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HISTORIA de CROSE
dal 1531 al 1579



Marco Foscari

L’abbiamo citato sopra di sfuggita, come colui che presentò il primo parroco di Croce, ma è forse giunto il momento di dedicargli un capitolo a parte. Marco Foscari di Giovanni (1477-1551) fu uno dei personaggi più notevoli della famiglia, un grosso personaggio nella Venezia degli anni Venti e Trenta del XVI secolo: nipote ex fratre del doge Francesco Foscari, era anche primo cugino (figli di sorelle) del doge Andrea Gritti, morto nel 1538. Ambasciatore a Roma presso Clemente VII dal 1523 al 1526, e poi a Firenze nel cruciale 1527, Marco Foscari era colto, ricco, ambizioso; istintivamente portato alla prevaricazione, fu anche uno dei massimi fautori dell’evoluzione in senso oligarchico della costituzione veneziana: ce n’è abbastanza per giustificare l’impopolarità puntualmente riscossa presso i concittadini.

Verso la metà del XVI secolo, Marco Foscari era il proprietario della maggior parte della gastaldia di Croce. Boschi e paludi? Non solo: la gastaldia era ubicata in un punto strategico, poiché di qua passavano le mandrie di bovini e capre (i castrati) che dall’Istria e dalla Slovenia rifornivano Venezia; ancora, di qua arrivava in laguna buona parte del legname per la cucina e il riscaldamento, necessario ad una città di oltre 150.000 anime: non a caso la gastaldia godeva di esenzione dal dazio delle legne, e non a caso Marco Foscari aveva abilmente ottenuto per il figlio Girolamo, nel 1526, l’episcopato di Torcello, le cui proprietà si frapponevano, appunto, fra la gastaldia e la laguna. Questo significa che, da quell’anno in poi e per molto tempo, i Foscari avevano potuto far giungere a Venezia i loro prodotti trevigiani con il solo aggravio delle spese di trasporto.

Senonché, a interrompere il serenante fluire del godimento di cotanto bene, capitò che la laguna nord prese a interrarsi con progressione gagliarda, e il fenomeno assunse dimensioni vistose proprio nei primi decenni del XVI secolo.



Giovanni da Lezze conte di Croce

Nell’anno 1533 il nobile Giovanni Da Lezze fu fatto Conte di Croce da Carlo V. I “da Lezze” erano mercanti e armatori originari di Lecce (da “Lezze” appunto) e avevano ottenuto l’iscrizione all’albo d’oro della nobiltà veneta dietro pagamento di una forte somma di denaro.

“E l’anno che a quello andò dietro, dall’istesso imperatore Giovanni da Lezze, che poi fu Promotore e Senatore della Repubblica di Venezia principalissimo, in Bologna fu creato Cavaliere e Conte di Santa Croce che è un suo luogo posto sopra la riva del Piave dalla parte di sotto, dirimpetto a S. Donato, con bellissime prerogative, e successione de’ suoi legittimi discendenti”
[Bonifazio, Storia di Trevigi]


[da una ricerca del Gullino]
Nato a Venezia il 10 marzo 1506, Giovanni da Lezze era il primogenito di Priamo di Andrea ed Elisabetta Dolfin di Dolfin.
Da Elisabetta Barbarigo di Daniele, sposata il 23 gennaio 1527, aveva avuto due figli maschi, Andrea, nato il 15 ottobre 1527, e Priamo, di qualche anno più giovane. Dopo la morte della moglie, avvenuta nel maggio 1531, Giovanni Da Lezze aveva sposato un’altra Elisabetta, figlia di Alvise Zusto di Francesco e vedova, da pochi mesi, di Lorenzo Sanuto.
Sulle indubbie qualità del giovane patrizio (il 28 dic. 1531 era stato proposto oratore della Serenissima, presso il duca di Mantova) si riversarono le ambizioni paterne: nel marzo 1532 Priamo si oppose però alla nomina del figlio a sopracomito di galea - un incarico che avrebbe potuto distoglierlo dalla politica attiva; invece, grazie alle cospicue ricchezze e alle aderenze di cui la famiglia disponeva, Giovanni riuscì a mettersi in luce presso l’imperatore Carlo V, che alla fine del 1532 attraversò i territori della Repubblica per recarsi al secondo congresso di Bologna. Riceveva così, nella città emiliana, il titolo di cavaliere e conte palatino di Santa Croce - località del Trevisano nella quale i Da Lezze possedevano la giurisdizione civile e criminale - e, con esso, la facoltà di creare notai, giudici, dottori e legittimare bastardi.

Bizze del Piave

Nel 1533 il Piave debordò in più punti e le acque torbidissime invasero il Sile portando forti interramenti nella laguna.

Le autorità veneziane, preoccupate dagli effetti che le torbide potevano avere sulla laguna con il ripetersi di rotte arginali in destra pensarono a dei provvedimenti e a una persona che li rendesse esecutivi.
Per questo il 16 maggio 1534 il Senato di Venezia elesse un Provveditor al Piave, che varò una serie di lavori di contenimento delle acque del fiume, realizzando l’argine di San Marco da Ponte di Piave alla Cava del Caligo, «da la banda destra... verso Venetia», cioè tra il fianco destro del fiume e la valle lagunare di Grassabò, «quanto più al dretto sia possibile in driedo dal detto fiume de comeada in comeada [=da gomito a gomito], sì che el resti fuora de tutte le comeade de la ditta Piave almeno per passa vinticinque trivisani restando tutte le ditte comeade tra il ditto arzere et il ditto fiume, havendosi rispetto di lassar tutte le ville e case o dentro o fuora del ditto arzere, come per la conservasion sua far si potrà: el qual arzere sia fato di passi 6 in fondo e di sopra passi 2 e tanto alto che el superi l’arzere davanti la Piave almeno piè 4, il qual sia per muraglia e segurtà de questa banda de Venetia».

[Archivio di Stato di Venezia, SEA, r. 343, II, 25].

Il suggeritore dell’opera era di Cristoforo Sabadino, ingegniere idraulico della Serenissima.

Si creava così una fascia di sicurezza sulla destra del fiume che avrebbe potuto contenere le alluvioni entro un ampio margine. I sei passi alla base sono 10,43 m, i due e mezzo alla superficie sono 4,35 m, e i piè 4 sono 1,62 m.

Tale provvedimento, pensato unicamente a protezione della Dominante, giungeva in fondo a protezione della Gastaldia. I lavori sarebbero durati 11 anni.

1° luglio 1537: Priamo Da Lezze coglieva occasione dalle urgenze della guerra contro il Turco per far ottenere al figlio Giovanni, Conte di Santa Croce, il titolo di procuratore di S. Marco, mediante esborso di 14.000 ducati. Ser Giovanni giungeva così, appena trentunenne, ai vertici del mondo politico veneziano, senza dover sottostare all’abituale tirocinio nei reggimenti delle città dello Stato veneto. Per un quindicennio non avrebbe ricoperto alcuna carica politica né si sarebbe mosso da Venezia, lasciando all’unico fratello Andrea, e al padre, il compito di rappresentare la famiglia nel Maggior Consiglio ed in Senato.

