze, dove sorgeva il Tempio di Esculapio, sulla poppa della nave marmorea. Sembra che la strada che conduceva dal Campo Marzio al Ponte Fabricio, e, oltre questo, al tempio, fosse costellata di negozi e botteghe per la vendita di ex-voto, come, ai giorni nostri, avviene nelle vicinanze dei santuari di Einsiedeln, Lourdes, Mariahilf, e S. Jago. Durante la costruzione dei nuovi muraglioni del Tevere, sopra e sotto il ponte, gli ex-voto sono stati trovati in strati regolari lungo la linea della riva, mentre nell’isola stessa sono venuti alla luce in quantità minore. Dal momento che gli oggetti votivi depositati nel santuario dall’anno 292 a.C. fino alla fine dell’impero possono essere stimati non a migliaia ma a milioni, credo che lo stesso letto del Tevere possa essere stato usato come una favissa.

La poppa della nave dell’isola tiberina.

 

Frammento di una lampada con iscritto il nome di Minerva.

Il nome di Minerva Medica suona familiare sia agli studiosi che ai visitatori dell’antica Roma[6]; ma il monumento che lo porta, un ninfeo degli Horti Liciniani vicino Porta Maggiore, non ha alcuna connessione con la dea della saggezza. Minerva Medica era il nome di una strada sull’Esquilino, così chiamata per un santuario che sorgeva all’incrocio, o vicino all’incrocio, con Via Merulana, non lontano dalla Chiesa dei SS. Pietro e Marcellino. Le sue fondazioni ed i sui depositi votivi furono scoperti nel 1887. La forma e la natura di queste offerte testimonia gli innumerevoli casi di grazia concessi da questa dea misericordiosa, l’Atena Igeia o Pavonia dei Greci. C’è un frammento di lampada con il suo nome iscritto che toglie ogni dubbio sull’identificazione del deposito. C’è anche una testa votiva non fusa da uno stampo ma modellata a stecco, che allude a Minerva come ad una dea miracolosa per i capelli. Il cranio è coperto di spessi capelli sul davanti e sopra, mentre i lati ne sono privi, o mostrano solo un’incipiente crescita. E’ evidente, perciò, che la donna di cui abbiamo ritrovato la testa votiva aveva perso la propria chioma nel corso di qualche malattia, e, avendola recuperata per intercessione di Minerva, come credeva piamente, le aveva offerto questo curioso attestato di gratitudine. Questo, almeno, nell’opinione del Visconti. Un’altra testimonianza del potere di Minerva di far ricrescere i capelli è stata trovata a Piacenza: una tavoletta votiva dedicata MINERVAE MEMORIAE da una donna chiamata Tullia Superiana, RESTITUTIONE SIBI FACTA CAPILLORUM (per averle fatto ricrescere i capelli).

Testa votiva.

 

2.6 Particolare ricchezza di un deposito a Veio.

Riguardo al numero di ex-voto, nessun altro tempio o deposito scoperto fino ad oggi può essere paragonato con le favissae del Tempio di Giunone a Veio. Nella tradizione romana questo tempio era riconosciuto come il luogo dal quale Camillo era emerso dal cuniculus, o cunicolo, nel giorno della conquista della città. La storia racconta che Camillo, dopo aver scavato un cuniculus sotto il Tempio di Giunone all’interno della città, sentì l’aruspex etrusco dichiarare al re di Veio che la vittoria avrebbe arriso a chi avesse operato il sacrificio insieme a lui. Al che, i soldati romani irruppero dal pavimento, presero le viscere delle vittime sacrificali e le portarono a Camillo che le offrì con le sue mani alla dea, mentre i suoi compagni prendevano possesso della città. La storia è sicuramente, più o meno, fabbricata ad arte; ma, come Livio sottolinea, "è insignificante provare o smentire queste cose". Ci basti sapere che all’interno della rocca di Veio nella "Piazza d' Armi" dei nostri giorni, c’era un tempio molto antico e veneratissimo, dedicato a Giunone. Entrambi gli aspetti sono stati provati ed illustrati dalle recenti scoperte.

Le rupi sotto la rocca di Veio (ora chiamata Piazza d' Armi).

Gli ex-voto dei santuari latini erano, come ho ricordato, seppelliti nelle favissae; ma a Veio, per il pericolo e la difficoltà di scavarle nella solida roccia ed all’interno della rocca, gli ex-voto erano staccati e gettati dall’alto della rupe nella valle sottostante. Il posto prescelto era il lato nord della cresta rocciosa che unisce la rocca alla città e che domina il caňon del Cremera dall’alto di 57 metri . La quantità di oggetti gettati da lì nel corso dei secoli ha formato una rampa che raggiunge quasi la cima della rupe. Il lettore apprezzerà l’importanza del deposito pensando che il luogo non era stato indagato dal tempo di Alessandro VII (1665-1667)e che, nella primavera del 1889, quando si fecero gli scavi più recenti ad opera di colei che sarebbe diventata l’Imperatrice del Brasile, la quantità di terrecotte portata in superficie comportò un lavoro talmente enorme da dover essere abbandonato dopo pochi giorni, perché non c’era più spazio nella casa colonica usata come deposito del bottino. Pietro Sante Bartoli ci ha lasciato un resoconto degli scavi fatti nello stesso luogo dal Cardinale Chigi, durante il pontificato di Alessandro VII. I moderni topografi non sembrano consapevoli di questo fatto; il luogo non è menzionato da Dennis, Gell o Nibby, sebbene sia l’unica evidenza della scoperta del santuario.

"Non lontano da Isola Farnese una collina [la Piazza d' Armi], si staglia sulla valle del Cremera, sul cui altopiano il Cardinale Chigi ha scoperto un tempio splendido con colonne scanalate di ordine ionico. Il fregio è scolpito con trofei e panoplie di vario tipo; i rilievi del frontone rappresentano l’Imperatore Antonino Pio [?] che sacrifica un montone ed una scrofa e, sebbene i pannelli giacciano sparsi intorno al tempio e le figure siano rotte, apparentemente non manca alcun pezzo importante. C’era anche un altare alto 1,20 metri con figure di tipo etrusco che è stato trasferito a Palazzo Chigi [ora Odescalchi]. Le colonne ed i marmi del tempio furono comprate dal Cardinale Falconieri per costruire ed ornare una cappella nella Chiesa di S. Giovanni de’Fiorentini. Non lontano dal tempio è stato scoperto un giacimento di ex-voto così ricco che l’intera Roma è sommersa da terrecotte. E’ rappresentata ogni parte del corpo umano: teste, mani, piedi, dita, occhi, nasi, bocche, lingue, viscere, polmoni, simboli di fecondità, figure intere di uomini e donne, cavalli, buoi, pecore, maiali, — sono così tanti da riempire diversi vagoni. C’erano anche (cose insigni) statuette bronzee, utensili sacri, specchi, che furono tutti rubati o ridotti in piccoli frammenti per farne manici di coltello".

Quando le fattorie di Isola Farnese e Vaccareccia, dove si trovano i resti di Veio e dei suoi estesi cimiteri, furono vendute pochi anni fa, dall’Imperatrice del Brasile al marchese Ferraioli, le parti convennero che il diritto di scavo e gli oggetti trovati sarebbero appartenuti all’Imperatrice per un numero limitato di anni, fino al 1891, credo. La prima campagna di scavo, cominciata il 2 gennaio del 1889 e terminata a giugno, deve essere, per lungo tempo, considerata come uno dei maggiori contributi dati allo studio della civiltà etrusca e fornito agli studiosi. Se l’Imperatrice avesse portato avanti i suoi piani ancora per due o tre anni, l’intera città e le sue necropoli sarebbero state esplorate, rilevate e pubblicate con il maggior rigore scientifico possibile. Eventi politici e la morte di questa nobildonna fecero terminare l’impresa. Per tornare, comunque, al giacimento di oggetti votivi in terracotta e bronzo, ho potuto fare una stima sommaria delle sue dimensioni che sono: 75 metri di lunghezza, 15 di larghezza, dai 90 cm a 1,20 mt di profondità; circa 1.200 metri cubi di volume. Gli oggetti raccolti in due settimane sono migliaia, i frammenti sepolti nuovamente perché senza valore sono il doppio. Solo le teste velate della dea ammontano a 447, di cui trecentosettanta a volto pieno, il resto di profilo. Il giacimento contiene 52 tipologie di reperti; secondo la lista del Bartoli, dobbiamo considerare busti, maschere, braccia, toraci, uteri, spine dorsali, viscere, pollici, figure tagliate sul torace a mostrare l’anatomia interna, figure vagamente umane, embrioni maschili e femminili terminanti a forma di tronco d’albero con moncherini a rappresentare i piedi, figure di ermafroditi, torsi umani modellati volutamente senza testa, braccia senza mani, gambe senza piedi, mani che tengono mele o cofanetti di gioielli, figurine di madri che allevano gemelli, stupende statue di donne drappeggiate a dimensione reale con mani e piedi mobili, topi, cinghiali selvatici, maiali che allattano, mucche, montoni, mele e altri frutti, infine “palline” sferiche.

2.7 Gli altari dell’antica Roma.

Le prime strutture dedicate agli dei a Roma furono chiamate arae; avevano la forma di un cubo in muratura posto al centro di un basamento quadrato. Erano fatte, in un certo senso, sul modello degli hierones pelagici, particolarmente abbondanti nei territori di Tivoli e Segni. Le arae più note nella storia e topografia romane sono sei, nel dettaglio: l’Ara Maxima di Ercole; la Roma quadrata; l’Ara Aii Locutii; l’Ara Ditis et Proserpinae; l’Ara pacis Augustae e l’Ara Incendii Neroniani. La più antica di queste fu costruita con pietre grezze; quelle successive hanno la forma caratteristica dell’altare di Vermino, rappresentata a pag. 52 del mio “Roma antica”, e dell’altare innalzato a Vejove dai membri della famiglia Giulia a Boville, loro luogo di origine, dove fu trovata dai Colonna nel 1823. Oggi si trova nella villa di questa famiglia al Quirinale[7]. Nel periodo imperiale si conservò la forma originaria con l’aggiunta di due pulvini, cioè volute, sui bordi opposti della cornice, come rappresentato nell’illustrazione a pag. 35 di “Roma antica” (un altare in marmo trovato ad Ostia).   

Uno hieron pelagico, o base di altare, a Segni.

 

2.8 L’Ara Maxima di Ercole.

Il tempio rotondo di Ercole nel Foro Boario.

