Don Primo Zanatta (1928-2020)
per 44 anni parroco di Croce

Indice

il padre
la madre
la casa
il matrimonio dei genitori
nascita di Primetto (7 settembre 1928)
la sorella Maria
l’infanzia
alle elementari (1934-1939)
finalmente in seminario (1941-1946)
al liceo (1946-49)
l’anno di propedeutica (1949-50)
gli anni di teologia (1950-54)
consacrato prete
a Sant’Alberto di Zero Branco (1954-1963)
a Fiera (1963-1966)
a Sant’Angelo e Santa Maria del Sile (1966-1968)
a Dosson di Casier (1968-1970)
mesi senza destinazione (1970)
a Croce (1970-2014)
a Musile (e Chiesanuova) (2014-2020)
la malattia
il ritorno alla casa del Padre (venerdì 17 gennaio 2020)

Nato a Porcellengo, frazione di Paese (Treviso), il 7 settembre 1928, con un parto difficile, il futuro parroco di Croce fu battezzato due giorni dopo col nome di Marianno Primo dal vicario del paese don Cirillo Lazzaro, ma il bambino sarà chiamato da tutti "Primetto".
Ma per comprendere qualcosa dell'ambiente da cui proveniva è meglio forse partire dalle figure del padre e della madre.

Il padre

Il padre, Liberale, era nato il 21 agosto 1896 a Cusignana, frazione di Arcade. Liberale aveva due fratelli e due sorelle; appartenevano a una famiglia patriarcale composta di una ventina di persone, estremamente povera, come lo erano tutte le famiglie dei salariati agricoli dell’epoca.
A 16 anni Liberale fu assunto da una ditta specializzata nella posa di acquedotti che lavorava in Germania; in Germania Liberale rimase tre anni, dal 1912 al 1915, imparando il tedesco. Con l’entrata dell’Italia in guerra dovette rientrae in Italia, e fu inquadrato negli Alpini. Combatté tra l’Altipiano di Asiago, il monte Piana e il monte Grappa, sempre portando la mitragliatrice sulle spalle. "Ci diceva che non aveva mai sparato! Era compito, questo, del soldato alle sue spalle" avrebbe scritto don Primo nelle sue memorie. Rischiò due volte la vita.
Finita la guerra, senza lavoro, Liberale chiese aiuto alla sorelia Aurelia, già emigrata a Vancouver col marito, che gli trovò impiego in Alaska presso una ditta di minatori per l’estrazione dell’oro. In calesse fino a Venezia e in treno fino a Genova, Liberale si imbarcò sul transatlantico "Duilio", sbarcò a Hudson e si sorbì i 5000 km della TransCanadiana. Rimase cinque anni in Alaska lavorando prima come minatore e poi come addetto ai carrelli di trasporto e alla posa dei binari. Dormiva sul pagliericcio in una baracca con altri sei operai. I giorni si aggiunsero i giorni, e Liberale quasi perse il conto dei giorni; lavorava sette giorni la settimana, non conosceva la domenica. Alla, sera, mentre i suoi compagni di miniera si ritrovavano per giocare, fumare e bere, Liberale si ritirava in baracca a pregare; oppure, quando la temperatura glielo permetteva, usciva all'aperto tra i boschi secolari. Avrebbe confidato in seguito ai figli di non ricordare giorno in cui non aveva detto il Rosario. "Non butto via i soldi nel gioco d'azzardo! Sono qui per preparare il mio futuro!" Una volta tornato in Italia dirà: "Pensavo alla madre e alla famiglia che desideravo formare".
Spediva lo stipendio alla sorella Aurelia; solo qualche volta l'anno poteva passare qualche giorno da lei, dal cognato Pietro e da Italo, il figlio che la sorella e il cognato avevano adottato. In quegli anni imparò bene l'inglese, e anche questa lingua gli servì nella vita, in particolare durante la Seconda Guerra Mondiale quando avrebbe fatto da interprete tra americani e italiani.
Quando ritenne di aver accantonato quanto bastava per il suo progetto, tornò in Italia. Era il 1925. Salutò dirigenti e amici, che lo lasciarono partire solo dopo la promessa di un suo ritorno, tanto era stimato per il suo lavoro. Portò con sé due sassi auriferi, che conserverà a lungo gelosamente a ricordo degli anni canadesi, sassi che poi gli saranno richiesti dal parroco del suo paese.

Nel frattempo la madre Santina - il padre era morto qualche anno prima - in uno dei suoi viaggi a piedi da Cusignanna a Padernello per versare la quota di affitto del terreno ai signori Dalla Riva, venne a sapere che era in vendita una casetta con due ettari di terreno a Porcellengo, frazione di Paese; telefonò al figlio a Vancouver per avere consiglio, concluse il contratto e venne subito ad abitare nella nuova casa, certamente più decorosa di quella che lasciava. Così, al ritorno dal Canada, Liberale trovò una bella casa e un piccolo podere; ora il giovanotto divenuto uomo poteva attuare il progetto di famiglia che da tempo sognava. La notizia che era tornato l'americano si sparse subito in paese e tante madri sarebbero state felici e orgogliose di dargli in moglie una figlia.
Liberale, a messa, pose gli occhi su una delle numerose ragazze della famiglia di Pietro Rossi, e cominiciò a frequentarla. Onorina aveva allora 17 anni, undici anni meno di lui e questo, all'inizio, creò qualche problema ai genitori di lei. Ma alla fine Liberale riuscì a instaurare coi futuri suoceri rapporti di profondo rispetto e vicendevole stima. Non restava che da scegliere la data del matrimonio.

La madre

Onorina Palmira Rossi, nata nel 1908, da Pietro Rossi e Domenica Francescato, era la nona di tredici fratelli:

  • la sorella primogenita Maria, del 1892, era emigrata con la famiglia a Borgo Podgora, presso la città di Littoria (l'odierna Latina);
  • la secondogenita Regina, nata nel 1894, si era trasferita a San Cipriano dopo il matrimonio;
  • Valentino, del 1896, era emigrato in Argentina e lì era morto, coinvolto in un incendio;
  • Angelo, del 1898, era morto in guerra nel 1918, proprio quando la guerra stava per finire;
  • Biagio, del 1900, calzolaio, era rimasto in paese;
  • Antonio, del 1902, era morto di meningite a un anno;
  • Celeste, del 1904, di professione agricoltore, era rimasto col padre;
  • Amabile, del 1906, si era sposata con Fiorino Favotto, il mugnaio del paese (don Primo avrebbe ricordato tutta la vita la grande ruota sull'acqua che azionava le due mole in cemento, per la tritura del frumento l'una e del granoturco l'altra, e i clienti che pagavano lasciando la crusca!);
  • Onorina, appunto, del 1908;
  • Giuseppe, del 1910, che si fece sacerdote;
  • Fortunata, del 1912, trasferita con il marito a Padernello;
  • Antonio, del 1914, agricoltore, anche lui rimasto col padre; Valentino del 1916, morto a quattro anni per un calcio sferrato dal cavallo di casa, improvvisamente impaurito, forse a causa di un gesto maldestro.

Onorina visse la sua infanzia e adolescenza in una famiglia modesta di contadini e di solidi principi cristiani (don Primo nella sua autobiografia avrebbe scritto "ma di solidi principi", rivelando inconsciamente di attribuire ai poveri naturaliter una mancanza di principi). Frequentò per due anni la scuola elementare, quanto le bastò per imparare a leggere e scrivere. A otto anni ricevette l'Eucaristia e la Cresima.
Attiguo alla sua casa vi era l'ufficio postale, gestito dallo zio Giovanni, "Nane postin", che mandava avanti l'ufficio da solo: di primo mattino, tutti i giorni, estate e inverno, in divisa, si recava alla stazione ferroviaria di Postioma, a due chilometri, per consegnare la posta in partenza e ritirare quella in arrivo; infilato il pacco nel borsone di cuoio, al ritorno faceva il giro del paese, consegnando le lettere e leggendole a chi non sapeva leggere; poi rimaneva in ufficio tutto il tempo necessario per accogliere la gente, compilare i conti correnti, vendere francobolli e gestire i libretti di deposito. Non c'era il cartello dell'orario sulla porta. Onorina spesso veniva chiamata dallo zio per il conteggio delle monetine incassate durante la giornata.
L'ambiente agricolo, quando la terra la faceva da padrona, favoriva la vita comune: per tante ore si stava insieme, in particolare la domenica e nel periodo invernale, quando la famiglia si riuniva nella stalla, dove si recitava il rosario in latino e dove gli uomini preparavano gli attrezzi da lavoro per l'estate o confezionavano scope di saggina e le donne lavoravano a uncinetto per ricamare tovaglie e lenzuola, o a ferri per confezionare maglioni, calzettoni, guanti e sciarpe, o filavano la lana sul fuso o sull'arcolaio, mentre i bambini, vinti dal sonno, dormivano seduti sullo sgabello, la testa sulle ginocchia della madre o della nonna.
I pasti erano semplici: latte di casa al mattino, minestra di fagioli o pastasciutta a mezzogiorno, raramente un secondo, e la sera un'enorme terrina di radicchio del'orto, una fettina di salame de casada, un uovo di giornata, o mezzo se non vi era l'intero per tutti. Onorina divideva spesso il suo uovo con la sorella Amabile, a cui era particolarmente legata, tenendo per sé l'albume e lasciando a lei il tuorlo.

La casa

L'abitazione di Porcellengo era composta di due locali 4 metri per 4 al piano terra, sulla sinistra la cucina e sulla destra un modesto bar per gli avventori di quella che fino a poco tempo prima era stata l'osteria paesana e che poi era divenuta la camera della nonna; nel mezzo vi era un ingresso 3 metri per 4, dal quale partiva la scala di accesso al piano superiore con la camera degli sposi a destra e il granaio a sinistra;
sulla destra, alla casa era addossato un locale adibito a stalla e fienile. La costruzione sorgeva su un piano rialzato rispetto alla strada comunale, dalla quale rientrava per circa 10 metri. "Ricordo - racconterà molti anni dopo don Primo - la decorazione in legno di colore verde delle grondaie, la stradina di accesso in salita, i due cancelletti in legno pure di colore verde e l'orto sui due lati. I due ettari di terreno, in pietoso stato di abbandono, vennero presto liberati dalle sterpaglie, dai rovi e dalla gramigna, tirati a produzione e divisi in quattro campi trevigiani da filari di gelsi e viti." Ormai tutto era pronto per accogliere la sposa.

