La battaglia del Solstizio
15-24 giugno 1918
(con particolare attenzione al Basso Piave)

a cura di Carlo Dariol

Un passo indietro

(vai direttamente alla Battaglia del Solstizio)

28 giugno 1914: l’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, e la moglie Sofia di Hoheneberg vengono uccisi da due irredentisti serbi a Sarajevo. Questa è, secondo le cronache, la causa scatenante della Prima Guerra Mondiale. L’Austria dichiara guerra alla Serbia, la Russia interviene a fianco della Serbia, la Francia si mobilita, l’Impero Tedesco dichiara guerra a Russia e Francia e invade il Belgio neutrale, l’Inghilterra interviene a sua volta a fianco di Francia e Russia.
Ma può aver l’attentato di Sarajevo, per quanto grave, avere da solo dato il via a un conflitto che ha coinvolto Paesi di tre continenti? Naturalmente no, altrimenti, quante altre “guerre mondiali” si sarebbero combattute nel corso della storia dell’umanità? È necessario quindi, per capire meglio i “perché” e i “come”, analizzare in modo un po’ più approfondito la situazione sociale e politica internazionale nel decennio che precede lo scoppio della cosiddetta Grande Guerra.

Dal 1870 al 1914 l’Europa vive un lungo periodo di pace: la diffusione di mezzi di trasporto sempre più veloci, i progressi della chimica e della medicina, lo sviluppo industriale sono solo alcuni elementi che contribuiscono al mutamento radicale della vita in Europa all’inizio del XX secolo.
In questo quadro di “spinta in avanti” e di miglioramento delle condizioni generali, naturalmente non tutto è perfettamente sotto controllo: a tensioni di vecchia origine tra popoli europei se ne aggiungono altre più recenti che vanno a complicare i già complessi rapporti internazionali, e non solo nel vecchio Continente.

Schematizzando il più possibile vediamo quali sono i motivi di attrito che si presentano in Europa al momento dell’attentato all'Arciduca Francesco Ferdinando.

  • La Francia, sconfitta dalla Germania nella guerra franco – prussiana, ha perso (1870) l’Alsazia e la Lorena, due regioni di fondamentale importanza economica per le loro riserve minerarie. La Francia non ha mai accettato la sconfitta e coltiva speranze di rivincita.
  • L’Impero Austro-Ungarico è estremamente vasto e ospita sul suo territorio una grande varietà di popoli che hanno poco in comune culturalmente, storicamente, perfino linguisticamente con il gruppo dominante austriaco. In particolare è pressante il problema dei movimenti indipendentisti nelle province balcaniche (e tra questi movimenti spicca quello degli slavi). La disparità esistente all’interno del grande Impero è ancora più evidente se si scorrono alcune cifre: su 51 milioni di abitanti 12 milioni sono tedeschi; 10 milioni ungheresi; 5 milioni polacchi; 8 milioni cechi e slovacchi; 4 milioni russi; 3 milioni rumeni; 7 milioni sloveni, croati e serbi; 2 milioni tra italiani e altri. È evidente che una situazione così composita rappresenta un focolaio di continue e gravi tensioni.
  • La Russia non ha mai rinunciato ad avere uno sbocco sul mare Mediterraneo, quindi la strada migliore da percorrere per raggiungere questo obiettivo è quella di sostenere, contro l’Austria, tutte le velleità indipendentiste dei paesi slavi che sul Mediterraneo si affacciano.
  • L’Inghilterra, patria della Rivoluzione Industriale e sovrana assoluta nel regno della produzione industriale, vede insidiato il proprio primato da una Germania che progredisce prepotentemente e che, tra l’altro, favorisce un militarismo senza eguali in tutta Europa. Basti pensare che nel giro di 20 anni (dal 1893 al 1913) i militari arruolati nella marina tedesca passano da circa 10.000 a oltre 70.000.

Nel quadro politico europeo si individuano due schieramenti determinati dalle due alleanze che si erano create a cavallo dei due secoli. Se infatti nel 1882 Austria, Germania e Italia danno vita alla Triplice Alleanza, nel 1908 Russia, Francia e Inghilterra hanno risposto con un patto chiamato Triplice Intesa.

Torniamo quindi al 28 giugno 1914 e all’attentato di Sarajevo. L’Austria non può ignorare la gravità dell’uccisione dell’Arciduca, né vuole lasciarsi sfuggire l’occasione di togliere alla Serbia quell’investitura di nazione guida che gli indipendentisti slavi le riconoscono da tempo (ricordiamo che a compiere materialmente l’attentato furono proprio due serbi, uno studente e un tipografo che dichiararono di avere voluto con il loro gesto opporsi all’imperialismo di Vienna).
La dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia (28 luglio) ha come immediata conseguenza la mobilitazione della Russia in difesa di quest’ultima e quasi contemporaneamente la mobilitazione della Francia. La Germania il 31 luglio dichiara guerra alla Russia e il 2 agosto alla Francia. Cominciano subito le operazioni militari. La Germania. per aggirare il confine franco-tedesco, ben difeso dai francesi, vìola la neutralità del Belgio e invade la Francia: questo sarà il cosiddetto Fronte Occidentale. L’invasione del Belgio scatena l’intervento dell’Inghilterra a fianco della Francia e della Russia e crea qualche difficoltà alla Germania, data la superiorità della flotta inglese e la inesauribile scorta di risorse sulla quale l’Inghilterra può contare grazie ai paesi del Commonwealth che assicurano rifornimenti continui.
Sul fronte occidentale i combattimenti sono particolarmente impegnativi perché da un lato i Francesi cercano di non perdere la possibilità di contatto e di comunicazione con l’Inghilterra e dall’altro i Tedeschi tendono proprio a troncare questa possibilità. È di grande importanza l’intervento della Turchia a fianco dell’Austria e della Germania (31 ottobre) perché in questo modo gli Imperi Centrali impediscono che Occidente e Russia possano comunicare attraverso lo stretto del Bosforo e i Dardanelli.

E l’Italia? Quale posizione prende il nostro Paese? I termini in cui era stata stipulata la Triplice Alleanza consentono al governo italiano di non intervenire accanto all’Austria subito dopo la sua dichiarazione di guerra alla Serbia. Il 3 agosto, infatti, l’Italia dichiara la propria neutralità, rimanendo così, almeno inizialmente, estranea al conflitto. Come è naturale però in Italia si accende un vivacissimo dibattito tra le forze politiche, gli intellettuali, gli organi di stampa e la gente qualsiasi: si creano due schieramenti opposti, uno favorevole al mantenimento della neutralità (i neutralisti) e l’altro, invece, favorevole all’intervento in guerra (gli interventisti). Motivazioni e composizione dei due opposti schieramenti sono estremamente varie.
Tra i neutralisti si contano i socialisti contrari per principio alla guerra tra popoli, soprattutto se voluta da governi borghesi; i cattolici che da una posizione iniziale decisamente neutralista (secondo le indicazioni di papa Pio X) passano ad ammettere una sorta di inevitabilità della guerra in presenza di particolari circostanze (sotto il papato di Benedetto XV); i giolittiani, cioè i sostenitori di Giovanni Giolitti e di quanti pensano che l’Italia non sia affatto pronta per affrontare una guerra, soprattutto se contro l’Inghilterra.
Tra le file degli interventisti, invece, si collocano coloro che, seguendo gli ideali risorgimentali, pensano di avere ancora dei conti in sospeso con l’Austria per via di Trento e Trieste non ancora entrate a far parte del territorio nazionale italiano; i nazionalisti poi sono sostenitori della guerra a tutti i costi, e a favore della guerra sono anche i Futuristi che la ritengono la “sola igiene del mondo”, per usare le parole care al loro intellettuale di spicco, Tommaso Marinetti. Secondo Marinetti e i suoi seguaci, una società per progredire e per dimostrare la propria potenza deve “agire” senza timori di alcun genere, in nome della grandezza della propria nazione. Ecco perché i futuristi inneggiano alla violenza, al mito della forza che la guerra esalta e al conseguente disprezzo del pacifismo considerato una forma di vigliaccheria.
Su questa posizione è anche Benito Mussolini il cui nome comincia a comparire prima come direttore, neutralista convinto, del quotidiano socialista “Avanti!” e poi, accesissimo interventista, nelle pagine de “Il Popolo d’Italia”, giornale di sua fondazione (il 14 novembre 1914 scrive: “Oggi la propaganda antiguerresca è la propaganda della vigliaccheria”).
La posizione neutrale dell’Italia non dura a lungo, ma non perché gli interventisti siano più numerosi dei neutralisti quanto perché i primi sanno “propagandarsi” meglio, sanno meglio sfruttare i mezzi di comunicazione (giornali e riviste) e l’efficacia delle piazze (comizi, manifestazioni, slogan, ecc.). Mentre nel Paese il fermento cresce, il governo presieduto dal Salandra avvia delle trattative segrete prima con l’Austria (che falliscono) e poi con le nazioni della Triplice Intesa che approdano, invece, ad un accordo: il Patto di Londra (25 aprile 1915). In base a quest’ultimo, l’Italia si impegna ad intervenire entro un mese a fianco dell’Intesa ricevendo in cambio la promessa di concessioni territoriali: il Trentino, il Sud-Tirolo e l’Istria fino al Golfo del Quarnaro.
Entro un mese, in Italia significa... fra un mese.

Nelle nostre zone ci si prepara rassegnati all’entrata in guerra: lo annunciano le restrizioni economiche che vengono applicate ormai da tempo.
Passato il mese, il 24 maggio 1915 l’Italia entra in guerra contro l’Austria aprendo in questo modo un nuovo fronte nelle zone di confine tra il Regno d’Italia e l’Impero Austro-Ungarico.

Allo scoppio della guerra nel 1914 il potenziale di soldati nelle varie nazioni è il seguente:
Gran Bretagna:

710.000

Francia:

1.250.000

Russia:

1.200.000

Italia:

750.000

Germania:

2.200.000

Impero austro-ungarico:

810.000

Al potenziale bellico umano va però aggiunta la produzione di armamenti che, grazie al progresso della tecnica, modificherà profondamente il modo di combattere: dal 1915 al 1918 la produzione di autoveicoli, di mitragliatrici, di motori ha un sorprendente balzo in avanti. Ma i micidiali strumenti di guerra non finiscono qui: carri armati, cannoni con potenza sempre maggiore, sommergibili, corazzate, cacciatorpediniere, aeroplani e poi ancora mortai, gas tossici, bombe a mano, lanciafiamme. È chiaro a tutti che non sarà una guerra come quelle del passato... quando le guerre erano lo sport dei nobili.

La ferrovia e la strada Mestre–San Donà–Portogruaro divengono le arterie principali per l’afflusso al fronte delle truppe, del materiale bellico e di tutti i sevizi logistici della linea del basso Isonzo e del Carso; per breve tempo San Donà è sede dell’Intendenza delle III armata, comandata da Cadorna. All’inizio si teme che il ponte stradale, ultimato nel 1886, non possa reggere al passaggio dei grossi convogli su camion, non previsti quando era stato costruito: invece da prova di stabilità.

Le previsioni tedesche di una guerra rapida vengono deluse, soprattutto dalla tenace capacità di resistenza dell’Intesa, in particolar modo della Francia, che riesce a contenere l’avanzata tedesca sul fronte occidentale e impegna il nemico in una logorante guerra di posizione. L’esercito francese costruisce, infatti, un sistema di trincee di circa 800 chilometri che controlla e difende quasi tutto il confine orientale francese. Le trincee sono dei fossati scavati dai soldati, difesi da cordoni di filo spinato dove gli uomini, costantemente di guardia, difendono la loro posizione soprattutto con le mitragliatrici. I comandanti però, per sbloccare la situazione, non rinunciano ad ordinare incursioni e assalti nei territori nemici, guadagnando così a volte pochi metri di terreno ad un costo elevatissimo di vite umane. Per chi rimane ferito durante questi attacchi disperati, le possibilità di sopravvivenza sono poche, visto che in trincea le condizioni igienico?sanitarie sono molto precarie né il personale medico è sufficiente a far fronte alle necessità. L’unica speranza è quella di riuscire a raggiungere gli ospedali militari, lontani dal fronte. Di trincea è anche la guerra che si combatte in Italia, sull’Isonzo, tra il Brenta e l’Adige, sull’Altopiano di Asiago.
L’esercito italiano non è preparato a sostenere lunghi anni di guerra: mancano non solo armi e preparazione militare, ma anche capi di vestiario e scarpe adatti a sopportare i lunghi e freddi inverni di montagna.

Si capisce che è guerra di popolo e non solo di truppe perché il popolo ne è direttamente investito. Dapprima attraverso le tristi notizie dei soldati caduti al fronte. Poi il 27 marzo 1916 la guerra fa la sua apparizione diretta nei nostri territori: aerei austriaci sganciano bombe in vari punti del territorio di San Donà, in particolare a Chiesanuova, fortunatamente senza arrecare danni. Qualche mese dopo, il 16 ottobre, un’incursione aerea mira a colpire il ponte sul Piave, senza successo. Ma a parte questi episodi, nel Basso Piave le cose sembrano rimanere tranquille: la battaglia infuria sul Carso, sul S. Michele, sul monte Nero, la Bainsizza, il Sabotino e il Podgora: lì i morti si accumulano sopra i morti nelle battaglie dell’Isonzo.

1917

Nel 1917 gli eventi sono tali da creare le condizioni che portano allo sblocco della situazione di stallo. La Russia esce dal conflitto a causa dei gravi problemi interni che hanno determinato la caduta del regime zarista, liberando così austriaci e tedeschi dal controllo del fronte orientale. Ma d’altro canto gli USA entrano in guerra a fianco dell’Intesa.
Chi combatte la propria guerra stando a casa, nelle campagne di Croce [Fossalta, Zenson...] e dei dintorni, lamenta che i giovanotti sotto le armi sono forza lavoro sottratta alla fatica dei campi il cibo ormai scarseggia per tutti, gli uomini al fronte da anni hanno lasciato il loro posto di lavoro alle donne, nei campi e nelle indistrie, ma non vi sono industrie nelle nostre zone. Nelle città a vocazione industriale le donne diventano l’asse portante della produzione industriale, prevalentemente bellica. I governi inaspriscono la pressione fiscale per sostenere le spese crescenti. Nelle città si fanno sempre più frequenti gli scioperi degli operai che chiedono migliori condizioni di lavoro; nelle campagne la vita scorre quasi uguale a se stessa, se non fosse per quelle braccia così utili che ora imbracciano un’arma perché la regina vuol vedere Trieste... Al fronte, d’altro canto, si intensificano le insubordinazioni dei soldati stremati dalla vita militare: gli attacchi frontali voluti di Cadorna (le famose “spallate”) non hanno prodotto che decine, centinaia di migliaia di morti e nessun risultato apprezzabile in termini di conquiste. Cadorna tratta gli uomini come numeri: basta insistere ed essere votati al sacrificio per la Patria: cosa naturale per lui che non va in prima linea.

25-28 ottobre 1917: Caporetto

I giornali da qualche giorno danno notizie incerte e preoccupanti sulle battaglie del Carso. C’è stato un attacco austriaco. Tedesco, si precisa.

Agenzia Stefani:
“Le forze di cui dispone il nemico tra il Fella e il mare sono da noi conosciute. Molte sono austriache ma la massa operante, la forza viva dell’attacco nemico è data dai tedeschi, così come è dei tedeschi la cura più meticolosa con cui l’offensiva è stata preparata.”

Dev’essere successo qualcosa di tremendo.

Nel Basso Piave la notizia della rotta di Caporetto giunge il 26 ottobre ma che la situazione stia precipitando lo si constata due giorni dopo, quando si vedono passare dapprima gruppi di fuggiaschi, quindi movimenti di militari provenienti dal Friuli, e dietro a questi, colonne di donne, bambini e vecchi, con carri agricoli, carriole ed altro, carichi di masserizie e oggetti vari: tutti che scappano per paura delle truppe nemiche, le quali stanno avanzando rapidamente e occupando un paese dopo l’altro... una fiumana di gente che cerca scampo verso i paesi oltre il Piave, verso ponente, forse pensando già allora che solo il Piave fermerà il nemico.

I soldati stanchi e a disagio per essere stati sottoposti a sforzi immani e a un sistema di comando tanto duro nelle repressioni quanto inefficiente, non ne possono più della guerra: loro attraversano queste zone gridando «Viva Giolitti!» e «Viva il Papa!»
Per mesi e mesi il Generale Cadorna ha parlato di “disfattismo” accusando il governo di non sostenerlo abbastanza e le forze politiche contrarie alla guerra di boicottare la sua azione, ma con l’andar dei giorni affiorano le sue responsabilità per la disfatta, insieme con quelle politiche del debole governo Boselli.
La concreta possibilità di un tracollo dalle conseguenze difficilmente valutabili agisce come uno shock sullo spirito del Paese. Anche i socialisti, da sempre contrari al conflitto, danno il loro appoggio per fronteggiare il nemico, contribuendo alla nascita di un governo di unità nazionale alla guida di Vittorio Emanuele Orlando, il quale lancia alla nazione il vigoroso appello a “resistere” ad ogni costo.

Sono i primi giorni di novembre del 1917. Le incursioni di aerei nemici si fanno sempre più frequenti, e mentre di giorno mirano ai ponti per tentare di sbarrare la ritirata agli italiani, di notte si spingono fino a Venezia, bombardando l’Arsenale ed altri obbiettivi importanti.
La guerra, che prima è stata una realtà lontana, ora si manifesta in tutta la sua crudezza: il Basso Piave diventa improvvisamente area ad altissimo rischio. L’avanguardia dell’esercito Austriaco è alle porte.
Le campane dei campanili vengono requisite per farne artiglierie.
Il ponte sul Piave che collega le sponde di Musile e di San Donà, già preso di mira dal nemico durante alcune incursioni aeree, resiste intatto.
Colonne interminabili di camion, carrette militari, artiglierie leggere e salmerie con muli, cavalli e soldati che portano al sicuro attrezzature materiali di scorta, vettovagliamenti e altro, lo attraversano e si dirigono verso ovest, dove a pochi chilometri dal fiume è necessario creare le basi logistiche di appoggio alle truppe che stavano per arrivare.

Durante la ritirata al Piave, la Marina, che ha la sua base a Grado, deve assolvere a un duplice compito: difendere le coste da possibili attacchi da parte di naviglio nemico e smontare tutti gli impianti per non farli cadere preda degli austrotedeschi.
La distruzione delle attrezzature della base di Grado e il trasporto dei pontoni e delle artiglierie al di qua del Piave, anche se con inevitabili perdite, vengono compiuti con grande impegno e ordine e, visto il limitato tempo a disposizione, con un successo insperato. Il 5 novembre i pontoni armati, trainati sotto costa da Grado, saranno già nascosti e messi in postazione nei canali tra le barene e i canneti della laguna di Venezia.

Dal 3 (al 7) novembre i primi ministri inglese e francese, Lloyd George e Painlevé, si incontrano a Rapallo con quello italiano, Orlando, e con i generalissimi della guerra.
Il 4 novembre il Comando Supremo ha già preso la decisione di ordinare il ripiegamento delle armate sul lato destro del Piave.
Il 5 novembre nei paesi sulla riva del Piave arriva l’ordine ufficiale di sgombero ma già da qualche giorno molte famiglie hanno raccolto le loro masserizie sui carri per iniziare il loro tragico esodo. Il Sindaco di San Donà fa chiudere in 30 sacchi i registri dello Stato Civile, i valori dell’esattoria e della Banca Popolare, i documenti essenziali del Comune e dei Consorzi di Bonifica e, dopo averli caricati su di un autocarro militare, li fa trasferire a Marano Veneziano, poi per via fluviale a Venezia e da qui a Firenze. La sua partenza lascia senza guida la parte di popolazione intenzionata a rimanere in paese. Partono anche i Sindaci di Musile e di Fossalta. Il Vescovo Longhin invita i preti a rimanere: non sa che sul Piave c’è l’obbligo di sgomberare.
La gente pressa, intasa continuamente il comando militare, per avere notizie precise e consigli. Non vuole abbandonare il paese, che pure si va spopolando. Ma come si fa ad abbandonare la casa, adesso che nel granaio c’è il raccolto dell’annata, in cantina le botti del vino, le mucche nella stalla, il cavallo, le galline... Cosa fai, lasci tutto? Il lavoro di una vita...

Il 6 novembre 1917 don Natale Simionato, parroco di Croce, mette in salvo i registri parrocchiali a Meolo e parte con la sorella Anna prima per Zelarino, poi da lì per S. Lazzaro Parmense.

Il 7 novembre don Gallina, parroco di Fossalta, è costretto ad andarsene: le autorità militari gli chiedono addirittura le chiavi della chiesa per destinarla a luogo di rifugio della truppa e posto di osservazione.

Il bollettino degli Alti Comandi italiani del 7 novembre annuncia: “Data la scarsa difendibilità del Tagliamento, attualmente in magra, abbiamo ripiegato la nostra linea verso la Livenza”. L’omissione è evidente: una linea sulla Livenza non può arrestare la fortissima pressione avversaria, sarà il Piave la nuova fronte.

La popolazione è allo sbando, priva di informazioni e di ordini se non quello di “sgomberare!”, mentre l’assillante dubbio strategico dei militari e dei politici italiani e alleati è: resistere sul Piave o ritirarsi sulla linea Mincio-Adige? Cadorna per conto suo quel dubbio l’ha già risolto: ancora il 5 novembre ha scritto alla moglie: “Sto organizzando febbrilmente la linea del Piave, dove faremo estrema difesa, perché un ulteriore ripiegamento sarebbe la perdita di ciò che rimane dell’esercito...” Cadorna non sa che sta per essere sostituito.

La sostituzione di Cadorna

Il giorno 8 un comunicato annuncia l’escamotage che permette la rimozione del Generale Cadorna da capo di Stato Maggiore voluta dagli alleati e con il favorevole consenso del Governo italiano: “Essendo stato deciso nei colloqui di Rapallo di cerare un Consiglio Supremo politico fra gli Alleati per tutto il fronte occidentale: per la Francia il generale Foch, per l’Inghilterra il generale Wilson e per l’Italia il Generale Cadorna, a sostituire il generale Cadorna nel Comando Supremo è stato con Regio Decreto d’oggi nominato Capo dello Stato Maggiore del Regio Esercito il generale Diaz, e come sotto-capi i generali Badoglio e Giardino.” La sintassi l’ho migliorata io. In quel momento Diaz è a Meolo, al quartier generale del suo Corpo d’Armata di cui cede il comando al generale Petitti di Roreto. Scriverà due giorni dopo nel suo diario di guerra Paolo Caccia Dominioni, ufficiale subalterno, veterano del Carso e dell’Isonzo, protagonista di un composto e ben organizzato ripiegamento da Quota Innominata/Ronchi sin alle retrovie emiliane.

“Sono stato a Parma per ricostruire il corredo scomparso durante la ritirata. Ho avuto l’impressione di una cittadinanza consapevole del momento grave. Mi ha fermato, con aria decisa, un borghese, si è fatto conoscere come brigadiere dei carabinieri (ha mostrato i suoi documenti) e mi ha pregato di accompagnarlo in caserma. Un capitano mi ha interrogato a lungo, arricciandosi i baffi, e si è convinto della mia regolare posizione e dell’autenticità dei miei documenti. Mi ha messo in libertà e quando ho chiesto le ragioni dell’inchiesta, ha risposto: “Il brigadiere si era messo in mente che lei fosse una spia austriaca travestita: aveva trovato, chissà perché, che il suo tipo non fosse italiano”. Tornando qui, a mezzogiorno, eravamo riuniti per brindare a quattro dei nostri che lasciano la compagnia con quaranta uomini, destinati a rinsanguare, sugli altipiani, la 5^ compagnia che ha avuto molte perdite: i tenenti Corrado, Forte e Barbato, con il sottotenente Franceschini. Al momento stesso in cui avevano alzato i bicchieri, qualcuno è entrato dicendo: “Ma come, non lo sapete ancora? Cadorna è stato silurato, il successore è Diaz”. Si sono veduti i bicchieri scendere e fermarsi sul tavolo: nessuno, lì per lì, ha avuto voglia di bere. Nessuno di noi conosce Diaz, ma qualcuna delle nostre sezioni proviene proprio dal suo corpo d’armata, il XXIII: non se ne sentiva parlare mai; in trincea ci veniva pochino. Era logico che Cadorna se ne andasse, perché tale è la regola, dopo ogni catastrofe. Non siamo certo noi, troppo in giù nella gerarchia, e completamente all’oscuro degli ultimi fatti, a poter giudicare: ma santo Dio, noi ci aspettavamo qualche grosso nome per la successione, magari di generale giovane, scelto tra quelli che i soldati conoscono bene, non necessariamente di corpo d’armata. Si sono fatti, tra noi, diversi nomi: e si era tutti d’accordo, qui si tratta di salvare la baracca, non di rispettare meccanicamente le deplorevoli leggi dell’anzianità. Ma esaminati a uno a uno quei nomi, non ci sono parsi adeguati. Il fegato e la competenza dimostrati da un Paolini, da un Perra, da un Venturi sono stati efficienti per una brigata o per una divisione, ma i problemi dell’intero esercito sono certamente molto più complessi. Insomma, la notizia non ci è piaciuta, e abbiamo brindato ai compagni, ma in tristezza. Forse abbiamo preso un granchio e Diaz va benissimo.”