Questo altare, il più antico a Roma, fu innalzato in memoria della visita di Ercole nel nostro paese. Tacito e Plinio attribuiscono la sua costruzione all’arcade Evandro, dimenticando che in tempi preistorici il territorio su cui sorgeva l’altare, tra il Foro Boario ed il Circo Massimo, era sommerso dalle acque del Velabro. Era comunque una struttura antichissima, che godeva di grande venerazione. La sua forma ed il suo rozzo stile non sono mai cambiati, come mostra un prezioso schizzo inedito di Baldassare Peruzzi che ho trovato tra i suoi disegni autografi a Firenze. In tempi successivi, fu costruito un tempio circolare nelle sue vicinanze di cui conosciamo due particolari: il primo, che aveva il particolare potere di “tenere a distanza i cani e le mosche”[8]; il secondo, che conteneva, tra le altre opere d’arte, un dipinto del poeta Pacuvio, prossimo per antichità e valore, a quello dipinto da Fabio Pittore nel Tempio della Salute nel 303 a.C.[9] . Il Tempio di Ercole, l’Ara Maxima e la statua bronzea del dio-eroe, furono scoperti, in buono stato di conservazione, durante il pontificato di Sisto IV, tra l’abside di S.Maria in Cosmedin (il Tempio di Cerere), ed il Circo Massimo. Abbiamo una descrizione della scoperta di Pomponio Leto, Albertini, e Fra Giocondo da Verona, nonché eccellenti disegni di Baldassare Peruzzi.[10]

A parte la statua bronzea e poche iscrizioni votive che furono trasportate ai Musei Capitolini, ogni cosa, tempio, altare e basamento furono rasi al suolo dagli illustri “Vandali del Rinascimento”.

2.9 La Roma Quadrata.

Secondo l’antico rituale il fondatore di una città, dopo aver tracciato il sulcus primigenius che segnava i suoi confini, seppelliva l’aratro, lo strumento del sacrificio ed altre offerte votive in una fossa circolare scavata al centro dello spazio delimitato. La fossa circolare era chiamata mundus e la sua ubicazione era indicata da un cumulo di pietre che, col passare del tempo, prese la forma di un altare quadrato. Il mundus dell’antica Roma era situato nel cuore del Palatino, di fronte al tempio di Apollo, e l’altare soprastante fu chiamato la Roma Quadrata. Questo nome è stato molto discusso e lo si è anche applicato alla stessa città originaria del Palatino nel suo insieme, sebbene sia stato stabilito il fatto che, parlando in senso stretto, non ci sia connessione tra le due cose. La questione è stata in seguito ripresa dal professor Luigi Pigorini in uno scritto inedito che fu letto durante un incontro all’Istituto Germanico il 17 dicembre 1890, e dal Professor Otto Richter nel suo saggio Die älteste Wohnstätte des römischen Volks, Berlino, 1891.

A causa dell’approssimazione degli antichi scrittori su questo argomento e delle definizioni contrastanti che hanno dato del termine, siamo giunti alla conclusione che l’altare era stato rimosso o nascosto da Augusto quando costruì il Tempio di Apollo ed il portico delle Danaidi nel 28 a.C. Un’importante iscrizione, scoperta il 20 settembre 1890 (alla quale mi riferirò più tardi) e che menziona la Roma Quadrata come ancora esistente nel 204 d.C., dimostra che la nostra opinione era errata e che l’antico altare, il più venerando monumento della storia romana, era sopravvissuto alle vicissitudini del tempo ed alla trasformazione del Palatino da culla della città a palazzo dei Cesari.

Nel dicembre 1869, quando le suore visitandine stavano gettando le fondazioni di una nuova ala del loro convento sull’area del tempio di Apollo[11], ho visto una fila di pilastri quadrati alla profondità di 12 metri sotto la pavimentazione del portico delle Danaidi e, al centro della fila, un mucchio di conci di tufo o peperino, squadrati approssimativamente. E’ più che probabile che nel 1869 non pensassi alla Roma Quadrata ed alle sue connessioni con quei resti profondamente sepolti nel cuore del colle, ma sono certo che un’attenta investigazione del sacro luogo porterebbe a risultati molto importanti.

2.10 L’altare di Aius Locutius.

Ara di Aius Locutus sul Palatino.

Nel 1820, mentre si scavava sul versante occidentale del Palatino (nel punto contrassegnato dal numero 7 nella pianta a pag. 106 di “Roma antica”), fu scoperto un altare di tipo arcaico con la seguente iscrizione dedicatoria:

"Consacrato ad una divinità maschile o femminile. Caio Sesto Calvino, figlio di Caio, pretore, ha restaurato questo altare per decreto del Senato."

Nibby e Mommsen credono che Calvino sia il magistrato citato due volte da Cicerone come il candidato contro Glaucia nella corsa alla pretura del 125 a.C.. Identificano inoltre l’altare come (un restauro di) quello innalzato dietro al tempio di Vesta nella “nuova strada bassa”, in ricordo di una misteriosa voce che, nel silenzio della notte, annunciò l’invasione dei Galli e invitando i cittadini a rinforzare le mura della loro città. La voce era attribuita ad un Genio del luogo, che la gente chiamava Aius Loquens o Locutius. Come regola, i sacerdoti si astenevano dal nominare nelle preghiere pubbliche il nome o il sesso di nuove e poco note divinità , specialmente del genio del luogo; lo evitavano per due ragioni: innanzitutto, perché c’era il rischio di viziare la cerimonia con false invocazioni; secondariamente, perché era prudente non rivelare il vero nome di questi numi tutelari al nemico della Repubblica, per paura che in caso di guerra o assedio li potesse costringere ad abbandonare la difesa di quel luogo speciale con riti misteriosi e violenti. La formula si deus si dea, "dio o dea" deriva da questa superstizione; il suo uso è comune negli antichi altari; Servio descrive uno scudo dedicato al Genio di Roma sul Campidoglio, con l’iscrizione: GENIO URBIS ROMAE SIVE MAS SIVE FEMINA, "Al Genio tutelare della città di Roma, maschio o femmina". L’altare palatino, di cui ho appena parlato, non può non interessare lo studioso a causa della sua connessione con uno degli eventi fondamentali della storia di Roma: la conquista e l’incendio di Roma ad opera dei Galli nel 390 a.C.

 

2.11 Quello di Dis e Proserpina

Il 20 settembre del 1890, gli operai addetti alla costruzione del collettore principale sulla riva sinistra del Tevere, tra Ponte S. Angelo e la Chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini, trovarono un muro medievale costruito con materiali presi a caso dalle vicine rovine. Tra loro, c’erano uno o più frammenti che descrivevano la celebrazione dei Ludi Saeculares durante l’Impero. Alla fine della giornata erano stati recuperati 17 pezzi, sette dei quali appartenevano alle testimonianze dei giochi celebrati sotto Augusto nell’anno 17 a.C., gli altri quelli celebrati da Settimio Severo e Caracalla nell’anno 204 d.C. Successive ricerche portarono alla scoperta di altri 96 frammenti, per un totale di 113, di cui 8 sono del tempo di Augusto, 2 del tempo di Domiziano ed il resto può essere datato a quello di Severo.

I frammenti del 17 a.C., ricomposti, formano un blocco alto tre metri contenente 168 linee scritte fittamente. Questo monumento, oggi esposto alle Terme di Diocleziano, aveva la forma di un pilastro quadrato coronato da una cornice aggettante, con base e capitello di ordine tuscanico, ed era alto, in origine, quattro metri. Credo che non ci sia alcuna iscrizione, tra le trentamila raccolte nel volume VI del “Corpus”, che impressioni o colpisca di più l’immaginazione di questo rapporto ufficiale di una cerimonia di stato che ebbe luogo più di millenovecento anni fa alla presenza degli uomini più illustri del tempo.

2.12 Le sue connessioni con i Ludi Secolari.

Pilastro commemorante i Ludi Saeculares.

L’origine dei ludi secolari sembra essere questa: agli albori di Roma la parte nord occidentale del Campus Martius, sulle rive del Tevere, si distingueva per le testimonianze di attività vulcanica. Era presente una pozza chiamata Tarentum o Terentum, alimentata da sorgenti sulferee calde, il cui valore terapeutico è attestato dalla cura cui si sottopose Voleso, il Sabino, e la sua famiglia, come raccontato da Valerio Massimo. Forti vapori si levavano sopra le sorgenti e lingue di fiamme si sprigionavano da fratture del terreno. La località divenne nota con il nome di campo infuocato (campus ignifer), e la tradizione popolare lo mise in relazione con il regno degli inferi. Un altare agli dei degli inferi fu eretto sulle rive della pozza, e giochi in onore di Dis e Proserpina venivano indetti periodicamente, con il sacrificio di un toro e di una mucca neri. La tradizione attribuiva questa usanza allo stesso Voleso, che, grato per la guarigione dei suoi tre figli, offrì sacrifici a Dis e Proserpina, officiò lectisternia, o processioni di lettighe per i simulacri degli dei precedute da tavole imbandite, e celebrò giochi per tre notti, una per ogni figlio che era stato rimesso in sesto. In epoca repubblicana furono chiamati Ludi Tarentini, dal nome della pozza, ed erano celebrati con lo scopo di scongiurare la ricorrenza di qualche grave calamità da cui si era stati colpiti. Dal momento che le calamità erano contingenze che nessun uomo poteva prevedere, appare evidente che la celebrazione dei Ludi Tarentini non era connessa ad alcun particolare ciclo temporale, come ad esempio il saeculum.

Non molto dopo la presa del potere da parte di Augusto, i Quindecemviri sacris faciundis (un collegio di sacerdoti cui era stata assegnata la conduzione di questi giochi da tempo immemorabile) annunciarono che c’era la volontà degli dei di far celebrare i Ludi Saeculares e, male interpretando e distorcendo eventi e date, tentarono di provare che la cerimonia si doveva tenere regolarmente con un intervallo di 110 anni, che si supponeva dovesse essere la lunghezza di un saeculum. I giochi per i quali i Quindecemviri fecero questa asserzione erano i Tarentini, istituiti per uno scopo diverso, ma il loro suggerimento piacque troppo ad Augusto ed al popolo per essere disatteso. Mettendo da parte ogni disputa sulla cronologia e la tradizione, la celebrazione fu fissata per l’anno 17 a.C.