Nella visita pastorale del vescovo a Noventa l’8 ottobre 1537, Croce non appariva più come ‘Cappella’ di Noventa. Il giorno dopo,9 ottobre 1537, ritiratosi forse per malattia don Aloysio Durante, fu nominato ‘Pievano’ di Croce padre Daniele De Marchis; suo cooperatore era un certo padre Battista.
[chiedere il documento a Don Primo]

Finalmente nel 1538 il vescovo Pisani, con qualche maneggio o compromesso, poté entrare a Treviso: ebbe un fastoso ingresso, molte facce accoglienti di chierici e laici; il 20 febbraio veniva eletto vescovo ausiliare di Treviso il nipote Giorgio Corner, quattordicenne (era nato a venezia il 26 febbraio 1524 nel grande palazzo di famiglia che dà su campo San Polo a Venezia). Giorgio Corner era nipote del conte palatino Giorgio Corner e della regina Caterina Cornaro.
Provvide lo stesso zio cardinale Francesco Pisani a consacrarlo personalmente.
Per il resto il Pisani non si sarebbe mai fermato a Treviso: (in data 20 febbraio si dimise dall’incarico?) tranne per tre o quattro comparsate di pochi giorni in occasione di viaggi a Venezia, fu sempre assente dalla diocesi di Treviso.

Nel 1543 ebbero termine i lavori della costruzione dell’Argine San Marco. Si provvide quindi a lavori aggiuntivi per lo scolo delle acque piovane che ristagnavano fra i due argini. Tuttavia il problema non era risolto: presso la Torre el Caligo il livello della laguna era assai più basso di quello della Piave, la quale scorreva duque pensile con pericolo di esondazioni.

La chiesa di Croce venne a trovarsi tra l’argine e il fiume come mostrano due mappe sottostanti, di poco successive.



Croce terra da sfruttare

Facilitate le comunicazioni con Venezia mediante il Canale Fossetta (scavato, ricordiamo, nel 1483), i patrizi veneziani cominciarono a costruire le loro ville nei dintorni: i Da Lezze (la cui villa in territorio fossaltino passò in seguito alla contessa Elena Prina di Breganze), i Da Mula (la cui villa passò poi ai Contarini), gli Alberti, i Gradenigo, i Pisani (la cui villa passò ai Varisco), i Bragadin (la cui villa passò poi ai Crico), fecero a gara a costruirsi le loro ville nei campi migliori della zona di Croce, del musilese e del fossaltino. E in seguito si aggiunsero i Trentin, i Borin, le Ferrari...
La Gastaldia fu ritenuta campo di conquista e di dissanguamento da parte dei nobili speculatori, i quali, specifica il Chimenton, sempre pronto a far la morale a tutti, “si mostrarono preoccupati unicamente di aumentare i loro capitali e a guazzare nei salotti veneziani, in quel lusso che doveva preannunciare la caduta ignominiosa di una repubblica che un giorno forte e maschia, faceva tremare l’Oriente e si imponeva all’Europa intera”.

L’assenza di una autorità propria locale contribuiva a determinare una recrudescenza di reati con violazioni alle proprietà private. I provvedimenti del Senato rimanevano sovente lettera morta. Lo dimostra, fra tanti, il seguente decreto del 20 settembre 1545 con il quale si proibiva ai barcaioli del traghetto presso la Fossetta «di dar posto nel proprio natante a viaggiatori armati di schioppi da rota da tre quarte et balestrine piccole, d’aste et altri schioppi et archibugi».
[Chimenton, op. cit., pag. 40+]

Il 13 dicembre si apriva a Bologna il grande Concilio voluto da papa Paolo III con lo scopo di estirpare l’eresia diffusa da Martin Lutero e iniziata con la ‘protesta’ contro le indulgenze concesse dal Papa a chi contribuisse per la costruzione della basilica di San Pietro a Roma. In seguito il Concilio sarebbe stato trasferito a Trento ma avrebbe avuto una vicenda tormentata.

Se la Chiesa cercava di porre rimedio alla rilassatezza dei propri costumi, il Dogado era alle prese coi problemi causati dal Piave nel suo tratto terminale. L’Argine S. Marco era completato da quattro anni e il Piave (ir)rompeva di nuovo nella gastaldia di Croce.
All’Archivio di Stato di Venezia, nel fondo intitolato “Archivio Gradenigo rio Marin”, c’è una lettera indirizzata a Marco Foscari, in data 20 ottobre 1547: oggetto dello scritto è la gastaldia di Croce di Piave.

Illustre signor padrone,
vi mando sei botti di vino, più altri generi, con una botticella speciale per voi. Qui c’è di nuovo che il Piave ha rotto gli argini realizzati qualche anno fa, è tracimato a Fossalta e ha riversato le torbide in laguna. Le acque sono giunte fino alle stalle del bestiame, tuttavia - data la stagione, con le campagne a riposo - non possiamo lamentare troppi danni. Però bisogna rifare le difese, ricorrendo al Collegio delle Acque e facendo presente che ne va di mezzo anche la laguna nord. Occorre che i Savi nominino un perito, ma che sia della zona, altrimenti non saprà agire con la dovuta efficacia. Se poi io potessi ottenere la facoltà di costringere i contadini qui intorno a lavorare al rifacimento degli argini, son sicuro che rimedierei ad ogni cosa, e son disposto anche a farlo gratis, perché altrimenti andremo tutti in rovina. Se vostro figlio Pietro è a Venezia, sarebbe bene che i Savi alle Acque dessero a lui l’'incarico di sovraintendere ai lavori. Soprattutto, è necessario che Vostra Magnificenza si faccia carico del’impresa, perché è l’unico fra i proprietari interessati che sappia come si devono eseguire queste opere, tanto più che nessun altro fattore avrà informato dettagliatamente ed efficacemente il suo padrone come ho fatto io.

Aluvise C. a + Vestrae magnificentiae


[La lettera sopra e il pezzo sotto sono ricavati da una pubblicazione di Giuseppe Gullino]

