Lisa Davanzo

(Questa pagina amplia e integra i contenuti del libro CARA MAESTRA a cura di
adrianodonadel-carlodariol-gus-sandrafregonese-valterbiasi,
scritto nel 2006)

INDICE


Prefazione
Famiglia di Lisa
Infanzia e giovinezza di Lisa
1947 - Quaderno di poesia
Lisa maestra
- Piani di lavoro (1963 e 1964)
Lisa pedagoga
Lisa poetessa
Lisa cittadina impegnata
Riconoscimenti e premi
1976: Lisa lascia la scuola
Pubblicazioni
1980 - La fameja dei Finoti
1984 - La balata de Girifalco
1986 - El vivar dei Finoti
1993 - Beato ti...
1993 - I Finoti...1993 - ...i ani passa...
1998 - Tera mia
Gli allievi di Lisa (in altra pagina)
I disegni degli allievi (in altra pagina)
Testo della “Passione, morte e risurrezione di Nostro Signore” (in altra pagina)
Gli attori di Lisa nelle “Passioni” (in altra pagina)
Testo de “Il presepio vivente” (1960) (in altra pagina)
Gli attori di Lisa nei vari “Presepi” (in altra pagina)
’E poesie dei putei recitate in occasione del Natale (in altra pagina)
Le stagioni (poesie tratte dal “Girasole”) (in altra pagina)
Crose (poesie dedicate al paese e ai compaesani) (in altra pagina)
El sogno - revival egli anni ’40 (in altra pagina)
Elenco delle poesie scritte da Lisa, finora catalogate (file excel)
Lisa 100 (manifestazioni del 2017, centenario della nascita) (in altra pagina)
Bibliografia



					Cara mama, caro papà, 
					grazie de verme fat nassar 
					qua, 
					tra sta me zente forte, coragiosa, bona...

					LISA DAVANZO


Clicca QUI per sentire la poesia dalla viva voce di Lisa

PREFAZIONE

“forte, coragiosa, bona...”; in altre versioni della stessa poesia la gente del paese è descritta come “Onesta, laboriosa, bona...” Le varie versioni sembrano rimare a distanza, mentre l’aggettivo “bona” è sempre presente, insostituibile: dalla “bona zente” di Croce la maestra Lisa sente di aver ricevuto tanto nel corso della sua vita in termini di affetto e ispirazione e non può dimenticarlo. Ma se ha ricevuto tanto è perché anche lei al paese di Croce ha dato tanto: vi ha profuso le sue energie migliori riuscendo a trasmettere ai suoi abitanti consapevolezza storica, volontà di riscatto e orgoglio paesano. I semi gettati da Lisa nel corso dei trent’anni trascorsi nel paese come maestra continuano a fruttificare e a distanza di anni non solo i suoi allievi ma un intero paese sente di aver ricevuto da lei un’impronta di umanità e di bontà indelebile, ed ancora l’ama e la ricorda per tutto ciò che ad ognuno ha donato di sé. Questo libro non è che un piccolo segno del ringraziamento corale che i crocesi le devono.

Nota per la lettura delle poesie
è (accento grave) = “e” aperta come nel verbo essere: “egli è”;
é (accento acuto) = “e” chiusa come in “perché”, “’l é (egli è)”;
esempio: parché lu ’l é pì bèl = perché lui è più bèllo;
ò = “o” aperta come in: “però”, “mi ò (io ho)”, “mòre”;
ó = “o” chiusa, come in “pó (poi)”, lavoro, “bón (buòno)”.
Nota grafica Nell’indicare il pronome maschile della terza perzona (El), la cui E nel parlato viene quasi sempre elisa (!!), Lisa scrive, ad esempio, l’é ndat anziché ’l é ndat, incorrendo nello stesso errore di altri poeti dialettali di fama nazionale, (Pascutto e Noventa...). Pur non costituendo tale errore alcun impedimento alla lettura dei testi, esso risulta tuttavia evidente a un occhio allenato; mi sono permesso pertanto di correggerlo onde restituire alle particelle la loro funzione logica.



FAMIGLIA DI LISA

Il nonno Tita (Giovanni Battista) - che Lisa chiamerà nono Pio - abitava in via Caposile 7 nel comune di Musile. Fu lui a iniziare l’attività di vendita di casalinghi che poi ereditarono i figli. Nonno Tita vendeva soprattutto piatti e scodelle di ceramica e frequentava i mercati frazionali; durante la I guerra mondiale, quando il confine stava per giungere sul Piave, sotterrò le sue merci; la casa andò semidistrutta.
Collaboravano con lui i 4 figli:
UMBERTO (o Alberto), emigrato poi in Brasile dopo la I guerra mondiale;
ERNESTO, che sposerà la figlia dell’architetto Sirk di Passarella e avvierà una bottega di tessuti, il cui commercio si allargherà poi a Jesolo, a San Donà e quindi anche a Roncade (con Angelo) per merito dei figli (Tarcisio, Angelo, Cesarina, Luigina e Ines);
LUIGI, che continuò a vivere con i genitori anche dopo la divisione della famiglia nel 1921–22 e lì continuerà ad abitare con i figli Amedeo, Rita, Arturo, Gino, Carla, Augusto “Gusto” postin (papà di Paola e Antonio residenti attualmente a Musile), Vittorio (emigrato in Argentina), Guido (che sposerà Veglia Radaelli, ancora abitante nella vecchia casa) e Virginia (abitante in Via San Pio X a Musile di Piave);
infine ACHILLE (18 aprile 1879 - 4 gennaio 1954), padre di LISA, che al momento della separazione dalla famiglia patriarcale si trasferì in centro a Musile, in Via XIII Martiri, di fronte all’officina delle biciclette dei Furlanetto.
In famiglia c’erano anche delle figlie femmine, che nella storia di un tempo contavano di meno: ricordiamo Carolina che andrà a vivere a Treviso.

In affitto presso i signori Bortolotto, Achille avviò lo stesso commercio del padre: una bottega di casalinghi, ferramenta e utensili da casa che portava nei mercati delle frazioni, con carretto e cavallo; e insieme mise in piedi una bottega di alimentari, gestita dalla moglie Elvira Coppo (28 ottobre 1884 - 23 ottobre 1967), la mamma di Lisa.


Elvira Coppo (ormai anziana) e Achille Davanzo (non più giovane), genitori di Lisa.

INFANZIA E GIOVINEZZA DI LISA

	Nela storia dela fameja mia
	se vado indrio
	nel milenovecentotrentadó
	trovo nono Pio e nona Maria.
	Pó nel otocento
	el nono de me nono.
	Co vintisete noni indrìo
	se riva a Atila, flagel de Dio.
	Come se vede la storia
	’a è fata de nomi che va indrìo
	fin a trovar la creazion de Dio.
	I nostri noni forse no sa
	che pensando, amando e lavorando
	tra na sconfita e na vitoria
	i à scrito la nostra longa storia.

La sua storia personale Lisa non l’ha mai pubblicata: la poesia in cui descrive a grandi linee i suoi primi trent’anni, A me storia, comparirà solo nella raccolta “Ossi de persego”, pubblicata postuma nel dicembre 2008 dal Gruppo “El solzariol”.
Useremo la poesia come filo conduttore per racontare i suoi primi trent’anni.

	Ogni persona 
	à ’a so storia
	che giusta o sbaliada
	à segnà par ani ’a so strada.
	Adess come in confession
	me domande tra mi:
	“parché te sto me cuor
	’l à sempre vù un posto de onor
	el poret
	quel che no fa figura
	el desmentegà
	’l handicapà?”
	Sto parché pol essar trovà
	’te sta me storia.

Elisa (“Lisa”) Davanzo nasce il 31 marzo del 1917 a Musile di Piave, in una casa sulla strada per Caposile poco dopo la rotonda del cimitero di Musile (l’ex incrocio “Polo”).
È la quartogenita di casa, e otto giorni dopo viene battezzata nella chiesa di Musile da don Ferdinando Pasin.

Prima di lei sono nati:

Giovanna (Nanèa, 28.5.1910), dal carattere particolare, forse affetta da un lieve dissagio mentale, che vivrà a lungo con Lisa e morirà il 28.12.1989;

Teresa (4.4.1913) che si farà suora, dopo essere stata accolta nell Istituto religioso “Santa Caterina da Siena” delle “Sorelle dei poveri” in Viale Italia 181, fin dall’età di soli 8 anni, per aiutare la famiglia (oggi, 2013, è a Siena nella casa di riposo del suo Istituto in Via Fonte Belgi);

Alberico, primogenito maschio (Musile 14.3.1915). Dopo aver gestito el casuìn de fameja a Croce e per alcuni anni la trattoria “Ai Tre Scaini”, sempre a Croce, si ritirerà ad abitare a San Donà, prima in Via Dante Alighieri e poi nella stessa casa della sorella Lisa, con la sua famiglia: la moglie Turcato Arpalice (11.11.1915 - 4.3.1983) e i figli Franco (16.12.1946) sposato a Rosanna Dianese (22.6.1950), ora abitanti nella casa della Lisa con un figlio Andrea (4.2.1979) sposato e con un figlio nato nel marzo 2010; e l’altro figlio di Alberico, Sandro (del 14.8.1952). Alberico morirà il 7 settembre 1998.

Dopo di lei nasceranno:

Giuseppina (Bepina, 12.10.1923), che morirà nel 1944 per intossicazione da funghi il 30 ottobre 1944, mentre la famigia era profuga al Lazzaretto di Millepertiche; fatto che coinvolse tutta la famiglia e mise in pericolo di vita anche la stessa Lisa;

Giovanni,

e Beppino che muore giovane; non sappiamo se l’ordine di nascita è proprio questo.

	Nasse a Musil t’el 1917
	sarìa stai in sete.
	Bepin ’l é mort picenin
	Me mama, bona, inteigente, reigiosa
	tien na botegheta dove se vende tante robe:
	pavèro, ciucéti, puntineto
	rochei fil bianco fil nero
	calzéti specéti piatei
	savatèe maje caramèe
	carbon tera zaea rossa nera.

La madre, Elvira Coppo, casalinga, s’ingegna a mettere in piedi un casuìn, ossia una rivendita di alimentari e di beni di prima necessità a Croce di Piave, in via Croce, poco dopo il passaggio a livello (il casuìn era stato dei Longato e, in seguito, diventerà l’osteria Barzan). Lì si trasferisce anche la famiglia.

	Da bass s’à un portego, na saeta
	drio a cusina,
	de sora camere da lèto
	fora el gabinéto

Il padre Achille è un venditore ambulante di casalinghi.

	Me papà co a so cavaina
	e un caret
	pien de piati bozòni
	sculieri, bicieri
	scóe scoéte e scati
	va al marcà
	ogni dì so un paese novo
	zìga e torna desfà.
	Musil Sandonà
	’l é squasi tut un paese
	te passa el ponte e te si zà de ’à
	se ocore calcossa al improviso
	e no te pol ndar a Treviso.
	Me popà co ’l à da far a spesa
	de piati e de chincaglieria
	el parte e el va a Treviso
	dai Fontebasso
	col caret vodo
	el torna co ’l é inpinìo
	de ogni ben de Dio.
	Ricorde che se ’o spetéa 
	co ansietà
	perché el cronpea tute e novità
	caramèe ciucéti vovéti
	ciocoeatini pa’ veciotei
	grandi e picenini.
	E par no’altri e ne portea 
	e paste grande bone coa crema par de sora.
	Me ricorde ancora. 
	Ma se a l’improviso
	ghe ocoréa calcossa
	che no ’l à catà a Treviso
	me popà
	va a Sandonà da Sidoer [Bastianetto]
	drìo a Cesa
	e là el fa a so spesa.
	Da Ioani
	che ’l à botega da scarper cronpa curame
	spago ciodini ciodéti
	e par me mama
	e scarpe co sparagno bèo
	da Toni Zopèo [ora Baradel]

Le notizie dell’infanzia di Lisa sono scarne, e dai suoi quaderni non ricaviamo molto altro. Da altre fonti sappiamo che fu cresimata il 21 settembre 1925, a San Donà.


Lisa nel 1926

Dalle sue pagelle piene di “lodevole” sappiamo che è una brava scolara.


Sotto il certificato di completamento degli studi elementari inferiori (III elementare)



Sopra il frontespizio, sotto l’interno della pagella del 1927-28

(si noti che nei documenti sopra compaiono rispettivamente come date di nascita l’improbabile 31 aprile e il 30 aprile)

	Mi vae scuoea contenta

Ma fin da piccola deve dare una mano alla famiglia, specie nel periodo estivo.
Deve anche interrompere gli studi per far da contabile al padre e andare con lui ai mercati settimanali, con carretta e cavallo, dal mattino presto alla sera.

	Mi vae scuoea contenta:
	“Convien far studiar sta putèa
	- dise a maestra Pina Busato –
	è un peccato non farla studiare”.
	“A Teresa, signorina, va suora.
	Speten n’altro fià ancora”.
	Passa cussì quatro ani.
	Mi lavore dae suore
	far i ricami,
	ma el pensier ’l é sempre là:
	studiar.
	“ ’L é un pecà – torna a dir
	a maestra Pina Busato –
	mandéa qua a San Donà,
	l’Istituto Tecnico ’l é parificà”.
	“Va ben – dise me mama e me popà –
	la mandaren”.


Lisa nel 1930, col violino

Su consiglio della maestra Pina Busato si iscrive dunque all’Istituto Tecnico di San Donà, parificato.

	Cussì ’l é stat, co a Milena Rizzola
	a Gineta Daea Mora
	vae scuoea a San Donà.
	E là ghe a fae.
	Po vae...

L’anno dopo nel ’36, a diciannove anni, Lisa si iscrive alle Magistrali, al “Duca degli Abruzzi” di Treviso.


Lisa (a sinistra); Lisa con Giuseppina a Venezia (a destra)

	Po vae a Treviso a pension da me zia Caroina. 

Ogni domenica sera fa trenta chilometri in bici per andare a Treviso e ogni sabato trenta per tornare. Nella sua pagella del primo anno vi è anche un cinque in italiano e dovrà riparare la materia a settembre.


Sopra l’esterno, sotto l’interno della pagella del 1937

(Si noti che è la zia Carolina che firma la pagella)

Il 25 ottobre 1939, non ancora maestra, insieme col maestro Antonio Doratiotto chiede al podestà Cuppini di aprire una scuola serale per adulti, una classe maschile e una femminile. I due chiedono di utilizzare l’aula sottostante al municipio già usata in passato per scopi analoghi. Faranno i doppi turni: pomeriggio e sera.


Lisa al valico di Coccau presso Tarvisio nel 1939

Nel 1940 si diploma maestra.

	Dopo tre ani son maestra
	prima maestra paesana
	nostrana
	che rompe el mar de’e maeste
	siore
	co’l papà dotore avocato professore.
	Que volta me son dita 
	“Adess che son rivada
	a essar diplomada
	quel che so mi
	lo insegnarò
	a ti poret
	a ti handicapà
	a chi no pol andar a studiar,
	parché quei quatro ani
	che ò spetà 
	par poder studiar
	m’à dentro maturà.
	Mi ve posse iutar”.
	E cussì ’l é stat.
	Co passion
	fae subito ripetission:
	scuoea seral tanta
	al lume del fanal,
	parché se jera in guera 
	e Pippo girea de sera. 