Il Re Vittorio Emanuele III, che l’8 novembre si trova alla conferenza di Peschiera in cui intervengono i primi ministri di Inghilterra Francia e Italia., indica su di una cartina il Piave e dichiara: «Resisteremo qui!». Si alza addirittura in piedi per dare maggior risalto alla decisione, ma la differenza non è molta. Gli alleati si stanno già organizzando sulla fronte Mincio-Adige, più ristretta; ma così distante dalla prima da non poterla sostenere. Ai politici sembra che la nazione sarebbe più tranquilla dietro la linea Mincio-Adige… ma solo se l’esercito fosse già sistemato dietro quella linea, dicono i militari: a causa delle retrovie ingombre l’ulteriore ritirata sarebbe stata difficile e pericolosa. E poi non si può lasciare Venezia, unico porto dell’alto Adriatico, in mano al nemico. Diaz: “È necessario che le truppe resistano in prima linea. Il comando Supremo non ha forze di riserva; se le truppe resistono bene; sennò bisogna forzatamente ritirarsi”.

Il ripiegamento, iniziato alle 23 del giorno 8 novembre, si conclude poco dopo l’alba del giorno 9. Lo stesso giorno, dopo il passaggio sulla riva destra le retroguardie italiane, il 9 novembre vengono distrutti i ponti sul Piave: i tre ponti della Priula, quello di Ponte di Piave, i due di San Donà: alle 4 quello ferroviario dopo che è transitato l’ultimo convoglio militare, alle 11 quello stradale quando le avanguardie della I Armata austriaca stanno entrando in San Donà, appena in tempo per consentire il passaggio di reparti di copertura della III Armata. Nel frattempo è stato fatto saltare anche il ponte di Grisolera. (Eraclea allora si chiamava ancora Grisolera). Nei giorni successivi San Donà viene sottoposta ad un sistematico saccheggio da parte degli austriaci. Le truppe si aggirano fra le campagne e razziano quanto era a portata di mano: bestiame, polli, conigli, maiali, uva, frutta ed altro. Il loro comando è costretto a requisire ogni cosa per sfamare i militari.

“La battaglia d’arresto”

I comandi nemici sono a conoscenza che, permanendo le divisioni inglesi e francesi oltre la linea Mincio-Adige, soltanto quanto resta dell’esercito italiano si oppone alla loro avanzata. E sanno che le truppe dell’appena consolidato fronte italiano sono in inferiorità numerica e d’armamento, oltre che, confidano, con morale e spirito bassi. Il tempo necessario di portare avanti il maggior numero possibile di batterie dì artiglieria e di prendere conoscenza dei nuovo campi di battaglia e la potente offensiva degli Imperi Centrali potrebbe avere un grande seguito.

Il 9 novembre Conrad inizia l’attacco sugli Altipiani che va preparando da due settimane. Ha avuto inizio quella che viene chiamata “la Battaglia d’arresto”

San Donà e il Basso Piave sono isolati. Centinaia di persone abbandonano i paesi situati lungo la foce del fiume, riuscendo a passare indenni a pochi chilometri dalle linee austriache. I rifornimenti alle unità austrotedesche, che hanno raggiunto la nuova linea del fronte e che si stanno preparando per attaccare, sono difficoltosi: dalla stazione di Santa Lucia di Tolmino gli autocarri devono percorrere strade dissestate e ponti d’emergenza. Lo schieramento sulla linea del Piave di tutte le forze italiane ancora disponibili viene ultimato il 12 novembre, in quel giorno il nemico prende contatto con la nostra linea. Lo stesso giorno si scatena la devastazione della città, poco prima di mezzogiorno sei batterie aprono il fuoco, sono 10 minuti d’inferno; 24 pezzi a fuoco accelerato martellano San Donà... in pochi minuti 1500 granate piovono sul paese.

All’alba dello stesso 12 novembre gli uomini del 1° “Gebirgsschutzen” di Klagenfurt hanno raggiunto di sorpresa la riva destra del fiume e sono riusciti a penetratare nell’abitato di Zenson. Qui vengono affrontati dalla Brigata Catania (145° e 146°) e, dopo aspri combattimenti casa per casa, sono fatti ripiegare verso il Piave. Al margine di Zenson, appoggiandosi a trincee scavate dagli italiani e a due nidi di mitragliatrici posti agli estremi delle linea di resistenza, gli Schützen riescono a reggere e a formare una testa di ponte.
Il 12 novembre, a Venezia, dai pontoni possono sparare i piccoli e medi calibri e il giorno successivo anche i pezzi da 305 contro le truppe della I Armata di Boroevic che tentano di avvicinarsi a Venezia. Nei giorni seguenti, il 13 e il 14 novembre, reparti della Brigata Pinerolo (13° e 14°) contrattaccano a Zenson, ma i loro assalti vengono infranti dal tiro incrociato delle mitragliatrici austriache. Sempre il 13, mentre la 28a divisione austriaca attacca da Cimadolmo le Grave di Papadopoli, la 10a tenta di passare il fiume a Musile e Intestadura di fronte a San Donà, ma viene respinta dal 139° (Brigata Bari) Il passaggio del Piave Nuovo, più verso la foce di Grisolera, riesce alla 41a Honvéd. Il 140° (Brigata Bari) contrasta l’avanzata ma deve ripiegare sulla linea Piave Vecchia – Caposile – Fiume Sile – Cavazuccherina – Canale Cavetta – Piave Nuovo.
La sera del 15 novembre falliscono nel settore del Montello due tentativi austrotedeschi di passare il Piave: a S. Vito, a sud di Valdobbiadene, e a nord di Nervesa.

Anche la grande offensiva del 16 novembre del XXIV Corpo imperiale, con obiettivo Treviso, benché condotta con grande determinazione, fallisce. Le sue divisioni attaccano: la 24a subito a nord di Candelù, la 64a nel settore di Ponte di Piave. La 24a divisione riesce a far passare sulla destra del Piave il IV/57° galiziano a Casa Folina, ma il III/266° (Brigata Lecce), con il concorso di tiro d’artiglieria, costringe gli austriaci a ripassare il fiume, lasciando prigionieri nelle mani degli italiani. La puntata della 64a divisione si fa subito molto più pericolosa. Il 92° boemo, forte di 4 battaglioni, traghettato il Piave, sfonda le prime linee italiane a Fagarè, piomba su 2 batterie del 51° reggimento da campagna e avanza su S. Bartolomeo. Il contrattacco viene portato dal 18° bersaglieri e dal I/153° (Brigata Novara) ai quali poi si aggiungono reparti del 268° (Brigata Caserta). Dopo duri scontri, protrattisi fino al mattino del 17, con epicentro al Molino della Sega, gli italiani hanno infine la meglio, ricacciando gli assalitori al di là del Piave e facendo numerosi prigionieri. Altri attacchi ungheresi del 17 novembre verso la foce del fiume sono respinti : la zona, già paludosa, è stata allagata dagli italiani con la distruzione delle macchine idrovore

Gli attacchi di questi giorni hanno portato alla completa distruzione dei paesi e delle città lungo il Piave: chiese e ville ricche di storia e d’arte vengono profanate o abbattute. Anche i campanili della riva sinistra sono stati bombardati dai nostri perché da lì non si intravedano le linee al di là del Piave.

Il mese di dicembre 1917 nel settore del Piave è soprattutto dedicato ai lavori di rafforzamento delle difese e a tiri d’inquadramento e di disturbo delle artiglierie, salvo i giorni 4, 9 e l0, 30 e 31.

Il 4 dicembre la Brigata Pinerolo attacca di nuovo la testa di ponte di Zenson, ma senza successo. Anche la 3a Armata ha mantenuto sulla riva sinistra della Piave Vecchia, di fronte al Taglio del Sile, una piccola testa di ponte attorno alle rovine degli edifici dell’Agenzia Zuliani. La posizione, oltre a consentire eventuali operazioni offensive, assicura il controllo del Taglio, basilare linea di rifornimento, e l’occultamento del suo corso all’osservazione e al tiro austriaci. All’alba del 9, con attacco di sorpresa, il 32° Honvéd riesce a occupare la testa di ponte. Ma la notte successiva, con il concorso di plotoni di arditi, il III/226° (Brigata Arezzo) riconquista la posizione. Nuovo attacco ungherese il pomeriggio del 10, con l’impiego di 2 battaglioni del 32°, preceduto da forte preparazione d’artiglieria, respinto dalla difesa italiana. Il giorno 10 un’incursione a Cortellazzo, alla foce del Piave Nuovo, da parte di nuclei d’assalto austriaci, è vanificata dai marinai del battaglione di Marina “Monfalcone” venuta in forza alla 3° Armata.

Il 30 e il 31 dicembre, poiché il tiro delle batterie italiane rende sempre più problematici i collegamenti tra le rive del Piave, creando per i difensori una situazione insostenibile, gli austriaci sono costretti a sgomberare la testa di ponte di Zenson.

Riportiamo uno stralcio del servizio di Guelfo Civinini :

«Grazie a queste nostre reiterate azioni, l’intenzione del nemico di crearsi in quel punto del Piave, che è uno dei più vulnerabili tatticamente, una testa di ponte andò del tutto frustrata. Lo spazio ristrettissimo, e, ad ogni nuovo colpo sempre più restringentesi, non avrebbe mai permesso d’organizzarvi quell’appoggio valido ad un passaggio di forze, in quella ridotta gettata sulla riva avversaria che può costituire una vera testa di ponte. Tuttavia gli austriaci si ostinarono a rimanervi in condizione che poteva dirsi di assediati, circondando il breve tratto dell’argine mantenuto, di tutte le difese possibili: trincee in cemento, reticolati e grovigli di cavalli di Frisia fittissimi e sopra tutto un grandissimo numero di postazioni di mitragliatrici. Chi ha visitato in questi ultimi tempi l’ansa di Zenson, non riesce a trovare, frugando i suoi ricordi sulle nostre linee percorse oltre l’Isonzo, nessun punto in cui la guerra si fosse fatta un nido maligno insidioso e feroce come quello che aveva lungo questa giravolta del Piave. Il grazioso paese era crollato giorno per giorno; non era più che un mucchio doloroso di rovine. Gli orti, i vigneti, i giardini, arati e sconvolti dalle granate, non erano più che una rotta confusione di terra fangosa e di ramaglie stroncate. In mezzo a quella feroce desolazione, a ridosso dell’argine si affondavano nel suolo, strisciavano lungo i fossi le nostre trincee e i camminamenti e si aggrovigliavano i nostri reticolati, stretti addosso alle trincee, ai camminamenti e ai reticolati nemici, in un labirinto che pareva inestricabile. E l’insidia era dovunque: chi era nuovo non riusciva ad orizzontarsi e a capire da che parte fosse il nemico, quali punti fossero riparati, quali scoperti. Vita d’inferno. Raffiche tremende di mitragliatrici, fucilate di tiratori in vedetta, scariche fitte di piccoli cannoni da trincea giungevano inattese da ogni parte, colpivano d’infilata e di rovescio il tratto d’argine occupato da noi, colpivano i nostri alle spalle dei loro ricoveri melmosi, tempestavano da destra, infuriavano da sinistra nello stesso tempo. Certi tratti che parevano più onesti e più quieti erano d’un tratto spazzati da ventate di morte. Il rischio non era apparso mai così tremendo. La vita e la morte erano in giuoco a probabilità pari ad ogni istante. Questa era la condizione dei nostri, condizione affrontata con una serenità superiore ad ogni immaginazione. Ma il nemico era in condizioni assai più dure delle nostre, in posizione addirittura crudele. Chiuso nel cerchio di quel nostro assedio e con tiri delle nostre artiglierie che gli lanciavano continuamente alle spalle un inesorabile fuoco di sbarramento, mentre batterie di bombarde e di lanciatorpedini lo tempestavano in quel suo tragico angolo di resistenza, andava riducendosi a poco a poco allo stremo delle sue forze. Le passerelle che aveva gettate sul fiume erano di continuo distrutte. Invano le riattava a prezzo dei più gravi sacrifici; i nostri cannoni, le stesse bombarde gliele ridistruggevano. La vita gli era divenuta impossibile; spesso non aveva modo di ricevere rifornimenti, gli mancavano. i viveri, gli scarseggiavano le munizioni, non aveva modo di far passare sull’altra sponda i suoi feriti. L’occupazione di Zenson non gli era più di alcuna utilità, gli costava soltanto sacrifici continui e soltanto un rabbioso puntiglio lo teneva ancora lì abbrancato. Sotto un nuovo colpo vibrato gli con grande violenza di fuoco, anche quel puntiglio è caduto. Le sue mitragliatrici, che erano oltre sessanta, non gli sono giovate più a nulla. Sotto l’incalzare della nostra pressione in questi giorni, ha dovuto ripassare il fiume, abbandonando ai nostri le posizioni invano e copiosamente insanguinate. Stanotte da tutta l’ansa le mitragliatrici nostre hanno bersagliato la riva opposta, salutando il nuovo anno che non trovava più un austriaco di qua del Piave, dallo sperone di Monfenera sino alla foce di Piave Vecchia».

I numerosi tentativi da parte delle Armate II e I di Boroevic di oltrepassare il Piave non hanno dato risultati tangibili; ma i settori caldi, dove le truppe degli Imperi Centrali hanno operato la massima pressione, con largo impiego di uomini e mezzi, sono stati l’Altopiano dei Sette Comuni e il massiccio del Grappa, dove sul primo l’XI Armata di Conrad ha tentato invano lo sfondamento delle linee della la Armata italiana e sul secondo la XIV Armata austrotedesca di von Below ha urtato senza sbocchi contro le posizioni della 4a Armata.

Come emerge dalla Relazione Ufficiale austriaca “L’offensiva austro-tedesca si era arrestata davanti alla linea difensiva scelta dal generale Cadorna: un giudizio equo deve riconoscere che egli ha fatto il possibile da sé solo, per salvare l’esercito dalla sorte toccata alla 2a Armata, con decisioni e ordini pienamente rispondenti agli scopi.” Insomma, gli austriaci dimostrarono nei suoi confronti più ammirazione di quanta potessero dimostrarne i soldati del nostro esercito. Il raccorciamento del fronte di quasi 300 km tornava vantaggioso all’esercito italiano.

1 gennaio - 14 giugno 1918:
in attesa della grande battaglia

Nella parte sud il fronte si snoda lungo il corso del Piave, della Piave Vecchia e del Sile: le anse ne rendono molto difficile la difesa, in particolare all’altezza dell’Intestadura, ma le truppe austriache e tedesche, non sono riuscite a varcare il fiume. Del resto non è facile attraversare il Piave in forze, anche a causa del periodo di piena del fiume dovuto alle forti piogge. Dopo inutili e sanguinosi sforzi di sfondare la linea del Piave, gli austriaci decidono di rinviare alla primavera gli assalti decisivi e su tutto il fronte cala una relativa stasi nei combattimenti, e per i combattenti di entrambe le parti comincia il duro inverno nelle trincee fangose.

All’inizio del nuovo anno sono gli italiani che in alcuni settori conducono operazioni locali per migliorare le linee o riprendere posizioni dovute cedere al nemico.
Sul massiccio del Grappa dal 13 al 16 gennaio 1918 c’è qualche attacco senza successo per riportare la linea difensiva, nel delicato settore ovest, sulla dorsale Col della Berretta – Monte Asolone.

Il 14 gennaio nel Basso Piave inizia l’ “Operazione per l’allargamento della testa di ponte di Capo Sile”. L’azione è affidata al Comando del 2° (Brigata Granatieri di Sardegna) e deve essere effettuata di sorpresa da 4 compagnie e da altri plotoni d’appoggio. L’artiglieria, forte di quasi un centinaio di pezzi, dovrà intervenire soltanto in un secondo tempo.

Alle 7,30 l’attacco fa progressi sulla destra davanti all’Agenzia Zuliani, ma incontra forte resistenza sulla sinistra. L’intervento nell’operazione di un’altra compagnia di rincalzo consente infine di avanzare anche da questa parte, con l’occupazione di terreno a nord del canale del Consorzio fino a Casa Bressanin. La testa di ponte diventa così meno angusta e, subito rafforzata, riesce a resistere ai contrattacchi avversari.

Il 15 gennaio c’è calma nel settore, utile per un ulteriore rafforzamento delle difese, ma all’alba del giorno 16, dopo violenta preparazione d’artiglieria, attacca il 12° Honvéd, appoggiato da 2 battaglioni, rispettivamente del 20° e 31 ° Honvéd, travolgendo le difese del settore delle macerie dell’Agenzia Zuliani e costringendo gli italiani a ripiegare sulla riva destra della Piave Vecchia.
Ma lo scontro non è finito: prontamente riorganizzatisi, i granatieri, con il rinforzo di reparti dei battaglioni bersaglieri ciclisti I e VII, alle ore 9 contrattaccano utilizzando le passerelle tuttora intatte e, appoggiati da efficace tiro d’artiglieria, riconquistano le trincee perse e resistono ad altri tentativi ungheresi.

Nella Conferenza Interalleata, a Versailles dal 30 gennaio al 2 febbraio (per l’Italia partecipano gli onorevoli Orlando e Sonnino e il generale Alfieri, ministro della Guerra), il generale Foch dichiara che, tenendo conto dell’attuale superiorità di forze degli Imperi Centrali, le circostanze obbligano gli Alleati a rimanere in posizione d’attesa, adottando quindi piani difensivi dalla Manica a Venezia, i quali tuttavia, secondo gli eventi, possano trasformarsi in piani offensivi, parziali o totali. Il col. Gatti, ufficiale dell’Alto Comando italiano presente anch’egli alla conferenza, sintetizza così la situazione: “Nessuna offensiva militare per tutto quest’anno: la decisione al 1919.
Tuttavia, poco prima che inizi la conferenza, per migliorare la linea difensiva nel settore est dell’Altopiano dei Sette Comuni, il 28 e il 29 gennaio 1918, il gen. Diaz ha comandato un’offensiva, passata alla Storia come “seconda battaglia dei Tre Monti”, che ha portato alla riconquista di Monte Valbella, Col del Rosso e Col d’Echele. Non è stata un’operazioni straordinaria ma ha fornito la prova che l’esercito italiano ha superato le frustrazioni dell’autunno 1917.

Il periodo successivo alla battaglia “d’arresto” è tutto dedicato al rafforzamento e alla creazione di nuove opere di difesa. L’idea strategica a cui si sono adeguate le sistemazioni difensive in riva destra del Piave, da Pederobba a Cortellazzo, è la seguente:

  • A) Linee continue successive, ma con occupazione dei difensori discontinua e saltuaria, per non rivelare all’osservazione austriaca, da terra e dagli aerei, le postazioni attive, così da far disperdere il tiro d’artiglieria su tutto l’arco della difesa.
  • B) Difese scaglionate in profondità, con caposaldi autonomi e disposti a scacchiera, in vista l’uno con l’altro in modo da potersi dare reciproco supporto, così da formare dei compartimenti stagni, atti a ingabbiare i tentativi d’assalto austriaci.

Le linee del settore del Basso Piave sono collegate inoltre col campo trincerato di Treviso, formidabile sbarramento alle loro spalle.

In particolare, il sistema difensivo italiano, da Palazzon a Capo Sile, viene così attuato:

  1. Linea di osservazione o marginale, che segue la riva destra del Piave e della Piave Vecchia. Completata da linea che taglia l’ansa di Zenson.
  2. Linea che, da nord a sud, tocca le località di Maserada (con trinceramento circolare che comprende i Ronchi), di Candelù e Saletto, per poi seguire pressoché la strada Zenson - Campolongo - Fossalta - Croce - Musile - Intestadura - Capo Sile.
  3. Linea da l a 1,5 Km più a ovest della precedente, che all’altezza di Campolongo si sdoppia: il primo ramo raggiunge il fosso Mille Pertiche; il secondo ramo circonda Capo d’Argine e si collega con la linea successiva.
  4. Linea da 2 a 4 Km più a ovest, che da Vascon, Breda, Pero, S. Biagio di Callalta va a Monastier e a Meolo, con trinceramenti circolari attorno a queste due ultime località, per poi finire al fosso Mille Pertiche, oltre il quale è la palude del Sile.
  5. Linea circa a 2 Km più a ovest, che a sud termina alla palude del Sile. Casolari isolati, cascinali, fienili, che abbiano una visuale libera, muri di cinta, siepi, rilevati e piccoli manufatti stradali (ponticelli in muratura e tombinoni), e altro, tutti opportunamente adattati, rinforzati e, dove necessiti, protetti da reticolati, costituiscono i caposaldi, c he all’occorrenza possono essere muniti di uomini e armi. Questo è fattibile, perché dentro o dietro queste costruzioni sono state previste piazzole per pezzi d’artiglieria e postazioni con feritoie per mitragliatrici.

La scelta di sostituire Cadorna con Armando Diaz si è rivelata azzeccata: il nuovo comandante ha dimostrato, a differenza di Cadorna, una grande sensibilità e attenzione per la condizione delle truppe: innazitutto ha deciso di porre fine alla scriteriata tattica degli assalti frontali, serviti soltanto a distruggere il morale dei soldati, e di attuare una tattica attendista, volta a risparmiare il numero maggiore possibile di vite umane: netta è la diminuzione delle perdite, (saranno solo 150.000 nel ’18, tra morti e feriti, contro le 260.000 del ’15, le 420.000 del ’16 e le 500.000 dell’infausto 1917), tanto che il peggior nemico di quell’inizio 1918 è la malaria: in un anno fra i due eserciti vengono colpiti 280.000 combattenti.
Inoltre nei ranghi è stata adottata una nuova disciplina: i soldati sono trattati in maniera più umana, resi partecipi degli eventi della guerra e della vita del paese mediante un’adeguata propaganda e trattati come cittadini in grigioverde. Le licenze e i permessi agricoli vengono accordati più di frequente, il rancio è più abbondante, è garantito il riposo nelle retrovie, dove vengono anche istituite le “Case del soldato alla fronte” di don Giovanni Minozzi; viene attribuita un’assicurazione (seppur modesta) in caso di morte, e un aumento del soldo (per un raffronto, mentre nel 1917 un operaio “imboscato” nell’industria bellica prendeva 7 lire al giorno, il fante-contadino che veniva massacrato al fronte riceveva 90 centesimi, pari a circa 2,50 euro attuali). Una propaganda capillare e altamente persuasiva promette tra l’altro di assegnare le terre dei latifondi ai reduci (proposta Nitti poi in parte disattesa).
Tutto questo contribuisce a risollevare le sorti di un esercito che, dopo il 24 ottobre, era prossimo alla liquefazione e che ora, ricostituito in tutta la sua vitalità e potenziato dai rinforzi alleati, sembra in grado di contrastare l’avanzata nemica.
Ma più ancora, nel marzo 1918, contribuisce ad elevare il morale delle truppe una canzone scritta da un compositore napoletano, E. A. Mario, alias Giovanni Gaeta: “La leggenda del Piave”, una coinvolgente canzone, adatta anche per bande militari, che in breve tempo ha un successo enorme presso tutti i reparti al fronte e in tutta la nazione, tanto che l’autore riceve dall’Alto Comando questo fonogramma: “E. A. Mario, la vostra canzone al fronte vale più di un generale. Firmato Gen. Diaz”.

clicca QUI per ascoltare “La leggenda del Piave”

Dai campi di raccolta degli sbandati, oltre a battaglioni di alpini e di bersaglieri, sono stati ricostituiti 104 reggimenti di fanteria, 47 battaglioni complementari e 812 compagnie mitraglieri, dopo aver provveduto all’armamento e all’equipaggiamento. L’industria italiana lavora infatti a pieno ritmo: nel giugno 1918 saranno in funzione 3.700 stabilimenti, di cui 1.900 ausiliari per decreto ministeriale, ossia con la propria direzione civile, ma con tutto il personale soggetto alla giurisdizione militare.