Chi è lo scrivente? Il tono della lettera, che talvolta sembra eccedere i limiti della deferenza normalmente dovuta a uno dei più influenti senatori della Repubblica, e la presenza in essa di alcuni avverbi latini, tipici del linguaggio giuridico, inducono a pensare che l’autore possa essere persona non incondita: forse Alvise Cornaro? Questo perché anche lui usava firmarsi Aluvise, e poi per il fatto che il Cornaro era interessato alla gastaldia (ma a cosa non era interessato?); della gastaldia insomma si occupava - almeno indirettamente - dal 1537, anno del matrimonio dell’unica sua figlia, Chiara, con Giovanni Corner Piscopia, che era uno dei comproprietari. Però i controlli grafici non lasciano dubbi: il mittente è un pesce piccolo, tale Alvise Castaldo/Castaldello (Gastaldo/Gastaldello), da Croce, fattore dei Foscari: oscuro personaggio che però godeva del non trascurabile salario di d. 50 all’anno e, a quanto pare, sapeva rivolgersi in termini inusuali al suo potente padrone.
La lettera fa anche intendere che l’intervento dello Stato, nella regolamentazione dell’ultimo tratto del fiume, era ostacolato da un duro contenzioso che opponeva i compatroni della gastaldia ai finitimi proprietari del Dogado.
La lettera del fattore accennava a due diversi problemi: da un lato si trattava di contenere le ricorrenti escrescenze del Piave, dall’altro di regolare il contenzioso che opponeva i proprietari della gastaldia a quelli del Dogado, dal momento che non sempre gli interventi idraulici effettuati nei bacini fluviali collimavano con gli interessi delle proprietà inferiori, quelle cioè situate a valle. L’annosa vertenza è ampiamente documentata negli archivi di due magistrature veneziane: i Giudici del forestier, ai quali sogliono appellarsi i proprietari del Dogado, e gli Ufficiali alle Rason Vecchie, cui ricorrono i compatroni della gastaldia.
Cosa fece il nostro Marco Foscari, di fronte alle puntuali sollecitazioni del suo fattore? Non si sa: si può arguire che, dietro la copertura del padrone (il quale è Savio del Consiglio), l’Alvise dovesse essersi messo all’opera, anche perché pare non aspettasse altro; senonché il 4 aprile 1548 gli affittuali del Dogado ottennero dall’ufficio del Forestier “di far certo cognito, over comandamento a ser Aluvise Gastaldello, fattor del clarissimo messer Marco Foscari, uno delli ditti consorti”, allo scopo di bloccarne le iniziative. Qualche settimana più tardi (23 maggio ’48) le Rason Vecchie – evidentemente sollecitate dal Foscari, subito passato al contrattacco - intimarono ai giudici del Forestier (e al podestà di Treviso) di non ingerirsi in una vertenza in cui esse rivendicavano l’esclusiva competenza. Finì dunque per spuntarla l’accoppiata Foscari-Gastaldello: il 22 giugno e il 20 agosto 1549 gli ufficiali alle Rason Vecchie respinsero definitivamente le “pretese” degli affittuali del Dogado. Tuttavia fu vittoria parziale, di uomini contro uomini; quella vera, contro le acque del Piave, sarebbe stata questione di molti anni, addirittura di secoli; sicché i nostri personaggi non ne avrebbero visto la conclusione, neppure parziale: Marco Foscari morì di lì a poco, il 27 febbraio 1551.
Da documenti come quello sopra capiamo che la Repubblica di Venezia aveva cominciato ad affrontare, almeno a livello progettuale, il problema della diversione del basso corso del fiume; l’azione si sarebbe concretata in una articolata sequenza di interventi di ingegneria idraulica mirati a ridisegnare la geografia fluviale esistente e a tutelare la laguna dai naturali processi involutivi denunciati dai fenomeni di impaludamento. Uno dei progetti che cominciarono ad essere discussi in quegli anni è quello dell’escavazione del “taglio” che avrebbe deviato l’acqua del fiume, a partire da Chiesanuova, attraverso la campagna jesolana (Passerella, Ca’ Pirami) fino a Cortellazzo, convogliando parte delle acque nella Cava Zuccherina e, attraverso questa, al mare. Per la spesa, tale taglio sarebbe stato chiamato “del Re”.


Ma torniamo a Croce. Che in quegli anni (1549) vi esercitasse la sua professione un “notaro publico” lo rivela il seguente “infrascripto”, un’appendice a un testamento che ser Bortolo di Marbasi, di professione tessitore, sentiva di dover aggiungere al testamento stilato due o tre anni prima, avendo egli sentore che la nuora Zana se ne sarebbe andata di casa; chissà qual era la “notizia del giorno”.

Questo infrascripto sit uno codicilo fato over ordinato per [=da] Ser Bortolo di Marbasi da Zenzon de Piave: scripto par [=da] mi nodaro infrascripto: ordinando per [esso medesimo] [= ordinato da lui medesimo] drio lo anno scripto suo Testamento

1548 Indizione VI adi 7 zenaro fato in Crose de Piave territorio de Treviso in casa de Ser Bortholo Tessadore : havendo ali zorni passati et mesi Ser Bortholo di Marbasi da Zenson fato el suo Testamento scripto per mano de mi nodaro infrascritto come apar in quello, ha deliberato anchora  al primo voller correzer et Codicillar, perché la notizia del horno [=giorno] camina fino ala mura et è murabile, per tanto (h)a fato chiamar io nodaro infrascripto et mi ha pregato volergli scrivere questa sua richiesta e correzione: prima (h)a fato nel suo Testamento che la Zana sua nora alora mogier de anulo fio del dito Tessadore, vollindo […]diare et vignir a star in casa cum li heredi del Tessadore essendo dona daben che la debia hauer tuto el tempo de la vita sua el suo viver ad cressare et non altro: per tanto per questo codicillo la cassa et sua roba et volle che mai ni [=né] ella ni suj heredi possino hauer mertiti [=vantar crediti] da la familia del dito Ser Bortholo salvo per roba laqualdita Zana porta fuora della casa del dito Ser Bortholo in lo sagundo [=secondo] matrimonio: Item el simal ordena che sia della Benedeta sua nora la qual al presente è mogier de Ser Tita di Liberali          mai non possino hauer cossa alguna de la familia de Ser Bortholo Tessadore: ni maturando del qual che al pretor predetto di Toni suo fio fu del Michiel: Infrascripto ordena che quello sia messo in lo Testamento lasiando copia ali sui heredi over           solum in quella parte che li aspetta: presenti Iuba fio de Ser Zuanne de Romanziol de Tarviso, et Domenego fio del Zamarhio Ferlato
tuti habitanti a Crose de Piave.

Et in pro Baptista di Boni nodaro publico in Crose de Piave.


Si ricordi che il calendario della Repubblica Veneta cominciava il I di marzo, e pertanto, secondo i nostri conteggi, lo scritto sopra fu redatto nel gennaio 1549.
Che cos’è invece l’indizione, parte della Data nei documenti medievali? Essa indica l’anno all’interno di un ciclo quindicennale, i cui anni sono numerati progressivamente da 1 a 15 e a conclusione del quale il conto riprende da 1.
Probabilmente tale computo ebbe origine in Egitto dove ogni cinque anni, a causa delle piene del Nilo, si “indiceva” un censimento fiscale. Con il IV secolo d.C. il computo si estese a tutto l’Impero Romano, ma la durata passò a quindici anni; l’Indizione fu inizialmente segnata solo in documenti di carattere fiscale, poi per volontà dell’Imperatore Costantino I fu adottata dal 313 d.C. come elemento cronologico di tutti i documenti. Nel VI secolo Giustiniano fissò l’indicazione dell'anno indizionale nelle norme del Corpus Iuris Civilis relative alla confezione dei documenti; pertanto l’uso restò in tutto il Medioevo, anzi, per l’alto Medioevo, risulta essere uno dei criteri di datazione più certi in rapporto alla progressiva perdita di funzionalità di altri computi come gli "Anni del Consolato" ed alla varietà del calendario cristiano.
L’anno indizionale si può calcolare sommando 3 all’anno di cui si vuole sapere l’indizione, dividendo poi il tutto per 15: l’ultimo resto prima dei decimali sarà l’Indizione; se il resto è 0 l’ndizione sarà la XV.

Un prete manesco

Nel 1552 tornò come rettore della chiesa di Croce don Aloysio (Luigi) Durante; suo coadiutore era padre Giovanni Solario, detto Princival, un tipo un po’ manesco, a carico del quale abbiamo, ahimè per lui, una denuncia per aggressione.