I ricordi si sono accavallati: il Pippo arriverà due-tre anni dopo

	A casa mia insegno
	italian latin geometria
	matematica

Lisa dimostra di non aver mai avuto grande passione per la matematica, poiché la distingue dalla geoemtria che ne è una branca. A meno che non volesse intendere che dentro la matematica si riassumono l’italiano, il latino e la geometria.

	A casa mia insegno
	italian latin geometria
	matematica
	a chi adess col so bel certificato
	’l é deventà ragionier
	architeto, banchier, inpiegato.
	In mi ’l é restà tacà 
	a tenerezza l’amor
	par chi no sa
	e par chi de patir
	no ’l à mai finìo:
	l’handicapà
	e el diversamente dotà.


1940: mamma Elvira con la sorella Giuseppina

Nel 1940 l’Italia è appena entrata in guerra e lei comincia la sua carriera di supplente:

	Mi fae a maestra
	e in bicicleta
	vae de qua e de à:
	a Mussetta Castaldia Ca’ Corniani

...a Musetta, in Castaldia, a Ca’ Corniani in Agenzia Romiati a Valle Tagli a San Giorgio di Livenza: ogni domenica sera giunge lì con la sua bicicletta, soggiorna per tutta la settimana nella casa delle insegnanti nella scuola elementare della stessa Agenzia, e torna il sabato.
In quella zona opera la “Missione Nelson”, che in Valle Altanea ha il compito di far imbarcare sui sottomarini che arrivano a Porto Santa Margherita i prigionieri degli Alleati. L’ultimo tratto, lungo il Canale Brian, lo compiono i gommoni trasportatori, con la connivenza e la collaborazione di Giorgio Romiati, che ha in casa anche il Comando Tedesco di zona e perciò rischia la vita.
Nei mesi successivi Lisa si lascia coinvolgere dalla lotta partigiana: fa la staffetta, le tocca il compito di portare le somme di denaro raccolto in zona a Venezia al professor Francesco Semi, punto di riferimento della Resistenza Veneta.
L’anno dopo è maestra al Lazzaretto insieme con la Astori Palmare. Il 20 ottobre 1941 le due maestre del Lazzaretto chiedono al podestà di Musile, Cuppini, riparazioni per la scuola.
Le capita di salvare “John”, un aviatore inglese il cui aereo è stato colpito vicino alla ferrovia ed è caduto col paracadute in prossimità del campo di bocce dei Davanzo. Fatto prigioniero dai tedeschi, è spaventato, impaurito. Sono tutti corsi a vedere: Lisa si avvicina al comandante tedesco e parlando in italiano (non conosce il tedesco lei) lo convince a lasciarla parlare col prigioniero: «Hai famiglia, hai moglie, hai figli?» chiede all’inglese. Lui sembra capire, estrae dalla giubba una foto dei due bambini. Lisa comincia a piangere, chiede ai tedeschi di non far del male a un padre di famiglia e di non sequestrargli quella foto preziosa. I tedeschi la ascoltano. John si salverà e tornerà più volte in Italia, dopo la guerra, a ringraziare Lisa.


Fototessera del 1942.
Sotto, la carta d’identità della sorella Giuseppina, che di lì a poco morirà in circostanze tragiche.
(Si noti la via: Scuole III, una delle laterali dell’Argine San Marco, in località Scuole San Rocco, e la firma del Commissario Prefettizio Nicola Bizzaro dopo l’8 settembre 1943)

Con l’avanzare della guerra è sempre più pericoloso abitare vicino alla ferrovia, bombardata dagli Alleati. Il padre Achille Davanzo col suo cavallo (l’unico in paese, che fa da taxi per tutti) trasferisce beni e famiglia a Millepertiche, e va a vivere con la famiglia nel sotterraneo della chiesa costruita da don Natale.
Nel periodo in cui la famiglia è a Millepertiche, la sorella Giuseppina, 21 anni, muore per intossicamento da funghi: è il 1944. Giuseppina ha voluto raschiare il fondo della pentola e la notte s’è sentita male; il padre vorrebbe portarla in ospedale a Mestre ma la ferrovia è bombardata, è pericoloso viaggiare col carretto, impossibile portarla dovechessia; Giuseppina muore tra i dolori.
In quel periodo Lisa salva un altro aviatore: anche questo s’è buttato col paracadute ma è riuscito a sfuggire ai tedeschi; Lisa lo nasconde in un fienile, con la complicità dei contadini, e va nelle ore più strane della notte a portargli da mangiare. Di questo secondo, che le amiche chiamano “Pippo” (perché è caduto da un aereo nemico, che nello stesso modo veniva chiamato per il rumore che fa, quando vola di notte: pì-po-pì-po-pì-po, c’è anche la canzone: Pippo Pippo non lo sa che quando passa ride tutta la città... e invece fa paura), di questo secondo pare che Lisa si sia innamorata: ne parla in un certo modo che le si illuminano gli occhi, e le amiche credono di aver intuito che...

L’adesione di Lisa alla lotta partigiana emerge evidente dalla seguente

					CANZONE DEL PATRIOTA 

					Patriota della campagna:
					«Fratelli, per vincer la guerra,
					dobbiamo dormire per terra,
					dobbiamo tenerci nascosti,
					dobbiamo cambiare più posti.
					Di giorno dobbiamo vegliare,
					di notte dobbiam sabotare».
					Risponde una voce sicura
					tra il rosso dell’uva matura:
					«Che importa? Sappiamo soffrire,
					nel nome d’Italia morire».

					Patriota della montagna:
					«Fratelli, per vincer la guerra,
					dobbiamo dormire sotterra,
					La pioggia sottile ci bagna
					nei boschi dell’alta montagna.
					Ben pochi son qui gl’indumenti,
					moltissimi i rischi e gli stenti".
					Risponde una voce potente
					dal monte che s’alza a ponente:
					«Che importa? Sappiamo soffrire,
					nel nome d’Italia morire».

							(dal Quaderno di Poesia, p. 29)

Il modello è quello degli autori studiati a scuola, dei canti del Risorgimento. Sconfitto il fascismo e cacciati i nazisti, Lisa inneggia alla libertà riconquistata:

					LA PATRIA

					E ancora sei libera, o Patria!
					Come la neve sugli alti tuoi monti,
					come i tramonti lavati dal vento.

					Io sento che in ogni tua zolla
					C’è ancora la vita.

					E ancora sei libera, o Italia!

							(dal Quaderno di poesia, p. 23)

dove già si colgono echi più nuovi, di ermetici.

Nel ’46 Lisa è di ruolo a Croce; organizza corsi serali per giovani e adulti: c’è chi deve conseguire la licenza di V elementare e ha necessità di recuperare gli anni perduti, c’è chi deve conseguire l’avviamento professionale per ottenere l’assunzione al lavoro o la qualifica per aprire un’attività professionale. È questo periodo della sua vita che si riferisce la strofa de A me storia riportata sopra. E concludiamo allora, la lettura di quella poesia:

	a Mussetta Castaldia Ca’ Corniani
	e finalmente a Crose qua
	par vintizinque ani.

Non sappiamo a che cosa si riferisca quel “par vintizinque ani”, a meno che non sia un “par pì de zinque ani”, più attendibile cronologicamente.

	e finalmente a Crose qua.
	Ricorde Marcein
	de classe prima
	un putel tristin
	un miseret
	co un mazet de vioe so e man.
	Quea volta m’à cascà e lagreme!
	E co trovee sora a catedra na zucheta tre vovi
	un baro de saeatìna
	tre raspi de ua rabosa
	ua nera ua rosa
	parché ste qua jera e tangenti che e maestre tiréa
	no de scondion
	ma davanti a tuti
	e co tanta emozion.

L’uso della parola tangenti fa pensare che la poesia sia della metà degli anni ’90. La poesia termina così, senza un vero e riconoscibile finale.
E allora noi torniamo a quegli anni, con una sua foto a Jesolo


Lisa (la prima a sinistra) a Jesolo nel 1947 con delle amiche

e con il suo “Quaderno di poesia” che esce nel ’47, una raccolta di 48 componimenti quasi tutti dalle strutture metriche codificate.

La prima poesia è dedicata a “L’alba”, l’ultima è una chiusa quasi simmetrica: “È sera”; in mezzo riferimenti a Pascoli e al veneziano Diego Valeri.

Il libro è edito a cura del “Sindacato Scuola Elementare di San Donà di Piave” con la presentazione di Piero Bargellini, autore e scrittore di grandissima sensibilità e piacevolezza (sarà poi anche sindaco di Firenze), il quale fa un aperto elogio dell’operetta: “Credo che la poesia consista in una estrema semplicità di linguaggio. Semplicità addirittura elementare di parole significanti per la prima volta cose e affetti. E in questo esprimere per la prima volta consiste la vera originalità. Se così è non ci dovrebbe essere confine fra poesia per fanciulli e poesia per adulti. E infatti nel suo «quaderno», un’unica poesia, cioè la poesia, è raggiunta spesso nella più elementare delle forme. Le poesie più ricche di immagini fiabesche, e costruite su motivi ornamentali sono le più generiche. Più colte e perciò meno accessibili. Dove l’autrice, invece, è giunta quasi di sorpresa nella natura, le immagini sono di una splendente nitidezza. Direi che il pregio della sua arte sia proprio nella limpidezza e chiarezza di certe visioni, che non hanno interposti schemi culturali e non presentano rifrazioni sentimentali. Per dirla, insomma con le sue parole, le sue immagini migliori sono “Pezzi di cielo in terra / su specchi d’acqua piovana”.
Del volumetto parlano lo stesso Diego Valeri e alcune riviste di poesia.

				
					LUNA D’APRILE

					Luna d’aprile
					luna gentile
					regina della sera
					hai visto primavera?

					- L’ho vista un’ora fa
					seduta sul sofà
					sul sofà di pratoline
					con le bianche roselline
					col vestito di percalle
					punteggiato di farfalle.

					- Luna d'aprile
					luna gentile
					m’aiuti per piacere?
					La debbo pur vedere.

					- Eccola là
					dietro i fiori di lillà.

					Com’è bella addormentata! 
		 			  Ha le scarpe luminose 
					E la testa inghirlandata 
					 Di narcisi e rosse rose. 

					Tiene in mano l’erba menta
 					 l’acetosa e il rosmarino. 
					Ora sì che son contenta:
					 l’ho ben vista da vicino.



					MAGGIO

					Svelto maggio, su coraggio, 
					 svuota il sacco verdolino
					sopra il pioppo, il melo, il faggio, 
					 sopra il pesco ed il susino.

					Io t’ho visto pennellare
					 l’alto cielo di sereno
					io t’ho visto far cantare
					 il ruscello d’acqua pieno.

					E di notte t’ho trovato
					 col sacchetto pien di stelle
					star là fermo, imbambolato
					 con le bianche campanelle.

							(dal “Quaderno di poesia”)


(per leggere altre poesie tratte dal “Quaderno di poesia” torna su)


Lisa (la prima a sinistra) alle Tre Cime di Lavaredo nel 1948 con degli amici

LISA MAESTRA

Siamo nel Secondo Dopoguerra: la catastrofe mondiale ha risparmiato il paesino di Croce (ciò che non aveva fatto la I Guerra Mondiale col fronte sul Piave) ma il paese è povero e il tessuto sociale tutto da costruire. La rinascita dell’Italia passa anche attraverso il ripensamento della scuola che per anni ha compresso differenze e particolarità badando a forgiare lo studente ideale desiderato dal regime (“libro e moschetto – fascista perfetto”). Nel ’49 Lisa prende, dalla classe II, il suo primo ciclo di studenti che porterà fino in quinta. È una classe di maschi e femmine: chi frequenta un anno, chi due. Tra questi studenti ci sono Ambrosin Dino, Ambrosin Giannino, Antoniazzi Natalino, Barbieri Mario, Bergamo Adelio, Bergamo Antonio, Cadamuro Vittorio, Danieli Beniamino, Danieli Luigi, Finotto Ugo, Longato Luigino, Mariuzzo Guerrino, Perissinotto Giuseppe, Rossetton Danilo, Sgnaolin Armando, Stevanato Giuseppe, Vendraminetto Sergio, Zanin Paolo. Sono nati (prevalentemente) nel 1942. Lisa li prende all’inizio della IIa (anno scolastico ’49/’50) e li porterà fino alla fine della Va.


A Croce nel 1950, dal balcone della rivendita

Il padre Achille nel 1951 cede il negozio in via Croce, in cae de fèro, e si sposta a Tre Scalini per aprire un altro negozio di casalinghi (che lascerà poi al famoso “Natalino” quando si trasferirà da ultimo a San Donà, verso il 1960).


Nel 1954 in gita a Murano (a sinistra) e a Torcello (a destra) con le colleghe Tosca Saladini e Maria Cancellier


Nel 1957 ad Aquileia

Nello spirito del sodalizio che fa capo alla casa editrice e centro di ricerca “La Scuola” di Brescia, Lisa gira l’Italia per tenere conferenze e corsi metodologici per le insegnanti: la nuova scuola dovrebbe essere più legata all’ambiente di vita dei ragazzi e meno ad una pianificazione unica e statalizzata. La casa editrice bresciana ha anche un suo periodico intitolato “Scuola Italiana Moderna”, sul quale Lisa scrive con passione e partecipazione d’amore per i ragazzi.
Su Scuola Italiana Moderna Lisa pubblica:

1 marzo ’56: “Voci sul Calvario”, composizione in cui fa parlare gli oggetti della Passione di Cristo;

24 nov 1956: il testo de “Il Presepio vivente”, il primo di Lisa;

20 nov 1957: il secondo “Presepio vivente” e “Bernardetta”, storia drammatizzata della pastorella di Lourdes;

nel ’56 e nel ’57 e fino al ’65 cura la rubrica “Per l’educazione degli uomini di domani”;

15 nov 58: nella rubrica “Esperienza Didattica” pubblica le “Attività espressive” che conduce con i suoi allievi;

20 nov ’58: “Filastrocca Natalizia” in italiano, in ottonari.

10 maggio 1959: nella rubrica “Attività e sussidi” pubblica “Una storia meravigliosa”, una drammatizzazione della vita di Maria.

Nel 1960 cura la rubrica “Per l’azione educativa – Ascoltare e riflettere”, che diviene l’anno successivo la rubrica “Osservatorio degli scolari – Ascoltare e riflettere”

Nel 1958 partecipa alla redazione di un libro di lettura per il primo ciclo della scuola elementare (“Girotondo”) e di un libro sussidiario (“Scoprire”) per il secondo ciclo della scuola elementare

Sempre nel ’58 pubblica il libro “Educare alla bontà” (una raccolta di piccoli scritti per la formazione morale del fanciullo)

Nel 1959 pubblica una storia de “La mamma di Gesù” nella collana “La vela - letture per fanciulli”.

