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HISTORIA de CROSE
dal 1898 al 1908



Infanzia e miseria di un paroco


Lunedì 24 dicembre 1866, a Sdràussina di Gorizia (appena oltre il fiume Isonzo, 150 km a est di Croce) nei territori che un giorno sarebbero diventati italiani ma che allora dipendevano dall’Austria, Maria Léban, moglie di Vincenzo Simionato, dava alla luce il suo secondo figlio, un maschio dopo la primogenita Francesca-Giuseppina nata due anni prima e così chiamata in onore dell’Imperatore; e poiché era la vigilia di Natale il nome da dare al piccolo fu quasi obbligato.

Vincenzio Simionato, originario di Mirano, allora Regno Lombardo-Veneto, per qualche ragione aveva trovato moglie in quel di Gorizia; forse aveva servito sotto le armi da quella parti.
La necessità e le incombenze di un difficile lavoro da mezzadri spinsero poi la famiglia a spostarsi a Piè di Monte, sempre vicino a Gorizia, dove nel 1871 nacque la terza figlia, seconda femmina, Anna, “Annetta”, che legherà la sua vita a quella del fratello.
Con tre figli e un impiego da mezzadri, la famiglia di Vincenzo e Maria non navigava nell’oro. La situazione economica non dovette migliorare negli anni successivi se alla quartogenita fu dato il nome di Speranza.


Albero genealogico completato con l’aiuto di Dirce Sforzin

Forse per qualche tempo la famiglia abitò a Codroipo, ma se è vero non ne sappiamo la ragione. Lì la sorella maggiore trovò marito ed ebbe i primi figli.
Dopo qualche anno Vincenzo e Maria, coi tre figli più piccoli, si trasferirono in Italia, nei pressi di Treviso, in cerca di lavoro.

Natale fin da piccolo dimostrò un’intelligenza viva e la tenacia degli slavi. Per farlo studiare, la famiglia, pur poverissima, decise di sobbarcarsi gli inimmaginabili (o ben immaginabili) sacrifici, e di mantenerlo agli studi nel seminario di Treviso. Chi pagò per permettere a Natale di studiare in seminario? Non sappiamo. Sappiamo che erano più d’uno i parroci di cognome Simionato in quegli anni in diocesi di Treviso, e questo ognuno lo legga come vuole. Lo aiutò qualche parente? Non sappiamo. Da parte sua Natale affrontò con testardo coraggio i disagi di un’esistenza povera e studiò con profitto. Molti anni dopo, alla domanda del sacrestano Berto Finotto: «Piovan, ma come àeo fat a studiar in quei ani de miseria e de povertà?», avrebbe risposto: «Andée in seminario a pìe scalzi parché non vée gnanca i soldi per comprarme ’i zòcoi… no digo le scarpe, ma gnanca ’i zòcoi».
Divenuto un giovanotto alto e forte, di carattere buono eppur deciso – come tutti coloro che la natura dota di un fisico notevole – sapeva essere soave e fermo. La sua era una religiosità ruspante ma sincera.
Il 12 giugno 1892, nella cattedrale di Treviso, Natale divenne “don”, cioè sacerdote, e fu inviato come cappellano a San Donà. Ebbe appena il tempo di “imparare il mestiere” che l’anno dopo si ritrovò come cappellano a Croce, in aiuto dell’anziano don Sebastiano Busnardo.
Croce era allora una parrocchia con poche case lungo la provinciale che, costeggiando per un lungo tratto la Fossetta e poi entrando in paese per finire sull’Argine San Marco, collegava Mestre a San Donà; per il resto era una grande estensione agricola nelle mani di alcune famiglie di origine veneziana o che ne avevano ereditato i possedimenti.


Pianta del Comune di Musile del 1999, il cui territorio si estende tra la Fossetta a ovest,
il Piave e la Piave Vecchia a est, le paludi al confine con la laguna a sud.
Il Comune era diviso nelle due parrocchie di Croce (segnata in giallo) e di Musile (il resto fino al fiume);
è messa in evidenza in giallo piu intenso la regione contesa dalla parrocchia di Musile a quella di Croce. Clicca sopra per ingrandire la mappa.

Nei due anni che rimase a fianco di don Busnardo, don Natale si fece amare dai crocesi per la sua energia e semplicità, e imparò come si reggeva una parrocchia. Nella stanze della canonica, don Sebastiano gli aveva di certo raccontato di come aveva trovato la parrocchia quando vi era giunto nel 1856; e di quanto aveva dovuto combattere per ottenere la canonica; e di quando le autorità civili avevano imposto ai parroci del Comune l’obbligo di utilizzare lo scomodissimo nuovo cimitero ai confini con Musile; gli aveva di sicuro raccontato di come, muovendosi tra i meandri dell’amministrazione prima asburgica e poi italiana, era riuscito a far costruire il cimitero non lontano dalla chiesa e in seguito a ottenere dal Comune la costruzione della canonica. E sicuramente il giovane prete dovette provare ammirazione per il vecchio parroco dalla scrittura di gallina ma dall’energia indomita.

Nel ’95 don Natale fu mandato come cappellano a Resana di Castelfranco e lì rimase per altri due anni; poi don Busnardo s’ammalò e in Curia decisero di far ritornare lo “slavo” a Croce come cooperatore. Vi ritornò il 18 marzo 1897. Le condizioni fisiche di don Busnardo s’erano di molto aggravate; il vecchio parroco durò ancora un mese, poi, il 23 aprile 1897, morì.