All’artiglieria erano rimasti dopo Caporetto 3.986 pezzi (500 consegnati dalla Francia e 300 dall’Inghilterra), più diverse centinaia che la Società Ansaldo aveva costruito di sua iniziativa oltre alle ordinazioni del Ministero della Guerra. Gli industriali sanno che con le guerre ci si arricchisce e che servirà sempre più di quello che viene inizialmente richiesto.
L’artiglieria viene subito potenziata con nuove produzioni, tanto che si potranno allestire 22 reggimenti da campagna (188 batterie), 80 batterie pesanti campali, 91 batterie d’assedio, 93 da montagna e 75 di bombarde. La Fiat decuplica i dipendenti per costruire migliaia di autocarri.
Anche l’aviazione passa dai 198 aeroplani dopo Caporetto ai 556 che verranno impiegati nella battaglia del giugno 1918.

L’esercito austriaco, anche se ha perso il supporto delle 8 divisioni tedesche, riportate alla fine del 1917 sul fronte francese e anche se subisce, dal febbraio 1918, una crisi di vettovagliamenti (che dura fino a tutto maggio) e, dall’inizio del nuovo anno, un calo nella produzione di armi e munizioni, conserva tuttavia una certa superiorità numerica e di fuoco su italiani e alleati e un buon morale, dovuto ai recenti successi ottenuti.

La superiorità numerica imperiale aumenta quando tra il 23 marzo e l’11 aprile 1918 dal fronte italiano sono richiamate sul fronte francese 2 divisioni britanniche e 4 francesi. In cambio tornano sul fronte italiano due divisioni italiane (3a e 8a), inviate sul fronte francese. A difendere la propria patria ci si mette più cuore che a difendere quella degli alleati.

Oltre a rinforzare i suoi organici, l’esercito italiano si propone di attuare nei futuri scontri una nuova tattica di combattimento, basata su agili unità in stretta collaborazione con bombarde e batterie d’artiglieria, in modo da conseguire migliori risultati sul campo di battaglia e diminuire largamente le perdite.
Inoltre, a partire dalla fine di maggio 1918, oltre che fornire i reggimenti di fanteria di reparti di lanciafiamme, di lanciabombe Stokes da 76 mm e di cannoncini da 37 mm, viene impostato in ogni reggimento un plotone di “arditi” con una sezione pistole mitragliatrici, dipendente direttamente dal comando reggimentale, stessa novità per ogni reggimento di bersaglieri e per ogni battaglione di alpini. I reparti d’assalto “Fiamme nere”, “Fiamme cremisi” e “Fiamme verdi”, che nel ’18 saranno riorganizzati e raggiungeranno il numero di 30, resteranno invece unità a se stanti, con un elevatissimo spirito di corpo, al comando diretto del Comando Supremo o del Comando d’Armata.

Il bersagliere Pietro Martino Carozzani

Comparve saltellando come un folletto tra i filari delle viti, la giubba troppo larga serrata in vita dal cinturone. Era appena spuntato il sole. L’eco del cannoneggiamento notturno sopra Cortellazzo, dove c’erano i Fanti di marina, s’andava spegnendo.
Il bersagliere veniva avanti veloce, con andatura di mimo meccanico, il fez cremisi che gli allungava la testa, facendola assomigliare ad un oblungo frutto maligno. Ogni ventina di metri si fermava ed attendeva che il fruscio dei suoi passi venisse assorbito dall’aria fina, per udire un respiro, un ansimo, un lamento.
La notte prima gli austriaci avevano bombardato Cortellazzo con i grossi calibri, ma era un diversivo, aveva detto il Tenente. Era una guerra diversa dal San Michele, dove era stato ferito. Là si andava all’assalto allo scoperto, con gli austriaci che tiravano con le mitragliatrici fino a far scoppiare le canne roventi. Non avevano nemmeno il tempo di sostituirle, altrimenti i nostri gli erano addosso con le baionette. E nove volte su dieci, i nostri arrivavano lo stesso, e si buttavano come furie dai bordi delle trincee e lì, si piantavano con tutto il peso del corpo, riprendendo fiato, supini, sui corpi dei morti e dei moribondi.
Dopo, quando gli osservatori austriaci vedeva coi binocoli che il caposaldo era perduto, abbassavano il tiro delle artiglierie ed allora veniva l’ordine di ripiegare. Col cuore che scoppiava, con i polmoni roventi, i nostri rientravano alle loro posizioni, correndo sui compagni uccisi nell’assalto, sgambando qua e là alla disperata, fra i crateri delle granate.

Dio quanti morti! Il San Michele era stato il cimitero del Quarto, ma qua sul Piave la guerra era diversa, quasi un fatto personale.
Si passava il fiume in pochi, di notte e ci si dava la caccia nel buio più fitto, una volta di qua ed un’altra di là, Austriaci, Ungheresi, Cechi contro Italiani. Le mitragliatrici tiravano a vuoto, brevi raffiche nell’oscurità, rabbiose, indispettite, ma inutili. Ora ci si ammazzava in silenzio, corpo a corpo, con le armi bianche. I fucili di notte non servivano, anzi erano d’impaccio. Ed infatti neanche il bersagliere ne aveva. Solo la baionetta nel suo fodero grigioverde, gli batteva il fianco mentre correva.
Ma dov’era Tibor? Tibor, chissà cosa significava quel nome, udito sussurrare mille volte nelle notti di peggior massacro per i nostri. Ed in quale maledetta lingua dell’impero di Cecco Beppe? Tiberio, forse.
Tibor era l’honved (il soldato) ungherese, grande come il gigante Golia, forte come un toro, che nelle notti di scuro di luna, passava il Piave all’altezza di Fossalta, su una barca, con una squadra mitraglieri o mortai leggeri. E mentre gli altri tiravano a casaccio sui nostri, che stanchi morti continuavano a dormire con la faccia appoggiata alla canna del fucile, lui scivolava dietro le nostre linee e faceva strage con la sua mazza irta di chiodi. Ma quella notte Tibor aveva pescato un bersagliere che era stato sul San Michele. Tre anni di guerra lo avevano ridotto a dormire con gli occhi sbarrati, fissi alle stelle, come i morti.
Un attimo primo che Tibor calasse su di lui la mazza assassina, rotolò lontano. Poi, con un salto da tigre, si aggrappò alle spalle del gigante che fuggiva nel buio e con la baionetta che si trovò tra le mani colpì all’impazzata. Tibor aveva lanciato un urlo, ma era riuscito a scrollarsi di dosso quella furia e prima di sparire nelle tenebre, aveva calato un colpo di mazza sul suo assalitore, che era caduto a terra con il braccio ferito e sanguinante.
“El cope”, sibilò fra i denti il bersagliere, tagliando in diagonale il vigneto.
Era sicuro che Tibor non ce l’aveva fatta a ripassare il Piave; era ferito, magari in modo leggero, ma ferito. “El cope, ’sassin!”, ripetè basso.
Un colpo di fucile sibilò poco sopra la sua testa.
Dall’altra parte del Piave, il nemico lo aveva visto e ne seguiva i movimenti.
Il bersagliere si buttò a terra e strisciò fino ad un grande fascio di canne immobili nell’aria ferma e tersa di quella mattinata primaverile. Sull’erba ed a un palmo dal suo naso, c’era del sangue, il sangue di Tibor. Questi non poteva che essersi nascosto fra le rovine della casa colonica là vicino.
Ora il bersagliere era coperto dalla cortina delle canne. Si alzò e corse verso la casa e là, fra un gran ciuffo di ortiche ed il muro diroccato, giaceva Tibor, steso sul gomito, con la giubba grigia macchiata di sangue.
Vide il bersagliere avanzare verso di lui e fu come scorgesse la morte.
«Camerata ’talian, no coparme. No mazar Tibor». Il bersagliere non disse nulla. Si fece largo fra le ortiche; come nuotando e con le sue mani afferrò per il bavero l’ungherese, che si sollevò a sedere con una smorfia.
I due nemici si guardarono negli occhi per un momento che fu un’eternità. Poi il bersagliere trasse la baionetta e colpì con furia, tante volte ed ancora, finché Tibor non si allungò inerte ai piedi del muro, gli occhi stralunati, trascinando il bersagliere sopra di sé. Sui mattoni, un palmo sopra si infrangevano rabbiosamente, le fucilate che provenivano fitte dal nemico sull’altra sponda del Piave.
Il bersagliere rimase a lungo steso sull’ampio petto del gigantesco ungherese, che non avrebbe più passato le linee e fatto strage dei suoi amici.
Si sentiva come avesse il cervello ed i polmoni pieni di carboni ardenti. Infine, quando il sole era ormai già alto sopra le cime dei pioppi che crescevano sulle opposte sponde del fiume, tornò completamente in sé. Sobbalzò.
Qualcosa ticchettava sotto la giubba di Tibor, proprio all’altezza del cuore. Senza sapere come, si ritrovò fra le mani un bel orologio d’oro da taschino. Se lo cacciò in tasca e con un balzo fu al di là del muro diroccato, dalla parte delle nostre linee.
Quel bersagliere si chiamava Pietro Martino Carrozzani. Ha avuto una lunga vita felice ed operosa.
Quando spesso gli accadeva di pensare ai compagni morti a vent’anni sul San Michele e sul Piave, portava la mano destra al taschino del panciotto, dove teneva l’orologio di Tibor, che ancora funzionava.

La grande offensiva

A differenza di quello che è accaduto in Italia, la situazione degli Imperi Centrali va peggiorando per una critica penuria alimentare e per l’esaurimento energetico necessario alla produzione bellica. Per dar da mangiare ai propri soldati, l’Austria non solo sta affamando le popolazioni veneto-friulane invase ma anche quelle del suo vasto impero che rispondono con tumultuose sommosse e rivolte. Ciò si ripercuote negativamente anche sul morale delle truppe al fronte: le diserzioni crescono vertiginosamente, soprattutto tra i Cechi (al nostro esercito se ne sono già aggiunti 15.000) e i Romeni, mentre nella Honved ungherese cresce la frangia separatista. Consapevole che ormai è in gioco non solo la vittoria, ma la sopravvivenza della stessa Corona, l’Imperatore Carlo I ordina al suo Stato Maggiore di disporsi alla nuova battaglia con l’animo da “ultima spiaggia”. Liberati dal pericolo russo ad oriente conseguentemente alla Rivoluzione bolscevica d’Ottobre (Pace di Brest Litovsk - 3 marzo ’18), l’Austria-Ungheria si prepara dunque ad attaccare.

Scrive lo storico austriaco Peter Fiala nel suo libro “Die letze Offensive Altösterreichs”:

La grande vittoria riportata a Plezzo e Tolmino - la seconda battaglia di rottura, dopo Gorlice-Tarnòw, che tedeschi e austriaci erano riusciti a condurre con successo - aveva acceso ancor più l’entusiasmo per le operazioni offensive. Molti generali si lasciarono trascinare da suggestioni emotive e, valutando in modo completamente errato la situazione, si convinsero di poter condurre felicemente a termine quell’offensiva che erano stati costretti a interrompere un anno prima. Il col. gen. Arz von Straussenburg, capo di S.M. austro-ungarico, si riprometteva addirittura di provocare con quell’azione il completo crollo militare italiano, così come scrisse al maresciallo Hindenburg. Ma probabilmente un quadro tanto ottimistico era stato presentato solo per motivi politici. Arz e il suo stato maggiore dovevano avere sufficiente spirito critico per non nascondersi che era ormai impossibile battere definitivamente l’avversario italiano. Lo stesso Arz lo ha affermato nelle sue memorie. In ogni caso si sperava con quell’offensiva di riportare una nuova vittoria e di raggiungere l’Adige, finalità anche queste ormai impossibili da realizzare. E non si prestò molta attenzione al fatto che, non essendosi verificata nel frattempo una battaglia decisiva, le forze in campo avevano assunto ben altre proporzioni. L’esercito italiano non era più quello di allora, mentre le truppe della Duplice monarchia si trovavano in condizioni decisamente peggiori rispetto all’anno precedente.
I fautori dell’offensiva addussero a sostegno della loro tesi - e in questo caso non a torto - che la propria azione tendeva oltretutto a prevenire l’attacco che gli italiani avrebbero iniziato con ogni probabilità prima dell’estate. Dall’inizio della guerra, l’Austria-Ungheria non era mai stata numericamente così forte sul fronte sud occidentale come in quel periodo dopo la pace con la Russia. Era quindi logico che i sostenitori dell’attacco riuscissero a prevalere con le loro argomentazioni sui pochi avversari di quell’azione risolutiva.

In realtà, nella primavera del 1918 il Governo di Vienna ha l’assoluta necessità di rinsaldare l’unione dei popoli dell’Impero ed è consapevole che, fallite trattative segrete con la Francia per la pace (venute però a conoscenza di Berlino, con le imbarazzanti conseguenze derivatene), soltanto la vittoria finale sull’Italia può dare quel risultato. Conferma infatti Peter Fiala:

... per il Comando Supremo di Baden ormai il dado era tratto e l’offensiva contro l’Italia veniva giustificata come una necessità politica. Le potenze occidentali si potevano anche permettere di subire sconfitte, in quanto gli aiuti americani e l’imminente collasso della Germania avrebbero consentito di riportare in ogni caso la vittoria finale. I tedeschi dovevano invece puntare tutto su una carta, la grande offensiva di primavera del 1918, un’impresa arrischiata che il Comando Supremo tedesco era stato costretto a organizzare da una condotta politica fallimentare. Questa costrizione si era ormai estesa anche all’alleato, pretendendo che si lanciasse in un’avventura decisamente superiore alle sue forze.

Si conclude il progetto definitivo di offensiva, partendo da quello di massima del 23 marzo del capo di S.M. gen. Arz von Straussenburg, per operazioni entro maggio, con obiettivo la linea dell’Adige e il conseguente crollo militare dell’Italia. Il piano ha l’approvazione del capo di Stato Maggiore tedesco, generale Hindenburg, con la raccomandazione d’incominciare l’offensiva il più presto possibile.

Il dualismo fra i generali Conrad e Boroevic, comandanti dei Gruppi di Armate del Tirolo e del Piave, entrambi di grande carisma sulle truppe, porta alla formulazione di un piano di battaglia che prevede un attacco su un fronte di 140 km...

Il piano prevede...

da un lato l’ala destra dell’XI Armata di Conrad (“Operazione Radetzky”) tenterà di conquistare Vicenza, partendo dall’Altopiano dei Sette Comuni; dall’altro la V Armata (che tanto si è distinta sull’Isonzo da essere nominata la “Isonzo Armee”) di Boroevic (“Operazione Albrecht”) tenterà di conquistare Treviso, passando il Piave.
È previsto inoltre l’attacco frontale al Massiccio del Grappa, da parte dell’ala sinistra dell’XI Armata di Conrad e l’attacco frontale al Montello, da parte della VI Armata di Boroevic.
L’offensiva deve essere preceduta di due giorni dall’attacco “Lawine” (sembra “slavina” e vuol dire “valanga”), da parte di 2 divisioni della X Armata di Conrad, con obiettivo Edolo in Val Camonica.

“L’attacco dovrà essere come un uragano - sprona Boroevic i suoi ufficiali - con un’avanzata ininterrotta fino all’Adige e poi Milano”. E il maresciallo Saretic: “Fate tutto il vostro dovere! Non risparmiate il nemico maledetto e con l’aiuto di Dio sopportate quest’ultimo sacrificio per il sovrano e per la libertà della nostra bella Patria”. Dello stesso tenore il proclama del generale Seide all’Honved ungherese: “Tocca ora a noi vibrare il colpo mortale a questo nemico italiano, falso e fedifrago. Avanti! Avanti figlioli! Con noi è la giustizia, con noi è il Dio guerresco dei Magiari!”

Il gen. Caviglia, nel suo libro “Le tre battaglie del Piave”, così critica il piano operativo austriaco:

Per poter sperare di vincere, il Comando Supremo austro-ungarico avrebbe dovuto attaccarci con un nuovo piano che rendesse possibile la sorpresa morale e strategica e la concentrazione delle forze. Esso ripeté, invece, all’incirca, l’offensiva precedente, aggiungendovi un attacco sul Montello.

In parole più semplici gli imperiali avrebbero avuto possibilità di successo se avessero attaccato con una dozzina di divisioni (e non con soltanto 5) contro il Montello centro-orientale, il punto più debole della linea del Piave.
Il Comando austriaco dispone di 59,5 divisioni contro 56 divisioni italiane e alleate e di 1.100.000 combattenti contro 950.000, e, dall’Astico al mare, di 49,5 divisioni contro 44, di 5.473 pezzi d’artiglieria contro 5.104 e di un maggior numero di mitragliatrici, soprattutto del micidiale tipo portatile; ma tale superiorità non è decisiva per un esercito attaccante. Anche perché le riserve italiane si possono facilmente inviare nei settori pericolosi, mentre quelle austriache sono disseminate in zone separate da forti ostacoli montani, cosicché non è possibile farle passare da un settore all’altro nei limiti di tempo richiesti dalle necessità operative.

Per capire quanti uomini contengano le varie unità bisogna sapere che l’Esercito, guidato da Diaz, è composto di Armate, ognuna con a capo un generale d’Armata: Emanuele Filiberto di Savoia Duca d’Aosta (III), Giardino, Montuori, Caviglia.

Ogni Armata è composta di Corpi d’Armata in numero variabile: da 4 in su (la pachidermica II Armata del Generale Capello distrutta a Caporetto ne aveva 15)
Ogni Corpo d’Armata ha 24.000 uomini ed è suddiviso in 2 divisioni di 12.000 uomini
Ogni divisione è composta di 2 brigate di 6.000 uomini. Le brigate generalmente hanno nomi di province perché all’inizio le reclute, che giungono da tutta Italia e non parlano nemmeno l’italiano, devono essere raggruppate secondo la loro provenienza… per intendersi! E qua finiscono i generali.
Poi ciascuna brigata è divisa in 2 reggimenti di 3000 uomini.
Ogni reggimento, con a capo un Colonnello, è diviso in 3 battaglioni di 1000 uomini. Ogni battaglione, con a capo un Tenente Colonnello, è diviso in 4 compagnie di 250 uomini. Ogni compagnia, con a capo un Capitano, è divisa in 5 plotoni di 50 uomini... e così, a scendere, fin sotto gli uomini, cioè (come diceva Totò) ai caporali e ai responsabili di uffici tributi.

Gli italiani si contentano di portare avanti azioni di disturbo o comunque limitate. La più importante di queste azioni è quella che porta a un nuovo

ampliamento della testa di ponte sulla Piave Vecchia,
a capo Sile

L’azione viene compiuta la sera del 20 maggio, da 130 “fiamme rosse” cioè mezza compagnia di arditi.

La sera avanti un nostro tiro di cannoni e di bombarde aveva tempestato le linee austriache per qualche ora, sgretolando le trincee, aprendo varchi nei reticolati. Ma non vi era stato attacco. Il giorno seguente passò in silenzio. Si videro qua e là gli austriaci tentare di riparare i danni. Furono lasciati tranquilli. La sera il bombardamento ricominciò. Il nemico credette che fosse una ripetizione del tiro senza conseguenze della sera avanti e non reagì. Ma le fiamme rosse erano lì pronte, e non attendevano che il via per lanciarsi. Nell’attesa scherzavano fra loro come ragazzi che preparino qualche grossa monelleria.
L’ora dell’attacco si avvicinava. Il comandante del battaglione invitò un tenente a dire qualche parola ai suoi soldati. Il tenente salì su una cassetta di munizioni, stette un po’ pensieroso, poi intonò una canzonetta di trincea, che non si può trascrivere. Le fiamme rosse gli fecero coro. Erano le otto e mezza; ancora giorno chiaro. I cannoni e le bombarde allungarono il tiro. Fuori! E le 130 fiamme rosse si lanciarono oltre i ripari.

L’irruzione degli arditi nel dispositivo difensivo avversario, che porta alla cattura di 30 prigionieri e di 2 mitragliatrici e consente, al rientro, di mantenere l’occupazione della prima trincea nemica, verrà seguita sei giorni dopo da una seconda azione del XXIII reparto d’assalto del maggiore Allegretti, con maggiori forze.

Alle 21,55 di domenica 26 maggio inizia infatti il tiro dell’artiglieria e delle bombarde italiane; tre minuti dopo esce dalle linee di Casa Bressanin la prima ondata di arditi su cinque colonne di pochi uomini, con un fazzoletto bianco al braccio per riconoscersi nel buio. A intervalli di due minuti partono la seconda e la terza ondata: sono in tutto 250 arditi “Fiamme rosse”. Nelle linee italiane c’è di rincalzo il LIX battaglione del 13° bersaglieri, pronto a intervenire.
La prima trincea nemica, che si stacca dalla Piave Vecchia, è ad appena una decina di metri da quella italiana: i due reticolati quasi si confondono, si attacca col lanciafiamme. Più a sud la trincea è a circa 50 metri, superati di slancio. Al quinto minuto dall’inizio dell’azione la prima ondata ha oltrepassato anche la prima trincea supplementare, a poca distanza dalla prima, quando appena vi hanno cessato di cadere gli ultimi tiri delle bombarde.
Tra la prima trincea supplementare e la seconda, ubicati in punti nevralgici, ci sono 4 ridottini con mitragliatrici, ma gli arditi, infiltratisi alle loro spalle, costringono i mitraglieri alla resa, prima ancora che abbiano potuto usare le armi.
Eliminati i ridottini, dodici minuti dopo il principio dell’azione anche la seconda linea, una trincea lunga 500 metri tra la Piave Vecchia a Casa Gibin e il canale del Consorzio, difesa da una compagnia ungherese del 12° ussari Honvéd, con mitragliatrici e 2 postazioni di lanciamine, è conquistata dalla seconda ondata con bombe a mano e pistole mitragliatrici, e vengono fatti un centinaio di prigionieri.
Sono intanto usciti dalle linee i bersaglieri di rincalzo, che vengono a rafforzare le trincee occupate, a raccogliere e incolonnare i prigionieri e a portare indietro le armi catturate; 2 compagnie del LIX bersaglieri devono anche seguire la terza ondata degli arditi, che sta per entrare in azione.
Alle 21.12 (sono passati 14 minuti dal primo balzo delle “Fiamme rosse”), dopo lo spostamento in avanti del tiro dell’artiglieria e delle bombarde, l’assalto si abbatte sulla terza trincea, saldamente organizzata, che taglia il terreno tra la Piave Vecchia e il canale del Consorzio, da Casa X, 200 metri a nord-est di Casa Gibin, a Casa Ferro e a Casa Pavan.
Qualche minuto dopo, anche questa linea, seppure munita di postazioni con mitragliatrici e cannoncini da trincea, è in mano agli arditi, con la cattura di oltre 200 prigionieri, mentre altri soldati di classi giovani, tutti appartenenti al 12° ussari Honvéd, vengono scovati nei rifugi.
Gli arditi proseguono poi di slancio la loro avanzata, per consentire ai bersaglieri di attestarsi nella nuova trincea, dopo averne rovesciato il fronte con l’aiuto di una compagnia del Genio.
Il XXIII reparto d’assalto, esaurito il suo compito, può ora essere ritirato dalla linea del fuoco.
Nella riuscita operazione viene dunque estesa la testa di ponte di Capo Sile nel settore nord, quello di Casa Bressanin, di oltre 0,7 Km, con la cattura di 7 ufficiali e 433 soldati, 4 lanciamine e l0 mitragliatrici.
Contrattacchi ungheresi alle 23 della stessa notte e altri nella notte sul 28 maggio, sferrati per rioccupare le posizioni perdute, sono infranti dalle difese tenute dai bersaglieri del 13° reggimento.