Il matrimonio dei genitori

L'atto di matrimonio è così descritto nel registro parrocchiale:

Zanatta Liberale di fu Felice e Amadio Santina, nato il 21 agosto 1896, battezzato il 30 agosto 1896 a Cusignana, residente a Porcellengo da un anno e mezzo circa e Rossi Onorina palmira di Pietro e Francescato Domenica, nata a Porcellengo il 24 aprile 1908 e qui residente, hanno contratto matrimonio il 30 ottobre 1927.
Don Giuseppe Sartor, Parroco

Di seguito si trova la seguente nota:

Lo sposo fu sotto le armi anni 4 a Trento e nella regione del Grappa e fu all'estero in Canada a Vancouver anni 5

Nascita di Primetto

Si è già detto all'inizio di questa pagina che don Primo nacque il 7 settembre 1928. Era mezzogiorno quando Onorina, al termine dei nove mesi di gravidanza, avvertì le doglie del parto. Angela Martinato, la levatrice del paese, donna molto religiosa e benvoluta da tutti, si trovò di fronte a un caso difficile: il piccolo stava per nascere, si vedeva la testa e un corpicino fragile, ma il respiro non era normale, vi era pericolo di morte per il nascituro; il padre esclamò: "È meglio che venga il Signore a prenderselo!" Seguì il seguente dialogo con la signora Angela:
"Come va?"
"È grave la situazione. Vuole che lo battezzi?"
"Certamente"
"E con quale nome? Perché non si vede ancora se è maschio o femmina..."
"Mariano, se maschio, e Maria se è femmina"
"Mariano Maria io ti battezzo..."
Poi, quasi per miracolo, tutto procedette bene e Onorina prese in braccio il figlio. E stretto al seno lo avrebbe tenuto tutto l'inverno seguente, passato alla storia come uno dei più freddi.
Due giorni dopo il bambino fu portato in chiesa e battezzato. Il registro delle Cresime, all'anno 1936, riporta anche la data del battesimo:

Li 9 settembre 1928
Zanatta Marianno Primo figlio di Liberale e di Onorina Rossi,
uniti in S. Matrimonio a Porcellengo il 3 ottobre 1927
nacque il 7 settembre 1928 alle ore 13 pomeridiane e oggi fu
battezzato da Don Cirillo Lazzaro Vicario Spirituale
essendo padrino Borsato Luigi di Luigi di Porcellengo.

Mariano era diventato Marianno, e con lo stesso nome fu registrato all'anagrafe comunale.

Nasce la sorella Maria

Due anni dopo, il 3 maggio 1930, nacque la sorella Maria, cui Marianno Primo sarebbe rimasto sempre legatissimo. Maria, più robusta di Marianno Primetto fu la gioia di nonna Santina.

Infanzia di Primetto

Grande protagonista dell'infanzia di Primetto e Maria fu nonna Santina. Era lei che al mattino li prendeva per mano e li portava a messa nel vicino oratorio della "Madonna del Rosario", di proprietà dei signori Olivotti di Venezia, che avevano la villa di campagna in paese e gestivano un'officina meccanica per la riparazione di imbarcazioni e vetture. A volte vi celebrava messa monsignor Giuseppe Olivotti, che fu vescovo ausialiare a Venezia e presidente della Pontificia Opera di assistenza del Veneto.
D'inverno, lungo la strada all'oratorio, i due bambini si riparavano sotto l'ampio scialle della nonna; in oratorio insieme recitavano le preghiere del mattino, assistevano alla messa mentre Primetto fungeva da chierichetto; poi ritornavano a casa felici.
D'estate la nonna li portava alla "Montagnola" dei signori Dall'Armi, al confine col loro terreno: là pregavano e poi giocavano sulle panchine di legno sotto l'enorme acacia. Lì, durante l'estate, andava a pregare anche Memi Vian, nipote dei Dall'Armi, entrato nella compagnia di San Paolo e morto a Giussano il 15 gennaio 1931 in concetto di santità: "Puro e ardente, amico dei bambini e dei poveri, anima di artista e tempra di apostolo".
Era sempre nonna Santina che all'Epifania riempiva di mandarini, mandorlato, carrube e caramelle (e talvolta di "botoli") "la calzetta della befana" appesa al focolare; era lei che a Carnevale preparava i crostoli e a Pasqua le focacce, "profumate di amore e di primavera" dirà don Primo; è lei che li accompagnerà, finché potrà, all'asilo e a scuola.

L'asilo di Porcellengo sorgeva nella piazza centrale del paese. Costruito nel 1924, era dono dei signori Olivotti, ed era composto da un salone e con un miniappartamento a sinistra e i servizi a destra. Sulla facciata venne collocato il Monumento ai Caduti. Nel piazzale antistante vi era la grande croce in cemento a ricordo della Missione popolare tenuta all'inizio del secolo.
Nei primi anni i bambini erano seguiti dalla signora Zavarise; poi le si affiancò la signora Albina Moro per preparare il pranzo ai bambini.
La giornata era così distribuita: preghiera al mattino nel salone; gioco nel cortile mentre la maestra lavorava a ferri, alzando ogni tanto gli occhi e la voce se era il caso; pranzo per i bambini che si fermavano; gioco in cortile per altre due ore; preghiera finale.
Maria non frequentava l'asilo, solo al sentirlo nominare scoppiava in un pianto dirotto. Forse era stata un po' viziata dalla nonna.

Alle elementari

Il primo giorno di prima elementare, la maestra fece l’appello, chiamò "Zanatta Marianno" e lui non rispose: si era sempre sentito chiamare da tutti "Primetto", a cominciare dalla nonna orgogliosa del primo nipotino, e quel Marianno gli tornava estraneo. Il padre fu chiamato in comune per chiarire l’equivoco, il segretario comunale consigliò una rettifica all’atto di nascita, togliendo il primo nome... "Anche se sinceramente avrei preferito che fosse rimasto il primo" scriverà il futuro parroco molti anni dopo. E gli rimase, in verità, il primo. Senza articolo.
La scuola elementare era un edificio solenne, al centro del paese, composto di quattro grandi aule, due al pianterreno e due al primo piano, per le prima quattro classi elementari; per la quinta occorreva andare fuori paese.
Primetto frequentò le prime quattro classi elementari in paese. Durante la classe seconda ricevette la prima comunione e poco dopo, il 6 maggio 1936, anche la cresima.
La quinta, abbiamo detto, non c’era in paese e Primetto la frequentò a Padernello, a 3 km da casa, distanza che egli si faceva ogni giorno a piedi.
Alla fine dell’anno confidò alla maestra, la Iole Stanglini, il suo desiderio di entrare in seminario, ma a settembre non poté realizzare l'aspirazione, la famiglia non poteva permettersi la retta. Per due anni dovrà rinunciare. Ma in famiglia il suo desiderio era noto. Contraria era la nonna, che non voleva che il ragazzino lasciasse il padre solo nel lavoro dei campi. Ma i genitori decisero di assecondarlo. C’era già uno zio prete in famiglia, il fratello della mamma, Giuseppe, in quel momento cappellano a Istrana, che lo aiutò facendogli avere i libri di testo e il vocabolario di latino del Carboni.

Finalmente in seminario

Nell’estate del 1941, il parroco del paese, don Ernesto Dal Corso, lo aiutò a prepararsi per sostenere gli esami di ammissione al seminario; lo zio Antonio, sapendo che avrebbe dovuto darli a Treviso, a 10 km a piedi, gli regalò la bicicletta; ma il primo giorno Primo forò una ruota, e dovette farsela a piedi di corsa per arrivare tutto trafelato. Gli esami non sono un gran successo ma per la sua buona volontà fu comunque ammesso.
Nell’ottobre del 1941, il tredicenne Primo entra in seminario, in prima media.

Alla fine del ginnasio Primo cominciò inevitabilmente a chiedersi se era fatto per diventar prete: molti compagni di classe avevano deciso di abbandonare il seminario e di tornare in famiglia. E lui? Cosa avrebbe fatto? I giorni trascorsi "in villa" a Biadene a fine agosto per un ritiro spirituale lo aiutarono a decidere. Un incontro col padre spirituale lo caricò di fiducia e coraggio.
All’inizio del corso liceale, nella settimana di esercizi spirituali dal 25 al 29 novembre, si lasciò entusiasmare dalle parole di padre Marcolini, un giovane gesuita, che parlò loro di Gesù. Nel suo diario Primo scriverà: "Non posso far altro che chiedere perdono di aver dubitato della misericordia di Dio e ringrazio, ringrazio l’Altissimo perché in me ha operato meraviglie".

Al liceo

I tre anni del liceo furono per Primetto impegnativi, difficili, le sue doti intellettuali non sono sopraffine. Inoltre faticava ad accettare un metodo educativo abbastanza coercitivo, del resto tipico dell’epoca. Degli insegnanti ricorderà con stima e affetto solo monsignor Giuseppe Liberali e don Antonio Saccon. In quel periodo gli furono vicini il suo direttore spirituale, don Angelo Miotto, e il parroco del suo paese, don Giuseppe De Pieri.
Dovendoe concludere gli anni de liceo con esami pubblici, il rettore del Collegio Pio X lo consigliò di affrontarli presso il proprio collegio. Fu rimandato in italiano (non imparerà mai a scrivere bene) e in greco, che "riparerà" nella sessione di ottobre. In estate, nel frattempo, trascorse le vacanze a "Villa Gregoriana", del seminario, a Palus San Marco, nella valle dell’Ansiei, tra Auronzo e Misurina. Il vicerettore portava i ragazzi a scalare le più belle cime delle Dolomiti e Primo se ne innamorerà per sempre. Nel suo diario scrive: "La grande cetra del creato trova qui le note più eccelse per il magnifico canto del Creatore". Da quelle parti giungeva in vacanza anche "l’on. Antonio Segni" (Primo sarà sempre sensibile ai titoli onorifici), il cui figlio giocava coi seminaristi, che si divertivano a interrogarlo: "Chi sei?", conoscendo la puntuale risposta: "Io sonno Marrio Segni, natto a Ssassari...". Ah, Mariotto Mariotto, pedante già da allora.

L’anno di propedeutica

Nel 1949-50 Primo seguì l’anno di propedeutica, destinato alla cura della vita spirituale prima di intraprendere gli studi teologici. Le materie erano solo tre: Teologia (dal Compendio di S. Tommaso), Teodicea ed Etica. L’evento più importante quell’anno fu la Vestizione sacerdotale, il 19 marzo. Scrisse nel suo diario: "Non so più contenermi dalla gioia! La mia veste! Sarà la mia divisa! A 22 anni vestire di nero potrà sembrare una pazzia: per me è la gioia più grande! Spero che sia un segno di benedizione per tante anime". Qualche giorno prima della cerimonia riceve una lettera da suo padre: "Carissimo Primo, figlio mio, ti sono vicino in questo momento per la scelta che stai per fare; la veste sarà per te e per noi il primo fiore che sboccia nel tuo cammino vocazionale. Ricevi tante benedizioni da tuo padre, tua madre e tua sorella; ti siamo vicini nella gloria e negli auguri, accompagnandoti con la nostra preghiera. Tuo padre".
Verso la fine dell’anno scolastico, con i compagni si dedicò alla pubblicazione di un giornalino di classe "Amor Lucis Impulit": Primo curava l’edizione e le illustrazioni del fascicolo assieme all’amico Raffaele Beltrame, caricaturista. Risale a quell’esperienza la straordinaria passione per gli opuscoli.