Nel 1962 cura la redazione di “Mondo gaio”, libro di lettura per il primo ciclo della scuola elementare

La collaborazione con l’editrice “La Scuola” è così proficua che la casa editrice nel 1962 le pubblica anche un volume di esperienze scolastiche e di consigli per rendere attiva la scuola elementare che va sotto il nome di “LA SCUOLA DI CROCE DI MUSILE”, ricco di spunti e delle foto dei ragazzi della sua scuola, in piena attività.
Vi si avverte tutta la sua passione di insegnante e l’alto senso, in lei profondamente radicato e coltivato, dell’essere «maestra di campagna» nell’ambiente di paese e nel mondo contadino del Basso Piave. C’è tutto l’amore per la sua terra e la profonda convinzione del carattere sociale della cultura e della sua formazione cristiana, politica e sociale .
Da questo libro e dagli articoli comparsi sui vari numeri di “Scuola Italiana Moderna” ricaviamo netta la sua idea di scuola: da qui in avanti quelle riportate in caratteri leggermente più piccoli saranno sempre le parole di Lisa:

Se vogliamo che la scuola abbia un senso occorre che i bambini la amino e la sentano come il luogo dove la loro vita si spiega e si potenzia. So di bambini che al momento di infilare il grembiulino, vomitano, impallidiscono accusando dolori al ventre... Scuola non amata forse perché noiosa, ripetitiva, artificiale, giudicatrice sempre, dove i bambini si sentono barattoli vuoti da essere riempiti e ogni tanto calciati da un problema ad un tema; peggio ancora, leoni da domare. E pensare che i bambini, proprio perché appartengono all’umanità, alla vita, al futuro non possono essere possesso della maestra. Da qui nasce la responsabilità che ci interpella rigorosamente: Oggi cos’hai fatto di questi nostri bambini? Rispondi, maestra!

Lisa sa che non deve riempire i bambini di nozioni, al contrario ha il compito di e-ducare, cioè di tirar-fuori dai bambini persone vere, oneste, coscienziose, non è a scuola per raddrizzare i discoli e i poco capaci a suon di correzioni e di castighi. I castighi anzi dovrebbero essere banditi:

Luca, dopo qualche settimana di scuola, mi chiede a voce bassa:
- Maestra, dove li tieni i castighi?
- Non li ho. Guarda qui (apro via via i cassetti): non ci sono!
- Allora tu non hai i castighi?
- Non li ho mai visti.
Non so cosa abbia pensato Luca, mentre se ne tornava al suo posto. So solo che l'ho sentito tirare un sospiro di sollievo.

I bambini non devono aver paura della maestra, ma percepire che la maestra è lì per loro, e s’interessa di loro, della loro famiglia, dell’intero loro mondo perché coincide con quello della maestra. Anche la penna rossa è talvolta un correttivo violento:

ha bisogno ogni giorno di studio serio, di tanto amore e anche di preghiera. È un lavoro a tempo pieno […] seppur le lezioni si limitino a quattro ore quotidiane.

Ed è un lavoro che prende tutta la persona, dato che la maestra non deve solo impartire lezioni di matematica, italiano, geografia, ma insegnare con la vita e con l’esempio. Una maestra queste cose le comunica e le trasmette se le ha dentro di sé, se le vive. In anni più recenti, in un articolo su di una rivista di pedagogia, Lisa ribadisce il concetto che ha ripetuto, a se stessa prima che agli altri, migliaia di volte:

Non so come faccia una psicologa che tradisce il marito a guarire le pazienti che forse soffrono le sue stesse difficoltà. In ospedale ho visto un medico con tic spaventosi: alzava ritmicamente la spalla sinistra, camminava strisciando con pesantezza i piedi e tormentando all’ossessione la biro che aveva in mano. Posso anche sbagliare, ma quel medico mostra uno squilibrio fisico e psichico da far paura. Non posso dare ciò che non ho. Non posso entusiasmarmi se non credo. Non posso dire “sì” se dentro ho tanti “no”. È dal come io vivo certi valori che educo i miei alunni nella realtà quotidiana. Se io sono nel caos trasmetterò insicurezza e paura. Se io sono nella serenità trasmetterò sicurezza e pace.

Questo vale anche e soprattutto per il valore più importante che si possa trasmettere: la fede nella religione cristiana, così intrisa di pietas e di rispetto che assomma in sé le qualità morali e civili che fanno la persona. Istruzione elementare ed educazione religiosa si puntellano a vicenda e si mescolano continuamente; le storie del Vangelo e dell’Antico Testamento, le vite dei Santi e degli uomini di Chiesa che la maestra racconta non costituiscono brani di “cultura religiosa” ma pietre che contribuiscono ad edificare la “vita spirituale” degli scolari. La maestra collabora attivamente col parroco alla preparazione delle tappe della vita religiosa dei suoi ragazzi. Quando giunge il fatidico giorno della Prima Comunione, che allora si faceva in I o II elementare, la maestra è in chiesa a gioire con loro; finita la liturgia eucaristica, è in asilo con genitori e ragazzi a godere la tanto agognata cioccolata coi biscotti preparata dalle suore, dopo che gli eroici ragazzi hanno resistito digiuni fin dalla mezzanotte per potersi accostare all’Eucaristia (così accadeva prima dl Concilio Vaticano II). Lì i ragazzi vengono immortalati nella foto di rito, sull’inginocchiatoio e con la corona del rosario tra le mani, davanti alla grotta della Madonnina costruita da suor Ildebranda. E tre-quattro anni dopo, il giorno della cresima (che allora si faceva in V elementare) la maestra è ancora presente.



Lisa con due scolari il giorno della Cresima, nel 1953:
con Giuseppe Stevanato, a sinistra; con Adelio Bergamo, a destra.
Sotto, con tutta la scolaresca


I bambini sanno che la maestra è affidabile e non mente, perché non è fuori della scuola persona diversa da quella che è a scuola ma è maestra sempre, dopo le ore di scuola e dopo che sarà andata in pensione, perché quello di maestra, coinvolgendo l’essenza della persona, è un lavoro a vita: in aeternum, come i sacerdoti.

A conforto del nostro lavoro, penso che ogni maestra non lascia mai per sempre la scuola perché resta nella storia dei suoi ragazzi.

Una coscienza tanto alta del proprio lavoro nasce quasi per infusione delle Spirito Santo, sembra dire Lisa: da un lato è una vocazione che si sente... ma poi è necessario che la si coltivi:

[...] bisogna innamorarsi del proprio lavoro perché l’amore ci dà la forza di appassionarci; cioè di godere con chi gode, di soffrire con chi soffre, di far nostri i problemi degli altri, di entrare nella festa della vita insieme, di voler crescere con gli altri, di imparare a conoscerci per migliorarci.

È un lavoro di costante miglioramento, quale dev’essere inteso da una coscienza profondamente cristiana o profondamente civile. Sull’idea di migliorarsi Lisa ritorna spesso. Ci vuole l’umiltà di chi si riconosce limitato:

Ricordo di aver raccontato subito ai bambini la multa presa, per divieto di sosta. Perché anch’io ho le distrazioni, poca avvedutezza, paura, sconforto; anch’io ho famiglia, casa, parenti, amici; anch’io ho bisogno di perdono. Non sono perfetta, infallibile. (...) Un giorno gli scolari mi chiesero di parlare delle galassie. Non sono preparata, risposi. Datemi il tempo di documentarmi.

Se la maestra dimostra il suo sforzo costante di automiglioramento diventa esempio e forza per il bambino. Solo quando cattura il cuore del bambino la maestra sa che potrà non disperdere le sue potenzialità:

Se la scuola, come forza educatrice, riesce a capire che il cuore e l’intelligenza dei bambini sono l’unica vera ricchezza della famiglia e della società, forse, tutti insieme possiamo far nascere il miracolo educativo. E se la maestra sa di essere cooperatrice di una impresa eterna, perché convinta della sua realtà soprannaturale, il cuore del mondo può veramente cambiare.

E ancora:

È un privilegio vivere ogni giorno dentro la realtà dinamica e misteriosa dei nostri bambini; ma è anche un dovere preciso, per la loro crescita umana e spirituale, creare attraverso la riflessione, la discussione e l’impegno, in momenti difficili in cui scoppiano litigi, invidie, volgarità, gelosie, un ambiente dove si pratica la terapia dei sentimenti. Non si educa tacendo, urlando, castigando. Una parola, e quella, detta non subito ma dopo, può toccare il cuore e caricare la volontà.

Ecco allora un monito:

Che nella scuola non ci siano bambini soli! La più grande povertà di un bambino è di sentirsi abbandonato.

Un bambino non si sente abbandonato quando viene accolto nella sua unicità e specificità.

Ogni bambino arriva a scuola con la sua storia che è una somma di ereditarietà, tradizione, ambiente, famiglia, casa, strada. Non pensiamo al bambino tipico, ideale; guardiamo invece Valeria, Raffaele, Giorgio con questa età e storia, cultura e in questo momento […] Come ogni persona, anche il bambino è impastato con la sua terra e la sua storia. Basta averne uno del nord e uno del sud, per toccare con mano questa realtà […] I nostri scolari così diversi per intelligenza, affettività, socialità possono entrare in collaborazione o in conflitto se la maestra ha o non ha l’abilità ad educare.

Dal come sa accogliere tutti i suoi bambini - il più vivace e il più distratto - la maestra mostra se li accetta così come sono o se cerca di selezionarli subito per categorie. Ogni mio scolaro ha la sua cultura, il suo ambiente, i suoi bisogni materiali e non materiali. È la sua storia, importante, che io insegnante devo saper decifrare, capire per farla mia, perché in un dato giorno Lorenzo, Mirella, Adriano, Lucia, Orazio, Antonietta sono entrati a far parte della mia storia.

[…] La maestra che vuole conoscere nella sua interezza il suo scolaro deve conoscere la sua famiglia e il suo ambiente. I primi messaggi li riceve quando lo vede arrivare a scuola solo o accompagnato, sempre in ordine o sciatto, nervosissimo o sereno; messaggio che dovrà approfondire con discrezione e amore. Perché proprio nella famiglia il bambino può vivere situazioni di conflitto o di equilibrio affettivo. Ce lo dirà sicuramente con i suoi gesti, e disegni e scritti. Sta a me maestra leggere questi richiami di aiuto o di gioia.

Gli scolari prima che scolari sono figli, per la maestra, che si configura come una seconda mamma, la quale non si deve sostituire a quella naturale, ma diventarle complementare, e questo succede quando i rapporti con le famiglie sono buoni: in tal caso

il primo a trarne profitto è il bambino che, sorretto dai genitori e dalla maestra, riceve sicurezza e stimoli per uno sviluppo armonico della sua personalità.

La famiglia, anche con le sue mancanze e le sue difficoltà, rimane però il nucleo fondante della società e dell’educazione dei suoi figli. Con l’andar degli anni, Lisa manifestò in più di qualche occasione la sua preoccupazione:

Le famiglie regolari sono sempre meno, mentre aumentano le famiglie dei divorziati, dei separati, dei conviventi.

Come non mai allora la maestra si trova a vivere il ruolo non solo di seconda madre ma di madre supplente.

Su Scuola Italiana Moderna Lisa pubblica ancora:

1964: un articolo nella rubrica “Esperienza didattica” dal titolo “Ricerche e scoperte”;

15 nov 1969: un articolo dal titolo “Tra i figli dei nostri immigrati”, nella rubrica “incontri visite interviste”;

1 luglio 1975: un lungo omaggio a “Pierina Boranga – maestra di amore per la scuola e per la natura”, nella rubrica “incontri e interviste” pubblica.

Nel 1971 cura la redazione di “Teniamoci per mano”, libro di letture per la classe prima.

Piani di lavoro

Riportiamo di seguito due documenti eccezionali: i programmi di lavoro del 1963 e del 1964.