Ma sono tutti in attesa della grande battaglia

Ammaestrati dall’esperienza di Caporetto, Diaz, e i suoi vice Badoglio e Giardino, danno peso alle informazioni dei disertori e ai dispacci trasmessi con i piccioni dagli infiltrati oltre il Piave, in particolare dai tenenti Tandura, Vittoriese, e De Carlo. Sapendo con esattezza dove e quando il nemico avrebbe attaccato, Diaz predispone più linee di difesa e divisioni di riserva pronte a tamponare le eventuali falle nel fronte provocate dalla prima, prevedibilmente violenta e decisa, ondata d’urto.

I comandanti austriaci percepiscono che è l’ultima decisiva battaglia: dopo anni di guerra sul fronte russo, sul Carso e nell’ostile Veneto, chiedono ai loro soldati uno sforzo ultimo, estremo; fanno leva sulla loro connaturata disciplina, convinti di avere buon gioco come sull’Isonzo e di trovare, con la vittoria, magazzini colmi di vettovaglie. Ne fa fede, in proposito, l’ordine del comandante del 3° reggimento (12a divisione), trovato indosso a un ufficiale catturato il 15 giugno:

“Servizio di requisizione, di ricerca di accentramento.
I reparti di requisizione siano costituiti per il giorno 12 corrente e assegnati ai comandi di battaglione.
Alle ore 9 del 13 corrente tutti gli ufficiali di battaglione addetti alle requisizioni e all’accentramento, come pure i sottufficiali, si troveranno al comando dei reggimenti dove un ufficiale reggimentale addetto all’accentramento e l’ufficiale di vettovagliamento impartiranno disposizioni precise, in base alle quali verrà istruita la truppa. Si osservi il principio che la truppa mangi e beva abbondantemente, ma non devasti. Ricordiamo gli spettacoli ripugnanti dell’offensiva d’autunno: botti sfondate nelle cantine allagate, buoi e maiali sgozzati dei quali soltanto qualche parte era stata utilizzata, depositi e botteghe svaligiate; pensiamo anche alle nostre famiglie nel paese. Non si devastino le fabbriche e gli impianti. Non si calpestino a bella posta i campi e non si falcino per fare giacigli.
Firmato: Colonnello Mitteregger

In campo italiano si ha il vantaggio di poter far compiere alle divisioni di riserva spostamenti per linee interne, occupando l’interno dell’arco del fronte; ma queste possono intervenire soltanto nei giorni successivi all’urto iniziale, che, nei settori montani dell’Altopiano dei Sette Comuni e del Grappa, deve essere arrestato ad ogni costo dalle truppe in linea, vista la scarsa profondità. Un arretramento a valle degli ultimi contrafforti alpini provocherebbe un inevitabile sfondamento e l’aggiramento della linea del Piave.
Per quanto riguarda il settore Piave, Armate 5a e 3a, l’Alto Comando italiano punta su di una resistenza elastica. Un’inflessione della linea del fuoco non muterebbe in modo critico il quadro tattico, purché poco profonda (non oltre i 6 - 7 Km), così che il Piave continui a rimanere sotto il tiro anche dei piccoli e medi calibri dell’artiglieria italiana. Le difficoltà frapposte dal corso del fiume porrebbero l’esercito austriaco nella peggiore condizione per opporsi alla controffensiva italiana. Per evitare inutili perdite dovute al fuoco di preparazione dell’artiglieria austriaca le prime linee dovranno avere una copertura di uomini leggera.
I preparativi e gli accorgimenti tattici adottati dall’Alto Comando italiano in vista della grande offensiva dimostrano che si è tenuto conto dell’amara esperienza di Caporetto.
A) Contrariamente a quanto avvenuto nella XII battaglia dell’Isonzo nella quale non si previde una sufficiente aliquota di rincalzi, viene costituita la 9a Armata di riserva di 10 divisioni, in posizione tale da poter inviare rinforzi, nel minor tempo possibile, ai punti critici dello schieramento italiano.
B) Vengono costituite delle Armate più piccole, al massimo di l0 divisioni, comprese le riserve di Armata, e quindi sottoposte, prima e durante la battaglia, a una più efficace azione del loro Comando; a differenza della pachidermica 2a Armata di Capello sull’Isonzo e anche delle attuali Armate austriache XI di Conrad di 24 divisioni e V di Boroevic di 14,5 divisioni (senza tener conto che anche la VI Armata di 5 divisioni è sotto il comando dello stesso Boroevic).
C) Tra fine maggio e primi di giugno 1918 diminuisce l’occupazione nelle linee avanzate per i motivi tattici già citati; vengono costituite le riserve d’Armata in misura proporzionale alle esigenze tattiche di ciascuna di esse e avanzate verso la linea del fuoco, per diminuire i tempi occorrenti per il loro impiego;
viene arretrato lo schieramento delle artiglierie pesanti e aumentato quello delle batterie in linea tra il Montello e il mare;
vengono raggruppati nella zona a est di Vicenza 1.800 autocarri per il pronto trasporto di uomini e rifornimenti;
vengono organizzate le ferrovie per la formazione di convogli dalle retrovie alla linea del fronte e viceversa, con la massima e tuttavia ordinata utilizzazione degli impianti e d el materiale rotabile.

In previsione della battaglia del giugno 1918 il servizio del Genio fornisce alle Armate 8a del Montello e 3a del Basso Piave i seguenti materiali:

8a Armata 3a Armata
Paletti di legno 350.000 600.000
Paletti di ferro 9.000
Filo spinato (tonn.)800 500
Sacchi a terra l. 600.000 2.000.000
Gabbioni Dallolio 27.000 10.000
Graticci 6.000 20.000
Armature per cavalli di Frisia 20.000 5.000
Istrici 10.000 13.000
Putrelle (tonn.) 600 120
Cemento (tonn.) 6.200 500
Esplosivi (tonn.) 12
Legname (me.) 1.500 100
Conduttori isolati (Km)4.200 5.000
Attrezzi vari 16.000 80.000

La grande attesa sta per finire. I due eserciti contrapposti sono pronti a dar inizio al decisivo fatto d’armi, che passerà alla storia come la battaglia del Solstizio (sarà D’Annunzio a chiamarla così).

Senonché il 10 giugno i MAS (Motoscafi Anti Sommergibile) italiani affondano la corazzata Santo Stefano nel poto di Trieste. È un auspicio? Gli Austriaci si toccano.

Dalle sedi dei Comandi italiani alle trincee di prima linea si attende, giorno dopo giorno, il tiro di preparazione su vasta scala che preannunzierà l’inizio della grande offensiva austriaca.
Il 13 giugno sul Tonàle-Valcamonica, gli Austriaci danno il via all’operazione “Lawine” (sembra “slavina”, e vuol dire “valanga”) che ha scopo diversivo, ma fallisce completamente: reparti delle divisioni austriache, il 13 e il 14 giugno, cozzano invano contro le linee tenute dagli alpini dell’8° e del 16° Gruppo, avendo ingenti perdite. Altro infausto auspicio, ammette la stessa Relazione Ufficiale austriaca, in vista della grande offensiva che sta per iniziare.

Negli stessi giorni il capo dell’Ufficio Informazioni del Comando Supremo, Odoardo Marchetti, fa sapere che:

“Disertori dell’ultimo momento precisarono la data 15 giugno e le 3 l’ora stabilita per l’inizio.”

“La battaglia del Solstizio”


(clicca sulla mappa per ingrandire)

La data di sabato 15 giugno alle ore 3 non viene comunque considerata certa presso tutte le Armate: il generale Giardino, comandante della 4a Armata del Grappa, nutre dubbi sulla data indicata “dopo tante altre informazioni simili risultate vane.” Lo conferma il fatto che sul Montello la 58a divisione (VIII Corpo) della 8a Armata effettua il cambio di truppe in linea proprio nella notte sul 15 giugno.
Anche l’Alto Comando italiano non dà l’ordine per la contropreparazione d’artiglieria prima delle 3, quando dovrebbe iniziare il fuoco dell’artiglieria austriaca; tuttavia, ricordando la brutta lezione di Caporetto (dove tutti aspettarono ordini che non arrivarono né potevano più arrivare), alcuni comandanti di Armata o di Corpo d’armata, per iniziativa personale, ordinano alle proprie artiglierie di precedere le nemiche.
Alle 2,30 del 15 giugno i 1.425 pezzi della 6a Armata, tra cui batterie inglesi e francesi, effettuano un violento fuoco sui luoghi di radunata delle fanterie imperiali; anche il I Corpo della 4a Armata e il XXVII Corpo della 8a Armata aprono il fuoco prima delle 3.

“Ordine supremo - 15 giugno 1918
Soldati!
Il nostro Imperatore e Re attacca oggi dall’Adriatico alle Alpi svizzere con tutte le sue forze il nemico, che per il suo tradimento prolunga la guerra.
Davanti a voi stanno le posizioni nemiche: è là che vi attendono la gloria, l’onore, buoni viveri, abbondante bottino di guerra e soprattutto la pace finale.
F.to Feldmaresciallo Boroevic”

La grande offensiva si scatena puntualmente dall’Astico al mare.

Nel Basso Piave gli austriaci dispongono con la V Armata di forze superiori a quelle della 3a Armata del Duca d’Aosta e della 48a divisione dell’8a Armata: oltre 120.000 combattenti di fanteria, con una superiore dotazione di mitragliatrici (specialmente quelle portatili, efficaci nelle azioni d’attacco) e di pezzi d’artiglieria, 1.770, contro meno di 70.000 combattenti di fanteria italiani e 1.274 pezzi d’artiglieria.
Tuttavia gli italiani, che hanno lasciato solo vedette nelle prime linee lungo il Piave, possono attuare la difesa elastica, a compartimenti stagni in cui frazionare e rinchiudere gli attacchi avversari, e, dove non potessero ributtare gli austriaci al di là del fiume, stanno preparando loro la trappola tattica di costringerli a combattere con un corso d’acqua alle spalle.
Inoltre l’ottimo sistema viario e ferroviario della pianura veneta, a tergo delle linee difensive, consente il pronto arrivo dei rinforzi, sia dalla 9a Armata di riserva, sia, quando fosse necessario, anche da altri settori del fronte, dove lo permetta l’andamento favorevole dei combattimenti.
Gli italiani contano anche sull’apporto della propria aviazione e delle alleate, che dall’inizio del 1918 hanno preso il sopravvento sull’austriaca, per dirigere e correggere i tiri dell’artiglieria, specialmente sugli eventuali ponti di barche e passerelle costruiti sul fiume, segnalare i movimenti avversari nell’intricato campo di battaglia, oltre che abbattere gli aeroplani e i “Drachen Ballonen” nemici (che non sono i palloni dei draghi ma palloni frenati), bombardare obiettivi importanti e mitragliare la fanteria in fase di radunata o spostamento.

Le prime ore e il mattino del 15 giugno il corso del Piave è avvolto da banchi di nebbia, con tempo variabile (verso sera volgerà a pioggia).
Alle 3 il tiro di preparazione delle artiglierie della V Armata imperiale inizia fortissimo su tutto il fronte con proiettili a gas e fumogeni, ma non con gli effetti previsti nel piano d’operazioni, come il capitano austriaco d’artiglieria Fritz Weber confermerà nel suo libro “Tappe della disfatta”:

“Una terribile delusione: ci rendiamo conto che innumerevoli granate a gas sono state sprecate perché la linea era stata sgomberata prima ancora che iniziasse il nostro bombardamento. Gigantesche quantità di proiettili sono esplose così nelle trincee vuote. L’obiettivo più importante, quello di inchiodare il nemico nelle sue posizioni e di distruggerlo col primo assalto, non è stato raggiunto.”

Alle 3,30 dal Comando della III Armata viene dato l’ordine di effettuare il tiro di contropreparazione; alcuni Corpi d’armata l’hanno già iniziato in parte prima.
Il piano strategico generale della V armata imperiale, come abbiamo detto, è di passare il Piave con i Corpi XVI e IV tra le Grave di Papadopoli e Fagarè e di puntare su Treviso; la sua funzione ha importanza primaria, tanto che il gen. Boroevic si porta a Oderzo e segue le operazioni dal campanile del Duomo.

o - o - o - o

Nel settore nord del Basso Piave il XVI Corpo (gen. Kralicek) è schierato a est delle Grave di Papadopoli, con le divisioni 33a (gen. von Ivànsky) e 58a (gen. von Zeidler) contro la 31a divisione italiana (gen. De Angelis) dell’XI Corpo che è in linea da Palazzon a S. Andrea di Barbarana.

Il XVI Corpo imperiale deve passare il Piave nella parte meridionale delle Grave di Papadopoli. All’ala destra deve superare il fiume, con successiva deviazione verso i ponti della Priula, il 106°, con all’avanguardia i battaglioni Sturm XXXIII e mezzo VII; al centro la 116a Brigata (5a divisione), con alla testa i battaglioni Sturm LVIII e mezzo VII, deve puntare alla linea Maserada - i Ronchi; all’ala sinistra deve fiancheggiare l’azione il III/103° (58a divisione). Il settore operativo va da Salettuol a Casa Zonta nei pressi di Casa Folina.
Al seguito di questi reparti, gettati due ponti di barche sul ramo più consistente del Piave, che scorre a ovest delle Grave, dovrebbero transitare 9 batterie di pezzi d’artiglieria d’accompagnamento, assieme alla usa Brigata (58a divisione) e agli altri reparti della 33a divisione, rimasti di rincalzo sulle loro posizioni di partenza.
Sfondato il dispositivo difensivo italiano, dovrebbe entrare in campo la 46a divisione Schützen (gen. von Urbansky) che, insieme alle divisioni 33a e 55a ha il compito di puntare all’obiettivo principale che è la conquista del campo trincerato di Treviso.
Di fronte, la 31a divisione italiana ha all’ala sinistra la Brigata Veneto e all’ala destra la Brigata Caserta (sembra una partita di calcio… ma fa più morti).
Alle 6,45 del 15 giugno 1915 l’offensiva ha inizio e cominciano a muovere le prime chiatte, che però subiscono violento fuoco di artiglieria.

A causa del tiro d’artiglieria troppo corto, le mitragliatrici italiane possono sparare in piena efficienza e le perdite degli attaccanti sono notevoli, tanto che viene ordinato al III/103° di sospendere l’attraversamento del Piave. Soltanto alcuni reparti del gruppo di centro e di destra, le avanguardie dei battaglioni LVIII Sturm, 2° e 11° Jäger e del 1° reggimento (58a divisione), ce la fanno a toccare la riva ovest del fiume, dove incontrano accanita resistenza da parte dei fanti della 31a divisione italiana.
Gli austriaci riescono a resistere fin verso mezzogiorno, ma la loro posizione diventa insostenibile, perché la situazione lungo il Piave si è rapidamente aggravata, con i pontoni del secondo scaglione d’attacco affondati dall’artiglieria italiana e con una passerella che rimane indenne soltanto 20 minuti.
Mentre i superstiti di questi reparti sono costretti a raggiungere a nuoto la riva est del Piave e a riparare tra le Grave di Papadopoli, il 106° riesce invece a guadare in gran parte il Piave a est di Salettuol e a dispiegarsi per attaccare Maserada. Poiché l’azione della 116a Brigata era fallita, il Comando del XVI Corpo ordina alla 115a di appoggiare l’azione del 106°, nella speranza di capovolgere le sorti del combattimento.
Nel pomeriggio però il 106° non riesce più a reggere l’urto delle truppe italiane ed è costretto a ripassare a guado il fiume, mentre alla 11a Brigata viene ordinato di fermarsi e non tentare il passaggio del Piave, perché il tiro di sbarramento dell’artiglieria italiana non consente alcun movimento.
Ammette la Relazione Ufficiale austriaca:

“Nonostante il valore e l’abnegazione delle truppe, il tentativo compiuto dal XVI Corpo d’armata era completamente fallito.”

La 58a divisione ha quasi 2.000 uomini fuori combattimento, il 106° 1.200.
Sarà un fallimento decisivo e va a tutto merito dei fanti della 31a divisione italiana, Brigate Veneto (255° e 256°) e Caserta (267° e 268°), e dell’artiglieria del settore.

o - o - o - o

Il IV Corpo (gen. Schonburg), schierato dalle Grave di Papadopoli (escluse) a Negrisia, deve puntare anch’esso al campo trincerato di Treviso, giungendo, possibilmente in giornata, con la sua 64a divisione Honvéd nella cintura esterna a Breda di Piave e con la 70a divisione Honvéd a Pero, avendo la 29a divisione di riserva.
Di fronte ha l’ala destra della 31a divisione italiana (il cui grosso si oppone al XVI Corpo imperiale) e l’ala sinistra della 4a divisione (gen. Breganze). Il settore operativo del IV Corpo va da Casa Zonta nei pressi di Casa Folina a San Bartolomeo.
La 64a divisione Honvéd ha 3 reggimenti e deve passare il Piave in quattro punti e poi costruire due ponti di barche. La 70a divisione Honvéd ha 2 reggimenti e deve traghettare il fiume in cinque punti e poi costruire un ponte di barche.

Alle 7,30 inizia l’attacco generale, dopo che l’artiglieria italiana aveva incominciato alle 5 il fuoco di sbarramento.
Le ali destre delle 2 divisioni non riescono a giungere sulla riva destra del fiume e subiscono tali perdite da essere costretti a sospendere l’azione.
Il tentativo riesce invece agli altri due reggimenti, che riescono a conquistare la prima linea difensiva italiana. Anche la 127a Brigata si porta poi al di là del Piave, al seguito del 1° (125a Brigata) che è giunto davanti a Candelù, oltre la seconda linea italiana, mentre pure il 315° della 70a divisione raggiunge il secondo ordine di trincee italiane presso San Bartolomeo e si collega con i reparti del VII Corpo, pervenuti sulla sponda destra del Piave.
Nei duri combattimenti contro forze superiori, durati tutta la mattinata, i fanti italiani della 45a divisione hanno forti perdite, soprattutto nei reggimenti di prima linea 201° (Brigata Sesia) e 244° (Brigata Cosenza), tanto che il Comando della 3a Armata, giudicando la situazione molto grave, invia in soccorso la Brigata Potenza (53a divisione).
Nel pomeriggio, alle 17,15, le truppe italiane, che hanno avuto di rinforzo la VI Brigata bersaglieri della 23a divisione di riserva, eseguono un forte contrattacco. Cedono le ali contigue delle 2 divisioni Honvéd, e particolarmente l’ala sinistra della 64a è costretta ad arretrare fino al Piave, interrompendo così il collegamento con la 70a; e quindi le sorti di questa divisione, che combatte nella zona di Saletto, rimangono incerte per tutta la notte. Con questa preoccupazione, il gen. Seide, che ha sostituito il gen. Schonburg, rimasto gravemente ferito nelle immediate vicinanze del Piave, impartisce disposizioni che, chiarita la situazione nella zona di Saletto, il giorno seguente le truppe del IV Corpo si limitino, almeno inizialmente, a raggiungere il Piavesella.
Alle 24 del 15 giugno la linea del IV Corpo ungherese corre a poche centinaia di metri dal Piave, da poco a nord-ovest di Saletto a nord di Fagarè, con una interruzione fra le divisioni 64a e 70a, e con il collegamento con il VII Corpo austriaco, che opera più a sud, soltanto lungo l’argine del fiume.
Anche qui gli ambiziosi obiettivi della prima giornata d’offensiva, Breda e Pero, non sono stati raggiunti.

o - o - o - o

Il VII Corpo (gen. von Schariczer) è schierato tra Negrisia e Noventa, e ha come obiettivo di pervenire entro lo stesso giorno 15 all’allineamento S. Biagio di Callalta - Campolongo.

Il VII Corpo è formato dalle divisioni 14a (gen. Szende) e 24a (gen. Urbarz), che devono sferrare l’urto principale, passando il Piave in cinque punti e costruendo due ponti di barche e alcune passerelle; dalla 9a divisione di cavalleria appiedata (gen. von Le Gay), che deve proteggere il fianco sinistro delle altre truppe in avanzata; e dalla 443 divisione Schützen (gen. Schonauer) di riserva, da impiegare successivamente.
L’attacco principale austriaco urta contro l’ala destra della 45a divisione italiana (XI Corpo) e contro il grosso della 25a divisione (XXVIII Corpo); la 9a divisione di cavalleria appiedata contro l’ala destra della 25a divisione.

Il XXVIII Corpo (gen. Croce) occupa l’intero tratto da S. Andrea di Barbarana a Croce, con la 25a divisione (gen. Latini), Brigata Ferrara e Brigata Avellino e con la 53a divisione (gen. Del Prà), Brigata Jonio sulla linea Mèolo-Vallio e Brigata Potenza lungo la strada Madonna di Vallio–Roncade. L’attraversamento del Piave della divisione imperiale dislocata più a nord, la 14a, avviene su 2 gruppi di forzamento, salvo 4 battaglioni di riserva: la 27a Brigata all’ala destra e la 28a Brigata all’ala sinistra.

Scrive la Relazione Ufficiale austriaca:

“Il fuoco dell’artiglieria austro-ungarica, anche se non ebbe una reazione italiana fino alle ore 4, non ottenne gli effetti voluti. Le numerose mitragliatrici avversarie poterono così intervenire dalle loro postazioni ancora intatte, provocando rilevanti perdite al gruppo di forzamento nord (27a Brigata)”

Possono quindi raggiungere la riva destra del Piave soltanto 3 battaglioni che si collegano con i reparti della 70a divisione Honvéd e alle 8,15 prendono posizione in Fagarè.
Va ancora peggio per l’ala sinistra, la 28a Brigata, che riesce a stento a portare oltre il fiume 2 battaglioni e mezzo, che si attestano tra il rilevato della ferrovia Treviso - Oderzo e l’abitato di S. Andrea di Barbarana. Tra le due Brigate, poiché al centro lo sbarco è fallito completamente, il collegamento è attuato da pattuglie, che possono spostarsi solo lungo l’argine. A causa del tiro dell’artiglieria italiana gli Austriaci non hanno potuto gettare alcun ponte.
Miglior sorte tocca alle divisioni 24a e 9a. Se, tra S. Andrea di Barbarana e La Fossa, il 45° (48a Brigata) attesta in riva destra soltanto un battaglione e mezzo, più a sud-est tutta la 47a Brigata (24a divisione) passa il Piave davanti a Salgareda, ultimando il passaggio alle l0, con poche perdite. Anche la 9a divisione di cavalleria appiedata riesce a portare oltre il fiume 3 mezzi reggimenti.
L’attacco che ne segue, condotto da notevoli forze, costringe al ripiegamento l’ala sinistra della 25a divisione italiana, fino al rilevato della strada a nord-ovest di Zenson.
L’urto austriaco nell’ansa di Zenson riesce quindi a consolidare una vasta testa di ponte, malgrado un forte contrattacco di reparti del 47° (Brigata Ferrara). Alle 14 la difesa si porta sull’allineamento Canale di Zenson - Villa Premuda e alle 15,15 il Comando della 3a Armata manda come rincalzo la Brigata Ionio, meno 2 battaglioni che lascia sul corso del Meolo.
Tuttavia il contrattacco italiano delle 17,15 investe pure le linee del VII Corpo e ottiene anche in questo settore qualche successo: a nord della ferrovia Treviso – Oderzo, sono riconquistati il Molino della Sega e il Cimitero di Fagarè, riducendo la testa di ponte austriaca; a sud della ferrovia, dal 48° (Brigata Ferrara) è rioccupata La Fossa.
Nel settore sud della 25a divisione italiana, tenuto dalla Brigata Avellino (231° e 232°), verso le 8 si hanno i primi tentativi austriaci di passaggio del Piave, ma da Zenson fino a valle di Campolongo la riva destra del fiume rimane saldamente in mano ai fanti del 232°.
La situazione del XXVIII Corpo si fa però difficile nel punto di contatto con l’XI Corpo, a causa di una breccia apertasi nella linea della contigua Brigata Cosenza (45a divisione); anche al limite operativo verso il XXIII Corpo viene perso il contatto con la 61 a divisione.
Salvo la situazione pericolosa alle ali del XXVIII Corpo italiano e alle teste di ponte di Fagarè, S. Andrea di Barbarana e nell’ansa di Zenson, rispetto ai disegni operativi, anche il VII Corpo imperiale, nel primo giorno di offensiva, ottiene risultati limitati, che non fanno prevedere alcunché di grandioso e decisivo.
Gli italiani, come abbiamo visto, mentre contro il XVI Corpo austriaco hanno potuto mettere in atto una difesa forte e ben appoggiata dallo sbarramento di tiri d’artiglieria, tanto da costringere gli assalitori alla ritirata sulle linee di partenza al di là del Piave, nei settori del IV Corpo ungherese e del VII Corpo austriaco sono stati sorpresi in alcuni tratti del fronte e non hanno potuto opporre una continuativa azione d’artiglieria (tanto che nel settore del VII Corpo è stato costruito un ponte di barche). Sono state anche perdute alcune migliaia di uomini, soprattutto della 25a divisione, in contrattacchi causati, come spontanea reazione, dalla stessa pressione avversaria, e quindi poco coordinati.
Ciò malgrado, si è anche qui tenuto, in modo da avere le due rive del Piave sotto il tiro dei piccoli e medi calibri dell’artiglieria italiana, condizione essenziale per la riuscita della difesa.