TRADUZIONE

1552, Decima Indizione, il 2 di agosto
presentatosi di persona a Treviso nella Cancelleria Episcopale, Battista del fu Pietro detto “figliastro”, Grusaro della villa Campi Sancti Boni Plavis, denunciò e querelò all’ufficio della Curia predetta il prete Giovanni detto Princival sostituto nella Chiesa di Croce della diocesi Tarvisina.
Da lui [veniamo a sapere] che domenica scorsa, dopo pranzo, mentre il detto accusatore si trovava in Villa Lampolis nel [..?..] del padrone [..?..] di Santi Giovanni e Paolo veneziani ad una festa che era lì. A tale festa egli era stato invitato insieme con le sue donne.
Lì giunse per la festa anche lo stesso prete querelato e vedendo che il Battista era lì a festeggiare e non stava menando i cavalli, gli disse: «Andate fuori!». Poiché egli aveva risposto al prete «Andarò adesso…», l’accusato, impaziente per l’attesa, cominciò a spingere via dalla festa il querelante. Il Battista disse al prete: «Voi sete troppo fastidioso»; a tali offese il querelato disse: «Io son fastidioso e son bon di far questioni, e di dare delle botte…» E subito colpì il querelante con un pugno in faccia ferendolo (lacerandogli la pelle) e facendogli perdere sangue. E non contento di sé, improvvisamente gli torse dietro la schiena il braccio che il Battista aveva sciolto lungo il fianco, e lo tenne a lungo così, di tanto in tanto torcendogli la testa; e lo avrebbe conciato male e forse anche ammazzato se qualcuno degli astanti non si fosse messo di mezzo e non lo avesse fatto desistere.
. . . . . nel disprezzo dell’ordine sacerdotale, il detto prete Giovanni è solito commettere non solo atti simili ma anche di molto più scandalosi. a tal punto che da tutti è (stato) ritenuto vizioso e scandaloso.
Perciò contro di lui – per l’accusa fatta dal Battista – ho stabilito che si procedesse, e ritenutolo colpevole, che lo si correggesse e punisse[..?..] affinché giustizia venisse fatta.

TRASCRIZIONE

1552 Indictione Xma die vero 2a augustj
Tarvisij in cancelleria episcopali personaliter constitutus Bapta quondam petri dictum figliastro Grusaro de villa campi Sancti boni plauis dennunciavit et querellavit officio curiae praedictae presbiterum Joannem dictum princival substitutum in Ecclesia villae crucis Tarvisinae dioceses,
Ex eo, ... die dominico proximo decurso post prandium dum dictus accusator reperiebatur in villa lampollj in cur... dominici di... coloni ... ven... fructum Santorum Joannes Pauli venetiarum super tripudio quod ibi fuibat. Ad quod invitatus fuerat una cum suis mulieribus. Eo venit ipse presbiter querellatus causa tripudiandi, et cum vidisset ipusm Baptistam sic stantem et choveas non ducentem Dixit eidem andé fuora. Cui presbitero cum ipse respondisset andarò adesso Ipse accusatus cepit impatiens moram expellere ipsum querellantem de dicto tripudio, qui Baptista Dixit eidem presbitero voi sete troppo fastidioso, ad quas ipse querellatus dixit io son fastidioso et son bon de far costion, et di dare delle botte. Et subinde percussit ipsum querellantem pugno super facie cum fractione cutis et sanguinis effusione. Nec sui contentus statim in...it manum in posterio..., quem ipse Baptista habebat ... accinen..., et ...agma ipsum extraxit, et cepit punctim admenare in ipsum querellantem, quem male tractasset, et fortasse interemisset nisi personae astantes sese interposuissent et ipsum detinuissent, comittens praedicto suum ordinem sacerdotalem, qui presbiter Joannes solitus est committere non solum similia verum et multo maiora scandala, Adeo, ut ab omnibus vixosus et scandolus deputatus est, unde contra ipsum ipse Baptista accusator insti... procedi, et culpae repertus currigi, et puniri, ... ut justitiae visum fuerit


VISITA PASTORALE DELL’11 DICEMBRE 1554

Con il vescovo cardinal Pisani che non si faceva vedere a Treviso, la visita alle parrocchie della diocesi fu affidata ai suffraganei Alessandro Orso e Gianfranco Verdura; fu probabilmente quest’ultimo, vescovo titolare di Chitone, a venire a Croce nel dicembre del 1554. Non sappiamo se il rettore don Aloysio Durante risultasse in parrocchia più presente o meno di trent’anni prima. Il giorno della visita era comunque assente; a ricevere il vescovo c’erano Giovanni Solario, il prete manesco, e il cappellano, don Ottavio. Titolare dello Juspatronato era Pietro Foscari.

Martedì 11 dicembre 1554

Il predetto Reverendo Domino Suffraganeo visitò la chiesa di Santa Croce di Piave, nella quale udita la Messa e fate le debite cerimonie, si portò al luogo del Corpo di Nostro Signore Gesù Cristo e, umilmente adoratolo, lo ripose nel tabernacolo di vetro; in proposito ordinò al prete Don Giovanni de Solario che avrebbe dovuto tenerlo in un tabernacolo d’avorio; poi (guardò?) gli Olii Santi nei vasetti di stagno, ispezionò il fonte battesimale in vasca di pietra tenuto sotto diligente custodia.
Quindi interrogò il cappellano Don Ottavio sul rettore di detta chiesa, e quegli rispose che era Don Aloysio Durante; e che il beneficio stesso è di diritto patronale di Pietro Foscari patrizio veneto; da ultimo, interrogato sulla vita e i costumi dei suoi parrocchiani “Rettamente” rispose, e similmente interrogato su quante sono le anime in detta Villa che assumono il sacramento dell’Eucarestia, rispose “230 all’incirca”.

Assunti come testimoni riguardo alla vita e i costumi del predetto cappellano sono i sottoscritti Andrea di Visiani e Gaspare Visentin, i quali deposero: “Rettamente”.

Inventario dei beni mobili della detta chiesa…
una croce di rame dorata;
un calice d’argento con patena simile; un altro calice con coppa d’argento e piede e patena tutte dorate;
2 messali vecchi;
2 camici con i loro … …;
3 pianete di diverso colore di cui una in damasco turchino;
3 palii di diverso genere;
un palio di cuoio con figure;
Candelabri in auricalco numero 8;
Candelabri di ferro numero 5;
Un vessillo di tela dorato con figure e i suoi … … ;
2 ceroferari dorati;
2 palii per defunti dei quali uno è di panno scarlatto con croce di velluto verde.

Die martis XImo mensis decembris 1554

Predictus Reverendus Dominus Suffraganeus visitavit Ecclesiam Sanctae Crucis Plavis in qua audita missa et factis debitis cerimonijs, adivit ad locum Corporis Domini Nostri Jesus Christi : quo, humiliter adorato ipso inmisit in tabernaculo cristalino . ideo … iuxit Domini presbiteri Joanni de Solario ut tenere ipsum debeat in tabernaculo iburneo; postea olea sancta in vasculis stamneis … (visitavit?), postremo fontem baptismalem in vasi lapideo inspexit . sub diligenti clausura observatum denique interrogatus octavius dominus capellanus de rectore dictae ecclesiae respondit esse dominum Aloysium durante et beneficium ipsum …e de jure patronatus domini petri Foscari pr… veneti; ultimo interrogatus de vita et moribus suorum parochianorum Rcte respondit, et similiter interrogatus quot animae sunt in dicta Villa eucharistiae sacramentum sumentes, respondit 230 in circa : :

Testes assumpti de vita et moribus predicti domini capellani, sunt infrascripti
Andrea de visianis
qui recte deposuerunt :
Gaspar vincentinus
quo ad computa

Inventarium Bonorum mobilum d … ecclesiae… siq…
Et p.. una crux ramea deaurata
Unus calix de argento cum patena similiter
Unus alius calix cum cupa argentea pede autem et patena omnia deaurata
Missalia duo vetera
Camisi duo cum suis f…l…mentis,
tres planete diversi generis quarum una est damasci turchini
palia tria diversi generis.
Palium unum de coreo deaurato cum figuris :
Candelabra d’auricalco numero /8/
Candelabra ferrea numero /5/
Unum vexillum de tela deauratum cum figuris et suis f…l…mentis,
Ceroferaria duo deaurata
Palia defunctorum duo quorum unum est de panno scarlatino cum cruce veluti viridis :

Fine resoconto visita pastorale del 1554
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Il 16 aprile 1555 c’era un nuovo fattore nella gastaldia di Croce a curare gli interessi dei Foscari: Gian Giacomo da Marostica.
[dall’articolo di Giuseppe Gullino]

Cambiavano i fattori nella gastaldia e continuava l’andirivieni di parroci; a volte di parroci nemmeno se ne trovavano, se è vero che il I settembre 1557 la parrocchia venne assegnata a padre Francesco Filomela da Aquileia, il quale aveva ricevuto fino allora solo gli ordini minori (nel 1553) e soltanto nel 1559 avrebbe ricevuto gli ordini maggiori, ordinato sacerdote dal vescovo diocesano Francesco Rossi. Padre Francesco restò poi parroco a Croce fino alla morte, che avverrà nel 1566. Viceparroco prima e cooperatore poi fu padre Francesco Martinelli.