2.13 La scoperta di un’iscrizione che li descrive, nel 1890.

Quale era l’esatta ubicazione delle sorgenti di acqua sulfurea, il Tarentum, e dell’altare degli dei degli inferi? Ho ragione di considerare la scoperta dell’altare di Dis e Proserpina come la più soddisfacente che io abbia fatto, specialmente perché la feci, se così posso esprimermi, lontano da Roma per una lunga assenza. Ebbe luogo nell’inverno tra il 1886 ed il 1887, durante la mia visita in America. In quel tempo i lavori di apertura e sbancamento di Corso Vittorio Emanuele avevano raggiunto un luogo che era considerato terra incognita dai topografi, e indicato con una macchia vuota nelle mappe archeologiche della città. Parlo della zona tra la Vallicella (la Chiesa Nuova, il Palazzo Cesarini, etc.) e le rive del Tevere vicino S. Giovanni dei Fiorentini. I rapporti parlano in maniera vaga del ritrovamento di cinque o sei muri paralleli, costruiti in conci di peperino, di gradini in marmo al centro di questo singolare monumento, di porte con stipiti ed architravi in marmo, che immettevano negli spazi tra i sei muri paralleli e, infine, di una colonna istoriata con fogliame. Al mio ritorno a Roma, nella primavera del 1887, ogni traccia del monumento era scomparsa sotto Corso Vittorio Emanuele. Interrogai i capomastri, gli operai; consultai i registri delle imprese; ogni giorno visitavo i cantieri ancora attivi su ogni lato del Corso per la costruzione dei palazzi Cavalletti e Bassi: infine esaminai la “colonna istoriata con fogliame” che, nel frattempo era stata trasferita nel cortile del Palazzo dei Conservatori in Campidoglio. Questo frammento di marmo, l’unico sopravvissuto agli scavi, mi ha dato la chiave per risolvere il mistero. Non era una colonna, era un pulvinus, o capitello, di un colossale altare marmoreo, degno di essere paragonato, per dimensioni e valore artistico, all’Ara Pacis scoperta sotto Palazzo Fiano, nonché a quella degli Antonini scoperta sotto Monte Citorio ed ad altre strutture monumentali simili. Non ci fu allora esitazione nel determinare la natura delle scoperte fatte a Corso Vittorio Emanuele: era stato trovato un altare e questo altare doveva essere quello consacrato a Dis e Proserpina, dal momento che nessun altro altare è menzionato nella storia nel versante nord occidentale del Campo Marzio.

Sezione dell’altare di Dis e Proserpina.

 

Pianta dell’altare di Dis e Proserpina.

I disegni che illustrano la mia tesi[12], provano che l’altare si innalzava su una base di 10 metri quadrati, circondata su tutti i lati da tre o quattro gradini marmorei; che la base e l’altare erano circondati da tre setti murari posti ad un intervallo di 10 metri l’uno dall’altro e che sul lato est della piazza scorreva l’ euripus, o canale, largo circa tre metri e mezzo, profondo un metro e venti e delimitato da blocchi di pietra, la cui pendenza verso il Tevere era di 1:100. Quest ultimo dettaglio prova che quando il rozzo altare di Voleso Sabino fu in seguito sostituito da una struttura più nobile, la pozza era stata drenata, e le sorgenti che l’alimentavano canalizzate nell’euripus, cosicché i pazienti intenzionati a curare i propri malanni potevano più agevolmente bagnarsi o bere l’acqua miracolosa. Non si diede comunque particolare risalto alla scoperta nel momento in cui ebbe luogo. Invece di raggiungere il livello antico, gli scavi per il condotto fognario principale di Corso Vittorio Emanuele si fermarono nel posto sbagliato, cioè a 90 cm dal manto stradale; quindi, se frammenti dell’altare o iscrizioni o opere d’arte giacciono sul pavimento marmoreo, vi resteranno per sempre dal momento che la costruzione dei palazzi su entrambi i lati del Corso ed il Corso stesso con le sue costose fognature, marciapiedi etc. hanno reso impossibili ulteriori ricerche, almeno con i mezzi attuali.

Riguardo alla celebrazione che ebbe luogo intorno a questo altare nel 17 a.C., possedevamo già ampie informazioni da fonti come l’oracolo della Sibilla, cui si riferisce Zosimo, il Carmen Saeculare di Orazio e le legende ed i disegni sulle medaglie coniate per l’occasione; ma il rapporto ufficiale, scoperto il 20 settembre del 1890, impressiona in maniera completamente differente; ci consente quasi di prendere parte realmente alla processione, di seguire con passione Orazio quando guida un coro di 54 fanciulli e fanciulle di stirpe patrizia che cantano l’inno da lui composto per l’occasione[13].

Nelle operazioni che precedettero, costituirono e seguirono la celebrazione, c’è un tono di buon senso e semplicità, a dimostrazione del rapporto e del mutuo rispetto tra Augusto, il Senato ed i Quindecemviri; lo si evince dalle risoluzioni adottate dai diversi organi dello Stato, dai proclami indirizzati al popolo e dall’organizzazione delle festività, per le quali si attendeva più di un milione di spettatori; i moderni Governi potrebbero trarre insegnamento di dignità civica da questo rapporto .

Il rapporto ufficiale inizia, o meglio iniziava (le prime linee sono mancanti), con la richiesta dei Quindecemviri al Senato di prendere in considerazione la loro proposta e di garantire i fondi necessari, seguita da un decreto del Senato che accetta la proposta ed invita Augusto ad assumere la direzione delle celebrazioni. La richiesta fu indirizzata al Senato il 17 febbraio da Marco Agrippa, presidente dei Quindecemviri, in piedi di fronte agli scranni dei Consoli. Che scena a poterla testimoniare! Possiamo immaginarci i due Consoli, Gaio Furnio e Giunio Silano, vestiti dei loro abiti ufficiali, che ascoltano il discorso del grande statista supportato da venti colleghi, tutti ex Consoli scelti tra i più nobili, ricchi e valorosi patrizi del tempo. Il Senato conviene che la preparazione della celebrazione, la costruzione dei palchi, degli ippodromi e delle tribune temporanee, sarebbe stata eseguita da appaltatori (redemptores) e che l’Erario avrebbe fornito i fondi.

Le linee 1-23 contengono una lettera di Augusto ai Quindecemviri che dettaglia il programma delle cerimonie, il numero ed il livello delle persone che vi avrebbero preso parte, le date e gli orari, il numero ed il tipo delle vittime sacrificali. Due passi del manifesto imperiale sono particolarmente degni di nota. Il primo, che durante i tre giorni di Giugno dall’1 al 3, i tribunali sarebbero stati chiusi, e la Giustizia non sarebbe stata amministrata. Il secondo, che le donne che portavano il lutto, avrebbero dovuto togliere quel segno di dolore per quell’occasione. Il decreto è datato 24 marzo.

Ricevuto il documento, i Quindecemviri votano e approvano diverse decisioni: che le regole da seguire durante le cerimonie si sarebbero dovute pubblicare con un avviso (albo propositae); che le mattine del 26, 27, e 28 maggio si sarebbero destinate alla distributio suffimentorum, con la quale i Quindecemviri  avrebbero distribuito torce, zolfo e bitume per le purificazioni; e che le mattine del 29, 30, e 31 di maggio, sarebbero state destinate alla frugum acceptio, o distribuzione di farina, orzo, e fagioli. Per evitare affollamenti sono definiti quattro centri di distribuzione, ognuno dei quali è posto sotto la supervisione di quattro membri del collegio, per un totale di sedici delegati. I luoghi indicati nel programma sono: la sommità del Campidoglio, l’area prospiciente il tempio di Giove Tonante, il Portico delle Danaidi sul Palatino, ed il tempio di Diana sull’Aventino.

Il 23 maggio il Senato vota nei Septa Julia — le cui rovine esistono ancora oggi sotto il Palazzo Doria e la Chiesa di S.Maria in Via Lata — ed approva due risoluzioni. L’inno di Orazio allude alla prima, vv.17-20,:

"O dea, sia che tu scelga il titolo di Lucina o Genitale, moltiplica la nostra prole e proteggi il decreto del Senato che favorisce i matrimoni e le sue leggi".

Tra le sanzioni che colpivano gli uomini o le donne che non si sposavano tra le età di venti e cinquanta anni, c’era il divieto di presenziare a festività pubbliche o cerimonie di Stato. Il Senato, considerando l’occasione eccezionale dei Ludi Saeculares, che nessuno tra i viventi avrebbe rivisto, rimosse questo divieto. La seconda decisione decretò l’erezione di due colonne commemorative, una di bronzo, l’altra in marmo, sulle quali si sarebbe inciso il rapporto ufficiale della celebrazione. La colonna in bronzo è probabilmente persa per sempre, ma quella in marmo è quella recuperata sulle sponde del Tevere il 20 settembre del 1890, l’iscrizione che sto cercando di illustrare.

La celebrazione vera e propria ebbe inizio all’ora seconda della notte del 31 maggio. Si offrirono sacrifici ai Fati sugli altari eretti tra il Tarentum e le sponde del Tevere, nel luogo dove oggi sorge S. Giovanni dei Fiorentini; altre cerimonie si officiarono su palchi in legno illuminati da fiaccole e fuochi. Questo teatro temporaneo non era provvisto di posti a sedere e le testimonianze lo definiscono un "palco senza teatro". Nelle manifestazioni del giorno successivo e in quelle del 2 giugno che si tennero sul Campidoglio e sul Palatino, si osservò il seguente ordine nella processione cerimoniale; prima veniva Augusto in qualità di Imperatore e Pontifex Maximus, di seguito i Consoli, il Senato, i Quindecemviri ed altri collegi di sacerdoti, quindi seguivano le Vergini Vestali ed un gruppo di centodieci matrone (tante quanti gli anni nel saeculum) scelte tra le matres familiae più esemplari di oltre venticinque anni di età.

Era previsto che ventisette ragazzi e ventisette ragazze di stirpe patrizia, i cui genitori erano ancora in vita (patrimi et matrimi), cantassero il 3 giugno l’inno appositamente composto da Orazio, stando a quanto dice il rapporto (riga 149): "Carmen composuit Q. Horatius Flaccus". Le prime stanze della stupenda composizione furono cantate durante la marcia della processione dal Tempio di Apollo a quello di Giove Capitolino, la parte centrale sul Campidoglio, l’ultima al ritorno verso il Palatino. Gli accompagnamenti furono suonati dall’orchestra e dai trombettieri del coro ufficiale (tibicines et fidicines qui sacris publicis praesto sunt). Possiamo vedere come in un sogno la ricchezza dello sfarzo e della bellezza cui i Romani assistettero la mattina del 3 giugno del 17 a.C., ed è difficile darne una descrizione. Immaginate il gruppo di cinquattaquattro patrizi vestiti delle loro tuniche candide come la neve, coronati di fiori e sventolanti ramoscelli di alloro guidati da Orazio lungo il Vicus Apollinis (la strada che conduce dalla Summa Sacra Via alla casa di Augusto sul Palatino) e la Sacra Via, cantando le lodi degli dei immortali: —

"Quibus septem placuere colles!"