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Il maggiore successo lo ottiene il XXIII Corpo austriaco (gen. Csicserics che sembra un personaggio di Asterix), con le divisioni 12a (gen. von Puchalsky), l0a (gen. von Gologòrsky) e la cavalleria appiedata (gen. von Habermann) con il solo 5° ussari, schierate tra Noventa e Capo Sile. Il suo compito è soltanto di affiancamento all’azione degli altri Corpi d’armata operanti più a nord, e invece il 15 giugno si tramuta nell’insidia più grave per lo schieramento italiano lungo il Basso Piave.
Di fronte, oltre al 231° (Brigata Avellino), sta il XXIII Corpo italiano (gen. Petitti di Roreto), con la 61a divisione (gen. A. Marchetti), Brigata Catania e Brigata Arezzo, da Croce a Capo Sile e la 4a (gen. Viora), Brigata Torino, III Brigata bersaglieri e reggimento Marina, da Capo Sile al mare, che quindi viene interessata solo marginalmente.
L’obiettivo iniziale per la 12a divisione è il corso del Fiume Meolo, puntando su Losson e Pralongo; per la l0a lo stesso corso d’acqua in direzione dell’abitato di Meolo.
Il 5° ussari della 1a divisione di cavalleria appiedata, varcata la Piave Vecchia di fronte a Intestadura, si deve portare su Capo Sile.
Le difese italiane sono sorprese dalla rapida azione del XXIII Corpo imperiale, le cui artiglierie tirano proiettili a gas. L’artiglieria italiana reagisce tardivamente e gli assalitori, approfittando della nebbia (nubi di fumo), possono traghettare con facilità il fiume. Usano piccole barche leggere preparate da tempo lungo la Livenza, dove i plotoni d’assalto si sono allenati. Su ogni barca, cinque o sei uomini: non più. Intanto di là si mettono in acqua i primi barconi per creare le passerelle
La 12a divisione fa passare il Piave alla sua 24a Brigata e con il 3° reggimento alle 8 occupa Fossalta, dopo duro scontro con i fanti della Brigata Avellino) e con il 20°, oltrepassate le prime linee della Brigata Catania della 61a divisione, punta verso sud-ovest, seguendo la strada che fiancheggia in sponda sinistra il canale Fossetta.
La 10a divisione, varcato alle 8,20 il Piave da sotto le Porte del Taglio dinanzi a Intestadura e dalle curve fra San Donà e le Scuole, con le Brigate 19a e 20a, appare sulle prime linee dei difensori, tra la nebbia artificiale, e superata la resistenza del II/146° (Brigata Catania), dilaga nella campagna tra il canale Fossetta a ovest e il fosso Mille Pertiche a sud, costringendo altri reparti della 61a divisione a indietreggiare.

Poi, di qua, di là: velocemente, sotto il tiro nostro di artiglieria. Con le mitragliatrici leggere sulle spalle, lanciafiamme, bombe a mano. Dei primi momenti della difesa non si sa nulla con precisione. Le seconde linee si trovano subito gli assalitori dappertutto. Si sono infiltrati a piccoli nuclei, si sono sparsi di sorpresa. I pontoni ormai gettati sul fiume alimentano l’irruzione. Il terreno è prezioso per azioni di infiltramento. Il nemico ne profitta con abilità. Spuntano mitragliatrici dovunque. Nella zona, le prime file di difesa non rispondono più. Si sentono ancora delle fucilate lungo il fiume, fragore di mischie più in qua. Ma il nemico è più avanti. Dalle seconde linee, pattuglie di fanteria tentano di avvicinarsi all’argine di San Marco che qua e là è 500 metri dal fiume, per esplorare. È già perduto. Mitraglieri austriaci assalgono le pattuglie ai fianchi, alle spalle. Qualcuna non ritorna. Le prime posizioni si sfaldano, aggirate da piccoli nuclei. Ora sono stormi che invadono la campagna. Il paese di Croce, a mezzo chilometro dal fiume, cade quasi subito. Reparti di fanteria accorrono per riprenderlo. Mentre lì si combatte, l’irruzione dilaga. È un movimento fulmineo. Le mitragliatrici austriache crepitano fra gli alberi. Il XXVIII reparto d’assalto “Fiamme nere” è accampato dietro a Capo d’Argine, in attesa. Soldati che ripiegano danno l’annunzio: “Gli austriaci sono a Croce”. Il giovane maggiore, un toscano, che comanda il reparto dà l’ordine ai suoi arditi: “Ragazzi, avanti!” Sono le nove. I ragazzi si muovono, di slancio. Non hanno neanche il tempo di prendere tutte le bombe a mano. Il moschetto, il pugnale, e via! Uguale ordine di contrattacco hanno avuto sulla sinistra i bersaglieri ciclisti e i bombardieri in servizio di fanteria. Si trovano lì intorno una cinquantina di fanti, di un battaglione di copertura che ha ripiegato. Vedono partire gli arditi all’assalto, col maggiore alla punta; gridano: “Veniamo anche noi!” E si lanciano avanti con gli arditi. L’ondata si avventa fra i campi, tra gli alberi, salta i molti fossi, fruga tra il grano. I primi gruppi di sinistra arrivano di sbalzo al di là della ferrovia, sull’argine di Fossalta. L’artiglieria austriaca batte molto le linee arretrate. La via è quasi sgombra. A sud del paesetto di Croce, le prime mitragliatrici austriache. Nuclei sparsi: tre uomini, uno che porta la mitragliatrice leggera - pesa 23 chili -, due che la manovrano. Sono sostenuti da uomini di “Sturmtruppen”. Il primo finge di arrendersi, e dietro gli altri sparano. Gli arditi nostri conoscono il gioco, e si avventano con i pugnali. Lotte terribili e brevi. Dove passano gli arditi, non restano né mitragliatrici né mitraglieri. Ma da sud gli austriaci che hanno progredito arrivano alle spalle: sono cadute Case Sperandio che la fanteria aveva tenuto per tre ore, dalle 8 alle 11, furiosamente attaccata. Gli arditi rischiano l’accerchiamento e devono arretrare sulla linea di partenza. Nel terreno frastagliatissimo l’azione di contrattacco si slega in episodi. Isolati, gli arditi “fiamme rosse” devono ritirarsi dalle posizioni riprese. Combattono continuamente. Per tornare da Fosso Gorgazzo alla Fossetta impiegano un’ora. Gli austriaci li aggrediscono sui fianchi, manovrano per tagliarli fuori, ma molti sono uccisi, rovesciati fra il verde. Gli arditi hanno una ventina di morti: riportano indietro quaranta feriti. Irruzioni e difese ostinate. È il momento in cui gli austriaci dilagano: si capisce che han potuto gettare alcuni ponti di barche e far passare di qua molta truppa. Nuclei nemici si infiltrano dappertutto. La difesa - ostinata, aggressiva, ma sminuzzata da queste continue infiltrazioni - ne ritarda la marcia. E ancora il periodo degli ondeggiamenti sotto il primo urto. Le case di Croce sono riconquistate, perdute, riprese più volte.

Visto il critico andamento dei combattimenti, alle 10,45 il Comando del XXIII Corpo italiano ordina di caricare, per un possibile brillamento, tutti i ponti fino al Fiume Sile escluso, comprendendovi però quelli di S. Michele e Portegrandi. A mezzogiorno la linea di difesa è portata lungo la Fossetta, ora gli austriaci, che hanno ulteriormente progredito, sono davanti a Ca’ Malipiero, dove c’è un ponticello che attraversa il canale Fossetta, ma vengono arrestati alle 13 da un deciso contrattacco del XXIII reparto d’assalto “Fiamme cremisi”. In questo settore, oltre agli arditi del XXIII reparto, sono in linea il 4° Gruppo battaglioni ciclisti e la 5a squadriglia autoblindo; dietro a questi reparti, di rincalzo sulla linea del Fiume Meolo, il I e il II/81° (Brigata Torino) distaccati dalla 4a divisione. La situazione è grave: puntando verso sud gli austriaci potrebbero raggiungere il Taglio del Sile e la strada Portegrandi - Capo Sile, cogliendo alle spalle lo schieramento italiano;


quindi alle 12,30 il Comando della 3a Armata mette a disposizione del XXIII Corpo la Brigata Sassari (151° e 152°)
Fermiamoci un attimo a raccontare qualcosa di questa Brigata Sassari: i suoi 2 reggimenti, formati nella quasi totalità da sardi, si erano già distinti sul Carso, e poi si erano anche distinti sull’Altopiano dei Sette Comuni.
Uno dei suoi capitani è Tito Acerbo, nato a Loreto Aprutino, (allora) in provincia di Teramo, nel 1890; discende da una delle più antiche e cospicue famiglie abruzzesi. Ultimati gli studi classici nel liceo di Fermo, si è laureato in scienze sociali nel Regio Istituto Superiore di Firenze. Richiamato alle armi nell’agosto 1914, all’inizio della guerra è stato inviato in zona d’operazione, quale sottotenente della Brigata Sassari: con questa Brigata gloriosa ha partecipato alle più celebri azioni della nostra epopea. «Al combattimento delle Frasche, e dei Razzi, sul Carso, l’ottobre del 1915, comandò una sezione di mitragliatrici; nel giugno 1917, con un plotone di fucilieri, prese parte alla battaglia sanguinosa dell’Ortigara. Fu arditissimo nella campagna di Bainsizza, dove si meritò la medaglia d’argento con la seguente motivazione: «Comandante di una compagnia, con la parola e con l’esempio trascinava i suoi dipendenti alla conquista di una importante posizione, giungendovi fra i primi e facendo numerosi prigionieri. - Altipiano Bainsizza, 15 settembre 1917».
Ancora più ardito s’è mostrato nell’azione per la conquista del Col di Rosso, dove comandava una compagnia d’assalto, e dove meritò la seconda medaglia d’argento con la seguente motivazione: «Alla testa della sua compagnia, accorreva prontamente sulla linea del fuoco, respingendo un contrattacco e catturando molti prigionieri. Col del Rosso, 28 gennaio 1918».

La Brigata Sassari, accampata a nord-ovest di Mestre, viene inviata verso il Piave.

A sua volta il Comando del XXIII Corpo imperiale invia verso il Piave la 23a Brigata (12a divisione), in riserva divisionale, che tuttavia non riesce a passarlo, perché ora il tiro d’interdizione dell’artiglieria italiana, fattosi finalmente intenso, e gli attacchi aerei, non hanno ancora consentito di costruire un ponte di barche.

Nella regione delle lagune, reparti di fanteria arrestano per tutto il giorno la marcia austriaca lungo il Canale delle Mille Pertiche. Sotto, la palude fino a Capo Sile è tutta allagata. La Stazione della Macchina idrovora passa in una alternativa di attacchi dagli austriaci agli italiani. Grande accanimento nemico con molte forze contro la linea di Capo Sile: la conquista servirebbe a imprigionare tutto l’arco del Piave e di Taglio Sile tra Zenson, Fossalta e Porte grandi. La resistenza è tenace. L’attacco e la difesa sono estremamente sanguinosi.

Ma la sera porta un’ulteriore brutta notizia ai Comandi italiani: il 225° (Brigata Arezzo) non riesce a tenere La Castaldia, conquistata dal 5° ussari (1a divisione), e deve sgomberare la testa di ponte di Capo Sile, subito occupata dal 2° ussari, e ripiegare diverse centinaia di metri lungo il Taglio del Sile. Dappertutto il nemico, lusingato dallo sbalzo iniziale, tenta di allargare l’occupazione. Dappertutto viene a battere contro una difesa ostinatissima. Nella notte la battaglia non tace, ma si allenta.

La linea italiana alle ore 24 del 15 giugno, nel settore del XXIII Corpo, parte da ovest di Lampol e Fossalta, prosegue per Contee, passa a est di Capo d’Argine, segue la sponda destra del canale Fossetta fin davanti Casa Malipiero, dove volge verso est fino a incontrare il fosso Mille Pertiche e poi scende a sud al Taglio del Sile, a meno di l Km da Capo Sile. Mezza Croce è in mano al nemico.

La Relazione Ufficiale austriaca conferma:

“Il XXIII Corpo imperiale era penetrato nel sistema difensivo nemico, occupando una zona ampia otto chilometri e profonda fino a quattro e aveva catturato diverse migliaia di prigionieri, 37 pezzi d’artiglieria e molti altri materiali. Ma non era stato ancora possibile costruire dei ponti, e prendere collegamento con i reparti del contiguo VII Corpo d’armata.”

La Relazione prosegue:

“Nel complesso anche la V Armata aveva riportato un importante successo iniziale, ben diverso tuttavia da quello previsto nel disegno di manovra. Il IV Corpo, che avrebbe dovuto costituire la punta del cuneo diretto su Treviso, era riuscito a stento a mettere piede sulla riva nemica. Il forzamento del XVI Corpo, schierato più a nord, era completamente fallito, mentre i maggiori guadagni territoriali si potevano registrare nei settori del VII e, ancor più, del XXIII Corpo. L’asse di gravitazione dello sforzo di tutta l’Armata si era pertanto spostato verso sud. Nonostante le difficoltà presentate dal superamento dell’ostacolo fluviale - su tutto il fronte dell’Armata esisteva un solo ponte nel settore della 24a divisione - la situazione presentava aspetti tali da far ritenere possibile nei giorni successivi un esito favorevole dell’azione offensiva”.

L’ultima frase della Relazione esprime un certo ottimismo, forse di facciata, dei Comandi austriaci la sera del 15 giugno.

In attesa di conoscere dove l’Alto Comando austriaco avrebbe spinto a fondo l’urto il giorno seguente, se sul Piave oppure sui monti, per il momento ci si limita a tamponare le falle sul Piave, inviando la 13a divisione sul Montello e la 33a a Meolo.
Sulle sorti della grande battaglia in corso, grande peso avrà la pronta disponibilità delle riserve mediante il miglior utilizzo della rete stradale e ferroviaria della pianura padana.
Ricorda il capitano Baj Macario:

“Eccellente l’aspetto delle riserve che muovono verso la battaglia, nelle retrovie il traffico è ben regolato e si cerca di sgomberare i feriti per itinerari diversi da quelli percorsi dalle riserve avviate in linea, onde evitare visioni deprimenti. Ammirevole il contegno della popolazione della regione prossima alla battaglia... Il nemico ha puntato tutto sull’impeto del primo giorno; stroncato l’urto iniziale il meccanismo strategico, logistico, tattico e perfino psicologico della manovra si è arenato...”

Anche nell’altro punto focale della battaglia sul Piave, il Montello, il giorno 15 gli austriaci compiono un balzo di circa 5 Km. Ma alla sera i contrattacchi, da ovest del 45° (Brigata Reggio) (51a divisione), da sud del Gruppo tattico col. Giacchi, con in testa il XXVII reparto d’assalto, e da sud-est di reparti delle Brigate Aquila e Piacenza (45a divisione), arrestano l’avanzata imperiale, tanto che nei giorni seguenti la linea del fuoco ondeggerà, ma sostanzialmente non muterà granché.
Come già accennato, l’offensiva dell’XI Armata di Conrad, nei settori dell’Altopiano dei Sette Comuni e del Grappa, la stessa sera del 15 poteva considerarsi fallita, dopo le prime illusioni del mattino.

Vediamo, dalla Relazione Ufficiale austriaca, com’era l’atmosfera di quelle drammatiche ore presso il Comando Supremo imperiale:

“La notizia dell’insuccesso dell’XI Armata ebbe un effetto deprimente sul morale del GO Arz. Convinto anch’egli dell’impossibilità di ripetere un attacco con truppe ormai stanche, già battute e quasi prive di munizioni, autorizzò la diramazione degli ordini proposti da Waldstatten. Subito dopo illustrò la nuova situazione all’imperatore. Questi, sotto l’impressione di quella crisi verificatasi così all’improvviso, si mise in contatto con il feldmaresciallo Boroevic: “L’XI Armata è stata respinta. Mantenga Lei le sue posizioni. La prego di farlo in nome della Monarchia”. Fu questa l’implorazione dell’imperatore al suo paladino nel Veneto. Boroevic rispose: “Faremo del nostro meglio”. E con le parole “ne sono convinto” pronunciate dal Comandante supremo ebbe termine quel memorabile colloquio...
Il grido di aiuto dell’imperatore, che doveva conoscere meglio di ogni altro la crisi del suo regno, chiarisce d’un tratto la situazione politico-militare. Non si trattava soltanto di resistere nel corso di una battaglia voluta e iniziata da parte austroungarica, ma era in gioco la sopravvivenza stessa della Monarchia.
In quella notte così ricca di avvenimenti il feldmaresciallo Boroevic, sulle cui spalle gravava ormai tutto il peso della battaglia, non ritenne opportuno diramare nuove direttive. Le sue due Armate avevano ricevuto un compito e dovevano assolverlo nell’ambito delle proprie attribuzioni.

Domenica 16 giugno 1918

Sul secondo giorno della grande offensiva nel Basso Piave, la Relazione Ufficiale austriaca continua: “Senza essere condizionata da quanto accadeva negli altri settori, l’Armata dell’Isonzo continuò ad attaccare. Solo il XVI Corpo d’armata venne escluso dall’azione.”

Nel settore del IV Corpo, la 64a divisione Honvéd riesce a portare sulla riva destra del Piave quasi tutti i suoi reparti e la batteria da campagna. Alle 14 dirige 4 battaglioni verso Casa Folina a nord-ovest e altri 4 verso Candelù a ovest. Casa Folina è a sera in mano ungherese. A Candelù, invece, il 268° (Brigata Caserta) oppone una valida resistenza, mandando a vuoto tutti gli attacchi avversari. Più verso sud-est, la 70a divisione Honvéd, dopo duri combattimenti, ce la fa a sua volta a impadronirsi di Saletto. Alle 24 la linea italiana si attesta dal Piavesella a est di Villanova, perché anche l’abitato di Candelù è stato abbandonato dalla Brigata Caserta, che ha avuto gravi perdite nel difenderlo.

Nel settore del VII Corpo austriaco, durante la notte riesce a passare il Piave soltanto un battaglione della 14a divisione e l’ultimo reparto, mezzo reggimento, della 9a divisione di cavalleria appiedata. Il Comando del VII Corpo decide di immettere nella battaglia la 87a Brigata della 44a divisione Schützen di riserva e di inserirla tra le ali interne delle divisioni 14a e 24a sull’allineamento Villanova - Zenson, ma la Brigata, ostacolata da intenso tiro d’artiglieria, giunge sulla riva destra del fiume solo alle 6.30 di mattina. Stessa sorte hanno anche 3 dei battaglioni della 14a divisione rimasti ancora al di là del fiume, che ce la fanno a passare il Piave solamente il mattino del giorno 16. Il gen. Schariczer, comandante del VII Corpo, poiché gli uomini dell’87a Brigata necessitano di qualche ora di riposo e inoltre per la notizia che il XXIII Corpo, ricevuto l’apporto della 57a divisione, riserva d’Armata, ha intenzione di proseguire l’attacco il giorno 17, decide anch’egli di rinviare l’operazione di sfondamento al giorno seguente. Per il 16 giugno si limita a ordinare azioni intese a migliorare alcune posizioni della prima linea. Il VII Corpo è però investito in mattinata da contrattacchi del 243° (Brigata Cosenza), appoggiati da reparti della VI Brigata bersaglieri (23a divisione), e dopo le 12 attacca a sua volta con l’87a Brigata Schützen e con i 3 battaglioni della l4a divisione appena pervenuti sulla riva destra del Piave, ma senza progressi rimarchevoli. Dopo una serie di combattimenti dall’esito alterno, gli austriaci riescono verso sera ad attestarsi sull’allineamento Fagarè - La Fossa, in modo da creare un fronte continuo al centro dello spiegamento del VII Corpo. In campo italiano, il comandante della 45a divisione gen. Breganze considera molto grave la situazione, con i suoi uomini superstiti impegnati dall’alba del giorno prima ininterrottamente contro forze numericamente superiori, e alle 12,40 invia un rapporto al gen. Paolini, comandante dell’XI Corpo, consigliando l’intervento dell’11a divisione di riserva. Alle 13,55 il Comando della 3a Armata dispone infatti il ritiro della 45a divisione e l’invio in linea dell’11a, Brigate Perugia (129° e 130°) e Pavia (27° e 28°). Nel frattempo però la 45a divisione ha ancora il 243° (Brigata Cosenza) su una linea precaria e con i collegamenti con le divisioni contigue instabili. Più a sud, nel settore del XXVIII Corpo italiano, la Brigata Jonio (221 ° e 222°) della 53a divisione passa in forza alla 25a, perché la sopraggiunta Brigata Bisagno (209° e 210°) della 33a divisione la sostituirà sulla linea Meolo - Fornaci. Non esiste una precisa linea del fuoco, ma gli scontri, che continuano senza tregua, avvengono per la conquista o la difesa di caposaldi, costituiti da villaggi e spesso da singoli cascinali, in un’ alternanza di vittorie o di sconfitte locali, tra fossi, filari di alberi e campi con il grano non ancora tagliato. Scrive la Relazione Ufficiale austriaca: “A sud di La Fossa, la 24a divisione di fanteria e la 9a di cavalleria furono costrette a difendersi dai violenti contrattacchi del XXVIII Corpo d’armata italiano, rinforzato da reparti della 33a divisione di fanteria e da quattro battaglioni ciclisti. Per questo motivo anche la 9a divisione di cavalleria dovette rinviare al 17 giugno l’azione a ovest di Zenson”. In realtà il contrattacco della Brigata Sassari (151 ° e 152°) della 33a divisione e dell’aggregato 3° Gruppo battaglioni ciclisti avviene alle 4,30 nel settore più a sud (XXIII Corpo), tra Ronche e la ferrovia Mestre - San Donà, e investe la 12a divisione austriaca. Vinta ogni resistenza, gli italiani hanno la meglio sui 2 reggimenti, 3° e 20°, della 24a Brigata, passati in sponda destra, costringendoli a ripiegare sulla linea Fossalta - incrocio della strada con la ferrovia, a sud di Croce. E poiché le passerelle costruite dalla 12a divisione erano state distrutte, per far passare il fiume al 56° e al 100° dell’altra Brigata, la 23a, si devono utilizzare le chiatte. I pontieri austriaci alle 5,30 avevano anche ultimato un ponte di barche nei pressi di San Donà ed era iniziato il passaggio della l0a Brigata d’artiglieria da campagna, ma il tiro dell’artiglieria italiana colpisce così gravemente la prima batteria da indurre gli austriaci a far passare le altre batterie sul ponte della chiusa di Intestadura. Il ponte di barche di San Donà è poi distrutto alle 9,45 da una bomba lanciata da un aeroplano italiano. Continuando l’avanzata, i fanti della Sassari in un’ora riconquistano il caposaldo di Croce. A due passi dalla chiesa una granata esplode vicino al Capitano Tito Acerbo, che muore alla testa del suo battaglione; non c’è tempo per seppellirlo (rimarrà insepolto sette giorni) occorre proseguire la controffensiva; verso le 12 i fanti della Sassari sono sull’argine del Piave nell’ansa di Gonfo.