1558: sistema dei fiumi nel disegno del Trivisan, nel volume di C. Sabbadino

Nel 1558 tenne a Croce una “missione” fra’ Claudio da Pisa. Trovò fiorente la “Scuola di San Matteo”. Che cos’era la “Scuola di San Matteo”? Le “scuole”, sempre intitolate a qualche santo, erano delle libere associazioni o confraternite che avevano il compito di curare un qualche aspetto della vita religiosa. Quella di san Matteo si occupava della sepoltura dei morti dei suoi associati. Poiché poteva accadere che non rimanesse nessuno della famiglia a dare onesta sepoltura alla propria salma, e poiché era cosa temuta essere sepolti senza ricevere un degno funerale, i fedeli iscritti pagavano la loro piccola quota annua e s’impegnavano a rendere dignitose le cerimonie funebri degli altri associati con la certezza che si poteva morire in pace e con la certezza che tutti gli estremi uffici sarebbero stati svolti con solennità e dedizione.

Per passare a un argomento più festaiolo, ricordiamo che la Sagra Paesana si teneva il giorno di San Marco.

Prende aìre la carriera di Giovanni Da Lezze

[da un articolo del Gullino]

Provveditore sopra i Ogli dal 15 ottobre 1557 al 14 ottobre dell’anno successivo e, per lo stesso periodo, provveditore sopra la Fabbrica del palazzo, il 25 gennaio 1561 Giovanni da Lezze fu nominato ambasciatore straordinario a Parigi, assieme al cavalier Marino Cavalli, in occasione dell’ascesa al trono del nuovo re di Francia, il giovanissimo Carlo IX. La missione, date le circostanze, era puramente rappresentativa e si risolse, tra maggio e giugno, in una serie di sontuose formalità. Ma intanto, l’anno successivo, Giovanni poteva ottenere, per il semestre dal 31 dicembre 1562 al 30 giugno 1561 l’elezione a savio del Consiglio, che gli era stata rifiutata due anni prima, forse anche a causa di invidie e rancori suscitati dal suo atteggiamento, non di rado improntato a superbia e prevaricazione. Ad una nuova ambasciata straordinaria, analoga alla precedente, venne chiamato il 23 gennaio 1563, allorché gli venne affidato, in unione con Michele Surian, l’incarico di presentare l’omaggio della Repubblica a Massimiliano, figlio dell’imperatore Ferdinando I, eletto re dei Romani.
Stavolta la missione non era priva di importanza, sia perché si trattava di una potenza direttamente confinante con i territori veneziani, sia perché presso il nuovo sovrano mancava una rappresentanza diplomatica della Serenissima. La relazione, letta in Senato nel luglio 1563, sottolinea soprattutto le direttive politiche che sembravano ispirare la condotta di Massimiliano verso gli altri sovrani, a cominciare da quello turco, “perché non teme niuna altra forza più che questa, la quale è tanto vicina, che li penetra sino nelle viscere”. Quanto agli Stati italiani, “poco stimati” appaiono i duchi di Savoia, di Urbino e Parma, ed anche “Sua Santità non è havuta in quella veneratione, et stima” che in precedenza gli professava l’imperatore, mentre, a causa dei comune pericolo ottomano, il re si dimostra “di buonissima mente, et molto inclinato a conservarsi amico della Serenità Vostra”. La soddisfazione per il successo della missione diviene poi palese compiacimento quando viene descritto l’ingresso ad Innsbruck, dove soggiornava l’imperatore, avvenuto con un seguito di settanta cavalli e sedici carri, “et fussimo veduti da tutta la Corte, et anco da Sua Maestà, la quale si fece ad uno balcone”. La carriera politica di Giovanni Da Lezze sembrò, allora, non conoscere ostacoli: provveditore sopra le Fortezze (luglio-settembre ’63), e alle Pompe (ottobre ’63-settembre ’64), provveditore sopra l’Armar (ottobre ’63 settembre ’64); poi savio del Consiglio (giugno-dicembre ’64)...

Abbandoniamo uno dei signori delle terre di Croce per seguire le vicende del signore della anime dei crocesi.

Giorgio Corner

Il vescovo trevigiano Giorgio Corner, eletto vescovo nel 1538 ma consacrato solo nel 1557, aveva avuto vari incarichi presso la curia romana e inizialmente aveva partecipato anche alle sedute del Concilio di Trento, seppur saltuariamente, per i suoi ricorrenti dolori artritici; fino a quando, nel 1561, venne nominato da Pio IV Nunzio apostolico nel Granducato di Toscana: su pressione di Cosimo I de’ Medici primo Granduca di Toscana, il 16 settembre 1562 fu inviato al Concilio di Trento con diritto di voto; avrebbe mantenuto, tuttavia, l’interim della nunziatura per altri tre anni.
Il Concilio di Trento era stato in realtà avviato a Bologna il 13 dicembre 1545 da papa Paolo III; quindi era stato trasferito a Trento, città imperiale esente dal controllo papale, per favorire la partecipazione dei protestanti, che non ci fu. Le richieste dei ‘protestanti’ trovarono invece accoglimento presso i prìncipi tedeschi che aspiravano all’indipendenza politica da Roma. La divisione dell’Europa in due sancì il definitivo sgretolamento del Sacro Romano Impero.
Il 14 dicembre 1562, contrariamente a quanto potrebbe far pensare la sua condotta appena descritta, il Corner votò a favore dell’obbligo di residenzialità dei vescovi nella diocesi cui erano a capo. Partecipò quindi ai lavori sui decreti riguardanti l’istituzione dei seminari diocesani e a quelli sul matrimonio. Fu anche assertore della maggior indipendenza dei vescovi diocesani rispetto alla Sede Apostolica negli atti di governo.

Finalmente, nel 1563 (3 dicembre), dopo diciotto anni di gestazione e varie interruzioni, il concilio di Trento si concluse .
A tirar le somme, non era stato un grande successo, ma aveva dato occasione alla Chiesa di definire la dottrina sui Sacramenti, in particolare sull’Eucaristia, di rivedere tutti i libri liturgici e di riaffermare l’autorità del papa. Perché le decisioni del Concilio non restassero lettera morta, i vescovi ricevettero l’ordine di vigilare sui seminari, sulle parrocchie e sulla vita cristiana dei fedeli.