IL PIANO DI LAVORO

SCUOLA di CROCE Classe 2^
Ins. Elisa Davanzo
Anno scol. 1963/64

Mentre stendo il mio piano di lavoro, ho davanti agli occhi i miei bambini con il loro carico di umanità, di innocenza e di esperienza e l'ambiente in cui essi agiscono, operano, si muovono sviluppando così la loro personalità.
Quanti sono e chi sono i miei scolari?
Sono 29 (una classe numerosa certamente) di cui 4 ripetenti: Orazio pettegolo, abulico, denutrito; Luciano impulsivo e bleso; Giampietro timidissimo e lento; Silvana chiacchierona, con la testa per aria. Proviene da Altana (Udine) Graziella Boccaletto, disordinata, poco preparata.
I miei sono 10 maschi e 14 femmine. Mi danno pena Oliviero quasi sempre malato, timido, un cosino da nulla; Graziella che vive in un ambiente […] e Marino senza volontà, facile preda del disordine.
Gli altri costituiscono la parte viva, intelligente, dinamica della scolaresca. E' proprio questa parte che mi dà soddisfazione e che colora di ottimismo il mio lavoro, riuscendo così a creare per tutti un ambiente di collaborazione e di gioia.
Proprio per questo ambiente, grazie al Signore, noto qualche cambiamento: Orazio lascia a poco a poco quella scorza ribelle che lo rendeva antipatico, per donarsi alla maestra e ai compagni. Gli altri tre ripetenti si impegnano per farmi contenta e già mi vogliono bene. Ormai li ho accolti nel mio cuore di maestra! Oliviero è assente da quasi un mese. Che sarà di lui, così debole e immaturo?
Tutti i bambini vengono a scuola puliti, con il necessario.
E l'ambiente di Croce che caratteristiche morali, sociali, religiose ha? Croce è un paese di campagna dove le famiglie patriarcali sono sparite: ci sono ora, tranne qualcuna, piccole famiglie dove il benessere sta entrando e dove il lavoro, da lavoro dei campi è diventato lavoro nei cantieri, nelle officine, nelle fabbriche. Il contadino, quasi improvvisamente, si è trovato manovale, cementista, tubista, autista, ferraiolo. Nessuno è operaio specializzato, la nuova generazione darà le braccia e il cervello per un lavoro qualificato.
Ora i soldi circolano di più nelle tasche, la casa si abbellisce e 1e comodità sono ricercate. In campo economico c’è un gran miglioramento, poveri nella mia classe sono Ildebrando e Graziella Lava, […]; in campo spirituale, sociale e culturale i passi in avanti sono molto pochi.
I genitori dei ragazzi miei non sono preparati a seguire i loro figli nello studio, stimano però le maestre e vogliono a tutti i costi che continuino gli studi. Anche a Croce ci sono molte automobili, motociclette furgoni e camions. E' un paese che per la vicinanza alle zone industria di Musile, di S. Donà e di Mestre va orientandosi verso un benessere vero e proprio. I nostri ragazzi con la televisione, la radio e i giornali hanno aperto gli occhi sul mondo. Grazie al Signore, restano freschi e ingenui proprio perché l’ambiente di campagna li rende spontanei e allegri, pronti sempre a donare. Sto tanto bene, qui, a Croce; non andrò mai ad insegnare ai bambini di città, proprio perché gli scolari di campagna si avvicinano al mio temperamento. Ho bisogno, quindi, ogni giorno della loro innocenza, del loro entusiasmo che si rinnova al contatto della natura così ricca di poesia e di verità.
Quali sono i miei traguardi di lavoro e come penso di raggiungerli? Il programma di classe 2^ è quello che è e non c’è nulla da fare: però tra la partenza e l’arrivo c’è tutta una possibilità di impostazione, di creazione, di metodo. Proprio qui, io, maestra, mi rivelo utilizzando lo studio, l’esperienza, la sensibilità didattica.
I bambini sono i miei dello scorso anno, hanno la mia impronta. Basta continuare nella stessa linea didattica, puntando cioè sul loro spirito di ricerca che mette in moto il cuore, gli occhi e le mani; sulla loro sete di sapere, di conoscere, sul loro spirito di collaborazione. So che il bambino sta bene in un ambiente ordinato, bello e pulito. L'aula diventa allora la casa: qui lavoriamo, preghiamo, cantiamo, giochiamo, impariamo. La maestra sa tante cose, è una enciclopedia vivente, una guida, ma prima di tutto è un gran cuore, un esempio di onestà e una presenza di Fede.
Il bambino di classe 2^ è ancora egocentrico, esiste solo lui con i suoi affetti e le sue esigenze fisiche, gli altri non esistono. Egli vive scoprendo lentamente la realtà che lo circonda e la avvolge di poesia e di fantasia.
Andiamo insieme allora a scoprire le cose per amarle.
Case, alberi, strade, fossi, canali, animali, treno, ferrovia, sbarre, pioggia, vento, brina, neve, bel sole, fiori, uccelli, il postino che arriva, gli sposi, un funerale, nasce un bimbo, il medico, i malati, le botteghe, i negozi, i mestieri, le professioni.
L’ambiente, questo libro meraviglioso tutto a colori, vivo come è viva la vita, è il punto di partenza per i nostri argomenti.
Il bambino solo se ha amato il suo canale, capirà il fiume lontano; solo se avrà amato gli animali domestici capirà gli animali lontani.
Perciò, assieme ai bambini, godiamo le stagioni, ci riempiamo il cuore di Dio, della bellezza delle cose e dell'amore verso il nostro prossimo.
Dio è nostro Padre, ha creato tutto per noi. E' un occhio immenso tutto vede, è una realtà che riempie il cielo e la terra.
Ogni bambino avrà un quaderno della storia sacra, cioè dalla creazione fino alla vita di Gesù.
La preghiera che nasce spontanea, dopo l’incontro tra maestra e scolari, si carica di calore e di commozione ora come ringraziamento e ora come implorazione. "Grazie, Signore, del sole che fa allungare la spiga" "Signore, aiuta mamma e papà che lavorano per nostro amore". Spesso è la preghiera personale ora mentale, ora orale. Il bambino, figlio di Dio è un bambino gentile, generoso, educato, rispetta le cose degli altri, persone, gli animali, le piante.
E’ un collaboratore del piano di Dio. Deve essere umile, caritatevole, ubbidiente, pronto, laborioso. Esigo quindi l'ordine e la compostezza, serietà nello studio, la puntualità, il linguaggio pulito. Sorgono così i cartelloni delle stelle da portare a Gesù. Orazio, proprio per questo cartellone, si sta equilibrando. L’educazione morale e civile è fondamento del cittadino di domani.
Con la conversazione, la preghiera, l'osservazione, il gioco, la drammatizzazione, il canto, il linguaggio si arricchisce ogni giorno di più e vocaboli nuovi, espressioni, modi di dire vengono ad aumentare il patrimonio linguistico dei piccoli.
Ricordo all’inizio di quest’anno: per 15 giorni non hanno toccato penna. L’aggancio con la giornata di scuola è avvenuto nel modo più naturale, c'è stata l'ambientazione e l’acclimatamento.
Prima di scrivere le loro idee e i loro pensieri dovevano riempire gli spazi vuoti, riportare alla memoria dei punti di arrivo dimenticati, dovevano innestare la marcia per il lungo cammino. Il rodaggio è stato fatto e la ripresa è gioiosa. Le composizioni sono sempre libere perché rispondono al bisogno che il bambino ha di parlare di sé e delle sue cose. Correggo qualche volta con il dito, qualche altra con la penna; i piccoli scrivono a matita la parola esatta. Molte sono le schede che accompagnano individualmente all'osservazione, alla riflessione, alla ricerca. Molte poesie belle. Tanti riassunti orali e scritti. La storia, la geografia, le scienze sono viste globalmente in una visione unitaria di verità e di poesia. Con la rubrica "Parole nuove" entrano tutte le materie d’insegnamento: per esempio trovano sulla scheda vulcano, scrivono “A Croce non c’è il vulcano” il vulcano è un monte che butta fuori fuoco”.
Leggerò molto io, più bene che posso perché la lettura è ritmo, musica, e si capisce la musica solo se si ascolta e si ascolta bene. La lettura perciò deve penetrare negli orecchi e andare dritta al cuore, essa segna un’emozione compenetrata com’è con l'espressione.
Più io so leggere bene e più i bambini amano la lettura e più si sforzano di imitarmi.
Non è però vero che io debba esigere da tutti tutti una lettura corrente e bella perché essa è troppo legata alle condizioni fisiche, psichiche, affettive di ogni singolo bambino. Non è come la conversazione che scoppia fuori anche da un timido, quando dentro gli urge qualcosa; la lettura è ripetere il pensiero degli altri, capire certe parole sconosciute e difficili, entrare ogni volta in un mondo ignoto, è percorrere una strada che io non ho tracciato. C'è sempre lo smarrimento, l’inciampo specialmente se chi interroga è il direttore o una persona estranea.
Perciò io ho molta delicatezza quando ascolto un piccolo che legge, noto lo sforzo, l’impegno: in qual momento può essere emozionato, può avere poca voglia, può non voler leggere, non averne la voglia, può essere non nel “giusto momento”.
E invece noi esigiamo la lettura quando vogliamo noi, senza tener conto di queste realtà personali intime e forti che spesso fanno fare brutta figura. La lettura è proprio personale. Prendo cinque ingegneri, li faccio leggere: non tutti leggono come vorrei io, ognuno segue un suo ritmo, una sua strada. E forse tra le persone che hanno studiato, non c’è chi non legge mai a voce alta? perché sente che non legge bene?
Queste meditazioni mi inducono ad avere buon senso, quando interrogo e metto il voto. Non devo esigere il livellamento.
Faccio leggere con gli occhi, senza seguire con il dito, poi a voce alta se il bambino ce l'ha, ma se non l'ha, può leggere piano: legge come gli è naturale. I bambini non sono né trombettine, né altoparlanti. Questo per dire che ho il massimo rispetto di fronte a un bambino che legge.
Teniamo il quaderno del “vocabolario” per argomenti: la vite, il granoturco, gli alberi, la casa, animali che vivono vicino alla casa, le mie strade, la scuola, i negozi, il cimitero, la Chiesa.
“Girasole” il giornale della Scuola di Croce esce ogni mese, è scritto dalle maestre ed è atteso dai piccoli e dai grandi, viene incontro quando c’è bisogno di riposarsi un pochino e di essere contenti. Piace molto ed è un ottimo sussidio didattico.
Ecco le feste paesane “Presepio vivente”, “La Passione”, “La festa della Mamma”, “La festa dei Nonni”.
I convegni mensili con le mamme fanno sì che scuola e famiglia si diano validamente la mano.

Il far di conto è nella vita di ogni giorno. Le mani operano, misurano, confrontano: ci sono i sacchetti delle decine e delle unità. I bambini intelligenti hanno lasciato i sacchetti e son passati all'astratto, mentre Susanna, Fernanda, Graziella, hanno bisogno ancora di toccare e di contare con i sacchetti. Devo aver pazienza. Il programma è poco; riusciranno tutti, lo spero. Ciò che mi interessa è che abbiano capito il perché delle operazioni e le decine e le unità. Poi vengono i problemi, le tabelline e l'incolonnamento. Il disegno è sempre presente. I bambini disegnano molto bene perché hanno il gusto delle cose belle, amano il sole, gli alberi, la casa, il treno, la strada. Amano il loro ambiente e ce lo mostrano pieno di colore, vivo come è vivo il loro cuore. Per il gioco mi servo del materiale scoutistico. Lavoro: bamboline con le canne di granoturco e poi vestite. La casa e la stalla (con scatoloni vecchi) La collina e la montagna (cartone e colla) Vasi di fiori. Lavori con il filo di ferro tenero. Questo è il mio piano di lavoro. Con l'aiuto del Signore spero di poterlo realizzare.

F.to Elisa Davanzo

PIANO DI LAVORO CLASSE III

Croce di Musile Anno 1964-1965
ins: Elisa Davanzo

Stendere il piano di lavoro vuol dire tracciare la strada che devo percorrere con i miei ragazzi, avere ben fissi i traguardi da raggiungere, possedere i mezzi didattici perché l’arrivo di tutti sia il più possibile senza scosse o fratture, e avvenga nel modo più naturale e gioioso possibile.
E’ un lavoro quindi di grande impegno. Mi stenderlo mi viene avanti l’ambiente in cui vivono i miei scolari. Dopo tanti anni d’insegnamento a Croce, l’ambiente mi è familiare. La scuola ha un aggancio immediato con la vita del paese perché si è naturalmente inserita nella struttura sociale per il suo apporto culturale ed educativo. C’è quindi armonia e collaborazione tra le famiglie e la scuola, tra la scuola e la Chiesa, tra la scuola e le autorità civili.
Stiamo bene tutti assieme. E questo “star bene” è per la scuola motivo di rendimento.
Ma ogni ambiente ha le sue luci e le sue ombre. Eccone le ombre. A Croce molti sono ancora contadini, tanti gli operai e le operaie, parecchi gli studenti.
Anche qui si respira il materialismo: c’è una corsa sfrenata all’agiatezza, al denaro, al divertimento. La famiglia convoglia la sua attenzione sulla cura materiale del bambino, meno sulla sua formazione morale e spirituale. Per il troppo amore, toglie al piccolo ogni motivo di sforzo, di impegno, di sacrificio. Tutto gli agevola, tutto gli concede. Cresce così il bambino in una atmosfera di grande protezione materiale per essere poi lasciato liberamente esposto agli esempi e ai discorsi dei grandi. Non c’è riparo per la sua curiosità, non c’è sensibilità educativa che lo faccia crescere in ambiente ordinato e moralmente sano.
Pare che tutti i sacrifici della famiglia siano fatti perché egli abbia una casa bella, un buon vestito, abbondante cibo ed ora anche buona istruzione.
Anche se il progresso economico ha apportato benessere, in tutti c’è un sottofondo di ansietà, di insoddisfazione e soprattutto di ribellione.
Dobbiamo andare indietro nel tempo. Qui i nostri contadini hanno tanto sofferto. Proprietari terrieri dominavano la zona, la palude portava miseria e malaria. I nostri vecchi hanno sempre avuto sete di giustizia: ecco la reazione al liberalismo, ecco il socialismo che affonda le radici nella nostra povera gente. Ora tanti tanti sono i comunisti, la penetrazione democratica è stata lenta e paziente; adesso nonostante la vita migliorata, il comunismo ha preso operai e contadini.
Ci sono però anche le grandi luci: la famiglia è ancora saldamente impostata, i valori religiosi e morali sono in parte saldi. La cultura sta occupando un posto di primo piano anche tra la nostra gente: si legge di più: giornali e libri entrano in ogni casa.
E i miei bambini come sono? Quanti sono?
Sono 28: 12 bambini – 16 bambine di cui 3 ripetenti:
[…]
Per fortuna non ho nessun peso morto; mi dà da pensare un po’ Danila, ho paura che sia così torpida e assente per pensieri più grandi di lei. Me la terrò più vicina possibile e le vorrò più bene che a tutti gli altri.
Che traguardi mi propongo di raggiungere con i miei alunni?
I traguardi culturali sono esposti nel programma ministeriale. Ci sono poi traguardi educativi sui quali io pongo l’accento nella valutazione finale. Ho ben presenti i doni dei talenti diversissimi in ciascun ragazzo: ognuno deve lavorare più che può e impegnarsi più che può nella consapevolezza di esser parte viva della scuola, della famiglia, della chiesa. Penso che non boccerò nessuno.
Lo scoglio della classe II è stato superato, quindi verranno con me tutti fino alla V. Valuterò tutti, esigendo il massimo di rendimento, di sforzo, d’impegno. So che la società è formata da gente di cultura e da gente che adopera il braccio. Mete culturali sì ma anche mete educative. Alla religione e all’educazione morale spetta il posto d’onore: ecco allora ogni mese impegni di azione, meditazione, discussione su di una virtù: obbedienza, ordine e pulizia, carità, laboriosità, umiltà, spirito di sacrificio, purezza, amor filiale, amor di Dio.
Ai ragazzi piace leggere: non mancano gli “atonali” e gli “scoloriti”. Son sicura che nuovo entusiasmo sarà per i libri inviati da Sig. Direttore.
Esigo che ciò che è letto sia capito e riassunto. Spiego le parole nuove e invito a formulare oralmente un pensiero. Relazioni orali su di un libro letto.
La grammatica esce dagli errori, dal parlare corrente e dalla lettura.
Penso di far disegnare alla parete un lungo treno con la locomotiva: la locomotiva porta il verbo: i vagoni, le parti variabili ed invariabili: verdi, rossi, sopra ogni vagone sarà scritto: articolo, nome, aggettivo, pronome; avverbio, preposizione, interiezione, congiunzione. Quando faremo grammatica dirò “tu sei il, tu babbo, tu ritorna, tu a, tu casa. Salite sul vostro vagone”. Ognuno andrà vicino al suo vagone. Penso che si divertiranno e impareranno. Continuerò a fare le interviste ai ragazzi e loro a me. Farò fare ricerche sulla loro casa: persone animali piante e cose. Quest’anno terremo corrispondenza con la scuola di Bellinzago (Milano). Le composizioni avranno il titolo “Io racconto”, qualche volta avranno il tema fisso. Scriveranno lettere a papà e mamma parlando di ciò che hanno imparato a scuola. Molti riassunti scritti e racconti scritti da loro.
Per la correzione segno lo sbaglio e lo scolaro lo riscrive esatto con la biro rossa. Esigerò che adoperino oralmente e per iscritto le parole più esatte (sono andato dentro = entrato; sono andato fuori = uscito, ecc.) Inizieremo un quaderno “Il mio paese”, darà il via alla geografia. Le tappe sono: lo studio dell’ambiente di Croce per arrivare al Comune, ecc. Una cosa è certa: devo far amare il fosso, il canale, la strada, l’argine S. Marco, le piante, i campi, i paesi vicini perché so che l’amore susciterà il bisogno di conoscenza.
Inizieremo anche il quaderno “La storia dell’uomo”, storia del progresso e della civiltà, tenendo presente ciò che l’uomo ha avuto di comune: un’anima religiosa, amore al bello, amore alla casa, alla famiglia, al lavoro, allo studio. Non quindi guerre e guerre ma invenzioni, scoperte, ricerche, tutto ciò che è uscito dalla intelligenza, dall’amore e dalla mano dell’uomo. Una storia vista proprio come storia della civiltà: l’affermarsi sempre più perfetto della persona umana come essere ragionevole e libero.
Con lo studio del “mio paese” entreranno le scienze naturali: il perché delle stagioni, le piante, gli ambienti vicini e lontani.