Gli italiani, fra i tanti scontri della giornata, non riescono tuttavia a tenere il caposaldo di Ronche, a nord-ovest di Fossalta. Nel pomeriggio le divisioni 12a e l0a del XXIII Corpo imperiale, ricevuti i rinforzi, contrattaccano e, dopo durissimi combattimenti contro i reparti italiani spintisi troppo in profondità tanto da rischiare l’accerchiamento, raggiungono la strada Fossalta-Capo d’Argine. La 33a divisione italiana deve arretrare sulla linea Losson - Meolo, tenendola con il 3° Gruppo battaglioni ciclisti, e più a sud lungo il Fiume Meolo con i reparti della Brigata Sassari. Anche il gen. Petitti di Roreto, comandante della 61a divisione, arretra parte delle sue truppe lungo il Fiume Meolo, a ovest del canale Fossetta. Il Comando della 3a Armata assegna allora al XXIII Corpo l’altra Brigata della 33a divisione, la Bisagno, ora schierata a ovest degli abitati di Fornaci e Meolo, assieme a un battaglione cecoslovacco: sono uomini passati nelle file italiane per rivendicare l’indipendenza della loro patria dall’Impero Asburgico; due mesi prima nel “Congresso dei popoli sottomessi all’Austria-Ungheria” che si è svolto a Roma, i rappresentanti dei dissidenti in esilio e numerosi politici e giornalisti di tutti i Paesi dell’Intesa. hanno dato l’avallo alla costituzione di una grande nazione balcanica e alla costituzione della “Legione cecoslovacca”, una divisione di oltre 12.000 disertori e prigionieri boemi, comandata da ufficiali superiori italiani. Simile formazione militare fu costituita anche in Francia. Gli uomini della Legione cecoslovacca (6a divisione), se catturati dagli austriaci, vengono condannati a morte in quanto traditori (sul fronte italiano le sentenze eseguite saranno 46.) Poiché la situazione nel settore ovest del Grappa, dalla sera del 15, non presenta più alcun pericolo per lo schieramento italiano, l’Alto Comando cambia destinazione alla la divisione d’assalto (gen. Ottavio Zoppi), e la trasferisce, con i suoi 9 reparti di arditi, al XXIII Corpo, in vista di un contrattacco dalla linea Pralongo Losson verso San Donà.

Situazione alla sera del 16 giugno 1918
in seguito ai contrattacchi italiani


Lunedì 17 giugno 1918

Le intenzioni strategiche austriache, da realizzare nella giornata del 17 giugno, malgrado il tempo avverso, sono facilmente intuibili, come spiega la Relazione Ufficiale austriaca, la quale espone concisamente anche l’opposta idea operativa italiana: “Il 17 giugno la battaglia continuò, nonostante le forti piogge avessero fatto salire di altri 70 centimetri il livello delle acque. La corrente del Piave aveva ormai raggiunto una velocità di 4 m/sec. Il comando dell’Isonzo Armee intendeva collegare fra loro le due teste di ponte del VII e XXIII Corpo d’armata, per poi creare lungo il Meolo una linea a diretta protezione del successivo schieramento delle artiglierie. In campo opposto, il duca d’Aosta pensava invece di trarre vantaggio dalla singolare situazione dell’ala sud avversaria. Un attacco della divisione d’assalto e di una Brigata della 7a divisione di fanteria verso Fossalta e Capo d’Argine, svolto con il concorso di azioni locali del XXIII e XXVIII Corpo d’armata, avrebbe dovuto isolare le unità più avanzate del XXIII Corpo d’armata austro-ungarico.” Infatti il Comando della 3a Armata alle 9 emana l’ordine di controffensiva sull’intero suo fronte per far ripiegare e addossare al Piave le truppe austriache, ritenendole, con troppa anticipazione, deluse e provate dai combattimenti sostenuti. Per l’operazione, che deve iniziare alle 17, il Duca d’Aosta può disporre di nuove unità.

Il Comando della 3a Armata assegna grande importanza, nelle sue direttive, al concorso di fuoco dell’artiglieria, tanto da ribadire che tutte le batterie debbano sempre essere in postazione di tiro, anche a costo di perderne qualcuna. Ma la V Armata imperiale si muove prima che gli italiani possano realizzare il loro piano.

Nel settore del XXIII Corpo austriaco, che è quello che ci interessa, la 57a divisione (gen. von Hrozny), inserita nel dispositivo come ala nord, dovrebbe attaccare alle l0 a nord della strada Pralongo - Fornaci - Monastier, con le divisioni 12a e 10a che avrebbero regolato la loro avanzata su quella fatta dalla 57a. Inoltre la 46a divisione Schützen, inviata in rinforzo al XXIII Corpo, dovrebbe mandare la sua 92a Brigata a supporto della l0a divisione, facendole passare il Piave alle 12. Ma il gen. Csicserics, comandante del XXIII Corpo, ritiene già nelle prime ore del giorno, con errata valutazione, che gli italiani stiano cedendo, e ordina alle 3 divisioni di prima linea di muovere subito all’attacco. Ma le divisioni 57a (Brigate 113a e 114a) e 12a (Brigate 23a e 24a), che scattano dopo breve preparazione d’artiglieria, urtano ovunque contro “l’accanita resistenza di numerosi nidi di mitragliatrici” (Relazione Ufficiale austriaca);

La l0a divisione, sottoposta durante la notte a tiri d’artiglieria e a diversi contrattacchi, comincia a muovere solo alle 14,30, dopo un’accurata preparazione d’artiglieria, in collegamento con la 1a divisione di cavalleria. Mentre la 20a Brigata della l0a divisione e il 5° ussari sono rallentati dal terreno paludoso e dai campi allagati e poi fermati dall’artiglieria italiana, la 19a Brigata, avanzando subito a sud della ferrovia Mestre - San Donà, fa ripiegare reparti della 61a divisione italiana fino ad Ancilotto, circa 1 Km a sud di Casa Bianchini, a poca distanza dal Fiume Meolo. Questa avanzata, molto pericolosa, minaccia il fianco della 1a divisione d’assalto che si era spinta avanti e la costringe a ritornare sulla linea di partenza.

Dopo attacchi e contrattacchi, tanto che Ronche è rioccupato dal 232° (Brigata Avellino), alle 14, il 6° ulani riesce a impadronirsi di Villa Premuda e a inseguire i difensori fin oltre lo scolo Palombo. Per annullare questa pericolosa puntata, la 25a divisione italiana, ricevuto il XXV reparto d’assalto, già assegnato all’XI Corpo, e il XXII reparto, distaccato dalla 1a divisione d’assalto, li lancia alle 16 al contrattacco, assieme ai fanti della Brigata Ferrara. L’impetuosa ondata costringe il 6° ulani, il 13° dragoni alla sua destra e il 4° dragoni alla sua sinistra alla ritirata sulla riva est dello scolo Palombo, ristabilendo la linea di difesa.

Come previsto, nel settore del XXIII Corpo italiano, alle 17 il Comando della 3° Armata scaglia al contrattacco la 1a divisione d’assalto, appena scesa dagli autocarri. Le divisioni 57a, 12a e 10a appena dopo le 17 si scontrano con gli 8 reparti della la divisione d’assalto in avanzata da nord di Losson verso Contee e devono arretrare.

Alle 24 del 17 giugno gli Austriaci sono finalmente riusciti a saldare le due teste di ponte: tutta la riva destra del Piave, da Casa Folina a Capo Sile, è occupata dalle forze imperiali. In compenso, a dimostrazione di come gli scontri abbiano avuto sorti diverse, viene rioccupato dalla Brigata Avellino l’abitato di Fossalta e mantenuto il caposaldo di Ronche nel settore del XXVIII Corpo. Ora la linea italiana è: a est di Casa Folina – est di Candelù est di Villanova – ovest del bosco Ninni – est di Ronche – est di Fossalta – est di Losson – ovest di Casa Bianchini – nord di Ancilotto - nord di Casa Malipiero – al fosso Mille Pertiche – al Taglio del Sile nello stesso punto del 15 sera. Gli austriaci, pur facendo scendere in campo forze fresche, non sono riusciti a sfondare, Secondo la Relazione Ufficiale italiana la giornata di duri scontri si conclude con scarsi risultati, anche per le condizioni meteorologiche avverse (continui piovaschi e cielo molto nuvoloso) che impediscono all’aviazione italiana, padrona del cielo, di operare. Ma se il pessimo tempo danneggia gli italiani, per gli austriaci è una disgrazia maggiore perché ponti di barche e passerelle, arterie vitali per il rifornimento di viveri, munizioni e rinforzi, vanno in crisi a causa della piena del Piave. La Relazione Ufficiale austriaca riferisce in merito: “Nell’ambito del XVI Corpo d’armata si svolsero preparativi per raggiungere la notte sul 18 la riva occidentale del Piave con un battaglione. Questo, superato il fiume fra l’isola di Papadopoli e C. Onesti, avrebbe dovuto gettare la notte stessa un ponte. Più a valle il IV Corpo aveva costruito alcuni ponti sui diversi bracci del corso d’acqua. Il VII Corpo d’armata utilizzava i ponti di S. Andrea e Salgareda e le passerelle di S. Bartolomeo, Salgareda e Zenson. Nel settore del XXIII Corpo d’armata il fiume veniva superato sulle passerelle nei pressi di S. Osvaldo e sul ponte di S. Donà. Ma dalla notte sul 18 la piena del Piave arrecò ingenti danni a tutti i passaggi costruiti dall’Armata dell’Isonzo. Il XVI Corpo d’armata non riuscì a realizzare quanto progettato. Pezzi di ponte della VI Armata, trascinati dalla corrente, distrussero tutte le opere messe in sito dal IV Corpo, che fu costretto a impiegare di nuovo i mezzi di traghettamento. Il viaggio completo di un pontone durava più di quattro ore e si dovette ricorrere agli aerei per inviare ordini, medicinali e anche un po’ di viveri. Nel settore del VII Corpo d’armata il ponte di S. Andrea risultò troppo basso. Nonostante gli enormi sforzi compiuti dagli infaticabili zappatori, l’artiglieria nemica non consentì di ripristinare quel passaggio neppure il 19. Lo stesso accadde al ponte di Salgareda, che poté essere in qualche modo riparato entro le 14. La vicina passerella andò completamente perduta, mentre quelle a nord di Zenson, travolte dalla corrente alle 8 del mattino, vennero ricostruite durante la giornata. Verso sera la piena distrusse anche il ponte del XXIII Corpo d’armata nei pressi di S. Donà e cinque dei sette ponti che erano stati costruiti nel settore della 13 divisione di cavalleria oltre il corso artificiale del Piave. Il nemico aveva trovato nella furia degli elementi un potente alleato.”

Situazione alla sera del 17 giugno 1918
in seguito all’entrata in linea delle 44a e 57a divisioni a.u.


Martedì 18 giugno 1918

Alle 6,30 del 18 giugno l’Alto Comando italiano assegna alla 3a Armata la 22a divisione (gen. Chiossi), formata dalle Brigate Roma (79° e 80°) e Firenze (127° e 128°), proveniente dalla 7a Armata, con l’avvertenza che la truppa è stanca del lungo e disagevole viaggio e deve pertanto essere impiegata solo in caso dell’assoluta necessità di dover annullare un’irruzione nemica.
Un’ora più tardi il generale Diaz interviene presso la 3a Armata con la prescrizione che siano subito riordinate le divisioni e ricostituite quelle provate dai combattimenti dei giorni precedenti, in modo da attuare una rotazione entro l’armata, senza più ricorrere ad altre riserve.
Da parte sua, già alle 4 dello stesso giorno, il Duca d’Aosta comunica il suo piano ai Comandi dipendenti: la 1a divisione d’assalto passa in forza al XXVIII Corpo assieme alla Brigata Bergamo (25° e 26°) per eseguire un attacco a fondo con obiettivo Capo d’Argine. Una volta raggiunta questa località, reparti della 25a divisione devono pervenire sull’argine di S. Marco, in riva destra del Piave, tagliando in due il fronte austriaco. Le artiglierie dei Corpi d’armata laterali devono appoggiare l’operazione del XXVIII Corpo.
Questo contrattacco viene confermato per le ore 16, anche se il gen. Paolini, comandante dell’XI Corpo, avverte il Comando della 3a Armata che le condizioni della truppa di diverse unità in linea sono tali da non consentire un loro immediato impiego in azione.
I tre giorni d’ininterrotti combattimenti si fanno sentire anche sui soldati imperiali, tanto che il gen. Boroevic. per attuare i suoi piani, è costretto anch’egli a ricorrere a nuove divisioni, come conferma la Relazione Ufficiale austriaca:

“Il comando dell’Armata dell’Isonzo aveva ordinato di raggiungere il 15 giugno il fiume Meolo a Rovarè, per poi attestarsi lungo il corso d’acqua in corrispondenza di C. Calion, Villanova e Candelù. Per rinforzare l’ala sud dell’Armata, la 29a divisione di fanteria del IV Corpo d’armata venne posta alle dipendenze del VII Corpo d’armata. La 33a divisione di fanteria, dopo la sostituzione dei suoi reparti impiegati sulla riva del Piave (a cura della 55a divisione), doveva recarsi senza artiglieria nella zona di Lutrano - Fontanelle (circa 4 Km a nord-ovest di Oderzo) a disposizione dell’Armata."

Il gen. Seide, comandante del IV Corpo ungherese, ritiene necessario un ampliamento della sua testa di ponte, perché il collegamento tra le due sponde del Piave sia meno insicuro, e quindi portarsi a nord-ovest di nuovo a Casa Folina e a sudovest spingersi fino a Casa Nuova.
L’attacco inizia alle 13,30 del l8 e con la 128a Brigata della 64a divisione Honvéd riesce a conquistare Casa Folina, ma poi un contrattacco del 256° (Brigata Veneto) al suo fianco destro la costringe a ripiegare sulla linea di partenza. Stessa sorte tocca alla gemella 127a Brigata, che tenta invano di rioccupare Candelù.
La 208a Brigata della 70a divisione Honvéd, che da Saletto deve puntare verso ovest, ottiene scarsi risultati dopo duri scontri. L’unico successo l’ottiene l’altra ala della 70a divisione, la 207a Brigata, con la conquista di Casa Nuova.
Le truppe ungheresi del IV Corpo sono però ormai molto provate dagli scontri sostenuti e dalle privazioni: gli organici sono largamente incompleti e la carenza di ufficiali rende difficoltosa l’azione di comando.
Il VII Corpo imperiale riceve l’ordine di mantenere le posizioni raggiunte, eventualmente migliorandole, e di far avanzare le artiglierie.
Alla 14a divisione invece il Comando del VII Corpo impartisce l’ordine di attaccare le linee italiane. Il 71° e il 72° della 27a Brigata, con impetuoso assalto, superati alcuni casolari sistemati a difesa, riescono a raggiungere il gomito del Fiume Meolo a ovest di Fagarè (Casa Calion e Casa Martini), mentre la 28a Brigata si collega con l’ala sinistra della 27a Brigata schierata poco più avanti.
La 48a Brigata (24a divisione) occupa tutto il bosco Ninni, ma nel pomeriggio subisce un forte contrattacco, sferrato dal 130° (Brigata Perugia).
Non c’è tregua per le truppe in campo: nel pomeriggio anche il XXV reparto d’assalto, con repentina azione, entra nel dispositivo difensivo del 13° reggimento dragoni, ma, circondato da forze soverchianti, ha gravi perdite e i superstiti devono ripiegare oltre lo scolo Palombo, dove hanno il supporto di reparti appiedati della 3a Brigata (2a divisione) di cavalleria, giunti d’urgenza sulla linea del fuoco in mattinata.
Le operazioni più importanti si svolgono nel settore del XXIII Corpo austriaco. Durante la notte sul 18 giugno reparti della 33a divisione italiana, che avevano dato il cambio alla provata Brigata Catania (61a divisione), ossia uomini della Brigata Bisagno (209° e 210°) appoggiati dalla 5a squadriglia autoblindo, assaltano il fianco sud dell’esausta l0a divisione austriaca e costringono la sua 20a Brigata a ripiegare a est del canale Fossetta sulla linea Casa Rigati - Le Cascinelle.
All’alba la 1a divisione di cavalleria austriaca tenta di spingersi a sud-est di Capo Sile, lungo la striscia di terreno tra il Fiume Sile e la laguna, ma viene respinta dal II/81° (Brigata Torino), fatto accorrere in zona.
Riesce invece l’attacco del 15° reggimento della 19a Brigata (l0a divisione), che raggiunge la riva del Fiume Meolo nei pressi di Ancilotto, ottenendo la massima penetrazione (circa 6 Km) nel corso di tutta la battaglia. Investito però da tre direzioni dal 151° (Brigata Sassari) della 33a divisione e dai reparti d’assalto XXVIII e XXIII, deve subito ripiegare tra la ferrovia e il canale Fossetta fino all’altezza di Casa Rigati.
Il contrattacco del XXVIII Corpo, previsto dal Comando della 3a Armata per le ore 16, inizia puntualmente, con il secondo impiego della la divisione d’assalto, assieme alla Brigata Bergamo (25° e 26°) e ai reparti ancora efficienti della Brigata Avellino (231° e 232°) della 25a divisione.
All’ala sinistra e al centro le truppe avanzano rapidamente e costringono la 12a divisione austriaca (Brigate 23a e 24a), già duramente provata, a cedere terreno, anche se un contrattacco del suo 3° reggimento ne rallenta l’azione; all’ala destra l’attacco va invece a rilento a causa di contrattacchi che interrompono l’avanzata.
Fossalta è oltrepassata dalla divisione d’assalto e Capo d’Argine è raggiunto dai reparti dell’ala destra, ma poi avviene la reazione austriaca su tre direttrici, seguite dalle Brigate 114a e 113a della 57a divisione e dalla non ancora impiegata 92a Brigata della 46a divisione Schützen.
Non potendo gli italiani avvalersi di rincalzi, alle 21 Capo d’Argine è perduto e di conseguenza anche Fossalta deve essere abbandonata, assieme al caposaldo di Ronche che aveva finora opposto una valida resistenza.

Alle ore 24 del 18 giugno le truppe italiane devono dunque ripiegare sulle linee di partenza, con l’apprensione di nuovi attacchi austriaci in direzione di Monastier, Fornaci e Losson; quindi la vasta operazione si conclude in pratica con un nulla di fatto e con forti perdite per entrambi gli eserciti. Inoltre il XXVIII Corpo italiano, in attesa di rinforzi, è costretto a passare alla difensiva.

Alcuni dei soldati boemi che hanno fatto il loro esordio in battaglia a fianco degli italiani (vi ricordate, no? che era stato costituito un reggimento tutto di loro...) vengono catturati a Fossalta di Piave dagli austro-ungarici e, dopo un sommario processo, con l’accusa di tradimento vengono portati a Calvecchia di San Donà per essere impiccati; le forche – alberi di ippocastano e pioppo – vengono scelte lungo la Strada che diverrà la Triestina, perché i corpi, che rimarranno appesi per alcuni giorni con cartelli di scherno, siano di monito contro eventuali “ripensamenti” dei combattenti che si recano di rincalzo sul vicino fronte del Piave.

Ma anche gli austriaci non sono in una condizione migliore, tanto che la Relazione Ufficiale austriaca scrive:

“Il disordine che si verificò fra le riserve della 10a divisione indusse la 46a Schützen a inviare la 91a Brigata sulla riva orientale del Piave per farle presidiare una posizione di contenimento nei pressi di S. Donà.
Al termine del quarto giorno della battaglia, nonostante tutti i sacrifici compiuti nel corso di numerosi combattimenti, il XXIII Corpo d’armata si trovava ancora a 2 - 3 chilometri dagli obiettivi intermedi assegnati. Senza tempestivi e consistenti rinforzi non era più possibile attendersi un grande successo, anche perché la spinta offensiva delle truppe, logorate nel fisico e nel morale, si era ormai notevolmente ridotta.”

Mercoledì 19 giugno 1918

Continua la Relazione Ufficiale austriaca:

“Mentre il Comando Supremo austro-ungarico voleva anzitutto rendersi conto degli sviluppi della situazione a ovest del Piave, senza però trasferire su quel fronte parte delle forze schierate nel Sudtirolo, il Comando Supremo italiano tendeva ad assumere l’iniziativa delle operazioni per respingere il nemico sulla riva orientale del fiume. Ad Abano si giudicava imminente il giorno in cui l’avversario, dati gli avvenimenti sempre più sfavorevoli e l’impossibilità di rifornire i reparti oltre il corso impetuoso del Piave, sarebbe rimasto senza riserve. Ed era proprio quello il momento atteso per passare alla controffensiva.
La decisione venne presa il 18 giugno. Gli italiani conoscevano ormai la situazione oltremodo difficile in cui le forze austro-ungariche penetrate oltre il Piave erano venute a trovarsi, nonostante i guadagni territoriali del giorno 17. Essi ebbero una precisa conferma della diminuita capacità combattiva dei loro avversari dai sempre maggiori successi ottenuti dai propri contrattacchi. Gli aerei avevano inoltre segnalato i danni arrecati ai ponti dalla piena del fiume, dai bombardamenti e dal fuoco dell’’artiglieria.
Le nostre truppe operanti a ovest del Piave erano oramai come chiuse in una morsa, costrette a combattere fra il fuoco e l’acqua. E, per sfruttare l’occasione favorevole offerta dal destino, il Comando Supremo italiano decise di passare alla controffensiva il 19 giugno. Questa doveva essere svolta verso il Montello, per eliminare la penetrazione più pericolosa di tutto il fronte. Non si ritenne invece opportuno agire lungo il basso corso del Piave, perché la spinta nemica in quel settore sembrava ormai esaurita e gli austro-ungarici sarebbero stati costretti a impegnare un numero considerevole di divisioni soltanto per mantenere il possesso della testa di ponte fra S. Donà e Zenson. La riconquista di tutto il Montello avrebbe poi consentito di compiere una successiva azione, molto meno impegnativa, nell’intento di obbligare il nemico a cedere anche il terreno occupato fra il Piave e il Meolo.”

Situazione a mezzogiorno del 19 giugno 1918
in seguito all’entrata in linea delle 29a e 46a divisioni a.u.


La grande controffensiva italiana sul Montello inizia infatti alle ore 13 del 19 giugno e si svolge, con combattimenti aspri e cruenti, fino alla sera del giorno successivo. Alle 17,30 del 20 il Comando dell’8a Armata italiana informa il gen. Diaz di aver impartito ordini ai Comandi dei Corpi d’armata dipendenti di saldare le proprie linee nei tratti più delicati, dove potrebbero verificarsi discontinuità e pericolo d’infiltrazioni nemiche.

La Relazione Ufficiale italiana commenta:

“Era una forma eufemistica per dire che era finita, e senza esito, la grande offensiva intrapresa il giorno 19 con il proposito, forse troppo ambizioso, di ricacciare il nemico oltre il Piave.”

Troppo impaziente era stato il Comando dell’8a Armata di voler risolvere radicalmente la situazione, sollecitato a far ciò a sua volta dal Comando Supremo. Ha sottovalutato il numero delle forze austriache, in pratica equivalenti alle italiane (con le tattiche d’attacco e con le armi della Grande Guerra, la superiorità di uomini e mezzi, necessaria per avere buone possibilità di successo in un’offensiva, doveva essere almeno di 2 a 1, meglio di 3 a 1).

Sul fronte della 3a Armata le forze italiane sono addirittura inferiori a quelle della V Armata imperiale, ma le unità austroungariche, impegnate a ovest del Piave fin dal primo giorno di battaglia, non hanno, come le più provate delle italiane, ricevuto il cambio e in più soffrono della difficoltà di essere rifornite di viveri e di quant’altro dalla riva opposta del fiume.
La situazione è particolarmente grave e si fa sempre più difficile per le divisioni 64a e 70a Honvéd del IV Corpo: prive di ogni collegamento con la riva est del Piave, sono rimaste senza viveri e non possono neppure sgomberare oltre il fiume i feriti e i prigionieri.
La sera del 19 si hanno attacchi del 255° (Brigata Veneto) da Casa Folina contro l’ala destra della 64a divisione, che soltanto con una resistenza al limite delle forze sono respinti. La 70a divisione riesce tuttavia a ricollegare il suo 315° reggimento con la 14a divisione in linea più a sud-est.