Nell’ultima fase del Concilio Giorgio Corner si era fatto notare per la serietà, la moderazione, i saggi interventi: «Sa fare ogni cosa bene – affermava di lui il confratello Muzio Calini – e con dignità». Era divenuto amico di Carlo Borromeo, il cardinale più influente del Concilio. Terminato il Concilio, in seguito alla rinuncia da parte dello zio cardinal Pisani all’amministrazione della diocesi, e un breve soggiorno a Roma, il Corner il 12 settembre del 1564, in ottemperanza a quanto da lui stesso votato a Trento, prese possesso personalmente della Diocesi presso la Cattedrale di Treviso.
Non aveva una grande cultura teologica, ma era edotto su tutti i problemi di ordine ecclesiologico e pastorale dibattuti al Tridentino e sulle conclusioni ivi concordate. Giunto in diocesi indisse subito il primo sinodo per promulgare i canoni conciliari e farli accettare da tutti i suoi chierici obbligando tutti i beneficiati alla professione di fede e al giuramento di obbedienza al papa. Invitò i curati al dialogo, possibilmente mensile, con il proprio vescovo: un atteggiamento nuovo volto a introdurre uno stile nuovo di comunione.
Già nel 1565 diede inizio alla visita pastorale e riorganizzò le cariche di curia; oltre al sinodo diocesano del ’65, ne celebrò uno nel 1566 e uno nel 1567.
E per preparare una nuova generazione di sacerdoti volle istituire quanto prima il seminario, traducendo in atto i canoni tridentini. Diede l’incarico al canonico Giambattista Oliva di cercarvi un sacerdote e un luogo adatto. L’11 novembre 1566 istituì ufficialmente il seminario vescovile diocesano, inizialmente ospitato nelle canoniche della cattedrale.
Si sa che nel 1566 un gruppo di ragazzi già lo frequentava.

In data 8 giugno 1565 fu ordinato agli abitanti lungo il Piave di riparare gli argini che erano stati sistemati completamente nel 1550, di scavare i fossi e canali e l’alveo del Piave (Plateo).

Nel 1566, morto il sacerdote Francesco Filomela, le famiglie Foscari, da Lezze e Corner vantarono ciascuna il diritto di nomina del successore. La controversia si risolse l’11 novembre con una transazione che mise d’accordo i contendenti (e che verrà citata nel 1762 in seguito ad altra controversia:

Il Ius patronato dell’elezione del Rettore nella Veneranda Chiesa Parrocchiale di Santa Croce in villa di Croce di Piave e il modo con cui abbia ad esercitarsi chiaramente si veda fissato con la transazione 11 novembre 1566 seguita tra li nunc quondam NN. HH. S. Andrea da Lezze, S. Piero Foscari e Ser Francesco Corner cadauno per le loro respettive rappresentanze).

Da tale documento arguiamo che era il primogenito di Giovanni, Andrea, nato nel 1527, e il primogenito di Marco, Pietro, ad occuparsi della Gastaldia di Croce, e che alle due famiglie si era affiancata la famiglia Corner.

Quali sono le notizie che si hanno su Pietro Foscari?

[Da un articolo di Giuseppe Gullino]
Pietro Foscari era nato a Venezia il 21 luglio 1517 da Marco di Giovanni, del ramo a S. Simeon Piccolo, e da Orsa Cappello di Filippo.
Del padre (abile, colto, ricco, dal tratto naturalmente superbo) abbiamo detto sopra. Fu lui a procurare il matrimonio del figlio, appena diciassettenne (29 agosto 1534), con la giovanissima Elena Grimani, figlia del patriarca di Aquileia (e in precedenza procuratore) Marco. Naturalmente un tal legame accrebbe le già notevoli ricchezze dei Foscari: Elena infatti non solo portò in dote 18.000 ducati, ma anche numerosi e cospicui vantaggi legati alla posizione del padre, come la procura generale rilasciata da questo al genero il 15 settembre 1541.
Con tutto ciò gli esordi di Pietro Foscari nel mondo della politica non furono brillanti né assidui, forse per le cure richieste dall'amministrazione patrimoniale, forse anche per il ruolo ricoperto dal padre che, sin quando era morto (nel 1551), aveva continuato a rappresentare la famiglia ai vertici dello Stato.
Pietro Foscari era stato camerlengo di Comun dall'11 gennaio 1545 al 10 maggio 1546, provveditore al Cottimo d'Alessandria dal 21 dic. 1547 al 20 apr. 1549; quindi, dopo un intervallo di quasi cinque anni, era diventato uno dei tre titolari ai Dieci uffici, dal 27 genn. 1555 al 17 maggio 1556; di lì a qualche mese, infine, accettava il saviato alle Decime, dove era rimasto per un anno, a partire dal 19 ott. 1556.
C'era stata quindi un'altra lunga latitanza dalla politica, essendo rivolti altrove i suoi interessi: tra la fine del 1560 e l'inizio del 1563 la morte della moglie e di un fratello vescovo avevano riunito infatti nelle sue mani ingenti capitali, con i quali nel novembre 1560 aveva provvisto ad accasare il figlio Girolamo con Chiara Mocenigo (in seguito accaserà la figlia Orsa, nel 1570, col futuro procuratore Barbon Morosini, e Bianca a Marcantonio Priuli, nel 1573).

Il giuspatrono Pietro Foscari, titolare del diritto di nomina che gli giungeva non direttamente da Marco Foscari suo padre ma, come spiega il documento sotto, per parte di madre, Elena Grimani, figlia d’una figlia di Francesco Foscari il grande doge, presentò a Biagio Guillermo, archivista e canonico vescovile, facente funzioni del vescovo, il padre Domenico Andriggi, detto ‘Torta’. Era il 15 novembre 1566.

[riportare il documento e tradurlo]

La cosa andò però per le lunghe e solo il I febbraio 1567 (e si deve intendere 1568), ovvero quindici mesi dopo, egli prese possesso della parrocchia; e dapprima come vicario, ché figura come rettore solo cinque mesi dopo, a partire dal 23 luglio 1568. Come i suoi predecessori il Torta se ne rimaneva sovente a Venezia, da Venezia in sua sostituzione giungeva padre Camillo Canali.

[documento assai rognoso da decifrare]

Gli effetti del Concilio tridentino cominciavano a farsi sentire: fin dal suo ingresso in diocesi il vescovo Corner aveva costituito una commissione per sottoporre i parroci della diocesi a un esame di sufficienza in ordine alla cura animarum. Su 455, molti furono ammessi per diversi titoli, un’ottantina fu abilitata in quella circostanza, alcuni vennero rimandati perché troppo giovani, nove furono respinti perché inabili. Fra tutti, 150 risultarono extradiocesani (il Torta), 110 non residenti (il Torta!), 200 vennero interrogati de ancilla suspecta, sospettati cioè di avere una donna.

L’attenzione che il vescovo Corner pose sul clero non gli fece trascurare il laicato. Girando per le parrocchie egli voleva una partecipazione devota della messa, chiedeva una decorosa custodia del Santissimo sull’altare maggiore, l’esercizio delle 40 ore, una solenne processione nella Festa del Corpus Domini, la Scuola del Santissimo in ogni parrocchia. Inculcava sempre e dovunque la necessità del catechismo “ai putti”, facendo recapitare qua e là copie del suo “libretto” allo scopo di presentare ai ragazzi con facilità i misteri della fede.