Gli anni di teologia (1950-54)

Sono gli anni migliori della sua preparazione. Primo trova dei veri amici, che tali resteranno per tutta la vita. Degli insegnanti ricorda soprattutto don Giuseppe Peloso per le splendide ore di teologia dogmatica e don Giovanni Scattolon, di Sacra Scrittura.
Gli anni di teologia sono scanditi dalle tappe rituali della tonsura (24 marzo 1951) in cui sceglie il celibato, rinuncia "a una famiglia e al diritto di proprietà che mi spettava come primogenito".
I quattro Ordini Minori. Il 21 novembre 1951 riceve l’ordine dell’Ostiariato (l’impegno a custodire e curare il decoro del tempio) e del Lettorato (il ministero di proclamare la parola di Dio all’interno delle celebrazioni eucaristiche). L’8 dicembre 1952, all’inizio del terzo anno di teologia, gli sono conferiti gli ordini dell’Esorcistato (ilpotere di eseguire sugli infermi alcuni riti di esorcismo) e dell’Accolitato (il ministero del servizio pastorale nella comunità cristiana)
I due Ordini Maggiori. Il Suddiaconato

Prete

È ordinato sacerdote il 20 giugno 1954.

Al mattino presto noi tutti eravamo in San Nicolò dove i familiari e gli amici ci attendevano in preghiera. Il Vescovo Mons. Antonio Mantiero, assistito dal Rettore Mons. Mariano Fantuzzo e dal padre spirituale don Francesco Soligo, ci ha chiamati per nome uno ad uno.
Ad alta voce, un po' tremula per l'emozione, risposi il mio “Adsum!”, Eccomi! e, prostrato a terra con i 17 compagni di ordinazione, ho seguito le invocazioni ai Santi. Il rito è proseguito con l'unzione crismale alle mani, le promesse di povertà, castità e obbedienza, l'imposizione delle vesti liturgiche, il bacio del Vescovo e la Santa Messa.
Ero profondamente compreso nella liturgia dell'ordinazione, credevo in quello che stavo celebrando e ringraziavo il Signore per il dono della partecipazione al suo Sacerdozio. Con vera gioia ho iniziato il cammino di
consacrato.

Il 27 giugno celebra la sua prima messa nella chiesa della sua infanzia. Il padre, per dare un modesto pranzo presso l’osteria Rossetto vende un vitellino.

Mi è tornato alla mente quello che era avvenuto due anni prima quando aveva celebrato la prima Messa in paese l'altro mio compaesano don Angelo Billio. Per l'occasione il Vescovo Giuseppe Olivotti aveva provveduto all'automobile, al pranzo, ai doni, perché don Angelo era di famiglia numerosa, e quindi... povera... il che non è vero perché le molte braccia della sua famiglia conducevano una delle campagne più estese del paese, mentre io ero figlio unico, quindi... ricco... con mio padre che, da solo lavorava due ettari. Per me, niente auto, niente doni, niente servizio fotografico....

A Sant’Alberto di Zero Branco (1954-1963)

Svolge il suo primo mandato a Sant’Alberto di Zero Branco, dove arriva il 29 novembre 1954; parroco è don Giovanni Cagnin che lo tratta davvero come un figlio diletto.

A Fiera (1963-1966)

Passa poi nella parrocchia di Fiera.
Nel secondo anno del suo servizio a Fiera il rettore del Seminario, don Guido Santalucia, gli affida l’insegnamento di Educazione Artistica nelle classi medie dell’Istituto in sostituzione del professor Franco Batacchi, venuto a mancare. Lo farà per due anni. L’anno dopo è chiamato è insegnare matematica in III media, sostituendo il titolare don Angelo Lovato che ha problemi di relazione coi ragazzi, che a fine anno devono sostenere gli esami presso la scuola statale. Don Primo non ha competenze, ma ha buona volontà, e alla fine le cose vanno per il meglio.

Fu per me un’esperienza unica essere entrato nel corpo insegnanti del Seminario [...] Spesso mi fermavo anche a pranzo. Mi fu assegnata anche una stanza per la preparazione alle lezioni o per ricevere i ragazzi in difficoltà o desiderosi di un consiglio educativo-didattico. La stanza era munita anche di doccia, servizio che ai cappellani non era concesso nelle canoniche del tempo e che ritenevo prezioso, oltre che necessario.

Di quel periodo conserva un grato ricordo del confratello don Tarcisio Dal Zotto, che condivideva con lui lo stipendio percepito nella scuola pubblica come insegnante di religione, sapendo che quello di don Primo in seminario era gratuito. Don Tarcisio lo sostiene, segue il suo lavoro, lo consiglia su come comportarsi col parroco che non lo tratta così bene.

[Don Tarcisio] mi portava con sé nelle famiglie che offrivano sotentamento, viste le gravi deficienze alimentari in canonica e accompagnate spesso dalle non troppo spiritose battute del Parroco: “Voi non sapete cosa sia buono” quando nel suo piatto vi erano le sogliole e nel nostro le schiette e i radicchi conditi con sale, olio, aceto e... spruzzi asmatici! Don Tarcisio mi pestava i piedi: “Non badarci; quello che non soffoca, ingrassa”.

L'esperienza è comunque positiva.

A Sant’Angelo e Santa Maria del Sile (1966-1968)

Don Primo è finito in un posto che non ricorderà tanto volentieri, a Sant’Angelo a Treviso.

La prima Messa nella nuova Parrocchia di Sant'Angelo e Santa Maria del Sile porta la data del 3 ottobre 1966. La canonica era accanto alla stotica chiesa di Sant'Angelo, due Km più a Nord rispetto alla nuova chiesa di Santa Maria del Sile. Mi fu assegnata una povera stanza, al limite della decenza, senza riscaldamento e bagno; non mi sono mai lamentato per questo! Le famiglie vicine, che conoscevano la situazione, mi offrivano il loro bagno quando ne avevo bisogno. Con il Parroco vi era l'anziana madre e una sorella autoritaria e prepotente con la quale era un problema convivere; qualche volta ho dovuto andare a letto senza cena per non essere arrivato puntuale all'orario, e non sono andato al Ristorante!
Il mio compito era seguire l'Oratorio con tutte le attività connesse. Alla domenica celebravo nella nuova chiesa di Santa Maria alle otto; il mio disagio era nel non poter tenere quasi mai l'omelia perché interveniva il Parroco con gli
avvisi interminabili, per cui, alla fine, diceva: "Ora andiamo avanti con la Messa". Altro disagio: io avevo solo la bicicletta per i miei spostamenti perché in canonica non vi era un garage per i cappellani, e mai una volta, estate o inverno, sole o pioggia, il Parroco mi ha invitato a salire in macchina con lui per accedere alla chiesa succursale di Santa Maria. Inoltre mi era proibito visitare le famiglie, per qualsiasi motivo e non dovevo fare ricatti con spese per le attività dell'Oratorio. Ho avuto la gioia di sentire la vicinanza di molte famiglie nei modi più vari e delicati. Comunque anche questa esperienza è stata positiva perché mi ha aiutato a raggiungere una radicale purificazione interiore e ad essere attento e umile nei rapporti con gli altri Sacerdoti, anche in vista di una futura vita comune, e nella missione pastorale, specie in ambienti difficili.

A Dosson di Casier (1968-1970)

Dal I ottobre 1968 presta servizio, prima come Vicario adiutor e poi come Delegato Vescovile nella Parrocchia di San Vigilio di Dosson, dove è parroco don Piero Salvador, debilitato da malattia terminale e assistito dalla nipote Emma. La vecchia canonica è inagibile, per cui deve usare come abitazione il piano superiore dell'Oratorio;

dove al piano terra c'erano i locali per la catechesi, il tempo libero e il Bar ACLI creando un forte disagio, specie di notte, per la quiete necessaria dopo una giornata di lavoro!

Don Piero vuol essere con lui quando porta la comunione ai malati, per dare una parola di conforto, lui malato, a chi sta male. Don Piero lo invita a incontrare gli operai delle fabbriche del paese. Don Piero attende i giovani al termine delle riunioni per rivederli e salutarli uno per uno. Il cappellano, con un carattere precisino e facile ai distinguo, cerca di far suo l'esempio. Nel frattempo presta la sua opera di insegnante di Educazione artistica nel Seminario dei Sacramentini a Casier. (tra i suoi allievi ebbe il futuro vescovo Andrea Bruno Mazzoccato)

Mesi senza destinazione (1970)

Il vescovo lo aveva inviato a Dosson con il diritto di successione.
Una grossa delusione è per lui l’assegnazione ad altro sacerdote della parrocchia di Salgareda (TV), promessagli in un primo tempo. Se ne torna a casa sua e non vuole più saperne di parrocchie.
In attesa di destinazione, presta servizio nella parrocchia di Pezzan di Carbonera e al CIF di Lignano. Organizza il Grest nella sua Porcellengo.
addirittura la madre, la Onorina, va col genero Gottardo a rimproverare il vescovo di aver maltrattato il figlio, ma la notizia non pare plausibile.

A Croce (1970-2014)

A don Primo viene offerta come alternativa Croce, nemmeno in provincia di Treviso, ma in quel di Venezia, nelle campagne desolate dell'entroterra veneziano.
Forse perché Croce gli fu proposta come un contentino, forse perché il paese era piuttosto depresso e poco invitante, don Primo non accolse volentieri la sua nomina a parroco di Croce; cresciuto e vissuto intorno a Treviso, egli era nell’anima un trevisano e sentiva che Croce era, nella sua povertà e indecenza, un paese agricolo e veneziano.
Per convincerlo ad accettare dovettero insistere i ‘benpensanti’ del paese, mostrandogli che c'era gente desiderosa che lui arrivasse, che non erano tutti poveri e comunisti; e i benpensanti gli posero sul piatto della bilancia gli argomenti coi quali i benpensanti hanno sempre ragionato: la canonica nuova era già al grezzo e in breve tempo il nuovo parroco l’avrebbe avuta tutta per sé bella, grande e nuova. Lo stesso sindaco in carica, il neoeletto ‘Uido’ Lorenzon, di Croce, diede la sua parola di un rapido completamento dei lavori; "Prima del mio ingresso vennero a incontrarmi in famiglia alcuni rappresentanti della nuova comunità: Valentino Dariol, Luigi Quintavalle, Galliano Lessi e Giuseppe Sgnaolin". E così, tirando tirando, alla fine don Primo accettò di finire a Croce.

Nelle sue memorie, don Primo scriverà di aver addirittura di aver sognato un giorno di finirci.