LISA PEDAGOGA

I due documenti appena riportati offrono la possibilità di tracciare un profilo anche di Lisa pedagoga; è solo per ragioni di semplificazione che questo capitolo appare distinto dal precedente, ma altri studiosi più attrezzati di noi hanno adottato tale specificazione e noi l’abbiamo riprodotta.
Nella vecchia scuola gentiliana l’insegnante parlava e l’alunno ripeteva. Una tale modalità di apprendimento che separava la testa dal corpo finiva per ignorare altre due modalità di apprendimento: quella “visiva” e quella “corporea-cinestetica ”. La visiva richiede che l’alunno possa ricercare con l’uso di libri, manuali, mappe; che elabori diagrammi, schemi, tavole; che possa assistere a dimostrazioni; che goda di spettacoli come teatri e film... La modalità di apprendimento corporea-cinestetica vuole che l’alunno si muova, gesticoli, cammini; che faccia attività di gruppo; che dia chance a ogni tipo di manualità...
Se tutto questo oggi teoricamente non è più novità, lo era però negli anni ’40: per Lisa, pioniera della nuova scuola, le varie attività figurative e ludiche non sono delle parentesi all’interno della modalità uditiva ma hanno una forza educativa superiore ad ogni altra attività.
Ai bambini deve essere dato il modo di esprimersi se si vuol pretendere d’entrare in comunicazione con loro.
Oltre che giocare, Lisa li fa raccontare la storia dei loro familiari e del territorio, cioè quanto hanno di più vicino e che meglio sanno raccontare, e gliela fa scrivere, meglio se con la penna stilografica. «Lisa voleva sempre che usassimo la stilografica – racconta un ex scolaro – quella con lo stantuffo che aspirava l’inchiostro, anche se era scomoda e provocava macchie sui fogli, sui banchi, sulle dita. Ma non sopportava le Bic». Evidentemente la Bic di plastica deve avere qualcosa di falso e di anonimo agli occhi di Lisa: meglio la stilografica, dato che la scrittura è un’attività importante, che coinvolge la storia e la tradizione.

I disegni dei bambini
Ma ancor più che nella scrittura è coi disegni che i bambini rivelano la loro personalità e, più o meno esplicitamente, le loro difficoltà. I disegni dei bambini sono fondamentali, possono rivelare particolari straordinari. I bambini perciò devono disegnare, tanto e sempre; Lisa vuole che disegnino coi colori a cera, che danno i colori più vivi; infine un’attività così importante ha bisogno della carta da disegno migliore, i famosi album “Michelangelo”...

Ma per i suoi scopi anche le pareti della classe tornano buone: in prossimità delle feste di Natale o di Pasqua Lisa fa dipingere a tempera le lastre di marmo sulla parete di fronte alle finestre. Tutta la classe partecipa alla decorazione sul tema che lei assegna. Per quanto riguarda le modalità espressive, la maestra non impone la sua idea, ma lascia che i bambini discutano e tentino di mettersi d’accordo autonomamente.


Dipinti sul muro
(foto tratta dal libro “La scuola di Croce di Musile”)

È un impegno considerevole, questo. Alcune volte i bambini si fermano a scuola anche un’ora in più per finire le decorazioni, ma a casa non ci si preoccupa se i bambini ritardano, perché si sa che stanno con la Maestra... A volte lei li fa tornare a scuola anche il pomeriggio, e la fatica è anche per lei che deve tornare da San Donà a Croce in bicicletta. Le uniche che in cuor loro hanno forse qualche remora sono le bidelle, la Marta, la Linda, l’Adriana, che alla fine del ciclo pittorico dovranno poi con l’acqua ripulire tutto.

Per il disegno ci vuole libertà assoluta. Ogni bambino abbia sempre in cantiere un disegno perché quando è stanco di lavorare sul quaderno, lo può prendere e andare avanti, continuando un discorso che si fa colore, segno e personalità.

Oltretutto il disegno diventa un SOS e una terapia.

Angelino improvvisamente non vuol più disegnare: si agita nervosamente, diventa pallido. E non si decide. - Stai male?
- No, signorina.
- Prova, vedrai che poi ti verrà la voglia. Dopo un po’ si mette al lavoro; disegna tavoli, mobili, poltrone, tappeti, soprammobili.
- Basta arredare la sala da pranzo, disegna la tua famiglia.
In continua agitazione e di malavoglia disegna papà, mamma e sorellina nascosti, quasi coperti dai mobili. Quel disegno era un grido: Maestra, aiutami, sto male! Venni a sapere poi che Angelino stava vivendo il dramma della separazione di mamma e papà.

Il gioco e il teatro
Il gioco è un lavoro serio ed è la base della creatività. Gioca chi è in piena libertà e in piena felicità. Oltretutto il gioco introduce a scuola il fare.

La scuola insegni a leggere e scrivere, a far di conto, sì, ma anche a fare. (Foto 06 dei ragazzi che lavorano con le canne) 1952: i ragazzi di Lisa lavorano con le canne

Fare significa anche riprodurre in prima persona ciò che è già stato fatto, o anche semplicemente ciò che è stato ma per prenderne possesso e coscienza, cioè per comprenderlo pienamente “dal di dentro”.

Teatro è l’illuminarsi interiore di un avvenimento che diventa festa, partecipazione, comunione... Basta uno striscio sotto il naso perché Giuseppe si senta Zorro.

La drammatizzazione crea interessi e suggestioni facendo rivivere, da vicino e in prima persona, fatti e avvenimenti che altrimenti sarebbero lontani e sfuocati. Drammatizzare è impegnare tutto il corpo: dal linguaggio al gesto, e prendere coscienza delle proprie capacità espressive.

Il teatro realizza la vita (mentre la parola rappresenta la vita).

Volendo riportare qualche esempio di gioco e/o teatro in classe proposto dalla Davanzo, c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Una mattina, aperte le finestre, avvio la conversazione sulla bicicletta.
- Vorrei avere la motocross io, signorina!
- Ti piacerebbe, Luca?
- Da matti.
- Allora, tutti pronti per una corsa sull’argine del Piave.
I bambini mi guardano divertiti. Comincio il racconto, mimando anch’io.
- Nell’aria tiepida vola qualche uccello; noi siamo sull’argine del Piave, nessuno manca. La motocross è al nostro fianco. Ci vestiamo. Infiliamo la tuta azzurra. Azzurra? Ai bambini o alle bambine?
- Tutti in azzurro, rispondono in coro.
- Chiudiamo bene la cerniera. Infiliamo gli stivaletti; poi i guanti, prima il pollice, l’indice, il medio, l’anulare e il mignolo che non vuol mai entrare (i bambini ridono mentre ripetono i gesti). Ed ora il casco, lo allacciamo bene. E infine gli occhialoni. Ci vedete bene? Siete pronti?
- Sì!, rispondono felici.
- Ora mettiamo in moto: attenti al pedale di avviamento. R..r...rr...rrr... in sella... Via! L’aula si riempie di lieto rumore.
A gioco finito Giovanna dice:
- Io sono proprio sudata: mi piaceva tanto correre su e giù.

Una variante alla corsa in motocross è il volo degli elicotteri.

Con voce da narratrice inizio il racconto.
- Siamo all’aeroporto di Tessera (Venezia). Venti elicotteri sono pronti per gli scolari di classe I. Ogni elicottero ha due posti: uno per il pilota e uno per l’osservatore. ... Attenzione! Elicottero numero uno: pilota Guerrino Tuninato, osservatore Claudia Battistin. Elicottero numero due... Gli elicotteri sono pronti. Dalla torre di controllo arriva l’ordine di decollare, di salire nel cielo. Via! Le pale (le braccia) si mettono in moto girando vorticosamente... vr...vr...vr... Ecco, ecco, gli elicotteri si alzano leggeri come libellule e se ne vanno verso le strade azzurre del cielo... vr...vr...vr.
Vedo Gianni che non si muove. Mi avvicino e:
- Perché non parti?
- Non so fa(r)e il moto(r)e.
Difatti Gianni è bleso. Caro piccolo, con il motore avariato! Sarà mia preoccupazione farti visitare al più presto da un ortofonista. Intanto chiamo con voce forte: - Il comandante Gianni Bizzaro alla torre di controllo! Gianni corre da me, gli do un righello e gli dico di comandare la rotta agli elicotteri. Sotto gli occhi meravigliati di tutti, il mio capitano fa decollare e atterrare, solo abbassando e alzando il righello...

Lisa Davanzo sa per esperienza che il gioco è buono per la maestra e per il bambino.

La maestra che sa giocare con i suoi bambini, diventa persona importante. (... ) Quando il bambino gioca impara a mettersi in relazione con le cose e le persone: questo imparare lo riempie di eccitante felicità. Per questo non è mai stanco di giocare. ... Giocare al mercato, al dottore, alla maestra... Giochi di destrezza, giochi d’intelligenza...

Abituiamo il bambino a trovare una voce, un linguaggio gestuale perché questi sono i mezzi di comunicazione più immediati. Infatti vale più un gesto di cento parole. Osserviamo come muovono le mani i politici, i cantanti, i contadini, i nostri bambini. (...)

Recitare è un lavoro impalpabile, fatto di voce, di corpo, di temperamento, di impulsi che riserva sorprese continue. Un giorno Lisa chiede alla classe chi vuol imitare un cantante e Marisa, una bambinona rubiconda e timida, esce lentamente dal banco e, tra la meraviglia di tutti, si avvia alla pedana per cantare! E canta “Tu mi fai girar, tu mi fai girar come fossi una bambola” di Patty Pravo. Mentre la bambina canta facendo le mosse della cantante, Lisa è fuori di sé dalla gioia di aver scoperto in Marisa uno spiccato spirito di osservazione e di umorismo. Si drammatizzano racconti di Wilde ed eventi storici: la Disfida di Barletta e la scoperta dell’America Nella scoperta dell’America un bambino diventa Cristoforo Colombo, gli altri sono gli equipaggi delle caravelle, c’è anche la regina Isabella… E lei s’infervora col bambino che deve gridare “Terra! Terra!” e pian piano lo porta a urlare come il primo europeo che veramente vide il nuovo continente.




LISA POETESSA

Abbiamo già incontrato alcune poesie di Lisa all’inizio del capitolo sulla sua vita: sono poesie in italiano, con i metri e i ritmi della tradizione.


29-8-1954: Lisa al premio poesia di Vallombrosa
in compagnia degli scrittori Zavataro, Carrozzi, Capasso e Donadoni

Lisa comincia a comporre per i suoi scolari, per venire incontro al loro mondo, che poi è il suo, e al loro modo di esprimersi, dato che la poesia è mediazione, incontro, cultura che si allarga. Ma l’italiano non è la lingua di quel mondo:

Ecco cosa scrive Agostino di classe IV, orfano di papà, con famiglia difficile: “Durante le vacanze andrò in magelleria ha aiutare ha pulire a scopare a portare fuore le borse alle sigore e anche aiutare a lavare le piastre. E pulire a terra con l’aqua bolente per portar via il sangue e il onto per tera, pulire il banco per mettere la carne e su un altro dove c'è affetati. Io passerò così le vacanze”.

Occorre un mezzo d’espressione che la metta direttamente in comunicazione con la realtà dei suoi scolari: questo mezzo è il dialetto:


	Par mi el diaèto
	’l é un parlar parfèto, 
	indove ’a paròea 
	se inpasta cussì ben co quel che se dise
	che ’a va drento fin inte ’e radise 
	Fato sta che co se parla in diaèto
	inte’l stess tenpo 
	se vede, se gusta, se sente, se nasa 
	parché el diaèto ’l à l’odor 
	de ’a casa, del let, de ’a strada, 
	del ort e de ’a cusìna: 
	insoma ’l odor de ’a nostra vita casaìna

Pian piano viene affinando la sua cifra linguistica di poetessa dialettale che dà voce alla gente del luogo e alla sua storia. Divertita dagli strafalcioni di chi si ostina ad usare un italiano mal conosciuto, va proclamando:


	Mejo parlar un diaeto vero
	che un italian che par straniero

	Ogni tant qua e là
	se sente dir:
	-	Sta fermo, altrimenti
	“mi cavi i sentimenti”
	-	Mi dia “un ceppo” di insalata.
	-	Basta Ivano, parla in italiano
	e “séntete” ben te quel divano.
	-	Mia sorella è “energica”
	alle medicine.
	-	Luigi è nell'occhio del “ciclope”.
	-	Non posso uscire
	ho in testa i “beduini”.
	- 	Io e te siamo agli “antilopi”.

	Mejo parlar un diaeto vero
	che un italian che par straniero.

Poesia e teatro

Poesia e teatro si coniugano nelle iniziative teatrali che, dalla metà degli anni ’50, comincia e continuerà a mettere in scena con i suoi scolari fino alla fine della sua vita. Sono rappresentazioni legate alle feste liturgiche e alla scadenze dell’anno religioso e civile, alla Festa della mamma e alla Festa dei Nonni. Ma in particolare mette in scena LA PASSIONE e IL PRESEPIO VIVENTE, ogni anno per vent’anni, fino a quando andrà in pensione.

Il testo della PASSIONE è ricavato dai vangeli, in particolare da quello di Luca, sui quali Lisa innesta i versi di “Donna del Paradiso”, una Lauda di Jacopone da Todi che ben si presta alla drammatizzazione, e alcuni canti della tradizione pasquale. Nel corso degli anni il testo vienne affinato ma rimane pressoché inalterato: comincia sempre allo stesso modo, e a Croce l’inizio lo conoscono tutti:

	NARRAT. Già era vicina la Pasqua, e i prìncipi dei sacerdoti cercavano il modo 
		di uccidere Gesù, ma avevano paura del popolo. Satana allora entrò in Giuda, 
		il quale andò a combinare con i prìncipi dei sacerdoti intorno al modo di 
		darlo nelle loro mani.
	GIUDA	Quanto mi date se ve lo consegno vivo?
	SCRIBA	Trenta denari d’argento!
	GIUDA	Andiamo!
	NARRAT. D’allora egli cercava un’occasione buona per tradirlo.
(Clicca QUI per l’intero testo della Passione)

Visto il successo della Passione, dagli stessi scolari viene l’idea di rappresentare anche IL PRESEPIO VIVENTE.

Novembre 1956.
Per la prima volta abbiamo realizzato a Croce di Piave il Presepio Vivente. Ogni anno il nostro paese avrà, oltre alla rappresentazione della Passione, anche quella del Presepio. Troppa gioia i ragazzi hanno seminato nel cuore del pubblico, per tralasciare questa bella iniziativa, che ha anche il compito di unire in affettuosa collaborazione la scuola alla famiglia.
L’idea è nata da un ragazzo, per un accostamento spontaneo tra la Passione sceneggiata e il Natale presentato con le solite statuine. Disse: “Signorina, invece di preparare la capanna, non possiamo “fare noi” il Presepio come abbiamo fatto la Passione? Mio fratello è piccolino e biondo, pare proprio Gesù. Lo porterò io.” L’idea fu presto realizzata. I ragazzi di tutta la scuola si impegnarono sul serio. Tutti lavorarono in quei giorni: chi recitava e chi disegnava e ritagliava calendari da distribuire, perché il Natale ha lo scopo di raccogliere attorno al Presepio tutto il paese e di porgere a tutti, ma specialmente ai genitori, gli auguri della scuola. Senza dubbio questo è un bel Natale, anche se non ha il muschio, la capanna di tronchi e il cielo di carta azzurra, perché la narrazione, che prende vita dal cuore dei ragazzi, ha un fascino tutto particolare. Chi infatti più di loro possiede la grazia di entrare con efficacie convinzione, nel cuore del pubblico? Una mamma giorni fa mi fermò per dirmi: “Quest’anno toccherà al mio Giorgio la parte di Gesù. Vedesse com’è bello!” Giorgio sarà quindi Gesù e sono sicura che domani, diventato uomo, tutti lo ricorderanno sopra la paglia, circondato dagli Angioli. E così sarà per Giuseppe, Maria e i pastori. E quando la scuola riporterà alla mente i ricordi, soltanto questi saranno i più commossi e i più cari. In un paese piccolo come Betlem, qual è il mio, il Natale raccontato dai ragazzi spande la più felice poesia. Poesia che il buon popolo comprende ed ama perché sa con certezza che i semi nati accanto all’amore non conoscono la morte.