Durante quei giorni e quelle notti, Augusto diede prova di un’encomiabile forza fisica e d’animo, presenziando sempre ad ogni cerimonia e celebrando personalmente i sacrifici. Agrippa mostrò meno resistenza del suo amico e Principe. Si fece vedere solo di giorno, aiutando l’Imperatore nel rivolgere le suppliche agli dei ed ad immolare le vittime sacrificali.

2.14 L’Ara Pacis Augustae.

La famiglia di Augusto. Bassorilievo dall’ Ara Pacis. Galleria degli Uffizi, Firenze.

Il rilievo oggi non è più agli Uffizi: è stato riportato a Roma in occasione del riassemblaggio dell’ara negli anni ‘30.

Tra gli onori tributati dal Senato nel 13 a.C. ad Augusto, di ritorno dalle sue trionfali campagne di Germania e Gallia, ci fu l’erezione di un altare votivo nella stessa Curia. Augusto rifiutò ma acconsenti a che se ne innalzasse uno nel Campo Marzio dedicato alla pace. A giudicare dai frammenti che ci sono giunti, questa ara fu una delle maggiori produzioni artistiche dell’era d’oro di Augusto. Sorgeva al centro di un triplice recinto quadrato sul lato occidentale della Via Flaminia (odierna Via del Corso), dove attualmente si trova Palazzo Fiano. I suoi resti sono stati portati alla luce due volte; la prima nel 1554, quando furono disegnati da Giovanni Colonna[14], e nuovamente nel 1859, quando l’attuale duca di Fiano si apprestava a ricostruire l’ala sud del palazzo su Via in Lucina. Dei pannelli e dei bassorilievi trovati nel 1554, alcuni furono portati a Villa Medici ed inseriti sulla facciata del casino, dalla parte del giardino; altri furono trasferiti a Firenze; quelli del 1859 sono stati collocati nel vestibolo di Palazzo Fiano. Meritano sicuramente una visita.

 

 

 

 

2.15 L'Ara Incendii Neroniani.

Nel mese di luglio del 65 d.C. mezza Roma fu distrutta dall’incendio di Nerone. I cittadini, scossi dalla grandezza della calamità e dall’ignoranza della sua vera causa, fecero un voto durante l’annuale celebrazione dei sacrifici espiatori sugli altari espressamente costruiti allo scopo in ognuna delle quattordici regioni della metropoli. Il voto fu, comunque, dimenticato finché Domiziano chiese il suo adempimento circa venti, venticinque anni dopo. Uno di questi altari, adiacente alla casa paterna di Domiziano sul Quirinale, è stato ritrovato vicino alla chiesa di S. Andrea del Noviziato, nelle fondazioni del nuovo "Ministero della Casa Reale"[15].

L’altare, sei metri di lunghezza per tre di larghezza, è costruito in travertino con un rivestimento in marmo e si trova al centro di un’area pavimentata di notevole dimensione. L’area è delimitata da cippi in pietra, posti ad un intervallo di due metri e mezzo l’uno dall’altro. Su uno di questi è stata trovata incisa la seguente iscrizione:

"Quest’area sacra delimitata da cippi in pietra e circondata con una siepe, al pari dell’altare che si trova nel suo mezzo, fu dedicata dall’Imperatore Domiziano per adempiere ad un voto non compiuto fatto dai cittadini ai tempi dell’incendio di Nerone. la dedica è soggetta alle seguenti regole : a nessuno sia consentito stazionare, fare commerci o piantare alberi o arbusti all’interno del perimetro delimitato dalle pietre terminali; il 23 agosto di ogni anno, il giorno dei Volkanalia, il magistrato responsabile per la sesta regione sacrifichi un vitello fulvo ed un maiale; indirizzi inoltre agli dei la seguente preghiera (testo mancante)".

L’iscrizione è stata letta due volte: una volta verso la fine del quindicesimo secolo, quando il cippo che la conteneva è stato trasferito a S.Pietro per farne uso nel nuovo edificio, e di nuovo nel 1644, quando Papa Barberini stava gettando le fondazioni di S. Andrea al Quirinale, una delle chiese più aggraziate ed eleganti di Roma.

2.16 I templi scavati nella mia epoca.

Fatemi guidare ora la vostra attenzione verso strutture più imponenti. Il primo scavo di un tempio a cui ho preso parte è quello del Tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio[16]. La sua scoperta fu dovuta più ad una intuizione che alla ricognizione dei resti esistenti. Il 7 novembre del 1875, mentre si conducevano gli scavi di fondazione per la nuova Rotonda nel giardino che divide il Palazzo dei Conservatori da quello dei Caffarelli, —residenza dell’ambasciatore germanico, — i nostri operai si imbatterono in una colossale colonna scanalata di marmo pentelico che giaceva su un basamento di pietre quadrate, messe in opera senza malta secondo una tecnica decisamente arcaica. Eravamo in presenza dei resti del famoso Capitolium o di uno dei templi minori all’interno dell’Arx? Per dare una risposta soddisfacente al quesito, dobbiamo ricordare che il colle del Campidoglio ha due sommità, una che contiene la rocca, o Arx, l’altra il Campidoglio, che contiene il tempio di Giove Ottimo Massimo,. Gli antichi scrittori non usano mai i due nomi in maniera promiscua né li applicano indifferentemente per riferirsi ad una delle due sommità o all’intero colle. Il nome del colle è Capitolino, non Campidoglio, che indica esclusivamente la parte occupata dal grande tempio. Basta citare Livio (VI, 20), ne quis in Arce aut Capitolio habitaret, ed anche il passaggio di Aulo Gellio (V, 12) in cui il santuario di Vejove è situato tra l’Arx ed il Capitolium.

Per molte generazioni i topografi hanno cercato di scoprire quale altura fosse occupata dalla rocca e quale dal tempio. La scuola italiana, salvo eccezioni, ha sempre identificato il sito dell’Aracoeli con quello del tempio, il Palazzo Caffarelli con quello della rocca. I tedeschi sostenevano la teoria opposta. Con queste premesse, non sorprende l’eccitazione da cui siamo stati pervasi il 7 novembre del 1875 allorquando fummo in grado di porre fine alla contesa, non per via teorica ma con l’evidenza dei fatti.

2.17 Quello di Giove Capitolino.

La sommità occidentale del Colle Capitolino

Il Tempio di Giove Ottimo Massimo, progettato da Tarquinio Prisco, costruito da Tarquinio il Superbo e dedicato nel 509 a.C. dal console Orazio Pulvillo, si erge su un basamento lungo circa 62 metri e largo 58. La fronte dell’edificio, ornata da file di colonne, era esposta a sud. Lo stile dell’architettura era tipicamente etrusco e gli intercolumni erano così ampi da richiedere architravi in legno. La cella era divisa in tre sezioni, quella di mezzo era consacrata a Giove, quella sulla destra a Minerva, quella sulla sinistra a Giunone Regina; la sommità del frontone era ornata da una quadriga di terracotta. Dello stesso materiale era la statua del dio con il viso dipinto di rosso ed il corpo vestito di una tunica palmata e di una toga picta, opera di un artista etrusco, Turianus di Fregene.

Nel 386 a.C. si dovette allargare il basamento su cui sorgeva il tempio e, dal momento che il colle era scosceso ed in alcuni punti ripido, fu necessario erigere muri di fondazione dal piano sotto il livello del basamento, un lavoro descritto da Plinio (XXXVI, 15,24) come prodigioso, e da Livio (VI, 4) come una delle meraviglie di Roma.

Il 6 luglio dell’83 a.C., 426 anni dopo la sua dedica da parte di Orazio Pulvillo, un ignoto criminale, aiutato dall’abbondanza di legno usato nella struttura, vi appiccò il fuoco ed in un attimo distrusse il santuario che aveva vegliato per più di quattrocento anni i destini di Roma. L’incendiario, meno fortunato di Erostrato, rimase sconosciuto, essendo risultati infondati i sospetti contro Papirio Carbone, Scipione, Norbano e Silla. Apparteneva probabilmente alla fazione di Mario, perché sappiamo che Mario stesso saccheggiò le rovine fumanti del tempio, impadronendosi di diversi chili d’oro.

Il dittatore Silla intraprese la ricostruzione del Capitolium, per il cui scopo fece trasportare a Roma alcune colonne del tempio di Giove Olimpico ad Atene. L’opera di Silla fu continuata da Lutazio Catulo e terminata da Giulio Cesare nel 46 a.C. Un secondo restauro si ebbe nel 9 a.C. sotto Augusto, un terzo nel 74 d.C. sotto Vespasiano, e l’ultimo nell’82 d.C. sotto Domiziano. E’ noto che da allora il tempio non subì ulteriori interventi, i suoi resti dovrebbero quindi avere le caratteristiche del tempo di Domiziano che sappiamo usò marmo pentelico nella sua ricostruzione. Dovremmo anche trovare questi resti al centro del basamento del tempo dei Re, circondato dai muri di fondazione di epoca repubblicana. La pianta riportata mostra come i resti scoperti nella sommità sud occidentale del colle Capitolino corrispondano a questa teoria.

2.18 Il tempio di Giove Capitolino, con la mappa del Campidoglio.

Il basamento, a forma di parallelogramma largo circa 55 metri e di poco più lungo, è costituito da blocchi di capellaccio squadrati approssimativamente, esattamente come alcune porzioni delle mura serviane. La sua superficie e la sua altezza furono ridotte di un terzo, quando i Caffarelli costruirono il loro palazzo nel 1680. Uno schizzo eseguito all’epoca da Fabretti e pubblicato nel suo volume "De Columna Trajana", mostra ancora i quattordici filari di pietre scomparsi. Una parte dello stesso basamento, scoperta nel 1865 da Herr Schloezer, ministro prussiano presso Pio IX, è di seguito riprodotta

Vista del basamento del tempio di Giove.

I muri di fondazione, che Plinio e Livio annoverano tra le meraviglie di Roma, sono stati messi in luce, ed in parte lo si sta ancora facendo, sui tre lati del colle che fronteggiano Piazza della Consolazione, Piazza Montanara e la Via di Torre de'Specchi. Sono costruiti in blocchi di tufo rosso, con rivestimento in travertino. Il rivestimento in travertino è coperto di iscrizioni eseguite in onore della grande divinità romana da Re e Nazioni del mondo intero . Non si può non acquisire un nuovo senso della grandezza e della potenza di questa città dopo aver letto questi documenti storici[17].

Queste iscrizioni sono state trovate perlopiù ai piedi della sostruzione, sul lato verso Piazza della Consolazione. Le ultime, trovate nelle fondazioni di Palazzo Moroni, contengono messaggi di amicizia scritti da Mitridate Philopator e Mitridate Philadelphos del Ponto, da Ariobarzane Philoromaeus della Cappadocia e da Atena sua regina, dalla provincia della Licia, da alcune comunità della provincia della Caria, etc.