Nominato parroco di Croce il 7 ottobre del 1970, don Primo fece il suo solenne ingresso il 25 seguente, accompagnato da monsignor Raimondo Squizzato, da don Antonio Scandiuzzi, da don Antonio Volpato e dallo zio don Giuseppe Rossi (vedi foto sotto).

Come avvenne l'ingresso lo raccontò più volte:

«Il rito ufficiale era stato preparato da don Antonio Scandiuzzi, della Comunità degli Oblati, zio del cappellano don Albino, già trasferito a Vedelago. Anche don Antonio venne a incontrarmi a Porcellengo esponendomi il programma cerimoniale: "Verranno qui a prenderti in macchina, dall'Argine San Marco si procederà a piedi verso la chiesa, banda in testa, se sarà possibile, o, diversamente, con la testa in banda..."»
Non sarà un'accoglienza granché festosa ma don Primo fingerà che anche quello era un suo desiderio:
«E fu così! Niente banda, niente foto, tranne le uniche due che gelosamente conservo, scattate da un paesano dilettante di sua iniziativa, niente scritte e festoni; tutto come veramente desideravo, felice di dare un segno concreto della vera missione di un Parroco che vuole essere a servizio di una Comunità cristiana».

Sono affermazioni posteriori, chissà se don Primo sapeva (crediamo di no) o se fosse venuto a conoscenza in seguito dello straordinario corteo di moto e fiori e concorso di popolo col quale era stato invece accolto don Ferruccio nel 1955, il cui ingresso in parrocchia è immortalato da un book fotografico da fare invidia a prelatoni di ben più chiara fama. In futuro ci avrebbe pensato don Primo a immortalare (e a farsi immortalare in) tutti gli eventi, anche minimi cui avrebbe dato impulso.
«Il rito della presa di possesso è stato presieduto da Mons. Raimondo Squizzato dell'Ufficio Missionario, vista l'amicizia che era nata fra noi in seguito alla realizzazione da parte mia dei manifesti celebrativi delle giornate missionarie in Diocesi. Dopo il suo discorso di presentazione, con grande commozione ho rivolto la mia prima parola ai parrocchiani che il Vescovo mi aveva affidato:
"Mi presento a voi quale Apostolo inviato da Gesù per annunciare a voi il suo Vangelo... Ho chiesto a mia madre che cosa potevo dire a voi nel giorno del mio ingresso; "Dirai che sei venuto per stare con loro, per fare a tutti tutto il bene che potrai e per ricevere da loro altrettanto bene". Stare con voi, come fratello che condivide la vita e indica la via comune del Vangelo; ricevere da voi altrettanto bene dalla vostra fede, dalla vostra bontà. Esprimo il mio augurio con le parole dell'Apostolo Pietro: "Amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore viene da Dio" (1 Pt 4,7)". E... grazie della vostra cordiale accoglienza".»

Dopo la messa si portarono in asilo per un momento di presentazione, seguito da un rinfresco. Gli si avvicinò il dottor Rorato, che gli ricordò il milione di lire che aveva prestato a don Ferruccio. «Appena potrò, Dottore!» rispose don Primo, pronunciando "dottore" con la maiuscola, così come aveva e avrebbe sempre fatto nei confronti di tutti coloro che avevano un titolo. La somma alla fine gli sarà condonata, «Al dono della mia presenza, un primo dono dei paesani!», favore che don Primo non dimenticherà mai e che restituirà quarant'anni dopo quando, all'amministrazione Menazza che cercava nomi da dare alle nuove strade della lottizzazione Vendraminetto a Croce, e li chiese a don Primo, don Primo suggerirà i nomi di quegli che egli riteneva i benefattori del paese, la Rachele Sacerdoti (finanziatrice dell'asilo ai tempi di don Natale) e Tano Rorato (finanziatore della canonica, appunto).

Giunto con qualche diffidenza in una parrocchia con cui avrebbe faticato per anni a instaurare un vero feeling, che forse giudicò di primo acchito d’una cultura religiosa approssimativa (qual era) e d’un tenore culturale decisamente modesti, dovette affrontare le malelingue che gli rimproverarono le spese per il completamento della canonica nuova, voluta in realtà dal predecessore don Ferruccio, e quelle per la ristrutturazione della vecchia, cui dedicò anche tempo e fatiche fisiche.

Cercò di introdurre una serie di novità pastorali in un paese da ricostruire dopo gli anni critici del Sessantotto e le disarmonie imputabili al carattere troppo esigente di don Ferruccio. Rinvigorì e modernizzò la pastorale giovanile, creando, per trattenere i giovani, diverse attività che entrarono nel cuore dei paesani: riprese e potenziò il campeggio estivo in montagna inventato da don Mario Bortoletto, attirò nell’orbita della parrocchia i giovani con le serate del Jolly sera in autunno e con le attività estive in asilo dalle suore, allestì nella vecchia canonica una gran sala giochi che tutte le domeniche raccoglieva la gioventù appena uscita dalla messa.
Organizzò decine e decine di gruppi giovanili cui cercò di trovare un carisma.

Figlio della guerra fredda, non poteva non vederla incarnata anche nella popolazione del paese, che gli risultava divisa in bravi e buoni e in lontani, superficiali e irrispettosi. La tendenza a classificare, ordinare, suddividere, organizzare in gruppi si rifletteva sul modo di di interagire con i suoi parrocchiani; a volte semplificava troppo, senza considerare che in tutti ci sono le gamme di grigi che vanno dal chiaro allo scuro e all’oscuro.
Uomo di Chiesa, faticava a sentir pulsare l’anima del mondo.
La parrocchia era il suo mondo e il suo orizzonte, non riusciva a concepire una vita al di fuori di essa. Ma fece di tutto per raggiungere il "suo" popolo.

Uomo d’ordine e di tipografia, avendo bisogno di comunicare con la sua gente cercò di coltivare anche per iscritto le relazioni con l’intera comunità crocese: dopo aver curato nei primi anni Settanta la pubblicazione di qualche numero del bollettino "Parrocchia", - una pubblicazione particolarmente curata, su carta patinata, ma costosa - preferì dare una veste rigorosa all’opuscolo "Radar" inventato dal gruppo dei giovani aderenti al T.i.T., giornalino erede del "Girasole" della maestra Davanzo; e nacque "Il raggio" che sarebbe uscito puntualmente tutti i mesi per i successivi quarant'anni e che costituisce uno dei documenti più attenti della storia "cristiana" del paese, ma che regala in controluce anche uno spaccato della situazione economica e sociale.
La passione per la stampa, che fin dai tempi del seminario lo aveva preso, lo indusse, nel corso degli anni, a dotare la canonica di macchine per scrivere sempre all’avanguardia e fotocopiatrici di ultima generazione.

Seppe incuriosire generazioni di bambini e di giovanetti con le sue innumerevoli passioni, tra le quali spiccarono quelle della fotografia (tutti hanno nel proprio album almeno una ventina di foto scattate da don Primo), del collezionismo (francobolli, monete, minerali, farfalle...) e più tardi dell’apicultura e della floricoltura. Intratteneva i ragazzi d'estate con gare sportive, di abilità, di precisione. E se gli intenti pastorali erano comprensibili, di più difficile interpretazione è la mole di pagine che andava vergando con le sue abilità grafiche in cui registrava tutte le attività messe in atto, i nomi dei partecipanti, i risultati e le classifiche delle gare; insomma, don Primo era il segretario ideale di se stesso, e del resto solamente di se stesso e della propria precisione si fidava ciecamente. L'archivio parrocchiale conserva diversi album di volantini e foto e pagine di tutto quello che andava organizzando in quei primi anni a Croce, come se dovesse documentare a qualunque esaminatore e visitatore episcopale volesse controllare il suo operato la quantità e la qualità di tutte le sue attività, temendo o non fidandosi della vox populi che sentiva ancora a se ostile.
Lo ferivano i discorsi cattivi, i giudizi superficiali e ingiusti sulle sue attività, tutte volte al progresso religioso e spirituale di un paese in cui rimanevano tanti passi da fare.
Di tutte le attività e delle spese affrontate dava giustificazione puntuale raccontandole ordinatamente e minuziosamente sul Raggio.

Favorì in tutti i modi l’associazionismo, inquadrato in una prospettiva cristiana ed ecclesiale. Sinceramente affabile con i bambini, con lui più spontanei e diretti, più fatica ebbe nel trattare con i più grandi; mantenne le distanze dalla cultura che non proveniva dal mondo cattolico, considerandola una forma di vanità. Abile cartellonista e propagandista delle attività parrocchiali, fu instancabile disegnatore di manifesti liturgici, coniatore di slogan evangelici, organizzatore di incontri, promotore di attività, coreografo liturgico; ma di quello che accadeva nel mondo schiaffeggiato dal '68 poco o nulla, e debitalmente censurato, filtrava dalle sue prediche. Le quali non erano né lunghe né corte, ideali per un uditorio di quinta elementare o seconda media, preparate con cura eppur buone per tutte le occasioni. La facondia e l'oratoria non gli mancavano. Il suo parrocato sarebbe stato allietato dalla nascita di più vocazioni religiose, e questo fu certamente uno dei suoi meriti.

Negli anni 1979 e 1980 partecipò con alcuni parrocchiani a Rocca di Papa a un corso di pastorale promosso dal Centro Nazionale "Per un mondo migliore" che portava il titolo "Verso una nuova immagine di parrocchia" (N.I.P.) che si proponeva di attuare le indicazioni maturate durante il Concilio Vaticano II e formulate nella costituzione dogmatica "Lumen gentium". Nel 1981 nacque un gruppo promotore, che decise di affrontare un percorso almeno decennale, suddiviso in tre tappe: 1. Convocazione (5 anni, uno per ciascun traguardo intermedio: Insieme, Insieme perché fratelli, Insieme attorno a Gesù, Insieme per vivere la fraternità, Insieme nei piccoli gruppi), 2. Evangelizzazione (6 anni, due per ciascuna tappa intermedia: la Bibbia, la Fede, la persona di Gesù), 3. catecumenato di popolo (3 anni: la Chiesa, i sacramenti, l’Eucarestia). Il lungo viaggio si concluse col Congresso Eucaristico Parrocchiale dell’ottobre 1982.

Il progetto, che si rivelò una sorta di N.E.P. religiosa e impegnò la comunità per un ventennio, raggiunse risultati alterni e un’adesione talvolta più formale che condivisa. Sacerdote di profonda fede e di grandi ideali, don Primo continuò a cercare in tutti i modi di portare il paese a condividere il suo progetto di N.I.P.. In tale percorso aveva saputo legare a sé i fanciulli, la gioventù e "le signore", quest’ultime più sensibili alle novità ecclesiali e più inclini alla pratica religiosa; risultati meno soddisfacenti ebbe con la rozza metà maschile: parroco educato e attento alle forme, suscettibile e irritabile dagli sconfinamenti, non era il compagnone che avrebbe potuto trascinare a messa o in oratorio i frequentatori incalliti del bar; e men che meno era l'intellettuale che avrebbe potuto tessere una rete complessa di rapporti con una popolazione che si andava scolarizzando e nella quale i diplomi e le lauree crescevano di numero. Si scontrò duramente con chi criticava il suo modo di amministrare la parrocchia; ma lui era il responsabile anche civile dei suoi atti e da quelli non intendeva derubricare. Non era incline a farsi dettare la linea da altri. E se apparentemente sembrava dare ascolto a tutti, finiva poi per ascoltare chi gli dava ragione.