La popolazione s’immaginava che don Natale gli sarebbe succeduto automaticamente, ma questo non poté accadere in quanto egli era solamente cappellano e non vicario. A quei tempi le parrocchie si ottenevano per concorso, e nessun parroco aveva fatto in tempo a presentare domanda per il concorso del 26 aprile 1897, che difatti andò deserto.

Quelli di Musile ci provano

Nel periodo di vacanza della titolarità alcuni notabili di Musile cercarono di ingrandire la loro parrocchia a spese di quella di Croce suggerendo al vescovo di Treviso, monsignor Apollonio, di scorporare una vasta zona di terreni da poco bonificati – quella che andava sotto il nome di “Case bianche” – colla motivazione che era più vicina alla chiesa di Musile che a quella di Croce. Per ragioni spirituali ovviamente.

A Sua Eccellenza Reverendissimo
Monsignore Giuseppe Appollonio
Vescovo di Treviso

Il Comune di Musile, con abitanti 3261 e colla superficie di Ettari 4388, è diviso in due parrocchie, quella di Musile che è il capoluogo; sede del Municipio, del Giudice Conciliatore, dell’Amministrazioni Consorziali; e quella di Croce. La tinta rossa, nell’unita Topografia, segna la prima, e la tinta verde, la seconda Parrocchia; e dal prospetto emarginato in quella carta si rileva quanti abitanti, qual superficie, e qual reddito abbia l’una e l’altra delle due Cure, notando che lo straordinario aumento del reddito di Croce, provenne dalla bonifica di 1200 Ettari di terreno, che prima erano paludivi, avvenuta per mezzo di asciugamento meccanico, e che la popolazione per conseguenza va ivi sempre aumentando, mentre lo scarso reddito del beneficio di Musile e la sua popolazione, non si sono accresciuti, né possono accrescersi in avvenire, giacché le paludi che sono sotto la sua giurisdizione non sono bonificabili.

Si aggiunge anche il fatto che la Parrocchia di Croce è assai più concentrata, ha due sacerdoti, mentre quella di Musile, la quale si estende per lunga striscia abitata, fino ai confini di Burano, con una percorrenza di oltre 12 chilometri, ha un solo sacerdote, il quale deve prestarsi anche al servizio della Chiesa di Caposile, dove esiste una Mansioneria e dove perciò deve celebrare la messa festiva, dopo aver celebrato, a Musile, la parrocchiale.

E finalmente non è ignoto all’Eccellenza Vostra come la Congregazione di Carità di Musile sia dotatta [sic] di un patrimonio, che ormai raggiunge la somma capitale di oltre &. 8000, i cui frutti, per legati di Marianna Fracasso, sarebbero destinati ad un coadiutore che venisse in ajuto del Parroco, patrimonio che rimane sempre senza destinazione, per difetto di Titolare.

Ciò esposto sembra che possa essere giustificata la rispettosa domanda dei sottoscritti, che cioè la parrocchia di Musile abbia ad accrescersi di territorio, e precisamente di quello segnato alle lettere a. b. c. d. e. del Tipo [=piantina], che è di ettari 240 con 481 abitanti. I quali per essere topograficamente posti nei pressi della Chiesa di Musile, mentre dalla loro Parrocchia sono discosti assai, e devono per di più fare un lungo risvolto per acceder alle Strade Comunali che ivi conducono, come si vede dal tipo, ricorrono costantemente a Musile e non a Croce, per i soccorsi religiosi, e materiali, che loro bisognano, aggravando per tal modo, ancor più, il peso della cura all’unico Sacerdote, i cui meschinissimi redditi patrimoniali, vanno così anche assotigliandosi, mentre i fondi che quelli abitanti coltivano, vanno poi a portare i loro tributi alla Parrocchia di Croce.

Il prospetto emarginato nella topografia dimostra, come a Croce rimarebbero sempre 1399 abitanti, tutti più vicini, e dove il solo Parroco potrebbe bastare più che non basti ora a Musile; mentre a Musile , capoluogo, dotato ora di un Tempio nuovo, che può veramente dirsi un’opera d’arte, degna di essere posta anche in una Città, verrebbero ad assegnarsi 1822 abitanti, al cui servizio religioso, e per la esistenza della Mansioneria di Caposile, e del legato Fracasso, di cui si è detto più sopra, ed infine per la più lunga estesa di territorio, dovrebbe essere assegnato più opportunamente, oltre al Parroco, un coadiutore.

Quanto alle rendite del beneficio, le quali sono oggidì tanto sproporzionate, esse, nel mentre si accrescerebbero a più conveniente e decorosa misura, per il Parroco di Musile, fino a L. 2200.= resterebbero ancor più che di doppia somma per quello di Croce, con questo ancora che per quest’ultimo andranno man mano aumentando per effetto della progrediente bonifica, mentre per quello rimarranno costantemente alla media indicata, nulla avendo a sperare da migliorie agricole o da altre nuove fonti di contributo.

E c c e l l e n z a ! I sottoscritti, sia come proprietari, o rappresentanti di coloni abitanti nei fondi da aggregarsi alla Parrocchia di Musile, sia per la loro veste ufficiale, interpreti del voto generale della popolazione del Comune, si rivolgono all’Eccellenza Vostra affinché, compresa non solo della opportunità e convenienza, ma della assoluta necessità, unica forse a verificarsi, della chiesta aggregazione, si compiaccia di proporla, corroborarla, difenderla ed ottenerla dalla Santa Sede, o da chi ne avesse autorità delegata, non ostandovi i Sacri canoni, ed anzi prevedendo il caso lo stesso Sacro Santo Concilio Tridentino, e molto più essendo ora facilitata la cosa dall’essere vacante la sede parrocchiale di Croce.