Alcune precisazioni: la Scuola del SS. Sacramento era un sodalizio laicale che s’era diffuso in Italia dopo il miracolo di Bolsena: si dedicava alla cura dell’altare relativo, curava di organizzare la processione nella festa del Corpus Domini, di onorare il antissimo quando veniva portato quando veniva portato agli infermi e in molteplici altre occasioni. In cattedrale a Treviso era stata istituito nel 1496 a opera del vescovo Nicolò Franco. A Croce la troveremo in occasione della

VISITA PASTORALE DEL 1568

Il I settembre del 1568 il vescovo Giorgio Corner giunse in visita pastorale a Croce.

[chiedere a don Primo l’originale]

Ea die (13 settembre 1568)
Visitò poi la Chiesa di Santa Croce in villa Croce di Piave: entrato, fatta l’orazione e ascoltata la Messa, si portò a visitare il Sacratissimo Sacramento dell’Eucaristia il quale è riposto all’altare maggiore nel tabernacolo di legno dorato e decentemente ornato in un vaso di legno dorato e sotto buona chiusura. Parimenti (vide) l’olio santo degli infermi in sagrestia in un vecchio armadio senza chiusura e nello stesso luogo gli altri oli santi in vasi rustici in cassetta di cipresso. Poi il fonte battesimale di marmo con l’acqua battesimale in un altare senza chiusura e nello stesso luogo l’olio santo dei bambini e il sacro crisma in vasetti di auricalco [= bronzo]. Poi lo stesso Vescovo si sedette a mensa.

Inventario: Un calice in argento con la sua patena in una cassa di cuoio; un altro calice con coppa d’argento con piede e con patena di rame dorato; una croce di rame dorata e due corporali da calice; un vaso di vetro con reliquie posto dove è il Santissimo; un fazzoletto di cremisi sopra il tabernacolo; due messali nuovi; un camice con i quadretti in damasco dorato; una pianeta di raso rosacea con la croce di damasco dorata; due croci di legno dipinte dorate; 14 tovaglie da altare; un turibolo in lamiera; un messale vecchio; due paramenti con i camici e stole; un antipetto da altare con cuore d’oro e con figure; un ferale da Santissimo; una pietà; un lampadario; 12 candelieri in ferro; una ombella di raso cremisino; un vecchio gonfalone di buona tela con figure; un bacile di rame per acqua santa.

Quindi il vescovo interrogò il da poco rettore della parrocchia, il presbitero Domenico de Andriggi detto Torta:

“Il titolo della Chiesa è Santa Croce, è Chiesa curata e ha il nome di Pieve; non ha chiese campestri sotto di sé, né cappelle, né oratori, né cosa alcuna. lo sono rettore di questa Chiesa e l’ebbi per morte del rev.do Filomella dal Vescovo di Treviso su presentazione dei patroni Foscari e da coloro cui spetta il diritto di presentazione. Questa chiesa ha di proprio una chiesura di due campi circa ed ha anche il quartese, dai quali campi non ho cosa alcuna per la ruina della Piave e quanto al quartese l’anno passato ho scosso 13 staia di frumento e quest’anno 20 e questo avviene per la ruina della Piave: miglio 9 staia; sorgo 24; vari ortaggi 4; biada da cavai 3; vino botti 6. Codesta chiesa non ha beni di fabbrica, né cosa alcuna. Provvedo a mie spese all’illuminazione del Santissimo; altre cose si comprano con le elemosine. Vi sono circa 250 anime da comunione. Vi è un legato all’altare della Madonna che io possiedo con l’obbligo di celebrare una Messa alla settimana (avuto) da Giovanni Gastaldello osto in Fossalta di lire 24, che io celebro ogni settimana per le intenzioni del testatore. Vi sono 2 Scuole: una del SS.mo Sacramento e l’altra di San Matthio che non hanno nulla di proprio, ma il tutto si fa con le elemosine. Nella festa di San Matthio fanno dire alcune Messe e si fanno con elemosine: I Massari di anno in anno rendono conto delle elemosine che amministrano bene”.

Interrogazione dei testi. Il signor Matteo fu Innocente così rispose:

“Il rettore è persona da ben, ma non sta qui e lascia la cura delle anime a un altro sacerdote giovane di cui non so il nome, ma è un giovane da ben e ha in casa sua una vecchietta che non dà scandalo alla villa (= al paese)”

Poi fu la volta di Bernardo Buscarollo fu Andrea, da Meolo, ma ora abitante in villa:

“Quando prese il beneficio non sta qui alla residenza, ma sta in Venezia; e viene qui spesse volte e dice la Messa, ma viene un cappellano e ha nome Padre Camillo da Venezia a dire Messa e amministrare i Sacramenti; in casa tiene una vecchietta che è la sua governante”.

Infine ebbe luogo l’interrogazione del cappellano presbitero Camillo de Canali di Venezia:

“Sono stato presentato dai Foscari e possono essere 6 mesi, ma io non sono stato fermo, ed io son qui da quando il rettore è andato a star via ma non so dove il stia, e mi menò qui perché sua madre stava mal alla morte e anche la sua amada (=governante) a se fece mal sulla scala e morì. Ho in casa mia una amada che me governa, ne manco ho licenza di esercitare la cura delle anime ma ho confessato e esercitato la cura delle anime, e possono essere in questa parrocchia 200 anime da comunione”.

Questi gli ordini che diede il vescovo:

“Avendo noi Giorgio Corner per grazia di Dio e della Santa Sede Apostolica Vescovo di Treviso visitato questa Chiesa di Santa Croce della villa di Croce e osservato molte cose che hanno bisogno di provvisione e principalmente intorno ai Santissimi Sacramenti, perciò ordiniamo le cose da farsi:
1. Che il Santissimo Sacramento del Corpo di Cristo sia posto in un vaso di argento ovvero in un vaso di rame dorato perché non sta bene in quel vaso di legno dove al presente s’attrova.
2. Che si faccia una pila di pietra per il Sacramento del Santo Battesimo il quale sia posto nella chiesa a man stanca (=a sinistra) e entrar dentro dalla porta grande non essendo conveniente che questo Sacramento che è porta di nostra salute sia tenuto in quello altare dove l’habbiamo ritrovato e si tegni sotto diligente serratura e coperto.
3. Che li Olii Santi siano posti in una casselletta di legno in vasi di stagno in simile forma alle medesime costruzioni e sia fatto un foro in chiesa nel muro dove meglio parerà al rettore tenendogli con diligente custodia, nel qual loco anco siano poste il tabernacolo con le reliquie.
4. Che sia acconciato li vetri della chiesa acciò gli uccelli non possino entrare in essa e che in sagrestia sia fatto un lavello per buttar le lavature delle cose sacre e lavar le mani su detto loco e che sia tenuta la chiesa netta dalle brutture.
5. Che questi miei ordini siano letti domenica prossima ventura in chiesa a intelligenzia del popolo per il rettore, il quale esortiamo insieme con tutto esso popolo subietto alla chiesa sopraddetta e si voglia a gloria di Dio e a beneficio delle anime loro agiutar con le sue pie elemosine perché siano fatte tutte queste cose che abbiamo di sopra narrato facendogli noi certi che riceveranno il premio in Cielo per tali e altre sue buone opere e ciò si faccia quanto prima”.

Fine resoconto visita pastorale del 1568
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A Croce vivevano dunque 200 anime da comunione. Due anni dopo, nel 1570, a Musile le anime da comunione saranno 150 [W. Dorigo, p. 309]. Lo scambio dei numeri sanciva che il sorpasso demografico era dunque avvenuto.

Nel 1570 il vescovo Giorgio Corner si ritirava a Venezia per motivi di salute, inizialmente per brevi periodi.