Molto era cambiato dal Sessantotto: nel ventennio della lunga marcia della N.I.P. la secolarizzazione diffusa aveva dimezzato il numero di praticanti e aveva cercato di trovare una nuova voce per parlare ai fedeli; l’Italia era passata dalla democristianizzazione diffusa e inevitabile in tempi di guerra fredda alla tangentopoli craxiana, e infine alla più controversa berlusconizzazione, risultato evidente di tangentopoli.
La mutazione della geografia politica lo spiazzò, come del restò spiazzò gran parte dell'Italia democristiana. Abituato a guardarsi dai comunisti che non andavano a messa, don Primo era sostanzialmente spaventato dall’ateismo e dall’irreligiosità che collocava “a sinistra”: la vita impegnata e ricca di fede del cristiano era da lui sempre descritta in alternativa alla vita "comoda" di chi non si impegnava in parrocchia e "insulsa" di chi non andava a messa.
Nella sua costante e ammirevole fatica di organizzatore di gruppi e di attività, don Primo fu forse talvolta troppo attento alle forme. Ma era il suo modo di portare ordine nelle confusione del mondo.
Stigmatizzava il comportamento dei bulli, ma lo faceva durante la predica parrocchiale ai parrocchiani prevalentemente devoti che coi bulli non avevano nulla a che fare.
Sull’opuscolo mensile Raggio non mancava di sottolineare i comportamenti incivili che riscontrava nel suo popolo; talora non mancava di riportare le iniziali dei colpevoli o dei denuncianti che con lui si lamentavano; era mancanza di tatto? A volte sì, mancanza che sfociava in gaffe involontarie, coma quando accanto all’elogio aperto di qualcuno per un qualche gesto spuntava invisibile eppur visibilissimo il rimprovero verso gli altri della medesima lista che quel gesto non avevano fatto. Altre volte un giudizio o un commento voci dal sen fuggite gettavano una ironica luce su qualche parrocchiano.

Sempre trattò onestamente col mondo delle istituzioni. Ebbe ammirazione per avvocati e dottori, che indicava nei suoi scritti sempre con la Maiuscola, e per coloro il cui titolo pareva garantire le qualità della persona. Io per esempio, che ero sempre stato "Carletto", divenni un giorno improvvisamente "prof. Dariol": a suo merito è da ascrivere il fatto che continuò a trattarmi con la stessa superiorità e accondiscendenza con cui mi aveva trattato da bambino. In compenso trattava i prof e i dottori che aveva conosciuto adulti - sovente delle vere capre forzitaliote - con una deferenza quasi servile.
Amava i semplici e gli umili ma non riusciva ad esimersi dall'omaggiare oltre il dovuto professori, avvocati, medici e soprattutto i ricchi che s’erano fatti da sé.

Il lungopercorso della N.i.P. - non da tutti condiviso e da qualche parrocchiano fortemente criticato - aveva mostrato le sue qualità di innovatore. Nel 1994 il vescovo gli propose di affidargli una parrocchia più grande e numerosa, ma don Primo rifiutò: il paese col quale inizialmente aveva stentato a legare era comunque divenuto il "suo" paese; le tre o quattro generazioni di giovani che aveva allevato nella fede - che aveva coinvolto in campeggio, attività estive, gite, gruppi... cominciavano a restituire quanto seminato e a infondergli fiducia e consapevolezza di aver bene operato. Probabilmente non era nemmeno adatto per una parrocchia più numerosa.

Mal della pietra

Se le "pietre" di cui poteva andar orgoglioso erano i suoi parrocchiani, nemmeno le altre, quelle reali, aveva lasciato stare: ebbe per tutto il corso del suo parroccato il mal della pietra: quasi subito dopo essere arrivato a Croce fece rifare il pavimento della chiesa, sostituì il vecchio portone d’ingresso con uno moderno, un po' da condominio, fece applicare all’interno del portone la tuttora esistente bussola in anodizzato; nel 1973 acquistò i due confessionali nuovi; ristrutturò la canonica vecchia demolendone alcune parti (e cancellando un pezzo di storia del paese) trascorrendo personalmente le giornate a lavorare fianco a fianco con muratori e carpentieri: nei nuovi spazi ricavò aule per le riunioni e per la sala giochi (spazi che in seguito affittò alla Tipografia Cancellier).
Quando furono ultimate le nuove scuole elementari e non fu più necessario prestare alla "Tito Acerbo" le aule del Centro Sociale, trasformò quest’ultimo in Oratorio San Francesco e lo si vide lavorare con alacrità alla sistemazione delle aule, alla costruzione del bar. Si rivelò un mago della perlinatura, allora di moda.
Tanto fece che il piazzale della chiesa, un tempo parcheggio e campo da gioco, divenne veramente un sagrato. Lo arredò e riarredò, prestandogli attenzione e dedizione come al giardino di casa.

E intanto coltivava tutta una serie di hobby che mostravano la sua multiformità: francobolli, farfalle... e aveva avviato una produzione non indifferente di miele: si era fatto apicultore, costruiva da sé le sue arnie, i telerini...

L'ammodernamento della chiesa

Quasi subito fece eseguire il mosaico (mosaico offerto dalla Silvia Sgnaolin) dietro il crocifisso realizzato da Giorgio Lorenzon, che aveva preso il posto della pala di Gino Borsato ma aveva lasciato l'altare maggiore un poco spoglio. Risistemò le acquasantiere eliminate in maniera improvvida da don Ferruccio, trasformò in più riprese la navatella sinistra in una vera e propria cappellina per le funzioni infrasettimanali. Nei suoi interventi non vi era un disegno generale, ma seguiva piuttosto l'estro e la moda del momento; amava i quadretti, gli altari e gli altarini, le panche e le panchette. E la chiesa finì per assomigliare alla canonica, dove lo stile lasciava spazio alla decorazione.
La navatella di sinistra, dove teneva le messe infrasettimanali (per molti anni quelle del martedì e del giovedì mattina le avrebbe tenute nella cappellina dell'asilo), è emblematica del suo modo di operare: sotto il gran quadro che faceva da pala (una pala che mai gli piacque) posizionò un trittico di sedie d'un legno nuovo e differente, sostituì l'essenziale altare di metallo con un vecchio altare di marmo recuperato da qualche parte ma che fece inavvertitamente montare sottosopra; il quale altare era poco profondo e la cui profondità fu costretto ad aumentare con una estensione di legno; a fianco della pala d'altare; fece posizionare una mensola con sopra un tabernacolo, poi con un marmo rosa diverso da tutti gli altri impreziosì il rettangolo sopra la mensola, recuperò una balaustra di marmi bianchi e verdi e la usò per chiudere il lato sinistro dell'altare; quindì posizionò alle pareti le tavole restaurate della vecchia via Crucis; il patchwork era evidente. E infine schermò la navatella di modernissime vetrate perché risultasse un ambiente facilmente riscaldabile d’inverno.

Nella navata grande della chiesa introdusse una via Crucis di gusto non condiviso d’un frate pittore trevigiano (vedi la pagina dedicata alla chiesa) e per far stare tre dei quattordici pannelli sulla parete destra della navata grande spostò l’antica lapide che ricordava la consacrazione della chiesa da parte dell’arcivescovo Zacco nel 1731 in controfacciata. Allo stesso pittore commissionò il grande quadro (costituito da quattro pannelli) a soffitto dedicati all’Esaltazione della Croce.

Impegnato su cento fronti, sempre in attività, sempre concentrato sui suoi obiettivi sembrava inseguire il filo della sua vocazione.
Un prete, si sa, vive e muore solo; don Primo, corretto e disponibile, apparve a qualcuno concentrato sul suo ministero e mistero parrocchiale. Pareva sempre sapere dove andare, ma - come tutti - aveva bisogno di conferme, e le chiedeva a chi amava dargli ragione. Quasi tutte le pagine della sua vita e del suo Raggio mensile contengono le sue riflessioni religiose, le sue attenzioni alla liturgia... ma non mancano le spigolature tratte dalla cronaca e le notizie curiose.
Uomo sinceramente onesto, sembrava però diffidare di chi gli faceva notare l'inanità o l'incongruità di certe sue imprese; non sempre ricco di calore umano, questo fu il limite che tanti gli rimproverarono. Era certamente uomo equilibrato e intelligente. E tuttavia alternava aperta cera e reazione stizzite.
Accettò umilmente e riconoscente i favori che i parrocchiani più disponibili gli offrirono, raramente accettò consigli, scontrandosi con coloro che avrebbero gradito una gestione dei beni strumentali più partecipata e condivisa. Alla fin fine il responsabile di tutto era lui, economicamente e civilmente, e perciò era comprensibile che ci tenesse a dir la sua, senza che paresse di voler imporre tutto. Nelle sue iniziative lo si accusò di cercare più adepti che interlocutori: si proclamò conciliarista e fu, per volontà o necessità, accentratore; sollecitò i dibattiti e le discussioni e decise quasi sempre da solo; affidò la contabilità della parrocchia a comitati e a responsabili per gli affari economici che rimettevano ogni decisione e ogni controllo al parroco, cioè a lui (fu questo il motivo all’origine dell’attrito con Gianni Cancellier che degenerò in una guerra da parte di quest’ultimo fatta di controslogan e gesti eclatanti e provocatori).
Quando in tempo di sagra le tante, troppe attività della parrocchia sembravano sfuggirgli di mano, quando il disordine nell’utilizzo degli spazi e delle cose superava il suo grado di sopportazione e rischiava di destabilizzare il suo equilibrio psichico, prese l’abitudine di trascorrere le sue ferie altrove, in Sicilia, a Favignana, ospite di amici: se occhio non vedeva, cuore non doleva.