Ed anzi, in pendenza di questa istanza, pregano V. E. ad investire il nuovo Parroco, che venisse eletto, con l’analoga ed opportuna riserva. A questa Istanza sottoscrive il R.do Parroco di Musile, e la Fabbricieria di Musile, per accordi presi con esso lui, anteciperà le spese che fossero necessarie e conseguenti all’Istanza.

Colla maggior fiducia nella mente illuminata e nel paterno animo di V. E. Reverendissima, i sottoscritti le baciano la mano, e si protestano con ossequio.

Devotissimi
Alessandro Janna Sindaco
[illeggibile] Andrea Sicher Pres. della giunta Prov e Com.
Giovanni X . . . . . . . Assessore e Procuratore X . . . . . . .
Tessarolo Don Giovanni Parroco presidente la fabbricieria
Gazzetta Giuseppe Assessore, Fabbriciere
X . . . . . . . .
X . . . . . . . .
Pasini [?] Consigliere Comunale
Muccelli Luigi di Casebianche
Muccelli Beniamino di casebianche
[?]
[?]
[?]
nob. De Manzoni proprietario di Casebianche

La frazione da aggregarsi è denominata Casebianche
Baldo Vincenzo di casebianche
Fuser Evangelista di Case Bianche
Muccelli Ferdinando di Casebianche
Camin Luigi di Casebianche
[?]

Non abbiamo il tipo, cioè la piantina, ma il pentagono “a. b. c. d. e.” citato nella lettera è quasi certamente quello segnato in giallo nella piantina sotto.

C’era del vero nella domanda, ma era altrettanto vero che la maggior parte dei coloni delle Case bianche si sentiva crocese. E quando a Croce si venne a sapere della lettera scoppiò il finimondo: tanta sollecitudine nei confronti dei cittadini delle Case bianche era falsa oltre che sospetta. L’intervento dei fabbricieri di Croce non si fece attendere:

Al Vescovo di Treviso

I sottoscritti avendo saputo con certezza che alcuni della Parrocchia di Musile hanno fatto una istanza a Sua Ecc. Illma e Revma perché la frazione così detta delle Case Bianche, appartenente alla Parrocchia di Croce, venga aggregata alla Parrocchia di Musile, sottraendo così un migliaio circa di persone con un territorio di vaste dimensioni giusta i confini da loro segnati, fanno tutti d’accordo una solenne protesta, adducendo le seguenti ragioni:

I°: Ch’essi non si sentono nell’animo di abbandonare quella Parrocchia dove furono battezzati, ammessi alla prima Comunione, congiunti in santo e legittimo matrimonio, e dove riposano le ossa de’ loro cari parenti ed amici.

2° Perché serbano somma gratitudine ed amore ai loro sacerdoti e principali del Paese, dai quali furono sempre assistiti con sollecitudine e carità in tutti i loro bisogni spirituali, e sovvenuti più volte nelle loro indigenze temporali specialmente ne’ tempi calamitosi; mentre col parroco di Musile non hanno e non possono avere alcuna riconoscenza perché se in qualche caso di somma urgenza domandarono la sua carità per l’assistenza di ammalati, si rifiutò addirittura di prestare l’opera sua, rispondendo con arroganza ch’egli non gode quartese da Croce, benché essi più volte hanno fatto delle offerte alla Chiesa ed al Parroco stesso.

3° Inoltre la frazione delle Case Bianche non è la parte più lontana della Chiesa Parrocchiale, anzi è la parte più comoda e più espediente perché vi è e strada provinciale e comunale e consorziale, per cui in un quarto d’ora col cavallo si va comodamente dalla chiesa alla detta frazione, mentre vi sono altre parti della Parrocchia le quali distano molto più della Chiesa e si trovano in posizioni pessime perché non vi sono strade di comunicazione.

4° Il Parroco di Croce e i suoi Cappellani devono lo stesso passare per la strada delle Case Bianche che confina colla Parrocchia di Musile, per recarsi in altri punti della loro Parrocchia sia per l’assistenza degli ammalati, sia per il trasporto dei cadaveri, sia colle processioni, sia per la questua e il quartese; in tutto ciò insomma che riguarda gli offici del loro ministero; e così pure i massai per raccogliere le offerte della Chiesa, perché non vi sono altre strade di comunicazione col centro della Parrocchia.

5° La vasta frazione delle case Bianche è il nervo per così dire della Parrocchia perché più feconda e asciutta e per ciò più sicura di raccolto, mentre le altre terre più basse del Consorzio sono parte ancora paludi affatto, parte soggette a frequenti innondazioni come avvenne l’anno scorso e più ancora quest’anno per cui non danno rendite sicure, tanto è vero che anche giorni fa alcune famiglie che lavoravano quelle terre dovettero emigrare per l’America; per cui supposto che alla Parrocchia di Croce venisse sottratta la frazione delle Case Bianche ne soffrirebbe grave danno l’intera Parrocchia, sia perché la Chiesa non potrebbe più mantenersi nel suo decoro, la quale non avendo alcuna rendita sicura si sostiene colle sole offerte dei Parrocchiani, sia perché essa non potrebbe più mantenere un cooperatore per deficienza di mezzi, sia perché il Parroco stesso dovrebbe molto limitarsi nelle sue largizioni colla Chiesa e coi poveri, perché gli rimarrebbe un quartese molto incerto, inquantoché non gli resterebbero che delle terre nella massima parte palustri e non aggravate da quartese perché Novali.