2.19 Storia delle sue rovine.

Per quanto riguarda i resti veri e propri del tempio, la colossale colonna scoperta il 7 novembre del 1875 nel giardino dei Conservatori, non è l’unica salvatasi dalla distruzione. Flaminio Vacca, lo scultore e appassionato di archeologia del sedicesimo secolo, dice:

"Sotto la rupe Tarpea, dietro il Palazzo de'Conservatori, si trovarono diverse colonne di marmo pentelico (marmo statuale). I loro capitelli sono così enormi che da uno di essi ho scolpito il leone ora a Villa Medici. Gli altri furono usati da Vincenzo de’Rossi per scolpire i profeti e le altre statue che adornano la cappella del Cardinal Cesi nella chiesa di S. Maria della Pace. Credo che le colonne appartenessero al tempio di Giove. Non sono stati trovati frammenti della trabeazione ma, dato che l’edificio era così vicino alla rupe Tarpea, sospetto che debbano essere caduti nella piana sottostante".

La correttezza di questa ipotesi è dimostrata non solo dalla scoperta dell’iscrizione dedicatoria in Piazza della Consolazione, nominata precedentemente, ma anche da quello che avvenne nel 1780 quando il duca Lante della Rovere stava scavando le fondazioni di una casa al n  13 di Via Montanara. Le scoperte sono così descritte da Montagnani:

"(Si trovarono) trabeazioni marmoree di enorme dimensione e stupenda fattura con festoni e bucrani[18]

nel fregio. Nessuno si prese la briga di farne degli schizzi: vennero distrutti sul posto. Non ho dubbi che appartenessero al tempio visto dal Vacca sul Monte Tarpeo, cento ottantasei anni fa".

Tutte queste indicazioni, messe in relazione alla scoperta del basamento, delle sostruzioni e della colonna di marmo pentelico nel giardino dei Conservatori, non lasciano dubbi circa la reale posizione del tempio di Giove. A quel pezzo di marmo dobbiamo l’opportunità ed il privilegio di porre fine ad una disputa sulla topografia romana durata almeno tre secoli.

Il tempio, ricostruito da Domiziano, rimase intatto fino alla metà del quinto secolo. Nel giugno del 455, i Vandali, guidata da Genserico, saccheggiarono il santuario; le sue statue furono portate via per adornare la residenza africana del re e metà del tetto fu privata delle sue tegole in bronzo dorato. Da quel momento il luogo fu usato come cava di pietre e calcara di marmi a tal punto che solo quel frammento di colonna rimase sul posto a testimoniare la dimensione della distruzione. Un altro pezzo di marmo pentelico fu trovato il 24 gennaio del 1889 vicino al Tullianum (S. Pietro in Carcere). Appartiene alla parte superiore di una colonna ed ha lo stesso numero di scanalature, — ventiquattro. Questo frammento sembra essere stato segato sul posto alla misura desiderata, due metri e dieci cm, e poi trascinato giù per la collina verso la bottega di qualche taglia pietre. Perché fu poi abbandonato a metà strada in una buca o fossa scavata all’uopo, non è dato sapere.

Pannello dall’arco di Marco Aurelio

Il tempio di Giove è rappresentato in antichi monumenti classificati come “rilievi pittoriali”. Ho scelto per la mia illustrazione uno dei pannelli dell’arco trionfale di Marco Aurelio, vicino S. Martina, perché contiene una buona rappresentazione del frontone con Giove seduto tra Giunone e Minerva. La rappresentazione del tempio è approssimativa, visto che il numero delle colonne è ridotto della metà: da otto a quattro[20].

 

2.20 Il Campidoglio come luogo per pubblicare annunci ufficiali.

C’è un’interessante caratteristica del Capitolium che non è molto nota tra quelli che non esercitano la professione di archeologo. Era usato come luogo preposto per la pubblicazione degli atti dello Stato, degli editti e dei documenti affinché il pubblico potesse prendere notizia ed essere informato delle novità in campo amministrativo, militare e politico. Questo fatto è noto da una frase contenuta nei diplomi imperiali con i quali i veterani venivano congedati dall’esercito o dalla marina ricevendo privilegi in riconoscimento dei propri servigi. Questi atti, noti come diplomata honestae missionis, erano incisi su tavolette di bronzo a forma di copertina di libro; l’originale era appeso in qualche luogo del Capitolium ed una sua copia veniva portata a casa dai veterani. Gli originali sono tutti andati perduti, preda dei saccheggiatori, ma copie sono state trovate in ogni provincia dell’Impero da cui gli uomini venivano arruolati[21]

. Queste copie finiscono con la frase: —

 

    "Trascritto (e conforme o verificato) dalla tavoletta originale che è appesa sul Capitolium"

 

    quindi segue l’indicazione di un particolare luogo del Capitolium, come, —

 

    "Sul lato destro del santuario della Fides populi romani

(11 dicembre del 52 d.C.).

    "Sul lato sinistro della aedes Thensarum"

(2 luglio del 60 d.C.).

    "Sul basamento di Quinto Marzio Re, dietro al tempio di Giove" (15t giugno del 64).

    "Sul basamento dell’ ara gentis Iuliae, sul lato destro, di fronte alla statua di Bacco"

(7 marzo del 71).

    "Nel vestibolo, sul muro di sinistra, tra le due volte"

(21 marzo del 74).

    "Sul basamento della statua di Giove Africo"

(2 dicembre del 76).

    "Sulla base della colonna, sul lato interno, vicino alla statua di Giove Africo"

(5 settembre dell’85).

    "Sulla tribuna dei trofei di Germanico, che sono vicini al santuario della Fides"

(15 maggio dell’86).

Confrontando queste indicazioni di luoghi con le date dei diplomi, — sono sessantatre in tutto — sembra che non fossero appesi a caso, ma regolarmente da monumento a monumento, fino a saturare lo spazio disponibile. Nell’anno 93 d.C. non era rimasto alcuno spazio, e il Campidoglio non è più menzionato come luogo dove pubblicare o esibire gli atti del Governo. Da quell’anno in poi si appesero "in muro post templum divi Augusti ad Minervam" cioè dietro la Chiesa di S. Maria Liberatrice.

2.21 Il tempio di Iside e Serapide.

Nella primavera del 1883, esplorando il tratto di terreno tra il Collegio Romano e le Terme di Agrippa, precedentemente occupato dal Tempio di Iside e Serapide, e raccogliendo informazioni archeologiche a riguardo, fui colpito dal fatto che ogni volta che si fecero scavi su ambo i lati di via di S.Ignazio per costruire o ristrutturare le case che la costeggiavano, vennero portati alla luce notevoli esempi di arte egizia. Gli annali delle scoperte iniziano con il 1374, quando, sotto l’abside di S. Maria sopra Minerva, fu trovato l’obelisco oggi in Piazza della Rotonda, insieme con quello oggi visibile a Villa Mattei von Hoffman.

L’obelisco in Piazza del Pantheon

(Foto L.T. 2003).

Nel 1435, Eugenio IV scoprì i due leoni di Nektaneb I, che sono oggi al Vaticano, ed i due in basalto nero, oggi ai Musei Capitolini. Nel 1440 la figura distesa di un dio-fiume fu trovata e seppellita nuovamente. Il Tevere del Louvre ed il Nilo del Braccio Nuovo sembrano essere venuti alla luce sotto il pontificato di Leone X; ad ogni modo, questi fu colui che li fece trasferire al Vaticano. Nel 1556 Giovanni Battista de Fabi trovò e vendette al Cardinal Farnese la statua di Oceano disteso oggi a Napoli. Nel 1719, sotto la Biblioteca Casanatense, fu trovato l’Altare Isiaco oggi al Campidoglio. Nel 1858 Pietro Tranquilli, ristrutturando la propria casa, — vicinissima all’abside della Minerva, — trovò i seguenti oggetti: una sfinge di granito verde la cui testa ritrae la regina Haths'epu, sorella maggiore di Thotmes III, famosa per la sua spedizione sul Mar Rosso recentemente descritta da Dümmichen[22]; una sfinge di granito rosso, creduta una replica romana; un gruppo della giovenca Hathor, simbolo vivente di Iside, che alleva il giovane faraone Horemheb; la statua ritratto del gran dignitario Uahábra, un buon esempio di arte saïtica; una colonna del tempio, coperta di altorilievi che rappresentano una processione di sacerdoti calvi che tengono canopi nelle loro mani; un capitello istoriato con foglie di papiro e fiori di loto; un frammento di bassorilievo egizio in granito rosso, con tracce di policromia.

Nel 1859 Augusto Silvestrelli, il proprietario della casa accanto sullo stesso lato di Via di S. Ignazio, trovò cinque capitelli dello stesso stile e dimensioni che oggi sono, credo, nel Museo Etrusco Gregoriano. Dal momento che non sono mai stati fatti scavi sotto il manto stradale, che è proprietà pubblica, e che non c’era ragione di dubitare che quella striscia di proprietà pubblica contenesse altrettante opere d’arte, chiesi alle Autorità Municipali di poter provare la mia ipotesi, e la mia proposta fu subito accettata. 

2.22 Le molte sculture scoperte nel sito.

La Sfinge di Amasis.

I lavori iniziarono l’11 giugno del 1883. Fu difficile perché dovemmo scavare per una profondità di 6 metri tra case di dubbia statica. La prima ad apparire, alla fine del terzo giorno, fu una magnifica sfinge di basalto nero, ritratto del re Amasis. E’ un capolavoro di scuola saïtica, perfetto persino nei più piccoli dettagli, ed ancora più importante per il suo legame storico con la conquista dell’Egitto da parte di Cambise.

Il cartiglio con il nome del re sembra essere stato cancellato di proposito, sebbene non a tal punto da renderlo illeggibile. Il naso, allo stesso modo, e l‘uraeus, simbolo di regalità, furono ugualmente presi a martellate. La spiegazione di questi fatti è data da Erodoto. Quando Cambise conquistò Saïs, Amasis era stato seppellito da poco. Il conquistatore fece riesumare il corpo dalla tomba regale, lo fece frustare, oltraggiare in vario modo e, alla fine, bruciare, il massimo della profanazione, da un punto di vista egiziano. Il suo nome fu cancellato dai monumenti che lo portavano, in seguito alla sua memoriae damnatio. La sfinge è la testimonianza vivente del drammatico evento. Quando, sei o settecento anni dopo, un Governatore romano dell’Egitto o un mercante romano in attività nella stessa provincia, scelse questa opera d’arte da spedire a Roma come offerta votiva per il tempio di Iside, fece restaurare il naso e l’uraeus, ignorando il significato storico delle sue mutilazioni. Ora entrambe le integrazioni sono state eliminate e non c’è più pericolo di un secondo restauro. Vorrei sottolineare, come curiosa coincidenza, che, così come il nome di Amasis è cancellato dalla sfinge, lo stesso accadde al nome di Hophries, il suo predecessore, cancellato dall’obelisco scoperto nello stesso tempio e oggi in Piazza della Minerva. In questi due monumenti dell’Iseo romano, possediamo una sinossi di storia egizia tra il 595 ed il 526 a.C. .