In vecchiaia cominciò a soffrire di una lieve sordità e di amnesie, ma seppe controllare benissimo l’una e le altre.
Dedicò gli ultimi dei suoi settanta al "suo" libro, il libro della storia di Croce che sarebbe stato pubblicato nel febbraio del 2009, cinquecentenario della parrocchia. Ogni giovedì si recava aall'Archivio diocesano e fotocopiava e studiava i documenti della parrocchia In difficoltà con la decifrazione di molte pagine fotocopiate si rivolse a tutti quelli che potevano aiutarlo. Gli dissi che conoscevo una collega laureata in lettere antiche, che dunque conosceva bene il latino. E sembrò aver trovato una salvatrice. Ma quello di cui aveva bisogno era essenzialmente di un lavoro di decifratura, di decrittazione della brachigrafia rinascimentale; e per quello serviva più un matematico; mi appassionai alla decifrazione di calligrafie disordinate e gli restituii decifratura e traduzione delle sue carte; ne fu felice e mi affidò un poco alla volta molte delle fotocopie dei documenti che aveva racimolato, che entrarono quindi a far parte del mio archivio. Quando dopo due anni di lavoro gli rivelai che "la mia collega che gli faceva le traduzioni"... ero io, ne fu deluso, scosso, poiché non si capacitava come fossi riuscito a fare quello che a lui non era riuscito.
Ma se mi interessai alla storia del paese fu per merito suo.

Verso la fine del 2008 fu operato all’anca, alla testa del femore, ma si riprese come un giovanotto.

Nel 2009 celebrò con cura il Cinquecentenario della parrocchia, e pubblicò il suo libro: forse la fretta, forse la mancanza di fiducia in chi non gli dava ragione a prescindere, lo indussero ad affidare la correzione delle bozze a chi non era tagliato per quel lavoro. A me che gli avevo corretto i suoi nessi relativi, cancellato le ripetizioni, snellito le sue frasi ridondanti e riarticolato i suoi "che" politattici rispose che "si vedeva che scrivevo da matematico".
E quando ebbe in mano il volume stampato il suo cruccio furono i refusi: dapprima credette che fossero solo sei o sette, per i quali allegò l'errata corrige in terza di copertina, ma giorno dopo giorno aumentava il numero dei refusi che venivano alla luce... Ogni nuova scoperta era per lui una pugnalata. Ma se anche avesse eliminato tutti i refusi di stampa ci sarebbero stati gli errori di logica e di sintassi, dato che non governava pienamente né l’una né l’altra, o di decifrazione e di traduzione (spesso, laddove aveva lavorato da sé, aveva tradotto a naso e ricucito i passi, a volte alterando il senso dello scritto originale).
La prima edizione (pagata da Claudio Caldo) andò esaurita in fretta (in donazioni e regali). Cominciò a pensare di mettere mano alla ristampa; invitato a lasciar perdere, cedette alle lusinghe dei pochi che gli consigliavano di procedere alla seconda edizione. La vanità di produrre l’opera perfetta lo indusse a dar corso alla ristampa, dalla quale eliminò la trenta sviste più evidenti ma non gli errori della sua tipica sintassi a senso, e fece stampare altre trecento copie su di una fastidiosissima carta lucida. Questa seconda edizione non andò esaurita e per mesi comparve sul Raggio la notizia che erano rimaste “alcune” oppure “poche” copie in vendita. Nel frattempo si era recato alla biblioteca di Musile per sostituire la copia della prima edizione con la seconda, “corretta”.
Terminò la celebrazione del cinquecentenario con la conclusione del Secondo Sinodo Parrocchiale e l’immancabile opuscolo con tutte le foto dei momenti importanti delle attività cui aveva dato impulso, quasi tutte foto che stranamente non aveva scattato lui, comparendo l’immagine della sua persona rigorosamente al centro, spesso vicino a cartelloni che aveva realizzato di persona, innamorato della propria grafica.
"Al centro del popolo di Dio non vi è il parroco ma Gesù" era l’assunto sul quale era stata fondata la lunga marcia della N.I.P.: gli piaceva citarlo, iconograficamente concentrato e ispirato dal centro della foto.

Concluso in salute un anno denso di impegni, si gettò su di una nuova grande impresa: la nuova scuola dell’infanzia. Si impegnò come un matto, smosse parrocchiani e amministrazioni. Mise sul piatto qualcosa come 600.000 euro, la sua eredità (e non “il frutto dei risparmi di una vita”, come il sottoscritto aveva avuto il coraggio di scrivere in prima battuta sulle pagine di questo sito: don Primo non aveva mai risparmiato nulla, ciò che aveva guadagnato come parroco egli l'aveva sempre speso).
Dovendo trattare con le amministrazioni locali per il suo progetto, fece buon viso a forzitalioti e leghisti, in questo pragmaticamente fedele a quello che la Cei aveva tacitamente proposto di fare con Berlusconi e il berlusconismo, convinto che “vizi ormai pubblici e sperate virtù” fossero sempre un male minore del “comunismo”, in verità morto e sepolto da un pezzo.
Eppure, a pensarci bene, le grandi opere per Croce (piazze e sottopassi) erano state finanziate, avviate e realizzate sotto la giunta Menazza di centrosinistra. A caval donato... Invece don Primo durò meno fatica a trattare con forzitalioti e leghisti, che ossequiano le forme religiose perché vedono nelle gerarchie ecclesiastiche un tratto distintivo dell'italianità e dell'ordine. E lui, dal canto suo, nutriva venerazione per chi gli "dimostrava" di sapere le cose, per i sicuri di sé, più numerosi da quella parte.
Dei comunisti diffidava. Dalla sua prospettiva sacerdotale tutto era evidente: il peccato si combatte e si redime; contro l’irreligiosità e l’agnosticismo che sfociano nell’ateismo non c'è mezzo. Avrebbe sperimentato sulla sua pelle l'ambiguità di certe posizioni ideologiche. Non sono i buoni che tacciano di buonismo gli avversari.

E tuttavia dimostrò grande apertura mentale, quando la Curia gli chiese di ospitare Pope Catalin, un prete ortodosso, perché potesse guidare i fedeli di origine rumena trapiantati dalle nostre parti, e lui accettò con partecipazione, dimostrandosi lungimirante e moderno, cristianamente convinto che tutto si debba fare perché i cristiani si riconoscano tutti nel medesimo Dio, ut unum sint. E da cattolico accolse Pope Catalin e la moglie e li introdusse nella comunità cattolica paesana; e quando la moglie di Catalin si ammalò, e poi morì, tutta la comunità si strinse attorno a Pope Catalin, che riconobbe nella vicinanza dei crocesi e del suo parroco il volto di una sincera comunità cristiana.

Intanto sul Raggio riapparvero le notizie sul cosmo, che già erano state la sua curiosità anni addietro, con i numeri inimmaginabili dell’universo, enormi, inconcepibili per la mente umana, trascritti per strabiliare ed esprimere la straordinaria grandezza del creato e dunque del suo creatore. Verso il 2010-2011 l’appuntamento con la notizia “scientifica” divenne regolare: il numero delle stelle, l’eta della terra, il suono del big bang (un la bemolle)...

Ma gli toglieva il sonno la “nuova scuola dell’infanzia”, il pozzo dei desideri in cui aveva messo (oh no, non è corretto dire buttato) tutti i suoi soldi. Uomo di fede, ma con la testa sulle spalle, e dunque incline a fare affidamento sulla Provvidenza, ma meglio se aiutata da generosi cristiani facoltosi, che latitavano, vedeva le difficoltà aggiungersi le une alle altre.
I soldi promessi sulla parola dalla giunta leghitaliota “erano bloccati dal patto di stabilità”. Aveva fatto conto di vendere facilmente la vecchia scuola materna, un ibrido architettonico che univa al vecchio “Paeazz” del 1923 le funzionali ma orribili aggiunte volumetriche degli anni ’60 e ’80, ma la vendita si era dimostrata difficile.
Il fallimento della ditta che aveva iniziato i lavori e il mancato promesso acquisto dell’asilo vecchio (el paeàzz) aggiunsero ansia alle preoccupazioni.
Più volte mise sul “Raggio” un annuncio di vendita del vecchio asilo, ma l’unico che, secondo la vulgata popolare, in origine pareva intenzionato ad acquistarlo per farne appartamenti, - e venuta meno la possibilità di un’asta pubblica avrebbe condotto la trattativa privatamente e al ribasso - improvvisamente sembrava essersi defilato: la crisi economica mondiale e i vincoli architettonici sullo storico “Paeazz” parevano aver bloccato, prima che le azioni, le intenzioni.
Subentrò la ditta Maggiò, ma i lavori procedevano a rilento. Qualcuno suggerì al parroco, sull’esempio della strada della pace da Perugia ad Assisi, di ricordare i benefattori sulle mattonelle del nuovo edificio, e il parroco lanciò la sottoscrizione della mattonella; continuò con perseveranza a sollecitare mensilmente sul bollettino parrocchiale la generosità per il completamento di un’opera che, continuava a ripetere, non era sua o di pochi, ma dell’intera comunità.

Nel settembre 2013, in occasione della festa dell'Esaltazione della Santa Croce, inaugurò il dipinto sul soffitto della navata di sinistra, che aveva commissionato a Beppe Vianello Saretta, dedicato all'Eucaristia, cuore della comunità, di cui non volle mai citare la sponsor che aveva pagato le spese. La benefattrice avrebbe voluto che i personaggi del dipinto assomigliassero a lei e ai suoi familiari, ma don Primo spiegò che non era possibile, che la Commissione di Arte Sacra non l'avrebbe permesso; e anche la figura del parroco che solleva il pane - proiezione di lui - non gli somigliò affatto (almeno inizialmente). Più volte intervenne durante l'esecuzione del dipinto, mettendo in difficoltà il pittore Vianello Saretta, e più volte, a dipinto concluso, lo costrinse a ritoccare or qui ora là, ora quello scorcio ora questo, per poi tornare sui suoi passi. Ottenuta l'approvazione della Commissione di Arte Sacra, come da accordi informali presi all'inizio, il pittore ritoccò la faccia del parroco che solleva il pane, che finì dunque per assomigliargli moltissimo (del resto sin dall'inizio la figura era stata costruita sulla sua fisionomia); ma quando fu il momento di ritoccare anche le figure della committente e dei suoi parenti, ebbe dei ripensamenti, e impose al pittore di lasciare tutto com'era e di smontare le impalcature.

Il dipinto della prima versione non ritoccata (vedi QUI la pagina monografica sul soffitto della navata sinistra) divenne l'immagine di copertina della biografia che pubblicò quell'anno, MI RACCONTO - I PRODIGI DEL SIGNORE - Testimonianza di un anziano Prete, al quale sono rubate le notizie presenti su questa pagina sulla sua vita prima del suo arrivo a Croce.
Secondo quel che appare scritto nella bella prefazione di monsignor Giuseppe Rizzo, Vicario Generale della diocesi di Treviso, il libretto era "lo scritto con cui [don Primo consegnava sé] stesso alla storia della [sua] comunità con la semplicità e la verità di un padre che fa memoria ai figli di quello che li ha uniti durante i 43 anni del ministero a Croce di Piave"; ma era anche "la sua versione", ultima vanità di un anziano prete che, pur chiedendo cristianamente comprensione per i suoi limiti umani, riteneva di aver sempre operato secondo il disegno di Dio e di non essere stato compreso e valorizzato abbastanza. Si era sempre sentito pastore e certamente aveva fatto di tutto per esserlo. Il libretto fu stampato in sole 50 copie, donate agli amici e ai collaboratori più fidati. E ancora una volta don Primo ebbe premura di accertarsi che quanto aveva scritto non finisse pubblicamente sulle pagine profane del mio sito. Una sorta di pudore, o una sorta di timore...