6° È futile la ragion adotta da quelli di Musile, che cioè essendo la frazione delle Case Bianche più vicina alla loro Chiesa che non alla Chiesa di Croce, debba per ciò passare sotto Musile, perché anche una frazione della Parrocchia di Fossalta si trova vicinissima alla Chiesa di Croce, anzi il Cimitero di Croce il quale dista alla Chiesa cento passi è separato dal territorio di Fossalta da un fosso attiguo. Di più le famiglie di detta frazione di Fossalta vengono quasi sempre a Messa, alle funzioni, alla confessione e Comunione nella Chiesa di Croce e talvolta vengono pure assistiti dai Sacerdoti di Croce gli ammalati stessi. Né per ciò i Sacerdoti di Croce, né i Parrocchiani hanno mai fatto alcun reclamo, anzi hanno piacere che vengano nella loro Chiesa, perché la Chiesa stessa ne è avvantaggiata nelle offerte. È falso che le famiglie delle Case Bianche vadano sempre a messa ed alle funzioni nella Chiesa di Musile perché spesse volte vengono anche a Croce, la maggior parte poi vanno a S. Donà, dove nella via che si recano a compiere i loro doveri di religione, si provvedono de’ necessari alimenti; e se talvolta approfittano della Chiesa di Musile non le recano alcun disturbo, anzi le portano vantaggio colle loro offerte.

7° Lo scopo tacito di quelli di Musile, checché essi ne dicano, di aggregare una frazione di Croce alla loro Parrocchia, è quello di aumentare le loro rendite onde mantenere con maggior decoro un cooperatore. Ma i sottoscritti rispondono che se Musile vuole un cooperatore può mantenerlo perché nella Parrocchia vi è un legato di 600,00 (seicento) lire che ora gode il Parroco, mentre manca a Croce. E poi non c’è ragione che sui due capi del ponte di S. Donà vi siano cinque preti, cioè tre a S. Donà e due a Musile, mentre a Croce uno solo con distanze enormi e pessime posizioni.

8° La semplice ragione di fare tale smembramento per aumentare la popolazione di Musile essendo capoluogo, è insussistente perché la Parrocchia di Croce forma con Musile uno stesso Comune.

9° Inoltre i sottoscritti sanno da fonte sicura che al Sindaco di Musile, il quale capisce le cose nel loro giusto valore, non interessa gran fatto che venga eseguito tale smembramento, perché il Comune non ne avrebbe alcun vantaggio; e se aderì all’istanza di Musile, lo fece per istigazione del Parroco, al quale preme non maggior numero di anime, ma maggior quantità di quartese, benché comunemente passi per danaroso. Si sa ancora con certezza che se due o tre famiglie delle Case Bianche, dipendenti dall’agente Sicher di Musile, firmarono l’istanza presentata a Sua Ecc., furono costrette a far ciò in seguito alle minaccie [sic] dell’agente stesso.

10° Si dice per la Parrocchia di Musile che il Revdo Parroco locale vada dicendo ch’egli abbia fatto queste espressioni «O Sua Ecc. mi dà le Case Bianche o ch’io rinuncio a questa Parrocchia e concorro per un’altra» ma ciò dispiace molto alla Parrocchia di Croce, inquantoché vorrebbe costringere Sua Ecc. a concedergli le Case Bianche.

11° Finalmente si prevede che tale smembramento, qualora venisse fatto, non farebbe che generare continue discordie fra Parrocchia e Parrocchia.

I sottoscritti mentre confidano nella prudenza, sapienza e giustizia di Sua Ecc., con figliale affetto e riconoscenza La ringraziano antecipatamente. I sottoscritti sotto il nome di Case Bianche intendono protestare contro tutta la parte della Parrocchia di Croce voluta da quelli di Musile, cioè anche la frazione S. Rocco e a maggior ragione.

Montagner Luigi, Fabbriciere
Bortoletto Antonio Fabbriciere
Sperandio Giuseppe Fabbriciere

Seguivano, sotto la dicitura “Case Bianche”, 28 firme, una decina delle quali di “inleterati” che avevano vergato una croce. Era il primo atto di una battaglia impari perché da una parte erano schierati villici e mezzadri guidati dai fabbricieri, dall’altra il presidente della giunta comunale e provinciale, il ricco e potente Andrea Sicher col parroco di Musile e altri.

L’11 settembre 1897 don Natale trascrisse sul registro dei matrimoni il suo primo matrimonio, quello tra Pietro Bortoletto, “cattolico villico celibe”, e Barbieri Luigia, “cattolica villica celibe” [sic]. Il matrimonio fu celebrato secondo la consueta formula canonica “per verba de presenti” alla presenza di due testimoni, uno dei quali era un parente e l’altro il nonzolo Antonio Granzotto, che sovente si prestava a fornire la seconda firma in caso di bisogno.