(presentazione al testo del primo Presepio Vivente di Lisa Davanzo, sul n° 7 del 24 novembre 1956 di “Scuola Italiana Moderna”)

l testo cambia di anno in anno (clicca QUI per leggere il testo del 1960) perché Lisa vi innesta le sue poesie scritte ad hoc per gli attori: le vicende storiche dei personaggi interpretati dai ragazzi si collegano alle vicende familiari e paesane. (Clicca QUI per leggerne alcune.) È continuo il confronto tra Vangelo e vita vissuta, tra gli episodi evangelici e i fatti di cronaca strapaesana, tra le parabole evangeliche e le vicende personali e familiari di ciascun attore. Questo le richiede una frequentazione costante del Vangelo e un ascolto e partecipazione appassionata della vita della gente del paese, di quel mondo contadino di Croce che la circonda e che va lentamente orientandosi verso l’industrializzazione e l’esperienza dei “metal-mezzadri”, cioè dei contadini-operai.

I bambini con cui Lisa ha a che fare non sono estroversi: sono educati a parlar poco, a non piangere e a non lamentarsi; di fronte agli estranei risultano “vergognini”; la paura del pubblico è notevole perché nei piccoli paesi tutto ciò che si fa e si dice è per natura pubblico; anche non volendo, gli spazi e i momenti dell’intera giornata risultano condivisi; il controllo sociale è inevitabile, fortissimo, la paura del giudizio generale è continua, a volte angosciosa, specie da parte dei bambini. L’educazione impartita dai genitori ai figli, più che sul convincimento, fa leva sulla paura di conseguenze irreparabili a eventuali atti di disobbedienza. Il timore di eventi catastrofici, dell’avvento di mostri e di uomini neri è alimentata dall’ignoranza diffusa. Fin dall’asilo i bambini di Croce hanno imparato ad aver paura della “Gatta Momona”, il terribile animale (che nell’immaginario collettivo abita negli scantinati dell’Asilo ma che per fortuna nessuno ha mai visto) che suor Ildebranda minaccia di chiamare per chi non sta quieto e non fa il riposino.


(Svelato il mistero della Gatta Momona: è lei, Suor Ildebranda!

In quegli anni reggono l’asilo di Croce le suore carmelitane; dopo di loro verranno le Orsoline e ultime le Suore Francescane di Cristo Re. Suor Ildebranda, col suo vocione e il fisico enorme, è un donnone, almeno agli occhi dei bambini, che incute rispetto e da prendere in parola. In realtà è una donna volitiva ed energica (è colei che materialmente costruisce la grotta in asilo e che dipinge di alberi il fondale e le quinte del palco del Centro Sociale) ma è anche una donna affabile, materna, giunonica, che lavora e si fa in quattro per il suo parroco, l’austero Don Ferruccio.


Don Ferruccio in posa per una nota fabbrica di occhiali

Don Ferruccio (QUI per la pagina monografica) è un prete tagliato nella dura scorza degli uomini di quel tempo, un po’ maschilista e un po’ sbrigativo: è più attento alla volontà di Dio che alle difficoltà dell’uomo, come del resto lo sono quasi tutti gli uomini di chiesa prima dell’avvento del Concilio Vaticano II.
I bambini sanno per esperienza che non è tipo incline alla battuta e allo scherzo; palloni da calcio ne ha tagliati un sacco con la “britoea” che tiene sempre in tasca perché i bambini danno pallonate al muro della chiesa («Marmocchio, vieni qui…»). I bambini lo temono, ma soprattutto temono le sue interrogazioni in occasione delle “Dispute” che si tengono la domenica pomeriggio dopo il vespro alla fine dell’anno catechistico alla presenza di tutta la comunità dei fedeli. Si tratta di rispondere a tutta una serie di domande e risposte ricavate dal catechismo dialogico di Pio X: “Chi ci ha creato?” “Chi è Dio?” “A quale fine Dio ci ha creato?”. Le risposte devono essere citate con precisione mnemonica. Qualche bambino comincia a star male qualche giorno prima: rispondere in maniera impacciata, o addirittura fare scena muta è una figuraccia che nessuno sopporterebbe, tanto più che avviene in chiesa, luogo sacro per antonomasia, davanti alla comunità dei fedeli, che coincide con la quasi totalità della popolazione del paese.
(Clicca QUI per leggere il racconto “La disputa” di Carlo Dariol, inserito in Dódese storie in Crose)

Quanto più bello è rispondere alle domande della maestra Lisa! Lei mette a suo agio i bambini, li fa parlare, raccontare, perfino recitare in classe; dato che tutto avviene per gioco e su base volontaria, anche il momento dell’esibizione pubblica è meno traumatico. Tale è il carattere e il modo di fare della maestra che il rude don Ferruccio non può non ammirarla e offrirle l’appoggio logistico di cui ha bisogno, in particolare la disponibilità degli spazi del Centro Sociale (attuale Oratorio) e della chiesa.


Interno della chiesa di Croce negli anni ’60

Dev’essere uno spettacolo nello spettacolo vedere Lisa dirigere i suoi attori, lavorare sulla dizione (solo quando si esprimono in dialetto non hanno bisogno di tante correzioni) e sulla gestualità. Chi ha partecipato alle sue “Passioni” ricorda che Lisa era particolarmente sensibile ad alcuni momenti della drammatizzazione: Giuda deve scagliare con violenza le monete a terra e urlare disperato: «Prendete le vostre monete…» e lei fa ripetere più volte la scena a Orazio finché gesto e urlo diventano convincenti.
Nel 1974 Lisa farà recitare la Passione anche ai ragazzi più grandi e farà riprendere le scene da un cineoperatore: ne esce un documento prezioso della storia del paese.

(Alcune foto della varie Passioni sono nella pagina dedicata agli attori delle medesime)



LISA CITTADINA IMPEGNATA

Se alcune maestre, ligie al dovere e severe verso i propri alunni, rimangono insensibili alla vita del paese, Lisa dice:

Non lasciamoci prendere dall’efficientismo: Il programma è vasto! Devo mettermi a lavorare subito in aritmetica, sono indietro...

c’è qualcosa di più importante da fare: ci sono dei bambini con la loro storia da inserire nella grande storia, fatta di aneliti alla libertà e alla giustizia. Il ponte che lei costruisce tra scuola e casa, tra scuola e paese, tra poesia e realtà sociale, tra cronaca e storia è solidissimo.


 
		A scuoea,
		va ben studiar
		’a storia greca romana
		ma se dovaria studiar
		prima ’a storia paesana
		quea vera,
		ligada aea tera, ae case
		ae strade
		aea zente del paese
		per capir come
		chi à fat sempre ’e spese
		’l é sta el poro can
		co i cai soe man
		l’analfabeta
		profeta senza vose
		come zento ani fa
		jera la me zente de Crose.

Molte sono le domande che ci si deve porre:

Perché il mio paese si chiama Croce? Perché ha quello stemma? Perché la mia scuola è intitolata a Tito Acerbo ? Perché a Croce c’è una via Contèe, una via Del Bosco, una via Casèra, una via Cascinelle? Perché si trovano ancora, nei campi arati, schegge di granata e pallini di piombo?

L’interesse per la storia locale illumina le scadenze dell’anno civile, testimoniato dalle poesie da lei scritte e da “mandare a memoria” che si legano alla visita programmata al Monumento ai caduti, alla commemorazione della battaglia del Piave in riva al fiume, al personaggio di Tito Acerbo, morto proprio a Croce...


Primi anni ’60: allievi della scuola elementare attorno al cippo eretto
sul luogo dove cadde ferito mortalmente Tito Acerbo.

Sotto: omaggio ai caduti della Grande Guerra.
“Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio...”


In partenza
Si riconoscono Eros Barbieri, ... con la bandiera, Gianni Danieli
in seconda fila Gianluigi Dariol e ... con una delle corone di fiori


Sulla rampa dell’argine
(in primo piano Michele Danieli, Andrea Bertolini, Paolo Pagotto)



Lancio dei fiori in Piave

La storia è legata alla ricerca e al lungo racconto degli uomini fatto ad altri uomini. Anche lo scolaro, sollecitato da una continua tensione, perché nessuno più di lui ha occhi per vedere, mani per toccare, gambe per correre, di momento in momento attraverso curiosità ed esperienze, costruisce la sua storia. Come ogni persona, anche il bambino è impastato con la sua terra e la sua storia. (...) L’uomo è come una pianta, anche lui affonda le sue radici nella terra (clima, tradizioni, lingua, comunità). Qualche volta prende dalla sua terra più di quello che prende dalla famiglia. Da questo amore-passione, forse, nasce la nostalgia dolente di tutti gli emigrati Non si prescinde dal luogo che ci ha visto nascere e crescere. Fuori del paese ci si sente perduti, spaesati. Ne sanno qualcosa i nostri emigrati che sopportano una vita di fatiche pur di tornare per sempre al luogo natio. Cos’ha di speciale il luogo natio?

Croce dopo la guerra è un paese agricolo, povero, come la gran parte dei paesi della campagna veneta. Ma per Lisa è il paese più bello del mondo; lo preferisce alla città, perché lo sente più simile a sé. E tanto è l’amore che vi porta che lo comunica inevitabilmente ai suoi scolari: nella scuola elementare di Croce i bambini crescono con la sensazione, con la certezza che essere nati e vivere a Croce è un privilegio: questo paese è un “…dono di Dio, mace de osei neri, vide, piope, selgheri…” recita una delle poesie più famose di Lisa, sulla quale ritornerà tante volte, apportandovi numerose varianti, una delle quali è riportata in copertina e un’altra a fine libro.
Non si sa bene in che cosa consista questo privilegio, eppure gli scolari di Croce questa sensazione la respirano, la vivono. A Croce non c’è nulla eppure c’è tutto: una scuola, una chiesa, una strada che serve il paese e che ne prende il nome; c’è un fiume importante e storico, ci sono i campi, i contadini che li lavorano, gli alberi, le viti, il grano, gli uccelli... Di questo bisogna essere coscienti e rendere grazie a Colui che ha fatto cieli e terra, e ha fatto pure i nostri genitori, ed è così sicuro della bontà della sua creazione che non ha neppure bisogno di firmarla, come fa il vasaio sul fondo del suo manufatto.
Tutta la lezione di Lisa maestra e poetessa consiste in questo grazie continuo a chi ci ha consentito di godere della meraviglia del mondo.
Perché i bambini imparino ad apprezzare i doni che hanno avuto, perché non diano per scontata l’allegria e la gioia, perché non giungano a ritenere la propria sorte un generoso arbitrio del Cielo ma si abituino a considerare anche il dolore come parte della vita e imparino a farsene carico, ogni anno, sotto Natale o sotto Pasqua, Lisa porta i suoi scolari al Piccolo Rifugio di San Donà, dove vivono persone con handicap più o meno gravi.
In quell’occasione i ragazzi salgono sull’autobus alla fermata dell’Argine San Marco carichi di regali preparati da loro, pacchi di doni, biscotti e bottiglie di vino; giunti al Piccolo Rifugio cantano le canzoni che hanno studiato per l’occasione; gli ospiti della struttura applaudono e l’incontro diviene gioia per gli uni, lezione di vita per gli altri. Si stringono amicizie destinate a continuare; quando poi ci saranno le rappresentazioni di Lisa in chiesa o in Centro Sociale a Croce spesso saranno presenti gli amici del Piccolo Rifugio.
È un impegno sociale che può sembrare anche un impegno politico, e di fatto lo è tutte le volte che si sceglie la parte dei più semplici. Lisa stessa ci ricorda che, anche volendo, non si riuscirebbe ad essere apolitici.

...da come valuto un fatto, una situazione io posso tirar su bambini contestatori, affettuosi, pacifisti, rivoluzionari, ecologisti convinti. […] Ho visto classi dove le bambine sognavano di diventare tutte hostess o ballerine e i bambini cantanti o calciatori […] La scuola si era fatta altoparlante della voce dei mass-media, prendendo per ottimale il mondo dei pochi.

Lisa dimostra la sua scelta di campo partecipando alla vita della gente, dei singoli e delle famiglie: non è estranea alla vita e alle vicissitudini del suo paese, anzi, vi partecipa commossa, dato che i ragazzi sono prima figli che scolari:

Adelino, lasciata la scuola elementare a 14 anni, va a lavorare come idraulico. Una sera viene tragicamente travolto sulla strada. Al suo funerale il padrone non fa altro che dire: Era tanto tanto bravo e anche buono. Era un uomo. Adelino con il lavoro si era riscattato.

La partecipazione all’esistenza degli ultimi e la simpatia per la loro condizione la portano naturalmente a coltivare una speranza per ognuno dei suoi allievi. Si tratta di sogni realizzabili, non “televisivi”, a portata di mano purché perseguiti con serietà ed impegno: tu sarai una brava sarta, e tu un ingegnere, tu invece sarai un bravo meccanico... Lisa valorizza le aspirazioni degli allievi quando sono sane e le promuove. In tanti anni di insegnamento sì e no ha bocciato un bambino, in un’epoca in cui le bocciature alle elementari erano frequenti. Perché il suo intervento risulti efficace deve lavorare anche sulle famiglie: spesso i genitori non sono in grado di aiutare i figli e si fidano della maestra; compito della maestra è allora anche di aiutare i genitori ad aiutare i figli, trattando gli uni e gli altri con grande rispetto.

Dietro ad ogni bambino c’è una famiglia che lavora ama e soffre, perché così è la vita. Ogni scolaro si accorge se la maestra riceve i genitori con freddezza o con cordialità.

A volte prova pena per certe famiglie, perché capisce le difficoltà dei ragazzi.

Quando ho visto il papà di Salvatore, consumato dal vino, allora ho capito il perché di tanta insicurezza e di tanto pallore. Quando sono entrata in casa di Marisa e l’ho trovata nella piccola cucina con il fratellino in braccio, ho pensato subito ai suoi compiti per casa spesso disordinati. Tonino che vive il pomeriggio sulla strada, lo mostra con l’aggressività dei suoi gesti e la durezza del suo parlare.

Incontri con i genitori
I convegni con i genitori sono allora occasioni utili per allargare le idee e permettere il confronto con altre esperienze.

Se preparati con serietà e competenza, possono essere un’offerta di stima e di aiuto reciproco, anziché un incontro frettoloso a tu per tu per dare gli stessi giudizi: Non sta mai fermo. È lento in aritmetica. Si impegna poco. Non legge. Con i genitori si possono concordare in un anno cinque o sei incontri trattando ogni volta uno specifico tema educativo. La maestra lo può introdurre e poi dare la parola ai genitori. Sarà abilità del moderatore farli parlare tutti.

A volte c’è la difficoltà di scegliere i temi e allora li fornisce lei: le lezioni per casa, il tempo libero, l’alimentazione, le malattie infettive... Sono occasioni per parlare anche di questioni che oggi potrebbero sembrare imbarazzanti ma che allora erano urgenti, quali, ad esempio, l’igiene personale dei bambini; lei stessa non si esime dal controllare personalmente se i bambini hanno i denti puliti o le unghie in ordine; attraverso piccoli riti e piccole pratiche instilla elementari abitudini d’igiene. Racconta un compagno di classe: «La Graziella e la Gabriella erano sempre spettinate; allora lei prendeva un pettine e sistemava dolcemente i loro capelli; in sostanza spiegava come bisognasse essere sempre in ordine».