A Musile (e Chiesanuova) (2014-2020)

Poi giunse inaspettata la grande delusione: la girandola di trasferimenti di numerosi parroci nella diocesi finì per coinvolgere anche lui, che immaginava - come ormai ritenevano tutti - di concludere più o meno serenamente (c'era sempre la cifra enorme necessaria per completare il nuovo asilo a togliergli il sonno) la sua vita terrena nel paese che alle fine aveva accettato e sentito come suo. Si ritrovò inserito nella Collaborazione di Musile, destinato a servire lì dove servisse il suo aiuto; in particolare gli fu dato il compito di dire messa nella chiesa di San Carlo a Chiesanuova. Non era il pensionamento, ma quasi. Sia fatta la volontà di Dio, disse, ma considerò il trasferimento una nuova prova che gli giungeva dall'Alto. Obbedì, come aveva obbedito 44 anni prima, accettando allora di reggere una parrocchia lontana mille miglia dai suoi sogni e dalla sua visione di parroco trevigiano, ma che - in seguito - affermò di aver persino desiderato.
Del resto, col suo progetto di asilo nuovo, del tutto fuori target per le dimensioni e per le previsoni demografiche, aveva vincolato economicamente la parrocchia, e in seconda battuta la diocesi, per molti anni; e il grande scatolone vuoto stava diventando il tema dominante di tutta la pastorale paesana. Il vescovo, tentando di riportare sui binari della normalità la vita di una parrocchia un poco disorientata dagli avvenimenti relativi al nuovo asilo, ne aveva affidato la reggenza a un parroco più giovane ed energico, che potesse reggere anche la parrocchia sorella di Milepertiche.

A 86 anni, dopo 44 anni a Croce, don Primo dava il suo commosso saluto alla comunità.

«Grazie al Signore per il bene arrivato a voi tramite il mio ministero e grazie a tutti voi per il bene che mi avete voluto e mi avete espresso in tanti modi».
Troppo piccola la chiesa dell'Invenzione per contenere la folla di fedeli radunatasi il 14 settembre per la messa di saluto al sacerdote. Alla cerimonia, cui presenziarono anche il sindaco Gianluca Forcolin e il suo vice Vittorino Maschietto, seguì la processione per le vie del paese per la festa dell'Esaltazione della Santa Croce, processione aperta dai bambini della scuola materna.
«Non potrò dimenticare questa comunità. Un legame profondo resterà nel tempo e anche oltre il tempo. La mia vita è cresciuta con voi»
Don Primo volle ringraziare
«tutte le persone che hanno animato i vari gruppi e i vari servizi per rendere questa comunità viva ed efficiente»

Ma quasi cadde in depressione. Agli amici più cari confessò che non aveva più voglia di vivere. Chiesanuova era una piccola parrocchia di 800 abitanti di là della Piave Vecchia, più facile da gestire. Sua nuova residenza non fu la canonica di Chiesanuova ma la faraonica canonica di Musile costruita da don Mario Salviato, nella quale erano chiamati a vivere in comunità i quattro parroci delle sei parrocchie di Musile, Caposile, Millepertiche, Chiesanuova, Passarella e Croce.
Don Primo diede mostra di accettazione, "sia fatta la volontà del Signore" ripeteva, e il dolore che certamente stava provando lo rese più caro a molti che non avevano grande confidenza con lui. I parrocchiani gli regalarono un bel viaggio sulle orme di San Paolo che lo rinfrancò spiritualmente. Cercò di affrontare con passione e cristiano senso di accettazione la nuova missione, si fece benvolere dai nuovi parrocchiani di Chiesanuova e di Musile, che compresero la maggior fortuna che aveva avuto Croce rispetto ad altre parrocchie.
Lui tornava frequentemente a Croce, pranzava o cenava presso i parrocchiani più cari, cercando rispettosamente di non travalicare gli spazi ormai gestiti dal nuovo parroco, don Michele.
Era diventato sordo, per evitare figuracce preferiva parlare lui, faceva domande su domande alle cui risposte non prestava attenzione. Ma in fondo l'aveva fatto poco anche quando ci sentiva bene. Un poco alla volta sembrò aver recuperato l'antica serenità.

La malattia

Era stata certamente la cocente delusione per il trasferimento, quando contava ormai di salire sul podio dei rettori più longevi della storia parrocchiale di Croce (don Simionato, inarrivabile, era stato parroco di Croce per 58 anni, don Bottamella per 50 anni, don Zacco per 48 anni) a trasformare l'antica ulcera duodenale in qualcosa di più grave, un principio di tumore allo stomaco. Fu operato e curato a Monastier, presso la clinica Giovanni XXIII. Gli stettero vicini i parrocchiani coi quali aveva sempre avuto una confidenza maggiore, Raffaele Finotto, Valter Biasi, Adriano Donadel, che gli eressero attorno un provvidenziale cordone sanitario.
Si riprese con grande energia. Sembrava immortale.
Ed era sempre uguale a se stesso, seppur con meno capelli e qualche ruga in più.

Tornato in salute, si dedicò a scrivere la Storia di Musile sulla base dei resoconti delle visite pastorali della parrocchia di San Donato, e produsse un'altra opera molto simile a quella che aveva scritto su Croce, opera che inorgoglì i parrocchiani di Musile e che soprattutto consentì a lui di assecondare la sua passione di storico e di "traduttore" di carte antiche; ma era un testo di maniera, che risentiva della mancanza di empatia con una parrocchia che era la sua da poco e per la quale non aveva realizzato nulla di memorabile, come invece era avvenuto per Croce, ma dalla quale era stato adottato "come il nonno di tutti", come ebbe a dire la sindaca.

Diminuiti gli impegni, si concedeva brevi vacanze in montagna, a Vinigo, dove per tanti anni aveva accompagnato i suoi ragazzi, e poi le famiglie, in campeggio (col tempo promosso a "camposcuola"), dove erano le sue montagne del cuore; fosse stato per lui, ci sarebbe andato con la sua auto; ma la Motorizzazione Civile gli aveva lasciato la patente per i giretti brevi nel Comune, non per le rischiose scampagnate in montagna; i riflessi non erano più quelli di una volta; e se un tempo era stato un autista rapido e scattoso, dalla guida a dir poco personale (ai tempi della Ford Fiesta si divertiva a spegnere l'auto appena lanciata oltre il passaggio a livello di via del Bosco, calcolando la velocità per arrivare a fermarsi esattamente nel garage della canonica), venuti meno i riflessi la medesima guida si rivelava densa di incognite. Ci pensavano i vecchi parrocchiani di Croce (il Cocco, Valter Biasi...) a scarrozzarlo dal Piave al Cadore e viceversa.

Ma il male tornò a colpirlo due anni dopo, nel 2019; aveva novantun anni e i medici questa volta, dopo un'ispezione chirurgica, decisero di non intervenire: avrebbero compromesso la qualità degli ultimi mesi di vita senza garantirgli alcuna dilazione significativa.

I sanitari si aspettavano un peggioramento delle condizioni verso l'autunno. Ma quando il sottoscritto lo incontrò a ottobre in piazza a Musile era in splendida forma. Ancora si illudeva di aver trovato ("forse...") il riccone che potesse rilevare e portare a termine la costruzione dell'asilo di Croce; e confessava, ingenuamente, di averlo indirizzato all'imprenditore che... era proprio quello che l'aveva illuso fin dall'inizio e che, promettendo di rilevare l'asilo vecchio e aveva imposto alla parrocchia il progetto faraonico del nuovo.

Si presentò in ottima forma anche durante le celebrazioni del Natale 2019. Ma era stanco, sempre più consumato e stanco; e cominciò a declinare le visite; aveva bisogno di frequenti iniezioni, che Raffaele Finotto, infermiere a Monastier ma soprattutto uno dei "ragazzi" del gruppo storico che don Primo si era "allevato" fin dai primi anni a Croce, andava a praticargli a domicilio, in canonica a Musile.

Il ritorno alla casa del Padre (venerdì 17 gennaio 2020)

Poi le condizioni si aggravarono verso la fine dell'anno; e a quel punto, invece di lasciarlo ricoverare a Treviso dove sarebbe stato difficile assicurargli l'assistenza (anche d'affetti) che meritava, Raffaele preferì farlo ricoverare di nuovo alla clinica Giovanni XXIII di Monastier. A Capodanno don Primo celebrò messa nella sua camera d'ospedale. Una paesana più stolida di altre ebbe la bella idea di portargli una pizza, di cui andava ghiotto; ma che non poteva mangiare. Aveva dolori, perdeva sangue dallo stomaco, che gli veniva reintegrato con trasfusioni, una sacca dopo l'altra; ma era come riempire un otre bucato; e continuava ad accogliere volentieri le visite numerose dei suoi vecchi parrocchiani.
Verso il 15 di gennaio, le flebo di morfina diventarono continue. Si spense all'alba di venerdì 17 gennaio, che le tivù nazionali celebravano come giornata Mondiale della Pizza. Grandissimo fu il cordoglio di tutti coloro che l'avevano conosciuto: Croce aveva perso il suo "immortale"; e anche coloro che non ne avevano condiviso le scelte o non ne avevano apprezzato il carattere dovevano ammettere che l'uomo venuto da Porcellengo era stato portatore di una sincera vocazione religiosa, e una persona mite e buona; se talvolta bizzoso negli atti o negli atteggiamenti aveva urtato la suscettibilità di chi gli era stato vicino, e di più di chi non sapeva stargli vicino, era anche vero che più volte era stato attaccato ingiustamente, e ne aveva sofferto; se infine si poteva imputargli l'ingenuità di aver creduto a certi campioni della sicumera, l'aveva fatto confidando nel medesimo Dio che l'aveva chiamato il giorno dell'Assunta nel 1939 a servirLo nella Chiesa.
I funerali, che avrebbero dovuto tenersi lunedì 20, per l'impossibilità del vescovo a presenziare furono spostati al 21, martedì, alle ore 15. L'epigrafe, fitta di nomi e di informazioni, rivelava il bisogno del presbiterio di non tralasciare alcuna informazione.
Nelle cinque stazioni del rosario tenuto la sera di lunedì 20 nella chiesa a Musile, furono letti cinque passi tratti dagli scritti di don Primo, una sorta di commovente testamento spirituale.

