Baracche

Alla fine della I Guerra Mondiale

col paese interamente distrutto, la soluzione (unica possibile) prospettata dal Ministero delle terre Liberate fu quella di dotare gli abitanti del paese di baracche.
Si trattava di baracche di 5 metri x 12, generalmente divise in tre vani.

Baracca fu la chiesa...

(qui si vede com'era ancora nel 1927 in occasione dell'inaugurazione del monumento a Tito Acerbo. Il fotografo ufficiale Ferruzzi documentò per il governo e per il Gazzettino la cerimonia)

... e baracca fu la sacrestia. Baracche furono le scuole, dapprima posizionate in affitto sul terreno di Pietro Scatamburlo e quindi (dopo l'acquisto nel 1922 del terreno sul lato sud di via Croce) sul Prà delle oche... 

(qui si vede dov'erano le scuole, sempre nel 1927, in occasione dell'inaugurazione del monumento ai caduti che avvenne lo stesso giorno. La fotografia è scattata dall’ultimo piano del Palazzo, attuale asilo, mentre la nuova scuola sarà costruita tra il 1929 e 1930. Si vede il primo piano il monumento ancora coperto dal telo e sulla sinistra le due baracche-scuola. A ridosso della chiesa, davanti al nuovo campanile inaugurato l'anno prima, si vede il tetto della grande baracca che fungeva da chiesa e che fu scorciata per permettere la costruzione del campanile)

... e Baracche furono le case dei crocesi. Ne furono sistemate un po’ dovunque e in particolare lungo il tratto di via Croce tra il passaggio a livello e la strada statale Triestina come mostrato nella piantina sotto, realizzata da Gianni Cancellier

Molte di esse erano baracche usate dai soldati nella guerra del 1918, provenienti perciò da altri luoghi, e ricostruite qui per le famiglie del posto; altre furono costruite appositamente.

Costruzioni precarie, destinate a fronteggiare l'emergenza, le baracche finirono per durare decenni.

La fotografia sotto, fatta dopo la costruzione delle scuole, quindi nel 1930 o poco dopo,

 

ci documenta che dietro la scuole, dove ora c’è la casa Lorenzon, c’era un’altra baracca. Era una baracca lunga nella quale abitavano quattro famiglie. (Per inciso, si può notare in basso, davanti al monumento, la vasca in cui cadeva l’acqua della fontana a getto continuo dove le donne andavano a lavare la verdura. Dietro il monumento la casa del Moro Lorenzon). 

Sul fianco sinistro del palazzo si erse a lungo la baracca abitata da Giulio Berto Sforzin, composta da un garage al piano terra, adibito a camera da letto, addossato a una stalletta di due piani: al piano terra era sistemata la cucina e al piano superiore, al quale si accedeva attraverso una scala a pioli infissa sul muro e una botola, nell’ex fienile, era sistemata una seconda camera da letto. Nel 1950 la famiglia si trasferì a Musile e nel 1951 la baracca, ormai cadente, venne sgomberata su intervento del Comune e abbattuta.

La baracca dei Fornasier. Come risulta da una dichiarazione del 15.10.1946 del sindaco Giacchetto, nel 1928 il Comune di Musile aveva venduto per lire 1.000= a Don Natale Simionato una sua baracca composta di tre vani su metri 5 x 12.

Don Natale la installò sul terreno della prebenda Parrocchiale e il 19.11.1946 la donò, al “colono o mezzadro” Ferdinando Fornasier (detto “Nano Campaneron”) che la occupò fino all’alluvione del 4 novembre 1966 (da notare che donò solo la baracca, con l’obbligo di rimozione, a tempo debito, a spese del donatario). Dopo i patti Santa Sede – Italia (Casaroli – Craxi) del 14.2.1984 la proprietà della “Prebenda Parrocchiale” (la “cesura”) passò all’IDSC. Non ci fu un accordo per la vendita all’affittuario Alfonso Fornasier il quale, quindi, il 24 aprile del 1994 smontò la propria baracca e il terreno, libero, fu venduto ad altri. La baracca “visse” una “seconda vita”. 

Eccola in una foto del gennaio 1991 

A pochi metri di distanza, sempre in via Argine San Marco, davanti alla casa Vendraminetto esiste anche ora (2010) una baracca che a suo tempo era usata come camera per i giovanotti della famiglia. I Vendraminetto si insediarono in quella casa in tempi successivi alla prima guerra mondiale. È probabile che quella baracca sia stata installata da loro per le necessità della famiglia; non è chiaro se sia una di quelle lasciate in giro dall’esercito o se fosse nuova. Il 31.3.2004 si presentava così

 

Anche a casa di Gianni Cancellier (casa natale, vicina al passaggio a livello) c’era una baracca risalente al dopo 1918. Nel 1948, dopo la divisione della proprietà, fu spostata un poco più a ovest e fu usata come cucina e come camera durante la costruzione della nuova casa, poi, per qualche anno, come stalla per la cavalla, e poi come cantina. Resistette all’alluvione del 1966, subì un parziale incendio il 23.5.1969 e fu demolita verso il 1970 quando fu sostituita da una costruzione in blocchi di cemento.


Sulla Triestina al n. 1 di Via Gorizia (davanti all’ex osteria “TRE SCALINI”) esiste la baracca che fu di Primo Casonato (19.6.1908 - 29.6.1992). Era stata ampliata in muratura sul lato posteriore e ai fianchi
Dopo la morte di Primo è stata occupata anche da immigrati arrivati dopo la guerra tra le varie repubbliche Jugoslave. A pochi metri di distanza, accanto alla casa di Ovidio De Faveri (Lilo Fossetta), si può vedere una piccola costruzione, ora ad uso garage ma che prima era la bottega artigiana di suo padre (Ernesto, carpentiere). Anche quella era una baracca. Le pareti furono sostituite con un leggero muro mentre fu conservato il tetto originale della baracca. 

Della Baraccopoli di Via Croce c’è una sola superstite, al civico 129.
 

vi abitava la signora Conte Elvira, detta Gina (30.3.1914 - 10.12.1969). In questa foto la baracca appare trasformata con la costruzione di una “bussola” - atrio per impedire il contatto diretto tra esterno e l’abitazione e di un “cappotto” per migliorare l’isolamento.

In Via del Bosco, appena dopo il sottopasso per chi giunge dalla chiesa, a sinistra, di fronte alle case Calderan si vede una baracca, una piccola costruzione in muratura in allungamento alla baracca e un rudere. La baracca fu costruita nel 1946 perché lo spostamento d’aria provocato dalle bombe, sganciate sul finire della seconda guerra mondiale per distruggere il ponte ferroviario e la ferrovia, avevano gravemente danneggiato le costruzioni in muratura di casa Fregonese (di cui è rimasta traccia). Questa baracca, via via rinforzata con qualche tratto di muro, fu abitata da Adolfo Fregonese e dalla moglie Lovisetto Amelia Nilda (28.10.1913 - 21.8.2002) fin verso la fine degli anni Ottanta quando fu loro assegnato un appartamento nelle case popolari costruite in Via Bellini. Eccola in una foto del 2007 di S. Fregonese.
 

La signora Amelia amava tanto la sua baracca che anche dopo la morte di Adolfo veniva in bicicletta da Musile e restava fino a fine giornata perché li, nella baracca, si sentiva a suo agio.

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