Poco dopo, don Natale fu promosso “vicario”, come rivela sempre il registro dei matrimoni. Non sappiamo se in qualità di parroco in pectore intervenne sulla vicenda delle Case bianche; in ogni caso ci pensò il vescovo Apollonio, personaggio di multiforme cultura, a non dar seguito alla richiesta dei “notabili” di Musile e lasciar tutto com’era. Per parare altri colpi che ancora potessero giungere dai musilotti, i fabbricieri della parrocchia di Croce sollecitarono il vescovo Apollonio perché concedesse subito la nomina di parroco al giovane cappellano:

Croce di Piave
Eccellentissima Illustrissima e Reverendissima

Sua Eccellenza Illustrissima e Reverendissima avrà certo le sue giuste ragioni per le quali non si è ancora determinata a nominare il nuovo Parroco in questa Parrocchia. D’altronde noi umili sottoscritti a nome pure di tutti i parrocchiani supplichiamo Sua Eccellenza Illustrissima della grazia di nominare quanto prima il nostro Pastore per gradire così e pacificare la Parrocchia, e perché quanto più viene differita la nomina tanto più ne soffre la Chiesa ed il Beneficio. Inoltre nutriamo ferma fiducia che Sua Eccellenza Illustrissima non vorrà rendere vane le nostre suppliche presentate a Sua Altezza a nome pure del Reverendissimo Monsignor Arciprete di Noventa, suppliche per le quali preghiamo Sua Eccellenza Illustrissima di concederci a Parroco l’attuale nostro Reverendo Vicario D. Natale Simionato, del quale abbiamo prove da più anni molto soddisfacenti della sua sapienza, del suo zelo, della sua condotta esemplare. E per ciò Sua Eccellenza Illustrissima non potrebbe fare a noi umili sottoscritti e a tutto il nostro paese opera più gradita di destinarlo a Parroco nostro.
Nella piena fiducia che Sua Eccellenza Illustrissima non isdegnerà il voto unanime della nostra Parrocchia con sommo ossequio ne La ringraziamo vivamente e baciandole la sacra mano ci professiamo

Croce di Piave il 3 febbraio 1898

Humilissimi
Montagner Luigi fabbriciere
A. Bortoletto “
G. Sperandio “

Un intoppo burocratico stava rallentando i tempi: forse proprio per la questione delle Case bianche era slittata l’indizione del secondo concorso; e comunque il vescovo Apollonio non aveva provveduto a nominare il successore di don Busnardo entro i sei mesi dalla morte di quello; per un’antica legge canonica il diritto di nomina del successore era tornato al papa.
La Curia di lì a poco provvide a indire il secondo concorso: il 28 marzo 1898 il vicario vescovile Pietro Jacuzzi fece l’esame canonico a don Natale e lo trovò idoneo, ma dovette chiedere alla Santa Sede l’approvazione della nomina di don Natale a parroco di Croce.


Monsignor Jacuzzi (foto in realtà risalente a una ventina d’anni prima)

(da una minuta)

Croce di Piave

Beatissimo Padre

Nel giorno 23 Aprile dell’anno decorso rimase vacante per morte del Molto Reverendo Don Sebastiano Busnardo, la parrocchia di Croce di Piave (Inventionis S. Crucis de Plavi) in questa Diocesi di Treviso. Quel Beneficio per sé sarebbe di collocazione ordinaria. Aperto il concorso canonico una prima volta il 26 Aprile di detto anno 1897, non si presentò alcun concorrente. Riaperto il 27 p.p. Febbraio nell’esame canonico che ebbe luogo il 28 dello scorso Marzo furono approvati il Reverendo Don Natale Simionato e il Reverendo Don Giovanni Bettamin. Siccome poi questo secondo viene oggi contemporaneamente proposto alla Beatitudine Vostra per altra parrocchia la quale era stata da lui preferita per giusti motivi nella sua istanza, di concorso per ciò umilmente presento a Vostra Santità il sullodato Sacerdote Don Natale Simionato, Vicario in detta parocchia di Croce, d’anni 32, non provvisto d’altra prebenda, perché, essendo ormai passati i sei mesi dal primo al secondo concorso, si compiaccia di conferirgli il suddetto Beneficio, la cui rendita annua è di circa £ Italiane 600.

Prostrato al bacio ecc

Il 21 aprile 1898 giunse il placet da papa Leone XIII, grazie al quale don Natale poteva a tutti gli effetti essere investito del Beneficio parrocchiale di Croce:

Episcopus servus servorum dei dilectis filiis Magistro Aloysio Pila in utraque signatura Vostra Referendario, ac antiquissimo Canonico Maioris Ecclesiae Tarvisinae nec non vicario venerabilis Fratris Nostris Episcopi Tarvisini in spiritualibus Generali salutem et Apolistolicam benedictionem. Vitae ac morum honestas aliaque probitatis et virtutum merita, super quibus dilectus filius Natalis Simionato Presbyter Tarvisinus seu alterius civitatis vel diocesis apud Nos fide digno commendatur testimonio, Nos inducunt ut ipsi reddamur ad gratiam liberales. Dudum siquidem Pius Papa V Predecessor Noster per suam perpetuo valituram costitutionem quae incipit “Inconferendis” quascumque Parrochiales Ecclesias, quarum occurrente vacatione, collatio et provisio ad Episcopos et alios ordinarios collatores in mensibus eis per pontificias regulas assignatis spectaret et pertineret, et degnibus ipsis Episcopis et ordinariis collatores infra sex mensium spatium a die illarum vacationis perfecto examine juxta formam Concilii Tridentinii non providissent, Suae et Sedis Apostolicae collationi et dispositioni reservavit, Decernens exitum irritum et inane si decus superbiis a quoquam quavis autoritate, scienter vel ignoranter contigeret attentari. Cum itaque, sicut accepimus, Parochialis Ecclesia Inventionis Sanctae Crucis loci Piave Tarvisinae diocesis, quam quondam Sebastianus Busnardo dictae Parochialis Ecclesiae Rector dum viveret obtinebat per obitum dictis Sebastiani qui extra Romanam Curiam de mense Aprilis Anni Domini Millesimioctingentesimi nonagesimi septim, Venerabili Fratre Nostro hodierno Episcopo Tarvisino gratia alternativae mensium Presulibus apud Ecclesias vel Dioceses suas vere et personaliter residentibus per Nos comessa, et per ipsum acceptata, gaudente, diem clausit extremum, vacaverit et vacet ad presens, nullusque de illa praeter Romanum Pontificiem pro tempore existente in hac vice disponere potuerit, sive possit, reservatione et decreto obsistentibus supradictis; Nos dicto Neatali qui per dilectos etiam filios Examinatores legitime deputatos examinatus et idoneus repertus; testimonio praefati Episcopi Tarvisini de vita moribusque prefatis ac etiam idoneitate commendatur, asserenti se in Trigesimo secundo aetatis suae anno constitutum et in curae animarum exercitio, uti dictae Parochialis Ecclesiae Oeconomum spiritualem, versatum existere, atque in concursu super dicta ut praefertur vacante Parochiali Ecclesia habito approbatum fuisse, praemissorum meritorum suorum intuitu specialem gratiam facere volentes, ipsumque a quibusvis excommunicationis, suspensionis et interdicti, aliisque ecclesiasticis sententiis, censuris et poenis, si quibus quomodolibet innodatus existit, ad effectum praesentium tantum consequendum harum serie absolventes et absolutum fore censentes, Discretioni Vestrae per Apostolicas scriptas mandamus quatenus Vos, vel duo, aut unus Vestrum, Parochialem Ecclesiam praefatam cujus, et illi forsan adnexorum, fructus, reditus et proventus Quatuorcentum, una vero cum incertis, Sexcentum Libellarum currenti italicae monetae secundum communem aestimationem valorem annuum ut dictus Neatalis etiam asserit, non excedunt, sive ut praefertur, sive alias quovis modo, aut ex alterius cujuscumque persona, seu per liberam dicti Sebastiani, vel cujusvis alterius resignationem de illa extra dictam Curiam etiam coram notario publico et testibus sponte factam, aut aliam Constitutionem felicis recordationis Joannis Papae Vicesimisecundi Predecessoris etiam Nostri quae incipit “Execrabilis” aut assequutionem alterius Beneficii ecclesiastici ordinaria auctoritate collati vacet, etiamsi dicta Parochialis Ecclesia dispositioni Apostolicae specialiter reservata existat, et super ea inter aliquos, cujus statum praesentibus haberi volumus pro expresso, pendeat indecisa, dummodo tempore datae earumdem praesentium non sit in ea alicui specialiterjus quaesitum cum adnexis huiusmodi ac omnibus illius juribus et pertinentis eidem Natali conferre et assignare auctoritate Nostra curetis; inducentes per Vos, vel alium, seu alios dictum Neatalem, vel ejus nomine procuratorem in corporalem possessionem dictae Parochialis Ecclesiae ac adnexorum, jiuriumque et pertinentiarum praefatorum et defendentes inductum amoto exinde quolibet illicito detentore ac facientes Natali, vel pro eo procuratori praefato de dictae Parochialis Ecclesiae ac adnexorum eorumdem fructibus, reditibus, proventibus, juribus, obventionibus et emolumentis universis integre responderi; contradictores auctoritate Nostra praefata appellatione postposita compescendo. Non ostantibus feliciis recordationis Bonifacii Papae Octavi Praedecessoris etiam Nostri et aliis Constitutionibus et Preluiationibus Apostolicis contrariis quibuscumque. Aut si aliqui super provisionibus sibi faciendis de hujusmodi, vel alias de quibusvis Beneficiis ecclesiaticis in illis partibus, speciales, vel generales Apostolicae Sedis, aut Legatorum ejus litteras impetraverint, etiamsi pereas ad inhibitionem, reservationem et decretum, aut alias quomodolibet sit processum, quibus omnibus dictum Natalem in assequutione dictae Parochialis Ecclesiae volumus anteferri, sed nullum per hoc eis quoad assequutionem beneficiorum aliorum praegiudicium generari. Seu si pro tempore existenti Episcopo tarvisino, vel quibus aliis communiter, aut divisim ab eadem sit Sede indultum quod ad receptionem, vel provisionem alicuius minime teneantur, et ad id compelli, aut quod interdici, suspendi, vel excommunicari non possint, quodque de hujus modi, vel alias de quibusvis beneficiis ecclesiaticis ad eorum collationem, provisionem, praesentationem, seu quamvis aliam dispositionem conjunctim, vel separatim spectantibus nulli valeat provideri per Litteras Apostolicas non facientes plenam et expressam ac de verbo ad verbum de indulto hujusmodi mentionen. Nos autem ex nunc irritum et inane decernimus, si secus super his a quoquam quavis auctoritate scienter, vel ignoranter contigerit attentari. Datum Romae apud Sanctum Petrum anno Incarnationis Dominicae Millesimo octingentesimo nonagesimo octavo, Decimo Kalendas Maji Pontificatus Nostri anno Vicesimoprimo _ A. B _