I giorni che vanno dal 5 al 14 ottobre 1572 mancarono per volere di papa Gregorio XIII Boncompagni che intese così recuperare il ritardo accumulato dalla riforma di Giulio Cesare: un bisestile ogni quattro anni era troppo; d’ora in poi degli anni multipli di 100 solo i multipli di 400 lo sarebbero stati ancora.

Nel 1573 Pietro Foscari era impegnato in operazioni di bonifica nella sua gastaldia di Croce.

Nel 1573 alla Fossetta, in prossimità della “catena” che interrompeva il passaggio dei barcaroli sulla Fossetta, furono murate le seguenti lapidi sul muro dell’agenzia dei Da Lezze (in futuro Agenzia Prina-Scarpa)

La peste infestava il trevigiano e nel 1577 a Venezia andò a fuoco il Palazzo Ducale: fu una disgrazia per i Veneziani, ma per i fedeli della diocesi di Treviso quell’anno costituì perdita maggiore quella del vescovo Giorgio Corner che si dimise per malattia e si ritirò definitivamente a Venezia (e poco dopo sarebbe morto, in concetto di santità, dopo tredici anni di attività intensa nonostante le sofferenze fisiche) dopo aver ottenuto che il successore alla guida della Cattedra di san Liberale fosse il nipote Francesco Corner, che dunque il 29 novembre 1577 fu eletto vescovo di Treviso.

Francesco Corner, nuovo vescovo

Sulla trentina, culturalmente preparato, specchio dello zio che spesso aveva avvicinato a Venezia e a Treviso assimilandone lo spirito e la volontà di riforma, Francesco era nato a Venezia nel 1547 e s’era laureato presso l’università degli Studi di Padova in utroque iure nel 1571, subito dopo aveva ottenuto dopo la commenda dell’abbazia di Santa Bona di Vidor, già stabilmente giuspatronato dei Corner.
Avrebbe presso possesso canonico della cattedra vescovile di Treviso l’8 febbraio 1578 per procura; vi entrò modestamente, in forma privata, nel marzo 1578, e subito si attirò la simpatia e la benevolenza sia del clero sia del popolo per le sue qualità umane e sacerdotali.
Si sarebbe adoperato anche con contribuzioni dal vasto patrimonio personale al mantenimento del seminario vescovile, istituito pochi anni prima dallo zio predecessore e che ancora stentava dal punto di vista dell’autonomia economica.
Allo stesso tempo, si sarebbe adoperato energicamente per risollevare le sorti della città, debilitata dal morbo della peste, che aveva avuto la sua ondata maggiore tra il 1575 e il 1577.

1578: Giovanni Da Lezze sfiora il colpaccio

Abbiamo abbandonato Giovanni da Lezze a metà della sua straordinaria carriera. Riprendiamola: ancora provveditore sopra le Fortezze (aprile ’65-marzo ’66) e sopra l’Armar (dicembre ’66-settembre ’67), quindi savio del Consiglio (giugno-dicembre ’67 e novembre-dicembre ’68), provveditore sopra i Confini (gennaio ’68-gennaio ’69) e all’Arsenale (maggio ’69-marzo ’70), dove ebbe modo di distinguersi nel porre riparo al rovinoso incendio scoppiatovi il 13 sett. 1569.
Forse per l’energia e la capacità organizzativa dimostrate in tale drammatica circostanza, il 17 marzo 1570 gli era conferito l’incarico di provveditore generale in Dalmazia.
La guerra di Cipro era ormai nell’aria, e nei dispositivi preventivati dalla Repubblica la difesa della costa dalmata rivestiva un ruolo di primo piano. Tuttavia, neppure con l’arrivo del D. la sparuta cavalleria veneziana riuscì a contrastare le scorrerie dei Turchi, e il Consiglio dei dieci inviò a Zara Giustiniano Giustinian che accusò il D. “di negligenza, dapocagine, avaritia ... per il mal successo di tutte le cose, et per la manifesta contesa, et inimicitia da lui esercitata con Giulio Savorgnan, antico et principal Condottiere della Signoria”. Difficile giudicare l’operato del provveditore, anche per l’esiguità del tempo in cui si espresse: già il 2 novembre di quello stesso 1570 veniva eletto a succedergli Giacomo Foscarini, il quale, però, si affrettò ad informare i Dieci che il Savorgnan “è dalli soldati universalmente mal veduto e odiato, e li capitani anche ... li portano poco amore”. Al processo che segui, il D. poté contare su amici potenti: il suo implacabile accusatore, Giustinian, fu inviato podestà a Treviso e sostituito. Si nominò una commissione per esaminare i documenti, confrontare le carte. Venne la giornata di Lepanto, a cancellare le diffidenze verso i responsabili dell’armata, a sopire tanti umori ostili verso gli esponenti delle “case vecchie”: l’istruttoria si risolse, nella seconda metà del ’73, in un breve dibattito a porte chiuse, nel quale, secondo la testimonianza del Tiepolo, il D. “per haversi molto ben giustificato, fu da tutti i voti assoluto, onde subito ritornò alli honori, et alla reputation Prima”.
Già nell’ottobre di quello stesso anno era infatti savio del Consiglio, e poi provveditore all’Arsenale (aprile ’74-marzo ’75); ancora savio del Consiglio per il periodo giugno-dicembre ’75, provveditore sopra l’Armar (aprile ’75-marzo ’76), conservatore delle Leggi (gennaio ’76-gennaio ’77). sopraprovveditore alla Sanità (novembre ’76-maggio ’77)., savio del Consiglio (dicembre ’76-giugno ’77), provveditore all'Arsenal (luglio ’77-marzo ’78); inoltre, fu sempre presente nel Consiglio dei dieci dal 1° ott. ’74.
Era ormai, indiscutibilmente, uno dei più potenti ed influenti rappresentanti della vita politica veneziana, e nel marzo 1578 poté concorrere al dogado con Nicolò Da Ponte.
Non riuscì, tuttavia, a evitare nuove pesanti accuse al proprio operato: il 19 nov. ’79 i revisori sopra le Procuratie (tra i quali era quel Giustinian che l’aveva fatto porre sotto processo, al tempo del generalato in Dalmazia) non esitarono a denunciare gravi malversazioni nella sua amministrazione, per aver egli “indebitamente contra la forma delle leggi, et in grave danno della sua Procuratia” stornato a privati “grande et notabile summa di denaro”. Sospeso da ogni ufficio sinché non avesse reintegrato la cassa morì improvvisamente il 9 marzo 1580.
Lo ricordano una lapide ed un busto, nella tomba di famiglia da lui fatta costruire nella chiesa dei crociferi (ora S. Maria Assunta dei gesuiti).

Il Taglio del Re

Le disgrazie per coloro che abitavano sulla destra Piave, in particolare verso la foce, continuavano: l’argine San Marco si era rivelato insufficiente, più volte vi erano state delle inondazioni negli anni precedenti. Nel 1579 si pose mano allo scavo del canale detto Taglio di Re, detto anche Taia de Re, Tagliata Regum, Taiada Regis, Taiata Maiore. Ma nonostante i tanti nomi l’opera sarà abbandonata prima della ultimazione, in quanto manifestamente inadeguata a eliminare il pericolo di tracimazioni.

Per una trattazione completa dell’argomento vedi
CARLO DARIOL - Storia di Croce Vol. I - IL PAESE DELL'INVENZIONE
dalle origini all’arrivo di Don Natale (1897), Edizioni del Cubo

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