I disegni offensivi dell’XI Corpo italiano nel settore dell’11a divisione vengono invece preceduti dagli attacchi del VII Corpo imperiale.
L’azione principale è affidata al raggruppamento del gen. Urbarz, con le divisioni 24a, 9a di cavalleria e la 88a Brigata della 44a Schützen (unificate nel comando già dal giorno 17), rinforzato dalla fresca 29a divisione (gen. Steiger), la quale ha l’incarico di attaccare tra la ferrovia Treviso - Oderzo e il margine nord del bosco Ninni e di raggiungere il F. Meolo tra la ferrovia stessa e Isolella, poco a sud-est di Rovarè. L’87a Brigata (44a divisione Schützen) passa invece in riserva.
A sud della 29a divisione, la 24a divisione, rinforzata dal l° Schützen da montagna (88a Brigata), deve arrivare al Fiume. Meolo tra Isolella e Monastier, mentre la 9a divisione di cavalleria, con il 2° Schützen da montagna, ha il compito di proteggere il fianco sud del dispositivo e di concorrere con l’ala destra all’attacco della 24a divisione.
A causa del ritardo delle operazioni di attraversamento notturno del Piave da parte della 29a divisione, l’azione può iniziare soltanto alle 13.
L’attacco delle Brigate 57a e 58a della 29a divisione, su un terreno coperto da fitta vegetazione, si fraziona subito in singoli e furiosi combattimenti dall’esito incerto.
Per raggiungere gli obiettivi previsti, la 29a divisione deve assolutamente superare il caposaldo di Casa Ninni, ma questo resiste tenacemente a tutti gli attacchi austriaci. Tuttavia alcuni reparti si spingono fino alla Cappella di Le Taie, località alcune centinaia di metri a sud-est di Casa Ninni, ma poi sono costretti a ripiegare da violenti contrattacchi dei fanti del 28° (Brigata Pavia) e del 129° e del 130° (Brigata Perugia), con il concorso di autoblindo della 4a squadriglia.
La più importante avanzata avviene da parte delle Brigate 47a e 48a della 24a divisione imperiale, che riesce a far arretrare il 69° della Brigata Ancona, appena entrata in linea e schierata sullo scolo Palombo, e ad arrivare a un canale a sud di Le Taie.

Ma la Relazione Ufficiale austriaca aggiunge:

“Fu questa la penetrazione più profonda della divisione e di tutto il VII Corpo d’armata, ma l’attacco aveva completamente esaurito la capacità combattiva della grande unità, impegnata ormai da cinque giorni nella battaglia.”

Più a sud-est, nel settore dell’ala sinistra del XXVIII Corpo italiano, un gruppo da combattimento composto da altre forze del VII Corpo austriaco, ossia da reparti della 44a divisione Schützen con altri della 24a e della 9a, travolta la linea tenuta dal 70° (Brigata Ancona), raggiunge nel primo pomeriggio Monastier, dove si svolgono, casa per casa, violenti scontri. La grave situazione è però prontamente risolta e il gruppo tattico austriaco deve battere in ritirata. II Comando della 3a Brigata di cavalleria, dislocata a Monastier, lancia infatti alla carica sulla strada S. Pietro Novello - Monastier uno squadrone del Piemonte Reale e successivamente alle 15 riesce a trascinare al contrattacco il 70°, mettendo in campo squadroni del Milano e del Vittorio Emanuele II e le due autoblindo di una sezione della 5a squadriglia. Frattanto, come era già successo la sera del 18 giugno nella 10a divisione del XXIII Corpo imperiale, la sera del 19 e la notte sul 20 cominciano anche nel VII Corpo a evidenziarsi le prime avvisaglie del cedimento delle truppe. Pur avendo tuttora una buona superiorità numerica e di volume di fuoco e pur avendo ricevuto il rinforzo di 4 nuove divisioni dall’inizio dell’offensiva, i combattenti austriaci cominciano ad accusare lo sforzo di essere costretti a opporsi ad avversari che vanno rinvigorendo l’urto dei contrattacchi.

Lo conferma la Relazione Ufficiale austriaca:

“Nel frattempo il 1° e 13° reggimento dragoni, ormai esausti, erano stati fatti ripiegare come riserve verso Castaldel (a ovest di Zenson). Nelle ore serali la situazione delle ali interne della 24a divisione di fanteria e della 9a di cavalleria cominciò a diventare critica. Sottoposti al violento fuoco dell’artiglieria italiana e attaccati più volte durante la notte da consistenti forze avversarie, alcuni reparti della 48a Brigata di fanteria e del 2° reggimento Schützen (ala destra della 9a divisione di cavalleria) cominciarono a cedere e a disperdersi. Il 21° reggimento della 87" Brigata Schützen, avuto l’ordine di colmare quel vuoto, riuscì a raggiungere prima dell’alba solo il margine meridionale di bosco Nini (Ninni).”

Come previsto, nel settore del XXIII Corpo italiano e del XXIII Corpo austriaco, alle 13, secondo un piano studiato dal generale Zoppi, comandante della 1a divisione d’assalto, i reparti di questa unità, della Brigata Sassari (151 ° e 152°) e del 4° Gruppo battaglioni ciclisti passano all’attacco e provocano cedimenti nei settori delle divisioni austriache 57a e 12a: alle ore 17 le località di Fossalta e Capo d’Argine, passate di mano più volte, sono di nuovo occupate dagli italiani. Questo attacco segue e completa quello effettuato alle 4,30 dalla Brigata Bisagno (209° e 210°), dal 3° Gruppo battaglioni ciclisti, dal battaglione cecoslovacco, dal 226° (Brigata Arezzo) e da 2 sezioni della sa squadriglia autoblindo. Tali reparti, superata la resistenza della 20a Brigata, ala est della l0a divisione austriaca, alle 7 giungevano a Casa Gradenigo, meno di 2 Km a sud di Croce.

Per contrastare queste avanzate italiane viene impiegata la 91a Brigata Schützen, che, passato il Piave sul ponte di San Donà, nuovamente transitabile dalle 6,40, si era radunata nei pressi di Musile. Da allora si hanno “altri episodi di panico fra le truppe schierate all’ala est della 10a divisione, rendendo necessario l’energico intervento del comandante della grande unità, FML Gologòrsky, per ristabilire entro breve tempo l’ordine”.
Su proposta del Comando del XXIII Corpo austriaco, i reggimenti 15°, 21° e 55° della 10a divisione, “fisicamente e moralmente stremata dai continui e sanguinosi combattimenti”, vengono ritirati dalla linea del fuoco e inviati sulla riva sinistra del Piave. Ma non è l’unico provvedimento preso: per la 12a divisione, “nel cui ambito si era verificato qualche episodio preoccupante”, e per la 57a divisione che “aveva perso ogni capacità offensiva”, viene deciso il cambio. Rimane in linea solo il 98° reggimento della 10a divisione, assegnato alla 46a divisione Schützen, il cui nuovo comandante, gen. Weisz von Schleussenburg, ha ora la responsabilità di tutto il settore compreso tra Il Palazzotto, poco a nord-est di Losson, e il fosso Mille Pertiche. Gli austriaci dunque sono costretti a ritirare delle grandi unità, 20a Brigata e 15° reggimento (10a divisione) al di là del Piave, Brigate 23a e 24a (12a divisione) e Brigate 113a e 114a (57a divisione) a rincalzo, le cui condizioni, come risulta dalla loro Relazione, appaiono al limite del tracollo psicofisico. In campo italiano alle 22,40 un ordine del Duca d’Aosta assegna invece al XXVIII Corpo la 37a divisione, Brigate Macerata (121° e 122°) e Foggia (281 ° e 282°). Il gen. Croce, comandante della divisione, emana subito un ordine d’operazioni per le ore 2 del giorno seguente, 20 giugno, con l’obiettivo di riportare il fronte italiano sull’allineamento Villanova - Casa Martini - Casa Ninni. La 22a divisione con la Brigata Roma (79° e 80°), ubicata a ovest di Monastier, e con la Brigata Firenze (127° e 128°), a sud della località Fornaci, ha invece come obiettivo il raggiungimento dello scolo Palombo su tutto il suo corso.
Le divisioni 37a e 22a devono sostituire l’11a, Brigate Pavia e Perugia, incuneata tra i Corpi austriaci IV e VII, e, della 25a, la Brigata Avellino, la sola rimasta in linea e dall’organico molto ridotto. Quindi il 231° dell’Avellino, che occupa ancora un tratto dello scolo Palombo a nord di Losson, avrà finalmente il cambio.

Termina dunque per i due eserciti una giornata di duri scontri, in cui gli austriaci hanno avuto qualche avanzata nel settore del XXVIII Corpo italiano e gli italiani qualche significativo progresso nel settore del XXIII Corpo imperiale: semplici serpeggiamenti delle linee del fronte, pagati però a carissimo prezzo da uomini in combattimento ormai da cinque interminabili giorni.

Nel corso della giornata muore il tenente Soccorso Saloni: ferito all’inizio dell’offensiva austriaca del giugno 1918 era rientrato al reparto ancora convalescente. Portatosi a Losson, aveva ricuevuto l’ordine di contrattaccare. Ferito una prima volta, aveva proseguito nell’assalto trascinando i suoi Arditi alla conquista delle posizioni nemiche, ove era caduto colpito a morte.
Gli verrà conferita la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria con la seguente motivazione:

«Allo squillo di battaglia, ancora dolorante per una ferita, volontariamente usciva dall’ospedale e raggiungeva la prima linea. Alla testa della compagnia, balzava all’attacco, e, primo fra tutti, superava i reticolati avversari. Ferito ad un braccio, si slanciava ancora avanti, finché, colpito in pieno da una raffica cadeva, consacrando col suo puro sangue d’eroe la posizione conquistata»
(Losson - Basso Piave, 19 giugno 1918)

In campo italiano già il 19 giugno il gen. Diaz, indirizzandosi al Duca d’Aosta, rileva che i rinforzi inviatigli, dopo le prime alterne vicende dei combattimenti, hanno consentito di raggiungere una situazione di equilibrio. Ma, per poter far pendere l’ago della bilancia dalla parte italiana, era necessaria un’operazione su vasta scala, che l’Alto Comando si proponeva di attuare non appena, risolta la pratica Montello, si rendessero disponibili le truppe e i mezzi occorrenti. Il Comando della 3a Armata deve rendere attuabile il progetto di questa operazione intanto rendendo stabile la situazione di equilibrio raggiunta, dando il cambio alle unità logore e disponendo affinché le forze in linea, con attacchi locali di rettifica del fronte, impediscano agli austriaci ulteriori ampliamenti della zona da essi occupata.

Giovedì 20 giugno 1918

Dopo aver portato gli Honvéd del IV Corpo, all’1,30 di notte, un ultimo tentativo d’attacco davanti a Candelù alle linee della 31a divisione italiana, fallito con gravi perdite, la Relazione Ufficiale austriaca puntualizza:

“Il 20 giugno la situazione del IV Corpo d’armata non subì modifiche, ma gli effettivi delle sue unità continuarono a diminuire. La 128a Brigata della 64a divisione Honvéd aveva soltanto 34 ufficiali e 752 soldati; la 127a Brigata si era ridotta a 800 uomini. La 70a divisione non si trovava certo in migliori condizioni, specie per le perdite di ufficiali, che avevano costretto ad affidare a un sottotenente il comando di un battaglione.”

Nel frattempo il Comando del XXVIII Corpo alle ore 0,50 conferma alle divisioni 37a, Brigate Foggia e Macerata, e 22a, Brigate Roma e Firenze, l’ordine di contrattacco, da iniziarsi alle ore 2, con gli obiettivi già citati.
La Brigata Macerata, ala destra della 37a divisione in linea più a nord, a causa del terreno sconosciuto e delle tenebre, può incominciare l’azione solo alle 5, coinvolgendo nel suo ritardo anche l’80° (Brigata Roma).

Tuttavia, malgrado questi contrattempi, la linea prevista per il primo balzo è raggiunta, con ulteriore logorio delle unità avversarie, come conferma la Relazione Ufficiale austriaca:

“Queste truppe fresche - senza preventiva preparazione d’artiglieria, ma rinforzate da autoblindo - vennero lanciate all’attacco il mattino del 20 su tutto il fronte del VII Corpo d’armata austro-ungarico.
La situazione si presentò ancor più difficile per la 24a divisione di fanteria (Brigate 47a e 48a) che, schierata in un saliente del fronte, fu esposta il 20 giugno a un vero disastro.
L’urto subito dalla 24a divisione fu particolarmente violento; la sua ala sud cominciò a cedere estendendo così il vuoto ancora esistente verso la 9a divisione di cavalleria.
La 24a divisione di fanteria, che non era più in condizioni di combattere, fu avviata in una zona di raccolta a est del bosco (Ninni) come riserva di raggruppamento. Anche la 9a divisione di cavalleria, che durante la notte aveva respinto diversi attacchi e contenuto nelle prime ore del mattino una penetrazione nel settore del 2° reggimento Schützen, ricevette l’ordine di far arretrare la sua ala destra. Lo schieramento sulla nuova linea venne ultimato superando enormi difficoltà.”

Questa grande unità scelta conserva tuttavia ancora qualche reparto dallo spirito altamente combattivo:

“Un gruppo da combattimento italiano, che si stava riunendo davanti all’ala sinistra della 9a divisione di cavalleria, venne disperso verso sera dal 4° reggimento dragoni.”

La controffensiva generale del XXVIII Corpo investe anche le altre divisioni del VII Corpo imperiale, la 29a e la 14a all’ala destra, e quest’ultima è costretta ad arretrare, per cui il VII Corpo viene a essere schierato su un fronte quasi rettilineo (salvo un piccolo saliente che ha per vertice Casa Martini), che da Villanova volge verso sud-est e scende poi lungo lo scolo Palombo.
La 29a divisione (Brigate 57a e 58a), come già fatto il giorno prima, alle 13 passa invece all’attacco, dopo breve preparazione d’artiglieria, ma incontra “una resistenza sempre più tenace” e ottiene scarsi risultati con forti perdite.

Relazione Ufficiale austriaca:

“Specie i valorosi difensori del caposaldo di C. Nini (Ninni) situato al centro del settore d’azione divisionale, sostennero gli assalti più impetuosi dei battaglioni boemi, infliggendo loro pesanti perdite.”

Esauritosi l’attacco della 29a divisione austriaca, anche il Comando della 3a Armata prende la decisione di sospendere le operazioni in corso nel settore del XXVIII Corpo, rinviandole alle ore 5 del giorno seguente. Il Comando del XXVIII Corpo pensa allora di approfittarne per un cambio delle truppe in linea, inoltrando richiesta all’Armata di una nuova Brigata che sostituisca il provato 70° (Brigata Ancona) e la Brigata Bergamo della 7a divisione.
Nel settore del XXIII Corpo austriaco, dopo un inizio di giornata tranquillo, reparti del 15° Schützen della 91a Brigata, appena entrata in linea, si spingono verso Losson, dando origine a un violento combattimento che si estende anche più a sud dove opera il 32° Schützen; ma un pronto contrattacco dei fanti del 152° (Brigata Sassari) e del 4° Gruppo battaglioni ciclisti costringe gli austriaci a ripiegare sulle linee di partenza.
A causa di questa puntata austriaca, il Comando del XXIII Corpo italiano mette in atto nel pomeriggio un’operazione di sorpresa nel settore più meridionale del fronte, da Capo Sile a Cortellazzo.
All’attacco partecipano il 225° (Brigata Arezzo) della 61a divisione e reparti delle Brigate Torino e III bersaglieri e del reggimento Marina della 4a divisione.
Il tentativo di passare il Piave e ricreare una testa di ponte a Capo Sile, tentato dal 225°, avanzato lungo il Taglio del Sile, viene sventato dal 14° ussari.
La 1a divisione di cavalleria austriaca viene anche impegnata da truppe della 4a divisione a Cavazuccherina, senza successo, e a Cortellazzo, alla foce del Piave Nuovo, dove il 12° ussari è costretto, malgrado l’intervento di 2 squadroni del 2° e di mezzo battaglione d’assalto, ad arretrare fino alla terza linea difensiva.
Per far fronte ad altre puntate italiane, che potrebbero costituire un grave pericolo per la saldezza del fronte austriaco da Capo Sile al mare, il Comando della V Armata, oltre che restituire alla la divisione di cavalleria il 5° ussari, che agiva con la 10a divisione, il 20 sera le assegna il VII Sturmbataillon del XVI Corpo e l’Orientkorps, al comando del ten. col. Duic, formato da 4 battaglioni, giunto da Belgrado a S. Stino (2 suoi battaglioni la sera stessa sono trasportati verso il Piave con la ferrovia militare ultimata ai primi di giugno).

A sua volta il gen. von Schariczer, comandante del VII Corpo, la sera del 20 riferisce al Comando della V Armata (Relazione Ufficiale austriaca):

“... la 14a e la 24a divisione di fanteria e la 9a di cavalleria si erano ormai logorate a causa delle continue privazioni e delle perdite subite durante i sei giorni di combattimenti. Si rendeva necessario ritirare le ultime due dal fronte, mentre la 14a sarebbe potuta restare ancora in linea solo se opportunamente rinforzata.”

Il gen. Wurm, comandante della V Armata, assegna allora al VII Corpo la 3a divisione (gen. Ivànsky), destinata dapprima al XXIII Corpo, per dare il cambio alla 9a divisione di cavalleria e per rafforzare con un reggimento la 14a; ordina inoltre al XVI Corpo di inviare al più presto, una dopo l’altra, le Brigate 115a e 116a della 58a divisione nei paraggi di Ponte di Piave.
Come si può constatare, i durissimi e cruenti sei giorni di battaglia hanno prostrato entrambi gli schieramenti.

Nel suo libro “Giugno 1918” il capitano Gianni Baj Macario scrive a proposito della situazione la sera del 20 giugno:

“I cunei più minacciosi dell’avanzata nemica sono ridotti e smussati; ma anche la nostra controffensiva ha avuto mediocre successo. Pare ristabilito l’equilibrio: nessuno ha la forza di avanzare.”

Le condizioni degli austriaci “tra fuoco e acqua” sono però peggiori. Il gen. Boroevic, comandante del Gruppo Armate del Piave (V e VI), ritiene anzi che la situazione delle 5 divisioni operanti sul Montello e delle 11 divisioni in sponda destra nel Basso Piave sia ormai insostenibile.
Lo stesso giorno, 20 giugno 1918, dopo consultazioni con i suoi principali collaboratori, e dopo aver ascoltato il gen. Boroevic e i gen. Wurm e Goiginger, alle 19,16 l’Imperatore Carlo I emana lo storico ordine di ritirata delle truppe sulla sponda sinistra del Piave.

Venerdì 21, sabato 22, domenica 23
e lunedì 24 giugno 1918

Della decisione dell’Imperatore di ritirare le truppe sulla riva sinistra del Piave, il gen. Wurm, comandante della V Armata, informa i suoi comandanti in sottordine la sera stessa del giorno 20; mentre gli ordini operativi vengono diramati solamente il giorno successivo.
Viene raccomandato di mantenere la calma e di non rivelare fino alla conclusione dell’operazione il vero motivo dei movimenti da eseguire; inoltre, per evitare che disertori o prigionieri possano informare gli italiani, si dice alle truppe che è necessario sostituire alcune unità e modificare lo schieramento. L’artiglieria deve continuare come prima i tiri, specialmente quelli di sbarramento e di interdizione, finché i Comandi italiani non siano informati del ripiegamento.
Le batterie e i carriaggi sulla riva ovest del Piave devono varcare il fiume la notte sul 22 giugno; il IV Corpo, con gli organici molto ridotti e costretti in una ristretta striscia di terreno a ridosso della sponda, è previsto che abbandoni le sue posizioni in una sola fase, mentre invece i Corpi VII e XXIII lo dovranno fare per scaglioni in due fasi. Tutto il ripiegamento oltre il Piave deve essere ultimato entro la notte sul 24 giugno.

L’insuccesso della controffensiva sul Montello del 19 e 20 giugno condiziona gli intendimenti dell’Alto Comando italiano. Il Comando della 3a Armata, alle ore 2 del 21 giugno sospende la controffensiva del XXVIII Corpo, iniziata il giorno prima.

Mentre l’esercito austriaco provvede a ritirarsi oltre il Piave, continua la logica inesorabile della guerra: il 21 giugno 1918, a Calvecchia, viene giustiziato Bedrich Havlena. Chi è costui? È un legionario boemo di trent’anni, impiegato delle imposte, celibe. Già catturato dagli italiani a San Michele del Carso nel novembre del 1915 è poi stato inquadrato nel corpo dei legionari aggregato all’esercito italiano. Due giorni prima si è arreso ai cechi del suo reggimento di provenienza ed è stato condotto a Calvecchia, nella fattoria Bertolotti, in quel momento sede del comando della 10a divisione. Lì viene processato. Il Pubblico accusatore, il capitano ceco Machalek, sembra voler formulare le domande in modo da aiutare l’imputato.
«Siete forse un ceco residente in Russia o in America?»
«No, sono un ceco cittadino austriaco arruolato nel 98° reggimento di fanteria e so cosa mi attende. Fate il vostro dovere e fatelo presto».
Viene condannato a morte: il braccio della forca è un legno inchiodato al palo del telegrafo. Il legionario, giunto sul luogo dell’esecuzione, le mani slegate, si aggrappa al sostegno della forca e con una mano s’infila il capestro nella testa, ma il sostegno cade. In questi casi la consuetudine prevede la grazia; il Comando è anche favorevole ma il Tribunale ordina la ripetizione dell’esecuzione, che avvenne dopo qualche ora. Anche in questa seconda occasione il prigioniero si aggrappa al sostegno; inutilmente. Venne impiccato alle 14.30 e il suo corpo venne rimosso alle 19, per essere seppellito su un campo, davanti all’improvvisato patibolo.

Il 21 e il 22 giugno, mentre gli austriaci, con assoluta segretezza e ordine fanno ripassare al grosso delle loro forze il Piave, sono per gli italiani di relativa calma, salvo il riuscito colpo di mano che porta alla riconquista del caposaldo di Casa Martini e all’eliminazione del suo piccolo saliente.
Soltanto altri sporadici contatti a fuoco con gli imperiali e la stasi delle operazioni su tutto il fronte della 3a Armata rendono finalmente possibile il giorno 22 il cambio delle valide unità della 31a divisione, Brigate Veneto e Caserta, in linea dal 15 giugno, inizio della battaglia, con la Brigata Puglie (71 ° e 72°) (23a divisione) e con la IV Brigata bersaglieri (14° e 20°) (69a divisione), trasportata con autocarri dalla Vallarsa.

Gli italiani, all’oscuro della drastica decisione presa dall’avversario, cercano di riprendere le forze e di aggiungere altre frecce all’arco, in vista di un prossimo decisivo e cruento sforzo per riportare la linea del fronte sulla sponda destra del Piave, ossia su quella linea che rappresenterebbe la sicurezza e la fine delle possibilità di futuri sbocchi offensivi da parte dell’esercito imperiale.
Il ripiegamento delle unità austroungariche si conclude indisturbato per il IV Corpo nella notte sul 23 e per il VII Corpo alle 8 di mattina del 23 giugno. La ritirata del XXIII Corpo ha invece un grave contrattempo la sera del 23 nel settore tenuto dalla 57a divisione, in quanto l’artiglieria italiana aveva tirato sul tratto di strada in rilevato Fossalta - San Donà e colpito il ponte di barche sul Piave davanti a quest’ultima località; pur finendo malgrado tutto all’una di notte del 24. Dopo aver resistito su una linea arretrata, la 113a Brigata, incalzata dalle truppe italiane mentre sta attraversando il fiume di fronte a Noventa, subisce serie perdite dal fuoco delle mitragliatrici. L’altra Brigata della 57a divisione, la 114a, allorché si accinge a superare il corso del Piave a S. Osvaldo, 2 Km più a sud, viene rinchiusa nell’ansa del fiume da forze delle divisioni italiane 33a e 7a e alcuni reparti si devono arrendere. La Relazione Ufficiale italiana, asserendo che soltanto il 23 giugno, da parte italiana, si ebbe la certezza che il nemico stesse ripiegando o si fosse ritirato già sull’altra riva del Piave, trova una scusante nel fatto che il disimpegno austriaco è stata “... peraltro attuato senza che plausibili ragioni potessero farlo né prevedere né solo pensare...”