Che cosa diceva la lettera? Rileggiamone insieme i passi più significativi, magari in italiano:

Leone vescovo, servo dei servi di Dio , porge i suoi saluti e la sua apostolica benedizione ai diletti figli Maestro Luigi Pilla, Referendario in entrambe le vostre Segnature e al più anziano canonico della maggiore Chiesa Tarvisina, nonché vicario del venerabile nostro fratello vescovo di Treviso [lo Jacuzzi N.d.A.].
L’onestà della vita e dei costumi e gli altri meriti della probità e delle virtù per le quali il diletto figlio Natale Simionato prete tarvisino [… ] è ritenuto presso di Noi degno di fede, Ci inducono a rendergli grazia generosi.
Poiché […] Papa Pio V Nostro Predecessore, per mezzo della sua costituzione perpetua “Inconferendis”, riservò a Sé e alla Sede Apostolica tutte le chiese parrocchiali, la raccolta delle quali, in caso di vacanza, dovrebbe spettare ai Vescovi […] nel caso che questi non avessero provveduto entro sei mesi dal giorno della vacanza, secondo un perfetto esame fatto secondo la forma del Concilio di Trento […] a dar loro un titolare […] dal momento che, come abbiamo appreso, la Chiesa Parrocchiale dell’Invenzione della Santa Croce di Piave della diocesi Tarvisina – che un tempo l’ex Rettore Don Sebastiano Busnardo otteneva per sé fino a quando fosse vissuto – per la morte del detto Sebastiano risulta ora vacante e nel frattempo è stata affidata […] ai Presuli realmente residenti e che nessuno, eccetto il Pontefice Romano, […] può disporre di quella […],
Noi al detto Natale, che anche per mezzo dei diletti figli Esaminatori legittimamente incaricati è stato esaminato e trovato idoneo; e che per testimonianza del suddetto Vescovo di Treviso viene raccomandato per la sua vita e i suoi costumi e per la sua idoneità; e che asserisce di essere stato nominato a 32 anni e, nell’esercizio della cura delle anime, di godere ora in quanto Economo spirituale della detta Chiesa Parrocchiale, e di trovarsene esperto; e che è stato promosso riguardo al concorso sopra la detta Chiesa Parrocchiale […],
Noi, avendo intuito i suoi meriti, volendo fargli grazia speciale, assolvendolo e ritenendolo assolto da qualsivoglia scomunica, sospensione e interdetto, e dalle altre sentenze ecclesiastiche, censure e pene, se mai da alcune di esse egli risulti legato, […] vi diamo mandato affinché […] curiate di consegnare ed assegnare per l’autorità Nostra al medesimo Natale la predetta Chiesa Parrocchiale della quale, i frutti, i redditi e i proventi, e quelli eventualmente delle proprietà annesse, pari al valore di 400, anche con gli incerti, non eccedono il valore annuo di 600 della corrente moneta italiana, secondo la comune stima, come anche il detto Natale asserì, sia che la consegna sia stata fatta come riportato innanzi, o in quale altro modo si voglia, anche per mano di qualche altro – ad esempio per libera consegna di essa da parte del detto Sebastiano o di chicchessia fuori della detta Curia, anche fatta spontaneamente davanti ad un pubblico notaio e testimoni, oppure altrimenti secondo la Costituzione del predecessore nostro papa Giovanni XXII di felice memoria, la quale comincia con “Execrabilis”, anche nel caso che egli risulti distante per il conseguimento di un altro beneficio ecclesiastico collegato con autorità ordinaria, ancorché la detta Chiesa Parrocchiale per disposizione Apostolica risulti specialmente riservata e sopra di essa penda indecisa una lite tra altri, lo stato della quale ai presenti abbiamo voluto che fosse tenuto pro expresso, purché lo induciate per mezzo di Voi o d’un altro o di altri il detto Natale, oppure un procuratore in suo nome, alla presa di possesso materiale della detta Chiesa Parrocchiale […], e difendendolo nel caso che ne venga impedito […] da qualsiasi detentore illecito e facendo in modo che a Natale, o in vece sua al procuratore predetto della detta Chiesa Parrocchiale e delle sue annessioni – venga retribuito integralmente dei frutti, dei redditi, dei proventi, dei diritti, delle sovvenzioni e degli emolumenti tutti, reprimendo con la nostra suddetta autorità i contraddittori che dovessero ricorrere a successive appellazioni. […]
Noi pertanto da ora consideriamo nullo e priva di efficacia ogni insidia che dovesse essergli portata sopra queste cose da chicchessia di qualsivoglia autorità, consapevolmente o ignorantemente.
Dato a Roma in San Pietro nell’anno 1898 dell’Incarnazione del Signore, 21 Aprile, ventunesimo del nostro pontificato.

Fu così che il 2 giugno 1898 il vicario generale Jacuzzi poté comunicare a don Natale la sua elezione a parroco di Croce:

Nos Petrus Jacuzzi
Vicariul Generalis in Spiritualibus Illustrissimi ac Reverendissimi
Josephi Apolloni etc.

Dilecto Nobis in Christo Adm. R. D. Natali Simionato Presbytero diocesano Parroco nuperelecto salutem in Domino.

Vitae ac morum honesta, aliaque laudabilia probitatis et virtutum meritu super quibus apud Nos fide digno commendaris testimonio, inducunt Superiores tuos, ut tibi reddantur ad gratiam liberales.