L’obelisco sul cosiddetto “Pulcino della Minerva”, in Piazza della Minerva.

(Foto L.T. 2003).

L’obelisco sul Pincio , presso Villa Medici.

(Foto L.T. 2003).

Obelisco di Ramesse il Grande.

La seconda opera, scoperta il 17 giugno, fu un obelisco, splendidamente conservato fino alla punta della cuspide, e coperto di geroglifici. Fu cavato ad Assuan, da una vena di granito rosso riccamente colorata e portato a Roma, probabilmente sotto Domiziano, insieme all’obelisco oggi a Piazza del Pantheon. I due monoliti sono quasi identici per dimensioni e fattura e sono fregiati dello stesso cartiglio di Rameses il Grande. Quello che ho scoperto io fu innalzato nel 1887 in memoria dei nostri coraggiosi soldati caduti nella battaglia di Dogali. Il sito scelto per il monumento, la piazza tra la stazione e le Terme di Diocleziano, è troppo largo in proporzione alla sua ridotta dimensione verticale[23]. Due giorni dopo, il 19, abbiamo scoperto due kynokephaloi o kerkopithekoi, alti un metro e mezzo, scolpiti in porfido nero. I mostri siedono sulle loro gambe di cerva, con le zampe a riposo sulle ginocchia. Le loro basi presentano geoglifici finemente incisi con il cartiglio del re Necthor-heb, della tredicesima dinastia sebennitica. Uno di questi kynokephaloi, ed anche l’obelisco, furono certamente visti nel 1719 dai muratori che costruirono le fondazioni della Biblioteca Casanatense. Per qualche ragione sconosciuta, tennero le loro scoperte segrete. Molte altre opere d’arte furono scoperte prima della chiusura degli scavi, negli ultimi giorni di giugno. Tra questi, un coccodrillo in granito rosso; il piedistallo di un candelabro di forma triangolare, con sfingi agli angoli; una colonna del tempio con rilievi rappresentanti una processione isiaca; una porzione di un capitello. Da un punto di vista architettonico, la scoperta più curiosa fu il tempio stesso: con i suoi colonnati e la doppia cella è stato trasportato pezzo per pezzo dalle rive del Nilo a quelle del Tevere. Non è un’imitazione, è una struttura egizia completamente originale, che ha visto prima l’ombra delle palme di Saïs, ed in seguito quella dei pini del Campo Marzio.

Il più antico riferimento degno di fede alla sua esistenza lo dobbiamo a Flavio Giuseppe. Riferisce come Tiberio, dopo l’assalto di Mundus contro Paulina,[24]condannò i sacerdoti alla crocifissione, bruciò il santuario e gettò la statua della dea nel Tevere. Nerone lo restaurò; fu comunque nuovamente distrutto dal grande incendio dell’80 d.C.. Domiziano fu il secondo restauratore, Adriano, Commodo, Caracalla e Alessandro Severo migliorarono e abbellirono il complesso nel corso degli anni. All’inizio del quarto secolo della nostra era, conteneva i propylaia, o torri piramidali, con un ingresso ad ogni estremità del dromos: una vicino all’attuale chiesa di S. Stefano del Cacco, l’altra vicino a quella di S. Macuto. Erano fiancheggiate da una o più paia di obelischi, di cui, finora, sei sono stati recuperati; oggi si trovano: uno a Piazza della Rotonda, il secondo a Piazza della Minerva, un terzo a Villa Medici, un quarto a Piazza della Stazione[25], un quinto nello Sferisterio ad Urbino e frammenti di un sesto nella collezione Albani.

Dai propilei, un dromos, o corridoio sacro, conduceva al doppio tempio. Al dromos appartenevano i due leoni oggi al Museo Etrusco Gregoriano, i due leoni ai Musei Capitolini, la sfinge della regina Hathsèpu nella Collezione Baracco, la sfinge di Amasis e la sfinge Tranquilli in Campidoglio, la giovenca Hathor e la statua Uahábra nel Museo Archeologico di Firenze, i kynokephaloi di Necthor-heb, il kynokephalos che diede il nome popolare di Cacco (corruzione di macaco) alla chiesa di S. Stefano, la statua appartenuta alla Collezione Ludovisi, il Nilo del Braccio Nuovo, il Tevere del Louvre, l’Oceano a Napoli, il dio-fiume seppellito nuovamente nel 1440, gli altari isiaci del Campidoglio e del Louvre, il tripode, il coccodrillo e vari altri frammenti che si rinvennero nel 1883. Del tempio vero e proprio, possediamo due colonne istoriate con bassorilievi, sette capitelli, — uno al Campidoglio, gli altri al Vaticano, — e due blocchi di granito appartenenti al muro della cella, uno nei Giardini Barberini, uno a Palazzo Galitzin.

L’ultima memoria storica che abbiamo di questo museo egizio dell’antica Roma fu trovata da Delille nel "Cod. Parisin." 8064, in cui è descritto minuziosamente il tentativo di Nicomachus Flavianus di far rivivere la religione pagana nel 394 d.C.[26] La reazione causata da questa esplosione di fanatismo deve essere stata fatale per il tempio. I capolavori del dromos furono abbattuti o comunque danneggiati, i volti dei kynokephaloi nonché i nasi e le zampe delle sfingi furono distrutte, le statue dei faraoni, degli dei , dei sacerdoti, dei dignitari, dei Pastophoroi furono divelte dai loro piedistalli e fatte a pezzi. Quando ebbe luogo questa completa distruzione, la pavimentazione del tempio era ancora libera dai detriti e dal terreno. La sfinge di Amasis, trovata il 14 giugno, era distesa sul fianco sinistro direttamente sul pavimento; le due scimmie erano cadute sulle loro schiene. Non fu fatto invece nessun tentativo per abbattere gli obelischi, almeno quello da me scoperto. Quando il monolite cadde a terra, nell’ottavo o nono secolo, il pavimento dell’Iseum era già coperto da uno strato di detriti spesso un metro e mezzo. Dobbiamo a questa circostanza l’ottimo stato di conservazione dell’obelisco, la cui pesante caduta deve essere stata attutita dal terreno soffice e fangoso.

La reazione causata da questa esplosione di fanatismo deve essere stata fatale per il tempio. I capolavori del dromos furono abbattuti o comunque danneggiati, i volti dei kynokephaloi nonché i nasi e le zampe delle sfingi furono distrutte, le statue dei faraoni, degli dei , dei sacerdoti, dei dignitari, dei Pastophoroi furono divelte dai loro piedistalli e fatte a pezzi. Quando ebbe luogo questa completa distruzione, la pavimentazione del tempio era ancora libera dai detriti e dal terreno. La sfinge di Amasis, trovata il 14 giugno, era distesa sul fianco sinistro direttamente sul pavimento; le due scimmie erano cadute sulle loro schiene. Non fu fatto invece nessun tentativo per abbattere gli obelischi, almeno quello da me scoperto. Quando il monolite cadde a terra, nell’ottavo o nono secolo, il pavimento dell’Iseum era già coperto da uno strato di detriti spesso un metro e mezzo. Dobbiamo a questa circostanza l’ottimo stato di conservazione dell’obelisco, la cui pesante caduta deve essere stata attutita dal terreno soffice e fangoso.

Gli studiosi si sono meravigliati dell’esistenza, ancora ai nostri giorni, di una tale miniera di antichità nel quartiere di Campo Marzio, dove sembra che, nonostante le febbrili ricerche di marmi antichi, questo punto sia sfuggito all’attenzione degli scavatori degli ultimi quattro o cinque secoli. In effetti, non sfuggì alla loro attenzione. L’intera area dell’Iseum, a parte poche eccezioni, è stata esplorata sin dal Medioevo, ma le ricerche erano mirate ad assicurarsi il marmo che poteva essere bruciato per ottenere calce, o riusato in nuove forme. Quale utilità avrebbero potuto avere, a questi fini, il porfido, il granito o il basalto? Questi materiali sono inadatti alla calcinazione e troppo duri per essere rilavorati, furono quindi, volutamente, lasciati in situ. Negli scavi del 1883 ho trovato evidenza del fatto che le cose andarono proprio così. L’obelisco è di granito, il suo piedistallo in marmo. L’obelisco sfuggì alla distruzione, ma il piedistallo fu ridotto in frammenti pronti per la fornace.

2.23 Il tempio di Nettuno. [27]

Le scoperte fatte nel 1878 a Piazza di Pietra, sul sito del Tempio di Nettuno, seguono per importanza quelle appena descritte. Riparando una fogna che corre attraverso via de' Bergamaschi verso Piazza di Pietra, furono dissotterrate le fondazioni di una chiesa alto medievale dedicata a S. Stefano (Santo Stefano del Trullo), insieme con iscrizioni storiche, pezzi di colonne di giallo antico ed altri frammenti architettonici.

Una delle Provincie – dal tempio di Nettuno.

 Da un attento esame delle scoperte, potei accertare che l’intera chiesa era stata costruita con i materiali dell’arco di Claudio a Piazza Sciarra, e con quelli del Tempio di Nettuno a Piazza di Pietra. Per permettere al lettore di apprezzare il valore della scoperta, devo premettere una breve descrizione dello stesso tempio.

Dione Cassio (LIII, 27) afferma che Marco Agrippa costruì nel 26 a.C. il Portico degli Argonauti, con, al centro, un tempio chiamato Poseidonion, come segno di ringraziamento al dio dei mari per la vittoria navale che egli aveva conquistato sui nemici della Repubblica; ma le rovine che esistono oggi in Piazza di Pietra non risalgono all’intervento di Agrippa né all’epoca d’oro dell’arte romana. Appartengono al restauro del tempio fatto da Adriano dopo il grande incendio dell’80 d.C. a causa del quale il Neptunium, o Poseidonion, fu quasi distrutto. La caratteristica peculiare del tempio era un insieme di 36 bassorilievi raffiguranti le 36 province dell’Impero romano all’inizio dell’era cristiana. Questi rilievi erano posti sul basamento del tempio a formare i piedistalli delle 36 colonne del peristilio, mentre gli intercolumni, o spazi tra i piedistalli, erano occupati da un altro insieme di bassorilievi che rappresentavano uniformi militari, insegne e armi peculiari di ognuna delle province.