Negli incontri coi genitori la maestra ha modo di parlare di itinerari educativi, di televisione, sport, stampa, moda, di droga e violenza. Il discorso a volte si fa più ampio perché in quegli anni di intense trasformazioni sociali la famiglia patriarcale si sta modificando radicalmente e qualcuno si lamenta che i figli dopo il matrimonio lasciano la famiglia d’origine, attratti dal lavoro in fabbrica e dai nuovi miti della città; Lisa allora cerca di spiegare ai genitori più anziani e tradizionalisti come affrontare il dolore dell’abbandono dei figli ormai adulti che vanno a vivere lontano e non li aiuteranno più nel lavoro dei campi.
Coi genitori affronta anche il problema dell’alcolismo, ovviamente trattando le questioni in maniera indiretta, parlando cioè a nuora perché suocera intenda.

Per quanto riguarda i figli più piccoli l’importante è che si punti sui valori della sincerità, della laboriosità e obbedienza e della componente religiosa nell’educazione: Lisa insiste sempre perché il bambino in casa trovi la serenità e l’ascolto necessario. Dal canto suo lei cerca di formare la coscienza civica dei suoi alunni. E lo fa con creatività, dando spazio nelle sue lezioni a ciò che appartiene alla popolazione del luogo. La maestra invita la mamma di Ornella, il nonno di Giovanni, il papà di Stefania che fa il pescatore... E i ragazzi vanno a visitare Aldo, appassionato di uccelli, che ha diverse voliere nel giardino di casa; e pure la mitica Villa del Colonnello Gioia...

La scuola che sa instaurare rapporti di stima e di collaborazione con il mondo esterno è una scuola consapevole che da sola non ce la fa. Per i bambini non c’è divisione tra casa e scuola; per questo portano in aula la vita: il frumento muore se non piove; domani si sposano Lorenzo e Antonella; il papà di Sandro ha trovato lavoro; a Marisa è nato un fratellino... Guai se queste parole non trovano eco nel cuore della maestra! Condoglianze, auguri, felicitazioni possono partire dalla scuola come messaggi di solidarietà.


Lisa con Tosca Saladini e Maria Cancellier


Lisa con Antonietta Cavallari, Tosca Saladini e Maria Cancellier


Lisa con l’amica Valeria Piazzesi davanti all’850 di quest’ultima

È forse per avere uno strumento adatto allo scopo che fin dall’ottobre del 1958 (anno I, numero 1) Lisa inizia, in collaborazione con le altre maestre di Croce (Antonietta Cavallari, Valeria Piazzesi, Nanda De Lotto, Maria Cancellier, Nella Ravajoli, Maristella De Luca...) la pubblicazione de “IL GIRASOLE”, un bollettino scolastico che raccoglie poesie, commenti a fatti di vita non solo paesana e notizie più o meno spicciole. L’intento del giornalino è metaforicamente espresso dal logo del girasole che riporta al suo centro una scuola ed un bambino. Per tutti gli anni ’60 il giornalino porterà le notizie, le poesie e le esperienze della comunità dei bambini alla collettività.

(clicca per ingrandire)








Lisa e le altre maestre scelgono i temi e i contenuti che celebrano le ricorrenze religiose e quelle civili (allora non vi è separazione tra i due ambiti); molti sono gli articoli indirettamente rivolti ai genitori. I pezzi vengono poi fatti scrivere e stampare ai bambini con la nota procedura manuale a ciclostile che diffonde nella stanza un forte odore di alcool. Tutti gli scolari dalla I alla V ne portano a casa una copia e la fanno leggere alle famiglie. Almeno una copia arriva in tutte le case, perché le famiglie di allora avevano più o meno tutte un bambino alle elementari. Tutto il paese quindi leggeva “Il Girasole”.

I bambini non scrivono solo per le famiglie del paese: Lisa cerca di educare i bambini alla mondialità e fa tenere loro corrispondenze epistolari con le varie parti del mondo: con i bambini di una scuola di Milano, con quelli di una scuola di Bellinzago ed anche con i bambini di una scuola di Assuan, dove vive la sorella suora.

La pubblicazione durerà dodici anni, fino al 1970. Quando don Primo inizierà a stampare il bollettino parrocchiale “Raggio”, “Il Girasole” perderà la sua funzione e non sarà più stampato; ne uscirà un’edizione straordinaria nel ’76 quando Lisa e la collega Nella Ravaioli andranno in pensione.




RICONOSCIMENTI E PREMI

Nel 1961 Lisa vince un PREMIO ROTARY per la sua attività educativa. È il riconoscimento di un impegno originale e innovativo.
Certamente più significativa è nel 1962 la già menzionata pubblicazione del libro “LA SCUOLA DI CROCE DI MUSILE” che rappresenta, da parte dell’Editrice “La Scuola”, il riconoscimento del valore dei suoi interventi su “Scuola Italina Moderna”, periodico della stessa casa editrice

Il 7 giugno 1964 la FONDAZIONE PREMI AL MERITO EDUCATIVO (Riconoscenza ai maestri, presso Scuola in Via Corridoni 34-36 a Milano, Anno XI) assegna ai maestri con 24 anni di servizio un premio di 500.000 lire;

questa la motivazione per lei: “Di una ammirevole attività nella scuola e nel paese, prodiga consigli ed aiuti, ricerca e trova occupazione per i disoccupati. A San Donà di Piave funziona il “Piccolo Rifugio” che accoglie infermi affetti da esiti di poliomielite e da atrofie muscolari, poveri ed incurabili. La maestra Davanzo vi entra come insegnante e offre il suo tempo libero confortando, dando vita a pluriclassi stranissime, dove ci sono signorine, giovanotti, ragazzini e adulti. A costoro dona materiale scolastico e la sua passione di maestra. Impareranno a leggere persino piccoli sventurati che hanno soltanto gli occhi per vedere e gli orecchi per udire. Fa sentire a queste creature, così provate, la gioia dell’amicizia, portando tra essi i bambini e le maestre della scuola di Croce, che offrono agli infermi le loro drammatizzazioni, i loro canti, i loro doni. Chiamata a tenere conversazioni alle carcerate della Giudecca di Venezia, vi svolge un’opera ammirevole di carità. E trova anche tempo per scrivere, e nei suoi articoli e nei suoi libri, animati sempre da soffio di poesia, c'è tutto l'animo suo: l’amore per i piccoli, per i derelitti, per i disgraziati”.

Destinato a raccogliere molti consensi e qualche premio è “LA STORIA DI FRANCESCO E CHIARA raccontata dai bambini di Croce”, libro di disegni che esce nel maggio 1968.


a cura degli Amici del deserto, Via San Francesco 17 di San Donà di Piave e di Padre Francesco, per la sua nuova scuola e per le clarisse di San Donà: “Il racconto è della maestra Lisetta Davanzo / La grafica è di Camillo Bianchi e Antonio Zambusi. Segretaria di redazione Matilde Zambusi”

I bambini sono quelli della classe del 1956, che Lisa convoca per alcuni pomeriggi perché da San Donà giunge Padre Francesco, un famoso frate francescano che insegna Religione alle Magistrali, a raccontare la storia di Francesco e Chiara. La partecipazione è libera ma per nessuno dei bambini è un sacrificio tornare a scuola il pomeriggio, sull’esempio della maestra che pure torna a Croce da San Donà… in bicicletta! Padre Francesco racconta gli episodi della vita dei due santi, Lisa li commenta e li traduce per i suoi bambini, che poi li interpretano con la loro sensibilità e la loro grafica.
I disegni sono così belli, così strettamente collegati all’ambiente e alla natura, così vicini alla tematica e alla stessa sensibilità di Francesco e Chiara, i santi dello spirito semplice, legato all’infanzia evangelica, che il racconto risulta tutt’altro che bambinesco, anzi è pieno di verità e trasparenza, ottimismo e naturalità, che sono poi caratteri della stessa autrice. E Lisa decide di farne un libro che esce nel 1968. L’opera ottiene il primo premio “Critici in erba” nel 1970 alla Settima Fiera Internazionale del libro per l’infanzia e la gioventù di Bologna.
(Clicca sulla copertina del libro per ammirare i disegni che lo compongono)

Altri riconoscimenti Lisa li otterrà per la sua attività di poetessa dopo che sarà andata in pensione.



1976: LISA LASCIA LA SCUOLA

Nel giugno del 1976 lisa va in pensione: lascia i suoi scolari alla fine della quarta: in quell’occasione esce l’ultimo numero del “Girasole”.

È l’occasione per ringraziarle lei e la Maestra Ravajoli di tutto il lavoro che hanno fatto per trent’anni a Croce.
Ma una mente da sempre in subbuglio come la sua non si mette a riposo.

Continua l’attività di poetessa.
Riposta la scuola nell’angolo più intimo del cuore, Lisa ha più tempo per la poesia: finora ha scritto per tutti: per gli allievi, innanzitutto, ma anche per i paesani nelle occasioni di anniversari, matrimoni, funerali e altre ricorrenze, su fogli e talvolta su fogliacci che ancor oggi molti di Croce possono ritrovare tra le loro carte. Ma finalmente può concentrarsi ed affrontare in maniera organica i grandi temi della tradizione e della terra tante volte toccati.

Nel 1980 nasce la vicenda fortunata dell’opera teatrale dialettale che la caratterizza e la fa conoscere nell’ambiente e nel territorio sandonatese: “LA FAMEJA DEI FINOTI”. Il testo è composto da un prologo e due atti, rievocazione e ricostruzione scenica, in poesia dialettale, di alcuni aspetti della vita contadina tra le due Guerre nel sandonatese. Non si tratta tanto di un lavoro ad intreccio narrativo, ma di un grande affresco di vita contadina, dove gli effetti sono per lo più ottenuti da azioni corali. Il lungo lavoro di ricerca condotta sul lessico, sugli usi e sulla vita dei contadini degli anni ’30-40 la rendono un’opera di chiaro valore storico, linguistico e di costume.
Rappresentata la sera del 31 gennaio 1981 in Oratorio a San Donà, sarà seguita da 13 repliche.
Viene realizzata anche una versione in videocassetta della rappresentazione trasmessa anche dalla R.A.I. nel 1983.
Nel settembre 1981 l’opera esce in volume: “Piccolo capolavoro” la definisce don Alberto Trevisan salesiano. “Lisa – è scritto nella presentazione – è rimasta sempre fedele a questa sua terra, vivendovi quasi ininterrottamente e svolgendovi praticamente tutta l'attività sia di insegnamento, che di attenta scoperta di un mondo contadino che l’ha affascinata. Maestra per vocazione, nella vicenda viva della scuola ha trovato la sua realizzazione in uno scambio educativo gustoso e geniale. Appassionata della sua terra, ha curato senza soste l’incontro e il dialogo con la sua gente semplice dei paesi e della campagna per coglierne i valori, la sincerità, la forza, il dramma, gli usi, la parlata, che ha saputo poi tradurre in poesia fresca ed efficace”. […] “Epopea contadina del Basso Piave” la definisce ancora il Trevisan: “Lì balza fuori una umanità sana e forte, fatta di vita dura e di lavoro, di virtù semplici e ruvide, ma vere e robuste, di sudore e di dolore sempre dignitosamente portati, di certezze umane e cristiane superiori a qualsiasi vicenda, forti contro ogni sopruso. Non si tratta tanto di un lavoro ad intreccio narrativo, ma di un grande affresco di vita contadina, dove gli effetti sono per lo più ottenuti da azioni corali. L’andamento è calmo e pacato, largo come la nostra terra strappata al mare e al Piave. Il dialogo scorre vivo e arguto, denso della sapienza popolare del tempo.”

In questi anni collabora con la Parrocchia di Croce e con il suo parroco, don Primo Zanatta, che ogni mese pubblica sulla prima pagina del Bollettino Parrocchiale “IL RAGGIO”, le sue poesie dedicate alle varie ricorrenze e a varia umanità. “Il Raggio” diviene così la raccolta più completa e più documentata della sua poetica e dei temi a lei cari, sia religiosi, che civili.

E intanto continua a scrivere, a donare e diffondere le sue poesie in cambio di cortesie e di piccoli servizi, o in nome del suo voler essere presente a Croce e nel territorio con la sua voglia di affiancarsi a tutti, a quelli che sono in difficoltà, nella ricerca di far felici gli altri e consigliare loro di vivere sereni e in pace.

Nel 1982 Lisa partecipa al “Concorso di poesia dialettale di Chiesanuova” e i suoi organizzatori non perdono l’occasione di coinvolgerla negli anni successivi (fino al 1992) come promotrice.

Nel 1984, in occasione del quarantennale della morte di Europeo (Rupèo) Montagner, esce in poche copie, ciclostilate in proprio, “LA BALATA DE GIRIFALCO”, un’ode civile dedicata all’amico che tanto aveva fatto per la comunità di Musile. Tra il 1920 e il 1935, nel quadro della riforma agraria, era stata attuata nel sandonatese e nel portogruarese la “grande bonifica” che recuperò dalle acque oltre 58.000 ettari di terreno. Il banco di Torino, protetto dal governo fascista, approfittò delle terre bonificate per farne una speculazione e propose dei mutui per l’acquisto dei terreni. I contadini aderirono con entusiasmo e firmarono, spesso con una croce, dei contratti “capestro”. I tassi d’interesse divennero così onerosi che i contadini, non potendo sostenere le rate di pagamento, furono costretti a restituire le terre. Rupèo, impiegato del comune di Musile e scrivano di tanti di questi contratti, denunciò la speculazione e tentò di salvare molti concittadini dalla rovina, informandoli della situazione di cui erano vittime. La risposta delle autorità a Rupèo si concretizzò prima in rappresaglie degli squadristi locali, poi nella sospensione dall’impiego e, infine, nel confino a Girifalco, comune della Calabria. Lisa canta la vicenda ricordando con affetto l’amico, ma non manca di inserire slanci lirici che evidenziano l’amore per la propria terra, i paesaggi che vi si possono ammirare, la gente che ci vive. La ballata è stata ristampata su iniziativa del Comune di Musile di Piave e a cura del gruppo El Solzariol nel corrente anno 2007, accompagnata da un DVD in cui è riportata un’intervista radiofonica in cui è la stessa Lisa a leggere la ballata.


Clicca sulla copertina per accedere al testo con traduzione e commento a lato

Per la cronaca, il probo viro, segnalato come pericoloso, aveva saputo farsi apprezzare prima dal parroco e poi dal podestà di quel lontano comune, e gli stessi s’erano poi premurati di farlo ritornare a casa, dove però Rupèo giunse minato nel fisico e morì poco tempo dopo.

Il mondo dei ricordi e della giovinezza continua a bussare e ad affacciarsi alla sua anima: sempre in quel 1984 Lisa compone un poemetto di argomento bucolico-amoroso “EL SOGNO” che richiama autori della classicità greca e romana e delle letteratura italiana e che, inedito, trovate nella seguente pagina.

Nel 1986 Lisa riceve il 2° premio ex-equo “Conosci la tua provincia” nell’ambito del premio nazionale “Costantino Pavan”. Questo ed altri riconoscimenti locali stimolano Lisa a realizzare un’opera più completa di recupero delle tradizioni e della memoria.