Il funerale, celebrato dal neoVescovo monsignor Michele Tomasi (con la sua erre moscia), insieme con i due vicari Cevolotto e Salviato, il vescovo emerito Magnani (ormai curvo sull'altare), i due giovani parroci che si erano appena avvicendati alla guida della parrocchia (don Michele Pestrin e don Luca Guzzo), e tutto il presbiterato locale, si svolse "con molto concorso di popolo", come si usava dire un tempo; e in effetti partecipò quasi un migliaio di persone (200 per la Prefettura, 2000 per la smatematicata giornalista), 350 all'interno della chiesa, circa 500 sul piazzale della chiesa dove era stato allestito un maxischermo.
Raffaele lesse il brano tratto dalle scritture, il diacono Adriano il vangelo. Straordinaria fu l'orazione funebre pronunciata da Monsignor Giuseppe Rizzo, uno degli uomini di maggior cultura della Curia trevigiana (e dunque della provincia tutta) predicatore di abilissima facondia, vicario vescovile al tempo del trasferimento di don Primo a Musile (e responsabile della decisione che aveva sorpreso molti e addolorato don Primo).

Orazione funebre di Mons. Giuseppe Rizzo

Carissimi fratelli e sorelle,
il libro della lunga vita di don Primo si è chiuso sull’ultima pagina il 17 gennaio, dopo una breve agonia. Noi siamo tornati oggi nella chiesa di Croce di Piave, nella sua chiesa, portatori e custodi di un ricordo, di una parola, di un frammento di vita che ci fu donato di condividere con lui. Ora, insieme, riapriamo il libro di questa vita benedetta e mentre tributiamo a don Primo l’estremo saluto, dichiariamo che egli continua a vivere, poiché un padre viene dato per sempre. Inoltre la dolcissima verità della Comunione dei Santi ci rivela che il primo paradiso dei nostri morti è il nostro cuore. E don Primo è veramente entrato nel cuore dei suoi fratelli e figli di Croce di Piave. Così scrive nel testamento:
“Vi ho tanto amato. Siete stati la mia famiglia. Voi ragazzi e giovani, adulti e anziani, siete stati la mia gioia e ora siete la mia corona. Vorrei che continuasse questa nostra comunione!”
Ma come è nato questo amore? Come è iniziata questa storia? Noi sappiamo che vi han messo mano e cielo e terra. Un presbitero non sceglie la parrocchia del suo ministero, né da cappellano né da parroco: vi giunge solo per obbedienza, ed è questo l’unico merito con cui si presenta, il suo miglior titolo, il talento che poi metterà a frutto negli anni del suo servizio pastorale. Un presbitero non è pastore prima del suo gregge, del suo popolo: diventa pastore con la sua gente. La comunità che lo accoglie in realtà accoglie Cristo, ed è per questo che le attese di un popolo nei confronti dei propri preti sono così grandi. E per questo è necessario che preti e popolo abbiano la consapevolezza della distanza incolmabile che c’è tra il Grande Pastore e i suoi ministri sulla terra. Ogni prete sente di essere in debito con Cristo Pastore e con i fedeli della sua comunità: un debito colmato solo dalla grazia sovrabbondante di Cristo. Di questo era convinto don Primo e di questo si confessa a voi nel testamento:
“Mi rivolgo a voi per dire la mia riconoscenza per il bene che mi avete dimostrato, per la comprensione che avete avuto per i miei limiti, per il perdono che tante volte mi avete concesso con il vostro cuore buono. Anch’io sento il bisogno di chiedere perdono, oltre che al Signore, a tutti voi…”
Il ministero del prete obbedisce alla legge dell’incarnazione, quella stessa che ha fatto del Verbo, Gesù Figlio di Dio, il Salvatore non di un astratta umanità, ma delle persone in carne e ossa che si trovarono sulla sua strada e si muovevano verso di lui con il peso delle loro miserie e delle loro domande: una processione senza fine, nella quale siamo entrati anche noi, con le nostre domande, con le nostre ferite; e dopo di noi, fino alla fine dei tempi, uomini e donne di ogni età, lingua, popolo e nazione… Gli uomini e le donne di Croce, i bambini, i giovani, gli adulti e gli anziani, non sono estranei a questa processione incontro a Cristo, lungo i secoli della propria storia. Possiamo anzi dire che la storia di Croce è stata fin dall’inizio una storia cristiana. La fede è stata il lievito che ha maturato la coscienza di essere un popolo negli abitanti di queste terre del Piave: terre di passaggio di popoli, terre generose e difficili, legate al destino del grande fiume. La Croce di Cristo, titolare della parrocchia, custodisce e santifica tutte le croci che questo popolo ha vissuto nei secoli e da cui ha saputo generare risurrezione e speranza. Don Primo, iniziando il suo ministero a Croce, il 25 ottobre 1970, porta l’entusiasmo di un giovane parroco, maturato dalle esperienze di cappellano a S. Alberto di Zero Branco, a S. Ambrogio di Fiera in Treviso, a S. Angelo sul Sile, infine a Dosson. Il giovane Primo, ordinato presbitero il 20 giugno 1954, è ora un uomo maturo, pronto alla responsabilità, pronto a scrivere una pagina nuova della propria vita, pronto a quel dono di sé che è stato la ragione del suo itinerario presbiterale.
Fin dall’inizio egli mostra, d’immediato, un carattere volitivo, tenace, rigoroso; ma contemporaneamente un’attitudine al contatto diretto, affettuoso, disponibile… Le radici di questa identità sono molto profonde, sono di temperamento, sono anche familiari. Lo rivela il suo ultimo scritto, del 2018, indirizzato al Vicario Generale dove, in maniera commovente, emerge nelle sue parole l’immagine ormai lontana, ma non sfocata, del padre di cui ricorda “i cinque anni di duro lavoro in una miniera aurifera in Alaska”. Di quel padre egli portava in sé la tenacia e la dedizione.
In uno scritto che pubblicò qualche anno fa, don Primo riassunse la propria storia, ormai raccolta in una visione di pura fede, illuminata da una speranza cristiana che gli aveva insegnato a guardare lontano.
Croce fu la sua obbedienza, fu il suo destino, fu il suo mondo. Quando nel 1994 si prospettò per lui l’ipotesi di un trasferimento ad una parrocchia più popolosa e importante, egli mise le mani avanti… anzi mise avanti il suo cuore e si dichiarò incapace del distacco. E lo disse a chiare lettere ai Superiori, incassando anche l’incomprensione di qualche confratello. Ma egli era fatto per Croce e Croce era fatta per lui. Don Primo va ricordato come uno degli ultimi presbiteri il cui ministero parrocchiale si scrive tutto in una sola parrocchia.
Egli è rimasto tra voi per 44 anni, eppure anche lui sperimentò che non tutti i traguardi e gli obiettivi che si era proposto si sono compiuti. Quando ebbe a confidarmi questa sua delusione, io gli ricordai che è questa la cifra dell’esistere e dell’agire umano: noi uomini, tesi tra finito ed infinito, tra tempo ed eternità, viviamo inevitabilmente l’esperienza dell’incompiuto: proprio su questo limite si posa la grazia divina. Per questo ci presenteremo a Dio con le mani ancora prese dal lavoro, con qualche affanno, magari con un ultimo sguardo volto a ciò che lasciamo. Ma il vuoto lo riempie il Signore, l’imperfetto lo perfeziona lui, la strofa che manca al nostro canto l’ha già scritta lui, e ora anche don Primo comprende che “Tutto è compiuto!” in un canto di grazie che sarà eterno.
Dal punto di vista dell’azione pastorale egli fu sempre preoccupato di dare ai fedeli di Croce una risposta nella misura concreta delle esigenze, delle domande, in vista di una vera maturazione cristiana del suo popolo. Di qui la ricerca e l’attuazione di un progetto pastorale originale, disteso negli anni, perseguito con tenacia e lucidità, sempre in confronto con i superiori e i confratelli. Nel suo testamento egli racconta come abbia camminato con voi alla scoperta/riscoperta dell’Eucaristia, il vero tesoro sepolto nel campo, capace di farci ricchi e generosi:
“Abbiamo celebrato e riscoperto che il cuore della Chiesa, e quindi della comunità e di ogni singolo cristiano, sta nell’Eucaristia, dove Gesù si fa Parola e Pane per nutrire il nostro cammino di fede…”
E dall’Eucaristia, sull’esempio dello scriba sapiente del Vangelo, egli seppe trarre, come da un tesoro inesauribile, cose antiche e cose nuove.
Ricordo in particolare, essendone stato testimone come Vicario Generale, la scelta coraggiosa a cui il suo cuore lo guidò, quando gli fu chiesto di accogliere in parrocchia, nella vecchia canonica, pop Catalin, sacerdote cattolico rumeno di rito orientale, giunto in Italia accompagnato dalla moglie, per seguire la comunità degli emigrati cattolici della sua patria. Don Primo non solo aprì le porte della casa, ma lo introdusse in comunità dove pop Catalin esercitò il ministero anche per i fedeli della parrocchia. E quando la giovane sposa di Catalin si ammalò e poi morì, don Primo, e con lui la comunità, diedero prova di una carità che maturò la coscienza cattolica di questo popolo.

In chiusura del testamento, facendo un bilancio della propria vita, don Primo non ha timore di prendere a modello il testamento dell’apostolo Paolo che si congeda di fronte agli anziani di Efeso convocati al porto di Mileto. Il brano si chiude con un versetto che desidero riprendere in chiusura di questa testimonianza:
“Tutti scoppiarono in pianto e, gettandosi al collo di Paolo, lo baciavano, addolorati soprattutto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto. E lo accompagnarono fino alla nave” (Atti 20, 36-38).

Ho letto fra le carte del fascicolo personale il verbale dell’ultimo Consiglio Pastorale della parrocchia presieduto da don Primo e vi ho trovato accenti e segni molto vicini alla pagina degli Atti. Don Primo aveva iniziato la stesura del testamento con questa citazione paolina, idealmente vicina al racconto appena ascoltato:
“È giunto il momento di sciogliere le vele…” (2 Timoteo, 4,6). Carissimo don Primo, la tua Chiesa con il vescovo Michele, i tuoi confratelli, la tua comunità di Croce, i tuoi parenti… tutti insieme ti accompagniamo alla nave del grande viaggio, dove sei atteso dalla Vergine Santa che è stata stella della tua vocazione, secondo quanto scrivi:
“Ringrazio il Signore che nel giorno dell’Assunta del lontano 1939 mi ha fatto sentire la sua chiamata…”

Noi non sappiamo come sarà il Paradiso, e facciamo anche fatica ad immaginarlo, ma siamo certi che possiamo prepararlo con una vita cristiana degna della chiamata di cui Dio ci ha fatto dono. Questo tu ci hai insegnato: su questo sentiero noi vogliamo camminare, anche con la tua intercessione.

Quindi il popolo di Croce accompagnò il "suo" pastore al camposanto per rendergli l'estremo saluto.

Torna alla pagina iniziale di Croce