 

 

 

2.24 I suoi resti a Piazza di Pietra.

Si hanno precise notizie di tutte le 15 province e di tutti i 14 trofei che appartenevano al colonnato di Piazza di Pietra, cioè al lato nord del tempio. Quattro province si trovarono durante il pontificato di Paolo III (1534-50), due durante quello di Innocenzo X (1644-55), due durante quello di Alessandro VII (1655-1667), tre negli scavi del 1878, quattro sono ancora sotto terra o sono andate distrutte in una fornace per la calce. Di nuovo abbiamo un esempio di vergognosa dispersione delle spoglie dell’antica Roma. Quest’ala del tempio ancora si staglia in tutta la sua gloria in Piazza di Pietra; abbiamo undici piedistalli su quindici, altrettanti pannelli degli intercolumni; gli altri sono probabilmente a portata di mano, abbiamo stupendi pezzi della sua trabeazione con le sue ricche decorazioni. Il tempio, la trabeazione e quasi tutti i trofei e le province sono di proprietà pubblica; nulla sarebbe più semplice di rimettere ogni pezzo al suo posto facendo di quest’ala del Tempio di Nettuno la reliquia più perfetta dell’antica Roma. Purtroppo tre province hanno preso la strada di Napoli insieme al resto dei marmi della collezione Farnese, una è stata lasciata nel portico di palazzo Farnese a Roma, cinque province e quattro trofei sono nel Palazzo dei Conservatori, due sono a Palazzo Odescalchi, una a Palazzo Altieri, due pezzi della trabeazione sono usate come rozza panchina nel Giardino delle Tre Pile sul Campidoglio ed un altro è stato usato nel restauro dell’arco di Costantino.

2.25 Il tempio di Augusto

E’ molto strano che, all’inizio della ricerca archeologica che si intraprese con il Rinascimento, ci fosse grande entusiasmo verso pochi strani monumenti, di scarso o nessuno interesse, la cui esistenza sarebbe rimasta altrimenti sconosciuta se non fosse per sporadiche citazioni nei testi classici. Di solito, i topografi del Cinquecento diedero ampio risalto nei propri libri alla columna Maenia, alla columna Lactaria, al senaculum mulierum, alla pila Tiburtina, alla pila Horatia ed ad altre opere di pari insignificanza che, per ragioni a noi ignote, avevano colpito fortemente la loro immaginazione. La tendenza si spense con il corso degli anni, ma mai del tutto. Alcune di queste strutture più o meno bizzarre ancora sopravvivono nei nostri libri e nell’immaginazione della gente. Il posto d’onore[28] in questa lista spetta al ponte di Caligola, che si suppone attraversasse la valle del foro ad un’altezza prodigiosa, così da permettere al giovane monarca di camminare sollevato da terra dalla sua casa sul Palatino fino al tempio di Giove Capitolino. Questo ponte non è citato, ed indicato agli stranieri durante la loro prima visita al Foro, solamente nelle guide, ma è anche rappresentato e descritto in lavori di più alto livello[29], nei quali il ponte è riconosciuto in “resti nascosti sotto una casa che sono stati esaminati e misurati attentamente nonché rilevati da tecnici di notevole esperienza”.

Il ponte non è mai esistito. Caligola si serviva dei tetti degli edifici che già esistevano, superando solo le lacune in corrispondenza delle strade con passerelle temporanee in legno. Questo è chiaramente affermato da Suetonio[30]

nei capitoli XXII e XXXVII e da Flavio Giuseppe, "Antich. Giud" XIX,1,11. Dal palazzo sull’angolo nord est del Palatino, attraversava il tetto del templum divi Augusti, quindi il fastigium basilicae Juliae, infine il Tempio di Saturno vicino al Campidoglio. La strada della Vittoria che divideva il palazzo imperiale dal Tempio di Augusto, il Vicus Tuscus, che divideva il tempio dalla basilica, ed il Vicus Iugarius, tra la basilica ed il Tempio di Saturno, non erano strade molto larghe e potevano essere superate con una passarella. Suetonio e Giuseppe ci dicono di come Caligola a volte interrompesse a metà strada la sua “passeggiata aerea”, e gettasse manciate d’oro dal tetto della basilica alla folla accalcata di sotto. Ho citato questo ponte perché le parole di Suetonio, supra templum divi Augusti ponte transmisso, mi hanno dato l’indizio per l’identificazione delle splendide rovine che troneggiano proprio dietro la chiesa di S. Maria Liberatrice, tra questa e la rotonda di S. Teodoro.

Ben conoscendo la posizione del palazzo di Caligola nell’angolo nord est del Palatino, così come il sito della Basilica Giulia, è evidente che l’edificio che si trova tra i due doveva essere il tempio di Augusto. Questa affermazione è così semplice che mi meraviglio di come non ci fosse arrivato nessuno prima del mio annuncio del 1881. Gli ultimi resti senza nome nei pressi del Foro hanno quindi riguadagnato il loro posto e la loro identità nella topografia di questo quartiere classico.

La costruzione di un tempio in onore del Fondatore dell’Impero divinizzato, fu intrapresa dalla sua vedova Livia e da Tiberio, suo figlio adottivo, e completato da Caligola. Un’iscrizione scoperta nel 1726 nel colombario di Livia sull’Appia antica, cita un C. Giulio Batillo, sacrestano o custode del tempio. Plinio (XII,19,42) descrive, tra le curiosità del luogo, una radice di cannella, di dimensioni straordinarie, posta su un vassoio d’argento. La reliquia fu distrutta dal fuoco durante il regno di Tito. Domiziano deve aver restaurato l’edificio perché il muro posteriore del tempio, il murus post templum divi Augusti ad Minervam, è citato in documenti coevi come il luogo dove venivano affisse le comunicazioni dello Stato. E’ stato scavato una volta sola nel giugno del 1549, quando il Foro, la Via Sacra ed il Vicus Tuscus furono setacciati per fornire marmi per la costruzione di S.Pietro.

Pianta del tempio di Augusto.

 

Resti del tempio di Augusto,

da uno schizzo di Ligorio.

Due documenti mostrano l’eccezionale stato di conservazione in cui fu trovato il monumento. Uno è uno schizzo fatto nel 1549 da Pirro Ligorio, che, grazie alla cortesia del Professor T.H. Middleton[31],riporto dall’originale conservato nella Biblioteca Bodleian; l’altro è una descrizione della scoperta fatta da Panvinio[32]. Il luogo era in una condizione talmente buona che persino la statua e l’altare di Vortumno, descritto da Livio, Asconio e Varrone, furono trovati ai piedi dei gradini del tempio.

 

2.26 Il Sacellum Sanci o santuario di Sancus sul Quirinale.

Il culto di Semo Sancus Sanctus Dius Fidius fu introdotto a Roma molto presto dai Sabini che furono i primi a colonizzare il colle Quirinale. Era considerato il Genio della luce divina, il figlio di Giove Diespiter o Lucetius, il vendicatore della disonestà, il sostenitore della verità e della buona fede, la cui missione sulla terra era assicurare la santità degli accordi, del matrimonio e dell’ospitalità. Da qui i suoi vari nomi e l’identificazione con l’Ercole romano, che era invocato come guardiano della santità dei giuramenti (me-Hercle, me-Dius Fidius). C’erano due santuari di Semo Sancus nell’antica Roma, uno costruito dai Sabini sul Quirinale, vicino alla moderna chiesa di S. Silvestro, da cui prese il nome la Porta Sanqualis delle Mura Serviane, l’altro costruito dai Romani sull’Isola Tiberina (S. Bartolomeo) vicino al tempio di Giove Jurarius.[34] Giustino, l’apologista ed il martire, convinto che Semo Sancus e Simone il mago fossero la stessa persona, descrive l’altare sull’isola di S. Bartolomeo come consacrato al secondo. Deve aver guardato superficialmente al primo dei tre nomi del dio sabino, — SEMONI SANCO DEO, — traducendoli SIMONI DEO SANCTO. L’altare su cui erano scritti questi nomi, proprio quelli visti e descritti da S.Giustino, fu scoperto nella stessa isola nel luglio del 1574, durante il pontificato di Gregorio XIII. L’altare è conservato nella Galleria Lapidaria dei Musei Vaticani, nel primo reparto.

Il santuario sul Quirinale è descritto minuziosamente dai classici. Era ipetro, cioè senza tetto cosicché il cielo potesse essere visto dai fedeli del “Genio della luce celeste”. Il giuramento me-Dius Fidius non poteva essere pronunciato se non all’aria aperta. La cappella conteneva reliquie del periodo regio: la lana, il rocchetto, il fuso e le pantofole di Tanaquilla; i clypea, o medaglioni, di ottone fatti con le monete confiscate da Vitruvio Vacco.

Le sue fondazioni furono scoperte nel marzo del 1881 sotto quello che una volta era il convento di S. Silvestro al Quirinale, ora sede principale degli Ingegneri Reali. Il monumento è a forma di parallelogramma, lungo undici metri e largo sei, con mura di travertino e decorazioni di marmo bianco; è circondato da altari votivi e piedistalli di statue. Non sono sicuro se la notevole opera d’arte che mi accingo a descrivere sia stata trovata proprio in questo posto, ma è una strana coincidenza che durante l’esecuzione degli scavi a S. Silvestro, siano comparsi sul mercato antiquario della città una statua di Semo Sancus ed un piedistallo con il suo nome.

Statua di Semo Sancus.

La statua, qui riprodotta da una fotoincisione, è a grandezza naturale e rappresenta una giovinezza nuda di tipo arcaico. Il suo atteggiamento può essere paragonato ad alcune antiche rappresentazioni di Apollo, ma l’espressione del volto e la plastica di alcune parti del corpo sono realistiche piuttosto che convenzionali. Mancano entrambe le mani cosicché è impossibile stabilire quali fossero gli attributi del dio. Visconti pensa che potesse essere avis Sanqualis o ossifraga, con la clava di Ercole. L’iscrizione sul basamento è molto simile a quella vista da S. Justin:

SEMONI · SANCO · DEO · FIDIO · SACRUM · DECURIA · SACERDOT[UM] BIDENTALIUM ·

Secondo Festo, i bidentalia erano piccoli santuari di divinità di secondo piano, a cui venivano sacrificati bidentes ossia agnelli di due anni. Per questo motivo i sacerdoti di Semo venivano chiamati sacerdotes bidentales. Erano organizzati, come un’associazione laica, in una decuria sotto la presidenza di un magister quinquennalis. La loro residenza, adiacente alla cappella, era ampia e confortevole, con un abbondante fornitura di acqua. La tubatura in piombo con la quale questa veniva distribuita a tutto il complesso fu scoperta nello stesso periodo e nello stesso posto delle statue bronzee di atleti descritte nel capitolo XI del mio "Roma Antica". La condotta è stata trasportata ai Musei Capitolini; la statua ed il suo basamento sono state acquistate da papa Leone XIII e collocate nella Galleria dei Candelabri; le fondazioni del tempio sono andate distrutte.