Con l’aiuto di amici ed estimatori e col contributo di banche e fondazioni, nel novembre 1986 pubblica finalmente “EL VIVAR DEI FINÒTI” (Editrice Tipolitografica Adriatica) “un piccolo gioiello – dice il salesiano don Alberto Trevisan nella prefazione – dove la bellissima passione di Lisa Davanzo per la sua terra e la sua gente giunge al suo traguardo più pieno e più maturo... [...] Qui ti si spalanca davanti, con vastità e profondità di campo impensata, il tempo sovrano e le stagioni, i campi, i paesi, la vita e la morte; la malattia, i dolori e la fame; gli amori, i soprusi e i rancori; padroni e contadini, bambini e vecchi; la gioia, i canti, le feste; la chiesa, l'osteria, la bottega, il camposanto; i mercati, le sagre, le processioni; fede, preghiera, superstizioni; matrimoni e funerali; pioggia, nebbia e tempesta; semina mietitura e vendemmia; proverbi, detti e filastrocche, domeniche e tanti giorni feriali… È uno scenario senza fine di tipi, caratteri e figure, di usi, abitudini e costumi. Ti passa davanti veramente l’anno agricolo tutto intero, nel ritmo naturale e solenne delle stagioni, in scorci continui di una vita, che balza viva dalla distanza di mezzo secolo. Anche solo a scendere lungo i titoli, scopri la ricchezza impensata di una vita contadina così vivida, intensa e piena di umanità genuina e vera...”



Dal punto di vista editoriale l’opera però non conosce la fortuna sperata, anche perché Lisa non sa e non vuole cercare l’autopromozione editoriale o trafficare per ottenere riconoscimenti per sé e la sua opera.

Nel 1988 Lisa riprende in misura ridotta l’attività di maestra: è chiamata a tenere delle Lezioni alla Scuola di Metodo di Marocco ai sordomuti. Di quell’esperienza rimangono quaderni e foglietti (e volantini pubblicitari che utilizza sul retro) sui quali appunta le domande da rivolgere alle esaminande. Una delle questioni che pone più frequentemente alle candidate riguarda il valore che esse attribuiscono ai disegni quali mezzi espressivi privilegiati dei bambini. Tra un appunto e l’altro coglie l’occasione per fissare un’idea, un verso, una piccola strofa: laddove il dèmone della poesia urga è necessario assecondarlo.

La sera del 12 novembre 1992, Lisa è invitata dal Lyons Club di San Donà di Piave a recitare alcune delle sue poesie nell’ambito del meeting dedicato alle signore, dal titolo “Quando San Donà era delle donne” e in quella occasione viene definita “...figlia genuina della generosa terra del Basso Piave, di cui è autentica espressione.

Prendendo spunto da un articolo di Piero Avogadro (Gazzettino, 25 maggio 1993) scrive una poesia che mi fa avere in una busta con tanto di titolo “... al prof. Carlo Dariol”.
I due foglietti su cui è scritta sono accompagnati da un terzo, una lettera per me:


Caro Carlo, scusa se mi 
permetto tanta confidenza. Ma
so che se puoi mi aiuti.
Ti unisco all’articolo di 
Avogaro Piero apparso sul
“Gazzettino” del maggio scorso, 
una mia poesia che vorrebbe 
portare a conoscenza della mia 
cara gente di Croce, questa 
scoperta.
Tu leggila piano e cerca di 
capire se non dico cose che 
Avogaro dice.
Poi ci risentiremo. Un tuo 
giudizio mi è molto 
importante. Buon lavoro.
   Grazie e ciao
		aff. Lisa

La poesia (a sinistra la versione destinata a me) finisce con qualche variante (e qualche refuso rimasto) sul Raggio del mese dopo (vedi a destra).

 

LA VITA OLTRE LA MORTE

T’el Gazetin leze senpre co’ interesse sincero quel che scrive Avogaro Piero sienziato anca se de sienza mi ò poc o gnente de conossenza L’articolo ’l é intitoeà “LA VITA OLTRE LA MORTE” el dise che lael DNA di enne a la pì picoea sostanza che à i codici dea vita (un archivio vivente) vive milioni milioni de ani. Adess i l’ha trovada te na mummia egiziana de zinque milioni demie ani prima de Cristo. Fato sto qua mai controeà mai visto. El corpo col tenpo se desfa ma resta lael DNA seme fecondo che fa andar vanti a vita nel mondo Vanti vanti fin dove? Ancora no i sa né scadenza né confine i sa sol che a vita pòl essa’ senza fine VITA OLTRE LA MORTE Cussì dise a sienza portando sta scoperta a conossenza de tuti. Mi par fede so che no morirò. Parola di Dio. Lu che no ’L à mai fat un pass indrio ne porta verso l’eternità e se va co Lu che ’L é amor e verità

Negli stessi giorni (giugno 1993) esce per i tipi della Rebellato Editore il volumetto “BEATO TI...”, ventuno poesie inedite di Lisa Davanzo, illustrate dal pittore Antonio Sari di Fossalta di Piave.
È l’omaggio che il Centro Sociologico Italiano rende “a questa bella figura di donna e di poetessa”.

Nella presentazione Giuseppe Toffolo scrive:
“Lisa Davanzo è poetessa colta ed ha una padronanza unica del mezzo espressivo... può stare non solo accanto ai Belli, ai Porta ed ai Tessa (che sono i sommi tra i poeti in dialetto), ma accanto ai poeti tout court”.

Lisa ringrazia, anche se, nel regalarmene una copia con dedica, si dichiara non del tutto convinta dell’analisi che il presentatore ha fatto di alcune poesie.
Del volume riportiamo le seguenti due poesie:

BONA PASQUA

Co’ un inverno cussì brut longo eterno neve vent e jazz fondo ieri tra ’e roe ò vist ’e vioe El sanbùc ’l à za ’e foiéte e l’amoèr fiori a ciochéte Pasqua l’è anca sto fiorir propio quando te par de morìr.

AVEMARIA

Co me sente sfinia me piche al ciel co’ na Avemaria. Sto puntel senpre funziona parché chi lo tien su l’é ’a me Madona.
Affiora la stanchezza, ma non muore la speranza.

Sempre nel 1993 Lisa compone il seguito ideale della “Fameja dei Finoti”:
è la commedia “I FINOTI... 1993 – I ani passa”.
Lisa registra i cambiamenti avvenuti in seno alla famiglia con i miglioramenti economici e la parità uomo-donna ma anche con l’irruzione del consumismo e dei nomi stranieri (la protagonista è una ragazzina maleducata e irrispettosa dal nome straniero e televisivo di “Samantha”), lo sgretolamento dei valori della tradizione, l’emarginazione degli anziani...

È un ritratto amaro e dolente: nella famiglia moderna Lisa non si riconosce più.

A ottobre del 1998, curata dal Gruppo “el Solzariol” di San Donà di Piave, esce “TERA MIA”, un’antologia delle sue composizioni più recenti curata da lei stessa, su temi attualissimi e quotidiani, suddivise nei cinque capitoli che formano i tratti del suo cammino poetico: i ricordi (“faìve”), la natura (“`a vèrta”), la fede (“crèdar da mi”), il nostro tempo (“pecài veniàí”), la famiglia (“insième co’ amor”).

Ancora una volta il mondo non è più quello descritto nel “Vivar dei Finoti” (non lo era già più allora), qualcosa anzi sembra essersi rotto in maniera preoccupante: Lisa dedica un intero capitolo (quello significativamente intitolato “Il nostro tempo”) a descrivere “L’invidioso”, “El pessimista”, “El tronbon”, quel “Col deo senpre puntà”, il “Bastian contrario”, “El mincion”, le “Mame ciacoeone”... peccati veniali, certo, ma il rispetto reciproco, il senso di solidarietà, la consapevolezza che tutto discende da Dio non sono più percezione diffusa: la Speranza, virtù cristiana, non è morta, ma le circostanze della vita moderna non aiutano...
Del volume riportiamo le seguenti due poesie:

L’AUDITEL POSITIVO

Adess co stumenti adati se pol aver i dati de questo o quel canal. Pense alora che vegnarà el momento che anca el ben el mal mio e de l’umanità podarà vegner quantificà. Mi parle ben de ti, te aiute, ti te parla ben de mi te me aiuta. Sta corente de bona energia stima onestà aiuto sinpatia, canbiarà el nostro vivar corente. Se a comunicazion l’é spiritual va zerto sora ogni canal a trasmission. Co l’auditel positivo el mondo se farìa pì bel pì vivo

SCRIVE UN PROFESSOR

Ieri ò let t’un giornal na roba cussì granda e cussì vera che son restà de piera. Scrive un professor de medesina: Riva in ospedal na dona soa zinquantina: à pers tredese chii no a magna pì a caea senpre de pì. I ghe fa endoscopie radiografie ecografie. Gnente. Tut a posto, negativo. El calvario de sto intrigo dura setimane e setimane e in pì ospedai conpagnada senpre da un fas de esami superai. Un giorno un dotor se pensa de domandarghe: - Signora, con chi vive? - Da sola. - E da quando? - Da due anni. Avevo mio marito è morto. Avevo un figlio di venticnque anni è morto per incidente. Scrive el professor: - No ocore essar un gran dotor pa capir che sto dimagrimento ’l é dal doeor e sfinimento de sta dona che vive soea e senza amor. Co quea domanda cussì vera e cussì umana al dotor s’à presentà el panorama vero intimo profondo che nessuna machina de sto mondo varìa trovà.

Clicca QUI per ascoltare Quante robe sparìe letta dalla stessa Lisa.

Gli ultimi anni di Lisa sono funestati dalla comparsa nel 1995 dell’Alzhaimer, malattia oltraggiosa che mette progressivamente sempre più in crisi il suo cervello, il suo pensiero e soprattutto la sua memoria. Tra gli episodi dolenti e amari che sempre una malattia del genere impone alle sue vittime è quello della perdita della borsa dove lei tiene le foto più care di parenti e amici, ma soprattutto degli scolari, che ultimamente porta sempre con sé e che l’aiutano a rinnovare le emozioni trascorse: un giorno Lisa dimentica la borsa sulla bici fuori del Piccolo Rifugio, poi, quando s’accorge di non averla più con sé torna indietro, ma non la trova, qualcuno gliel’ha rubata. Dai suoi occhi sgorgano delle lacrime perché una fetta di vita è perduta per sempre.

Nel 2004 un ex-allievo di Lisa, Ermes Girotto, si fa promotore di un premio di poesia dedicato alla maestra (clicca QUI per andare alla pagina che racconta tutto del premio).

Alle 9,50 del 27 marzo 2006, quattro giorni prima di compiere ottantanove anni, Lisa muore nella sua casa di via San Lazzaro 69, assistita dal nipote Franco (figlio del fratello Alberico) e dalla moglie di lui Rosanna.



Il pomeriggio di due giorni dopo vengono celebrati i funerali dall’arciprete di San Donà, don Gino Perin, alla presenza di don Giovanni Baù e don Giancarlo Ruffato, che le furono vicini attraverso il gruppo “El solzariol”, e del diacono Adriano Donadel, che fu suo scolaro e suo san Giuseppe e suo Gesù in più di una delle rappresentazioni della Passione. In quell’occasione Giovanna Perissinotto, regista della sua “Fameja dei Finoti”, legge una delle più belle poesie di Lisa dedicate alla Pasqua, una di quelle “dèa verta”, ossia della rinascita della terra.



	“Ma parché
	parché ’l òn
	’l à un inpàto
	imediato
	pi coa Passion
	che coa Resurezion?

	 Parché ’a so storia
	’a è fata de pòca gioia 
	de pòca vitoria 
	tanta inveze 
	fadiga deusion 
	dòeor e passion 

	Ma ghe sarà pur 
	un posto
	senza passion! 

	Gesù Risorto 
	dise
	che sto posto
	’l é vizin a Lu 
	indove no se pianze più. 

	Par chi crede
	l’é verità de fede!

Poi Lisa viene portata nel suo paese, a Croce, dove è accolta da don Primo Zanatta che accompagna il feretro in cimitero e saluta per l’ultima volta “la nostra maestra nella cultura e nello spirito”.

Riportiamo qui due versioni della poesia forse più famosa di Lisa, poesia che tutti a Croce conoscono, almeno nel suo ritornello. L’ultima è quella che compare sulla copertina del libro e sulla cartolina della festa


CROSE, PAESE MIO

Cussì te tegne dentro de mi Crose paese mio dono de Dio ! Mace de osei neri piope vide selgheri, sta tera santa de morti al verde dei grandi orti e pó case canpi strade scuòea cesa e case ancora col ciel che se specia par de sora e ti, sol, che te far ridar el zerpignol a sisìa a zigheta e che daea tera te tira fora radici rucoeta ùa spagna panoce formento Cussì te tegno dentro de mi Crose paese mio dono de Dio ! che par amor nissuna sbara te taja fora, che par amor da colmel a colmel te liga insieme l’omo e el putel a vecieta a dona a tosa e el tosatiol el sposo a sposa: zente bona che vive strassinando co’ fede ancora i so amori e e so fadighe. Cussì te tegno dentro de mi Crose paese mio dono de Dio !

Clicca QUI per leggere le poesie dedicate ad alcuni crocesi illustri che Lisa non ha scritto...

CARA MAESTRA

Nel 2007, a un anno dalla morte di Lisa, Valter Biasi, Adriano Donadel (ex-allievo), Carlo Dariol, Sandra Fregonese e Nicola Paludetto pubblicano il libro che fa il punto sulla storia di Lisa, e portano in scena uno spettacolo in piazza che vede la partecipazione di molti ex allievi. Poi il libro viene tradotto in questa pagina web da Carlo Dariol.

LISA 100

In occasione del Centenario della nascita di Lisa, il medesimo gruppo di cui sopra, con la collaborazione di Raffaele Finotto (altro ex-allievo di Lisa), del Gruppo Oratorio e del Gruppo Crocevia mette in campo una serie di iniziative


Il logo delle manifestazioni del centenario, ideato e realizzato da Carlo Dariol


Quattro dei dieci striscioni (85cm x 200cm) posizionati nei vari punti del paese per tutto il tempo delle manifestazioni
(grafica di Carlo Dariol)

Le manifestazioni della due-giorni ideata dal gruppo

BIBLIOGRAFIA

- Quaderno di Poesia (a cura del Sindacato Scuola Elementare di San Donà di Piave, 1947).
- La scuola dei bambini di Croce (Editrice La Scuola, 1962).
- La fameja dei Finoti (Oratorio Don Bosco, 1981)
- El vivar dei Finoti (Tipografia Adriatica, 1986)
- Raggio, Bollettino parrocchiale della Parrocchia di Croce, curato e pubblicato dal Parroco Don Primo Zanatta.
- Beato ti… (Rebellato Editore, 1993).
- Tera mia (a cura del gruppo “El Solzariol” di Chiesanuova, 1998).
- La balata de Girifalco (a cura dell’Amministrazione Comunale di Musile, 2006).

Studi su Lisa Davanzo:
- “LISA DAVANZO”, di Padre Arnaldo de Vidi, poeta e pedagogista, già Direttore della rivista Mondialità.
- “LISA DAVANZO, poetessa del Basso Piave”, tesi di laurea di Laura Mariuzzo.

In tante case infine ci sono poesie autografe di Lisa, scritte di getto e quindi con le correzioni, in occasione di battesimi, matrimoni, raduni, ritrovi, anniversari di matrimonio, riguardanti ex scolari ma anche persone a lei estranee, versi nati su commissione ma che la poesia di Lisa ha saputo rendere universali.

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