Luigi Barzini, uno dei primi autorevoli corrispondenti di guerra, spiega sul “Corriere della Sera” del 26 giugno, senza facili trionfalismi da tempo di guerra, la necessità della ritirata da parte dell’esercito austriaco:

“Il nemico si è trovato nella condizione di dover adoperare grandi masse in una zona insufficiente all’azione di grandi masse. Non avendo potuto farsi largo, le truppe di quella dozzina di divisioni austriache che avevano passate il fiume si sono trovate letteralmente bloccate fra la nostra spinta controffensiva e il fiume tempestato dai nostri fuochi di sbarramento. Le loro perdite erano enormi, perché il territorio occupato si trovava interamente sotto il tiro di quasi tutte le nostre armi. Molte unità hanno lasciato due terzi del loro effettivo sul terreno. L’artiglieria italiana sfasciava continuamente i ponti e le passerelle, e il fiume in piena per alcune ore ha devastato tutto il suo corso. I rifornimenti nemici erano perciò irregolarissimi, deficienti e le truppe soffrivano spesso la fame e fronteggiavano allarmanti penurie di munizioni. Gli austriaci, partiti all’offensiva con disegni vastissimi, avevano finito per creare due teste di ponte che non avevano modo di nutrire. Non potendo andare avanti, non potendo restar fermi, dovevano tornare indietro.
Un’altra ragione consigliava la ritirata nemica, ed è che, essendo mancata completamente l’offensiva, sul Piave si era rovesciata la situazione. La nostra reazione aggressiva aveva finito per far di noi gli attaccanti e del nemico paralizzato il difensore. Difendersi in quelle condizioni era costoso e difficile, e gli austriaci hanno ricercato al di là dal Piave le uniche logiche posizioni difensive che possano permettere un risparmio di uomini. Dovendo rinunziare all’invasione del Piave, gli austriaci vogliono spogliare probabilmente quel fronte di tutta l’esuberanza di mezzi che caratterizza un fronte offensivo, per adunare il massimo sforzo sui settori montani. Questo ancora rendeva la ritirata necessaria per assumere disposizioni economiche di pura difesa.
Come si vede, troppe ragioni militari spiegano l’ultima mossa austriaca per vedere già in essa un fenomeno di debolezza generale e uno sfasciamento. Nulla sarebbe più pericoloso di una illusione nostra sulle forze e sulla portata degli atti dell’avversario. Ma ripassando il Piave gli austriaci danno pure una misura precisa, definitiva della nostra magnifica vittoriosa resistenza alla più formidabile delle offensive, e si confessano per questa volta vinti.”

Secondo quanto scrisse in seguito il gen. Giardino, comandante della 4a Armata del Grappa, Diaz e i suoi diretti collaboratori, appena avuta il 23 giugno l’informazione del ripiegamento dell’avversario oltre il Piave, hanno l’impulso di far varcare il fiume anche alle truppe italiane per incalzare gli austriaci nella ritirata.
Il gen. Giardino alle ore 14 del giorno 23 riceve personalmente una telefonata dall’Alto Comando, nella quale si confida l’intenzione di avanzare al di là del Piave e si ordina quindi alla 4a Armata a sua volta “di guadagnare profondità nel suo schieramento”, facendo tesoro della situazione propizia. Alle 9 del giorno seguente, il 24 giugno, Giardino viene però informato che il passaggio del Piave è stato rinviato.
È senza dubbio decisione saggia: la battaglia sul Montello e nel Basso Piave è stata durissima, le 6 divisioni rimaste integre non sono sufficienti per formare una massa d’urto in grado di ottenere un successo decisivo. Tutt’al più si poteva forse creare una testa di ponte oltre il Piave, ma con grande dispendio di uomini e materiali e con rifornimenti aleatorio Quindi fu giusto da parte italiana fermarsi al Piave riconquistato.

La stessa Relazione Ufficiale austriaca osserva:

“Inoltre non era stato predisposto nulla (dagli italiani), né dal punto di vista tecnico, né da quello addestrativo, per un forzamento del Piave contro un nemico che occupava posizioni difensive protette dall’ostacolo fluviale e completamente intatte.”

E aggiunge:

“Alla 3a Armata fu affidato il compito di avanzare fino al corso normale del Piave (al Piave Nuovo) per accorciare la propria fronte.”

Intanto, il ritorno sulle linee di partenza della grande offensiva, iniziata con la decisa volontà di vittoria, ha soprattutto inciso negativamente sul morale dei soldati austroungarici, come afferma il capitano Fritz Weber nel suo libro “Tappe della disfatta”:

“Di nuovo le notti risuonano del rumore delle colonne in marcia, dello stridio delle ruote e dei nitriti dei cavalli. Dietro una sottile barriera di difesa, le truppe dell’offensiva vengono ritirate e sparpagliate, per il meritato riposo, nei dintorni di Udine.
Tutto questo succede meccanicamente, con lo spirito metodico della disciplina che ancora domina i resti dell’Armata. Ma nella testa dei centomila uomini che sono sfuggiti al gigantesco bagno di sangue passano neri pensieri, pensieri che ormai non scompariranno più. Intuiamo tutti che l’Austria-Ungheria ha combattuto la sua ultima battaglia.”
Gli italiani hanno messo in campo nel Basso Piave 13 divisioni: per complessivi 167 battaglioni, dei quali 12 reparti d’assalto e un battaglione cecoslovacco, e 3 reggimenti della 3a Brigata di cavalleria (23 divisione). Negli stessi giorni gli austroungarici hanno messo in campo 14 divisioni per complessivi 172 battaglioni. Le forze austroungariche, vista la superiorità numerica e di fuoco di ogni loro battaglione, equivalevano a circa 230-240 battaglioni italiani.

Il bilancio delle perdite è pesantissimo.
La 3a Armata ha avuto 2.596 caduti, 12.727 feriti, 25.915 dispersi, per un totale di 41.238 uomini fuori combattimento. La V Armata (o “Isonzo Armee”) 4.200 caduti, 38.000 feriti, 9.700 dispersi, per un totale di 51.900 uomini fuori combattimento.
In tutto Italiani e alleati anglo-franco-cecoslovacchi (secondo la Relazione Ufficiale italiana) avevano avuto 6.111 caduti, 27.661 feriti, 51.856 dispersi, per un totale di 85.628 uomini fuori combattimento; gli Austroungarici (secondo la Relazione Ufficiale austriaca) 11.643 caduti, 80.852 feriti, 25.547 dispersi, per un totale di 118.042 uomini fuori combattimento.
Le fonti ufficiali imperiali annoverano anche 24.058 ammalati, ciò che porta il numero delle perdite a un totale di 142.100 uomini. Non si conosce il numero degli ammalati italiani, ma secondo stime di un certo fondamento, essi potrebbero essere non meno di 15.000.

Le ripercussioni non si fermeranno soltanto al fronte italiano: il capo dello Stato Maggiore tedesco Paul Ludwig Hindenburg ammetterà: “A metà giugno la situazione militare aveva subìto per la Quadruplice un sensibile peggioramento: l’offensiva austroungarica in Italia, dopo i successi iniziali molto promettenti, era fallita... La sfortuna del nostro alleato era una disgrazia anche per noi." Il Comando tedesco faceva infatti affidamento sull’invio di almeno 12 divisioni austroungariche sul fronte francese. Il gen. Erich von Ludendorff scriverà nelle sue Memorie: “Il 15 giugno e nei giorni seguenti tutta l’attenzione di Hindenburg e la mia erano concentrate sulla fronte italiana. Intuivamo che colà avveniva qualcosa di risolutivo, forse la decisione per l’ulteriore corso della guerra... L’Austria aveva riportato una sconfitta che poteva essere decisiva. Non si poteva fare più assegnamento su trasporti di contingenti austroungarici sulla fronte tedesca... Se l’Austria, come avevamo ragione di temere, cadeva, la guerra era perduta. Per la prima volta avemmo la sensazione della nostra sconfitta. Ci sentimmo soli. Vedemmo allontanarsi fra le brume del Piave quella vittoria, che eravamo già certi di cogliere sulla fronte di Francia.”

FINE

Terminata la Battaglia del Solstizio continuava però la guerra.

2-6 luglio 1918: la battaglia "del delta" del Piave

All’inizio della battaglia "d’arresto", il 13 novembre 1917, il 140° (Brigata Bari) del XXIII Corpo era stato costretto, sotto l’incalzare delle truppe della 41a divisione Honvéd, ad arretrare sulla linea Piave Vecchia - Fiume Sile - Canale Cavetta - Piave Nuovo - mare. Questa linea del fronte interessava direttamente la Laguna di Venezia, con le sue basi e i suoi cantieri navali, e la città stessa di Venezia. La minaccia su Venezia, distante poco più di 23 Km in linea d’aria dal fronte, era gravissima. La Serenissima rimaneva comunque, sia pure di pochissimo, fuori della portata dei grossi calibri austriaci, ma subiva 42 incursioni aeree nel corso della guerra, di cui 34 con lancio indiscriminato di bombe che causarono lutti fra la popolazione (52 morti e 83 feriti) e seri danni al suo mirabile patrimonio artistico. Colpite in modo particolare: la Chiesa degli Scalzi, con la distruzione di un affresco del Tiepolo; la Chiesa di S. Maria Formosa, incendio e crollo del tetto; la Chiesa di S. Pietro di Castello, incendio della cupola; la Chiesa dei SS. Giovanni e Paolo, distruzione del soffitto del Piazzetta; la Chiesa di S. Simeone Piccolo, danni al colonnato della facciata; la Chiesa dei Frari, bomba fortunatamente inesplosa; e altre costruzioni di notevole valore artistico. Non si capisce come si potessero dare tali ordini insensati, che tornano a disdoro di una nazione civilissima qual era l’Austria d’inizio secolo. Venezia era costretta a difendersi, suo malgrado, dal nemico vicino e implacabile. Il Comando Piazza di Venezia aveva allestito, oltre al naviglio militare, un reggimento Marina con i marinai in grigioverde, in linea alle foci del Piave e facente parte della 4a divisione del XXIII Corpo d’armata. Nel giugno del 1918 il reggimento Marina poteva contare su quattro battaglioni (Bafile, Grado, Caorle, Golametto); dopo la battaglia "del solstizio" gli venne aggregato un quinto battaglione (Navi), dislocato nella laguna nord a difesa del Taglio del Sile. Inoltre la laguna, che aveva difeso Venezia nella sua millenaria storia, tornava a essere il suo più fidato baluardo. Nei canali lagunari, fra i canneti e le barene, furono impiegati pontoni con cannoni navali opportunamente camuffati, che potevano essere spostati per appoggiare le linee di difesa o gli attacchi, o per sfuggire al fuoco dell’artiglieria austriaca, qualora l’osservazione aerea li avesse avvistati. Nel dicembre 1917 i pezzi di tutti i calibri su pontoni erano 55. Nell’estate del 1918 il Raggruppamento artiglieria di Marina poteva contare su 8 Gruppi, con 143 bocche da fuoco di cui 89 su pontoni, che andavano dai piccoli calibri da 76/40 con nomi ad hoc come Raganella, Ranocchio, Rana, seguito da un numero, ai grossi calibri, 4 da 203/45,2 da 305/40 e 2 da 305/46 del Gruppo d’artiglieria E, normalmente piazzati nel Taglio del Sile o nel canale S. Felice, dai nomi Robusto (pontone con 2 pezzi), Tigre, Forte, Vodice, Cucco, Monfa1cone e Valente. Essi costituirono la cintura difensiva lagunare di Venezia." La linea del fronte nel settore del XXIII Corpo italiano, durante la battaglia "del solstizio", evidenziò anche qualche aspetto positivo. Infatti, per la presenza di paludi e inondazioni, consentì agli austriaci solo due direttrici d’attacco: lungo il canale Fossetta e lungo il Taglio del Sile (era a fondo cieco quella da Cortellazzo verso Tre Porti); sulle quali poté concentrarsi la difesa italiana. Tuttavia l’Alto Comando italiano, dopo la vittoriosa battaglia appena sostenuta, decide un’offensiva per portare la prima linea sul Piave Nuovo, cioè su una linea diritta, di meno di 17 Km di lunghezza, contro i circa 23 Km della precedente, e tale da interporre una maggiore distanza (28 Km) tra Venezia e il fronte. A tal scopo viene messa in campo, accanto alla 4a divisione, costituita dalla Brigata Torino (81 ° e 82°), dalla III Brigata bersaglieri (17° e 18°) e dal Reggimento Marina, la 54a divisione, formata dalla Brigata Granatieri di Sardegna (1 ° e 2°) e dalla Brigata Novara (153° e 154°). I terreni del delta del Piave (per gli austriaci "isola" del Piave) non sono però adatti a operazioni militari su vasta scala, risultando esse molto difficoltose e forzatamente spezzettate. Riportiamo infatti uno stralcio del servizio dell’Agenzia Stefani del 7 luglio 1918, nel quale descrive il campo dì battaglia: "Bisognava avanzare lungo pochi passaggi obbligati (strade e argini) attraverso acquitrini e inondazioni, sotto il fuoco di sbarramento di numerose batterie, sotto i tiri incrociati di nidi di mitragliatrici all’impiego dei quali il terreno si prestava mirabilmente. "Le mitragliatrici erano riunite, a gruppi persino di dieci armi, nelle case che costituivano delle vere piccole fortezze lungo le strade..." Il 28 giugno viene emanato l’ordine di operazioni, che prevede 1’attacco su 3 colonne principali: A da Intestadura e B da Capo Sile, dirette al villaggio di Passarella; C da Cortellazzo, con avanzata lungo la sponda destra del Piave Nuovo e collegamento con le altre 2 colonne a Palazzo Bressanin, in modo da stringere le truppe austriache in una sacca. Cinque colonne minori devono collegare tatticamente la manovra della colonna B a quella della C. Artiglierie a terra e su pontoni in laguna, imbarcazioni armate della Marina e le aviazioni italiana e inglese concorrono al successo dell’offensiva. Il 10 luglio il Comando della 3a Armata dispone che l’azione preparatoria dell’artiglieria e dell’aviazione inizi alle ore 3,30 del 2 luglio, mentre lo scatto delle fanterie avvenga alle ore 6. Già il 24 giugno truppe della 61 a divisione italiana avevano costretto il 140 ussari ad abbandonare la testa di ponte sul Taglio del Sile e a portarsi sulla riva est della Piave Vecchia, e il giorno seguente avevano messo piede anche nell’estremità settentrionale del delta, poi respinte da un contrattacco avversario. Il gen. von Csicserics, comandante del XXIII Corpo imperiale, aveva deciso allora di difendere la parte nord-ovest dell’ "isola" con la 5Sa divisione fino a Casa Pirami e, non disponendo di altre truppe fresche, la parte sud-est con l’Orientkorps (4 battaglioni, dei quali 3 di temibili bosniaco-erzegovesi), come dice la Relazione Ufficiale austriaca, "accuratamente addestrato alle azioni di assalto". Alle 3,30 del 2 luglio l’artiglieria italiana inizia un forte tiro di preparazione, a cui fanno seguito i bombardamenti aerei sulle trincee, sulle batterie austriache e sui ponti di barche sul Piave Nuovo. Alle 6 tutte le colonne italiane muovono all’attacco. Le colonne A e B passano la Piave Vecchia col gittamento di 6 passerelle. La colonna A, formata dal l° Granatieri di Sardegna e dal III/153° (Brigata Novara) e la colonna B, dal 2° Granatieri di Sardegna e dal I e dal II/153° (Brigata Novara), puntano come da piano di operazioni su Passarella e, scontratisi col 96° (lIsa Brigata), gli infliggono gravi perdite e lo costringono a ripiegare. Viene allora ordinato al 135° (l16a Brigata), che è di rincalzo, e ai superstiti del 96° di contrattaccare. L’azione, iniziata alle ore 9, fa arretrare gli italiani, i quali tuttavia, contrattaccando a loro volta nei pressi di Chiesanuova, riescono a mantenersi nella zona a est della Piave Vecchia. La colonna C, costituita dai 3 battaglioni LXIV, LXV e LXVI del 17° bersaglieri e da 2 battaglioni (Bafile e Golametto) del reggimento Marina, da Cortellazzo risale la riva destra del Piave Nuovo. Anch’essa procede con lentezza sul terreno difficile e ha continui scontri con reparti dell’Orientkorps che ne contrastano l’avanzata. Le 5 colonne minori, composte da reparti del 154° (Brigata Novara), dal 7° battaglione della Guardia di Finanza e da reparti dell’82° (Brigata Torino) e del 18°bersaglieri, trovano accanita resistenza davanti a Casa Pirami da parte del lO (116a Brigata), mentre riescono a travolgere il dispositivo di difesa tra il 1 ° e l’Orientkorps. Infatti il LXIX battaglione del 18° bersaglieri, sfondate le linee austriache a Casa Molinato, con ardita avanzata durante la notte sul 3 luglio raggiunge Casa Trinchet e si avvicina al Piave Nuovo. Il gen. Zeidler, comandante della 583 divisione, disponendo come riserva di soli 3 battaglioni a organico ridotto, tra cui il XII Sturmbataillon, chiede rinforzi.

Il Comando della V Annata, opponendosi alla proposta del gen. Csicserics, comandante del XXIII Corpo, di abbandonare il delta del Piave, acconsente alla richiesta del gen. Zeidler, inviando gli in rinforzo il 32° Schiitzen (46a divisione Schiitzen) e la 114a Brigata (57a divisione), mentre l’altra Brigata, la 113a, è avviata presso Torre di Mosto, come riserva di Corpo d’armata. L’ordine del gen. Wunn, comandante della V Annata, è esplicito: "Difendere l’ "isola" ad ogni costo." Da parte sua il Comando della 3a Armata sostituisce il 2° Granatieri di Sardegna, che aveva avuto gravi perdite, e assegna alla 54a divisione la Brigata Bisagno (209° e 210°) e i reparti d’assalto XI e XXVIII; raccomanda inoltre di tenere per tutta la notte le posizioni avversarie sotto un tiro ininterrotto d’artiglieria, per ostacolare l’arrivo di rinforzi, e di riprendere l’azione il giorno dopo, esercitando lo sforzo principale nel settore di destra. Il mattino del 3 luglio, approfittando di una stasi della battaglia, gli italiani riordinano i reparti delle colonne A e B e gli austriaci assumono nella parte nord-ovest del delta un nuovo schieramento, con il 32° Schützen,che sostituisce i reggimenti 96° e 135° provati dagli scontri sostenuti, e con gli altri reggimenti della 5sa divisione, l° e 103°; e nella parte sud-est, con l’Orientkorps e con 1’87° e il 122° della 114a Brigata della 57a divisione. Nel pomeriggio riprende invece l’attacco italiano: la puntata su Casa Pirami si risolve in un nuovo insuccesso; al contrario i bersaglieri da Casa Trinchet riescono a progredire profondamente verso nord, fino all’argine del Piave Nuovo poco a valle di Palazzo Bressanin, tagliando così in due le forze austriache del settore sud-est. Il Comando del XXIII Corpo imperiale ordina allora di ristabilire la situazione, predisponendo anche l’invio verso il delta del Piave della 113a Brigata (57a divisione), riserva di Corpo d’armata, e del 13° Schützen (46a divisione). Il contrattacco austriaco delle prime ore del 4 luglio lungo l’argine del Piave Nuovo non ha però successo, anzi il 18° bersaglieri riprende l’iniziativa, pressando nella zona di Casa Fomera l’ala ovest dell’Orientkorps, ormai a ridosso del fiume.

Anche nel settore nord del delta lo stesso 4 luglio alle ore 15 gli italiani attaccano, infliggendo forti perdite al 32° Schützen e occupando Casa Bosco, che tuttavia nelle prime ore del giorno successivo viene riconquistata dagli austriaci con un colpo di mano. Mentre in questo settore le truppe italiane non riescono dunque a fare progressi decisivi, il 5 luglio sul resto del fronte la situazione per gli austriaci precipita: vinta dopo quattro ore di aspri combattimenti la resistenza nemica, le avanguardie della 43 divisione costringono l’Orientkorps e il 122° a traghettare in tutta fretta il Piave Nuovo e a riparare sulla riva opposta. Avanzando lungo gli argini del fiume anche i bersaglieri del 17° e i marinai in grigioverde del reggimento Marina giungono infine a Palazzo Bressanin, di fronte a Grisolera. Le possibilità del XXIII Corpo imperiale di difendere il delta del Piave sono ormai seriamente compromesse, come conferma la Relazione Ufficiale austriaca: "Ma anche nel settore settentrionale dell’isola la situazione appariva ormai disperata. Il FML Zeidler comunicò che le unità erano cosi provate dai continui combattimenti da non poter più resistere ad altri attacchi. Attacchi che, a detta dei prigionieri, si sarebbero iniziati quanto prima con truppe fresche. Per tutti questi motivi il comando dell’Armata si convinse che un’ulteriore difesa dell’isola - sempre se possibile - avrebbe richiesto un notevole sacrificio di vite umane e logorato senza possibilità di recupero le forze dell’Armata dell’Isonzo. Per evitare questi pericoli, ordinò alle 16.20 di abbandonare tutta la zona la notte sul 6 luglio, sistemandosi a difesa sulla riva sinistra del braccio principale del fiume. “Il ripiegamento venne compiuto nel massimo ordine e senza subire una forte pressione nemica." All’alba del 6 luglio, dopo che termina un contrattacco austriaco (forse avente lo scopo di copertura dello sganciamento in corso) nel settore di Casa Bosco, le truppe della 54a divisione avvertono una strana calma: ciò spinge il 10 Granatieri di Sardegna, prima cautamente, poi più rapidamente e avendo la meglio con facilità di alcuni reparti ritardatari austriaci, ad avanzare lungo l’argine del Piave Nuovo, tanto da incontrare verso le 12 a Palazzo Bressanin le truppe della 4a divisione italiana.

Conclude la Relazione Ufficiale austriaca: "A causa delle ingenti perdite subite dalle unità che avevano combattuto sull’isola, fu necessario impiegare anche la 10a e l4a divisione di fanteria a presidio della nuova posizione difensiva. "Ebbe così termine la lotta alle foci del Piave. L’ultimo atto della grande battaglia iniziata dal XXIII Corpo d’armata con tanti successi era costato ulteriori sacrifici e l’abbandono di non poco terreno. Dal 15 giugno al 6 luglio il Corpo d’armata perse complessivamente 1.000 ufficiali e 31.472 soldati fra morti, feriti, ammalati e dispersi (*). "Con lo sgombero dell’isola del Piave era venuta a cessare la costante minaccia sino allora rivolta contro quel tratto della fronte italiana. L’Armata del duca d’Aosta, oltre al trionfo di una vittoria difensiva, aveva così ottenuto anche un vantaggio operativo." La riconquista del delta del Piave (assieme alla rioccupazione dei Tre Monti sull’ Altopiano dei Sette Comuni il 29 e 30 giugno 1918), oltre che un successo prettamente militare, con la linea italiana riportata lungo tutto il corso del Piave da Pederobba al mare, fu la prova tangibile che l’iniziativa delle operazioni sul fronte sud-occidentale era passata in mani italiane, e notevole fu l’impatto sull’opinione pubblica italiana e dei paesi alleati. La vittoria del 6 luglio 1918 alle foci del Piave riconfermava il verdetto, già dato dalla battaglia "del solstizio": il tramonto della Duplice Monarchia asburgica era ormai inevitabile.

Per conoscere in dettaglio la storia della I guerra mondiale a Croce e in particolare della Battaglia del Solstizio vedi
CARLO DARIOL - Storia di Croce Vol. II - DON NADAL, EL PAROCO DE CROSE
Edizioni del Cubo, 2016

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