 

 


Note generali sul Capitolo II

Bibliografia generale: Sugli almanacchi (Notitia, Curiosum), contenenti cataloghi e statistiche degli edifici romani nel IV secolo, vedi Mommsen: Chronograph von 354, etc. in  Abhandlungen der Sächsichen Gesellschaft der Wissenschaften, II volumi, 549; III, 269; VIII, 694. — Preller: Die Regionen der Stadt Rom. Jena: Hochhausen, 1846. — Jordan: Topographie der Stadt Rom. Berlin: Weidmann,II, pp. 1 & 178. — Richter: Topographie der Stadt Rom, 1889, p. 15; id.: Hermes, XX, p. 91. — De Rossi: Piante iconografiche e prospettiche di Roma anteriori al sec. XVI. Roma: Salviucci, 1879. — Guido: Il testo siriaco della descrizione di Roma, etc., nel Bullettino Comunale, 1884, p. 218; and 1891, p. 61. — Lanciani: Ricerche sulle XIV regioni urbane; nel Bullettino Comunale, 1890, p. 115.


Note del Lanciani

[2] Nota del Lanciani: Inscript. 139, I.

[3] Nota del Lanciani: La riproduzione nel testo è tratta dal Corpus Inscriptionum Latinarum, VI. 820.

[4] Nota del Lanciani: La vendita delle pelli delle vittime sacrificate ad Atene nel 334 d.C., solo nei sacrifici di Stato, fruttò 5.500 dracme.

[5] Nota del Lanciani: Vedi Henzen, Bullettino dell' Instituto, 1863, p. 58. — Mommsen: Corpus Inscriptionum Latinarum, vol. I. n  1503.

[6] Nota del Lanciani: Vedi Cicerone: De Divinatione, II. 59, 123. — Preler: Die Regionen, p. 133. — Nibby: Roma Ant., II. p. 334. — Beckner: Topogr., p. 539. — Cavedoni: Bull. dell' Inst. 1856, p. 102. — Visconti: Bullettino Comunale, 1887, p. 154, 156. — Middleton: The Remains of Ancient Rome, ed. 1892, vol. II. p. 233.

[7] Nota del Lanciani: Su questo famoso monumento, vedi Tambroni e Poletti: Giornale arcadico, vol. XVIII., 1823, p. 371-400. — Gell: Rome and its Vicinity, I. p. 219. — Klausen: Aeneas, II. p. 1083. — Canina: Via Appia, I. p. 209-232. — Mommsen: Corpus Inscriptionum Latinarum, vol. I. p. 207, n  807.

[8] Nota del Lanciani: Plinio. Nat.Hist. x.29,41

[9] Nota del Lanciani: Una copia di questa famosa pittura, che si fa risalire al II secolo, è stata trovata in una tomba dell’Esquilino. E’ stata riprodotta e pubblicata da Visconti nel Bullettino Comunale, 1889, p. 340, tav. XI.-XII.

[10] Nota del Lanciani: Vedi gli Annali dell' Instituto, 1854, p. 28.

[11] Nota del Lanciani: Il convento ed il suo giardino occupano il sito della casa di Augusto, i templi di Vesta e Apollo, le biblioteche latina e greca e il Portico delle Danaidi, descritti in Roma Antica, cap.. V., p. 109. La proprietà è successivamente passata alle famiglie Mattei, Spada e Ronconi nonché a Charles Mills. La sua decorazione più bella è un portico costruito dai Mattei nel XVI secolo su progetto di Raffaellino del Colle. Questo pupillo di Raffaello fu anche l’autore degli stupendi affreschi rappresentanti Venere e Cupido, Giove ed Antiope, Ermafrodite e Salmazia ed altri soggetti incisi da Marcantonio ed Agostino Veneziano. Questi affreschi, gravemente danneggiati dal tempo e dall’incuria, furono restaurati nel1824, da Camuccini, a spese del Sig. Charles Mills.

[12] Nota del Lanciani: Vedi Lanciani - L' itinerario di Einsiedlen, in Monumenti antichi pubblicati dalla Accademia dei Lincei, 1891.

[13] Nota del Lanciani: Questa iscrizione è talmente interessante che si riporta, nella versione edita dal Mommsen,in appendice al libro

[14] Nota del Lanciani: Codex Vatic. 7,721, f. 67.

[16] Nota del Lanciani: Vedi Rycquius: De Capitolio Romano. Leyden, 1669. — Bunsen: Beschreibung der Stadt Rom, III. A, p. 14. — Hirt: Der capitolinische Jupitertempel, in Abhandlungen der Berliner Akademie, 1813. — Dureau de la Malle: Mémoire sur la position de la roche tarpeienne, in Mémoires de l'Academie des Inscriptions, 1819. — Niebuhr: Römische Geschichte, I. 5,588. — Mommsen: Bullettino dell' Instituto, 1845, p. 119. — Lanciani: Il tempio di Giove Ottimo Massimo, nel Bullettino comunale, 1875, p. 165, tav. XVI. — Jordan: Osservazioni sul tempio di Giove Capitolino.Lettera al sig. cav. R. Lanciani, Roma, 1876. — Hülsen: Osservazioni sull' architettura del tempio di Giove Capitolino, in Mittheilungen des deutschen archäologischen Instituts, römische Abtheilung, 1888, p. 150. — Audollent: Dessin inédit d'un fronton du temple de Jupiter Capitolin, in the Mélanges de l'Ecole française, giugno 1889.

[17] Nota del Lanciani: Vedi Bullettino Comunale, 1886, p. 403; 1887, p. 14, 124, 251; 1888, p. 138. — Mommsen: Zeitscrhift für Numismatik, XV. p. 207-219.

[20] Nota del Lanciani: La stessa illustrazione è stata scelta da Middleton: The Remains of ancient Rome, vol. I. p. 363. — I rilievi del frontono sono noti anche grazie ad uno schizzo di Pierre Jacques del 1576 pubblicato da Audollent in Mélanges, 1889, intavola II.

[21] Nota del Lanciani: Vedi Clemente Cardinati: Diplomi imperiali di privilegi. Velletri, 1835. — Joseph Arneth: Zwölf römische Militärdiplome, Wien, 1843. — Mommsen: Bullettino dell' Instituto, 1845, p. 119; Annali dell' Instituto, 1858, p. 198; Corpus Inscriptionum Latinarum, vol. III, parte II. p. 843. — Léon Rénier: Recueil des diplomes militaires, première livraison, Paris, 1876.

[22] Nota del Lanciani: Die Flotte einer ägyptischen Königin aus dem siebzehnten Jahrhundert.

[24] Nota del Lanciani: Vedi Flavio Giuseppe, Antich. Giud., XVIII. 4.

[26] Nota del Lanciani: Vedi Morel: Revue Archéologique, 1868. — De Rossi: Bullettino di archeologia cristiana, 1868.

[29] Nota del Lanciani: Vedi Parker's Forum Romanum, London, 1876, tavole XXIII. e XXIV.

[31] Nota del Lanciani: Successivamente è stato pubblicato dallo stesso Middleton nel suo Remains of Ancient Rome, vol. I. p. 275, fig. 35, da una fotoincisione dell’originale.

[32] Nota del Lanciani: Nel Cod. Vat., 3,439, f. 46.

[33] Nota del Lanciani: Vedi Dressel: Bullettino dell' Instituto, 1881, p. 38. — Lanciani: Bullettino Comunale, 1881, p. 4. — Visconti: Un simulacro di Semo Sancus, Roma, 1881. — Preller: Römische Mythologie, p. 637.

[34] Nota del Lanciani: Apolog. 26.


Note di Bill Thayer

[1] Nota di Thayer: Plinio il Vecchio in effetti non esaltò mai il Tempio della Concordia. Oltre ad un passo in cui lo cita nel Libro 33, ne fa molte volte menzione (per lo più nei libri  34 e 35, ma anche nei libri 36 and 37) ogni volta però non per la sua bellezza: piuttosto — probabilmente questo intendeva dire il nostro autore — per le molte e straordinarie opere d’arte ivi ospitate. Nonostante questo, Plinio non si dilunga in dettagli su queste sculture ed opere di pittura, né si lascia a commenti entusiastici, piuttosto ne fornisce un asettico elenco.

[27] Nota di Thayer: Questo edificio è oggi comunemente identificato con il Tempio di Adriano. Quell’imperatore, almeno agli occhi degli archeologi, si macchiò di una colpa: sebbene avesse costruito molti templi e monumenti, è noto che appose la sua “firma” solamente ad uno, quello in onore di Traiano. D’altra parte, in questo caso la colpa non fu sua, dal momento che quando il tempio fu costruito, era già morto: si tratta del tempio costruito in suo onore dal suo successore Antonino Pio.

[28] Nota di Thayer: Sebbene scrivesse 13 anni dopo il Lanciani, Christian Hülsen credeva ancora all’esistenza di questo ponte, al punto di attribuire alcune murature ad uno dei suoi piloni (Il Foro Romano, Section XXIX); ancora 24 anni dopo, Platner-Ashby destina a questa costruzione, tanto improbabile da realizzare quanto da crederci, alcuni passi nel loro Dizionario Topografico (Pons Caligulae).

[30] Nota di Thayer: In effetti, questo autore (Cal. 37) dice semplicemente che Caligola era solito gettare manciate di monete dal tetto della Basilica Giulia; questo non è il passaggio (Cal. 22) in cui parla delle….. “pontificazioni” aeree dell’Imperatore.


Note del curatore

[15] Attuale sede della Direzione Generale dell’Agenzia del Demanio, su via XX settembre.

[18] Elementi decorativi a forma di teschi di bue. La località Capo di Bove, presso la tomba di Cecilia Metella, sull’Appia antica, prende il nome da questo tipo di decorazione visibile ancora oggi sul sepolcro, come mostra quest’immagine (Foto L.T. 2003).

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[19] Il pannello si torva al Museo Nazionale Romano (Palazzo Massimo, in Piazza dei Cinquecento)

[23] L’obelisco è stato nuovamente spostato con la ristrutturazione della Stazione Termini  dopo la seconda guerra mondiale. Si trova oggi davanti a Palazzo Massimo, sede del Museo Nazionale Romano.

[25] Oggi Piazza dei Cinquecento. Vedi nota 23.


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