Vacante itaque Ecclesia Parochiali Inventionis S. Crucis loci Piave per obitum Adm. R. D. Sebastiani Busnardi ultimi ed immediati dicta Ecclesia Possessoris qui mense Aprilis 1897 decessit; Nos praemissorum tuorum intuitu Te favore prosequi volentes, Ecclesiam Parrocchialem prefatam, sicut praefertur vacantem, Auctoritate legitima Tibi Adm. R. D. Natali Simionato praedicto, qui praemissio cum ___ iuxta prescriptum per S. Canones in concursu habitu die 28 Martii currenti anni iuxta formam S. Concilii Tridentini a tribus Examinatoribus Pro___ huius dioec. examinatus, habilis et idoneus repertus ut dignus et idoneus electus fuisti coram Nobis ___ genibus constituto, humiliterque petenti, per Bireti Crucei tuo capiti impositionem contulimus et adsignavimus prout per presentes conferimus et adsignamus, in illiusque possessionem vel quasi ponimus, et inducimus cum adnexis et connexis, et cum omnibus juribus spiritualibus, ac cum plenitudine iuris canonici; recepto per Nos corporali iuramento obedientiae, et confessa a te professione fidei iuxta articulos a S. Sede propositos.

Et ut hoc pateat, praesens documentum tibi relinquimus

Datum Tarvisii die 2 Junii 1898

Vicarius Generalis Petrus Jacuzzi

Et ut hoc pateat, praesens documentum tibi relinquimus
[= e perché ciò sia noto a tutti, ti rilasciamo il presente documento]

CURIA EPISCOPALIS
TARVISINA

Nos Petrus Jacuzzi
Vicarius Generalis in Spiritualibus Illustrissimi ac Reverendissimi
Josephi Apolloni Episcopi Tarvisini
Decanus et prime dignitus Capituli Cathedralis Ecclesiae Tarvisinae

per Bireti crucei in tuum caput immissionem Te Adm. R. D. Natalem Simionato Nomine S. Sedis Apostolicae actualiter investimus et investitum esse volumus in et de beneficio Parochialis Ecclesia Inventionis Sanctae Crucis loci Piave huius Tarvisinae Diocesis, quod tibi Auctoritate Nobis delegata per Bullas Ss. Domini Papae Leonis XIII datas die decimo Kalendas praeteriti Maii conferimus et adsignamus, et de illo etiam providemus, te in corporalem possessionem ipsius ponimus cum eidem adnexis et connexis, et cum plenitudine juris canonici, et cum omnibus iuribus et pertinentiis suis universis. Deus Te diu servet incolumem; et ut prof--- de die in diem gratiam Tibi concedat. In Nomine Pa+tris etc.

Datum Tarvisii die 2 Junii 1898

Vicarius Generalis
Subscrip. Petrus Jacuzzi

Don Natale fu dunque eletto parroco di Croce senza alcuna “riserva” relativamente alle “Case Bianche”, come invece avevano sperato i musilotti, a tutti gli effetti titolare di una parrocchia che negli ultimi anni si era allungata parecchio grazie alle bonifiche che avevano strappato terra alle paludi ai margini della laguna veneta e fatto diventare quindici i chilometri dall’estremità nordorientale del Gonfo, a quella sudoccidentale delle Trezze. E don Natale cominciò a percorrerla in lungo e in largo, ma soprattutto in lungo, su strade per diversi mesi all’anno fangose e impraticabili, per portare la parola del Cristo e le sue benedizioni tra i casoni della Casera e delle Millepertiche, in giro a quartese con il nonzolo Antonio.

In canonica aveva fatto giungere i genitori e la sorella Anna, che gli davano una mano nei lavori domestici mentre lui si dedicava anima e corpo al ministero: battesimi, matrimoni, catechismo, funerali, benedizioni e rosari, e prediche straordinarie che i fedeli poi commentavano anche fuori della chiesa. Il 6 ottobre don Natale accompagnò un gran numero di bambini, il primo gruppo della sua lunga carriera, a cresimare a San Donà dal vescovo Apollonio. Altri sedici li portò il 16 ottobre a cresimare dal cardinal Sarto, a Venezia.

I consorziati di Croce

Tutti guardavano con speranza ai risultati delle bonifiche: se avessero procurato un benessere diffuso sarebbero diventate il nuovo Sudamerica e i figli del paese non sarebbero più stati costretti a emigrare all’estero in cerca di lavoro.
Il grande merito per la realizzazione della bonifica che continuava a strappare terre alla laguna era del Consorzio di Croce, privato e formato da piccoli proprietari, che aveva ottenuto risultati invidiabili: le terre “novali” erano tra le più fertili e generose, e generosi di elemosine e quartesi erano i suoi proprietari. Anche l’altra parrocchia del Comune, quella di Musile, era aumentata di superficie e di popolazione in seguito a bonifiche analoghe avviate da qualche nobile o possidente, come ad esempio quella del potente Sicher; ma l’estensione di quelle bonifiche era più ridotta e la parrocchia di Musile non raggiungeva i numeri di Croce. Le bonifiche avevano stirato la planimetria delle due parrocchie verso sudovest, e ora, in entrambe, la chiesa parrocchiale si trovava all’estremità nordorientale.
La frazione di Musile, meno estesa (1400 ettari contro 3000) e meno popolosa (1400 abitanti contro 1880), cercava di ottenere una supremazia che, a dire dei musilotti, gli veniva “naturalmente” dal fatto di essere stata nominata “Comune” dopo il Congresso di Vienna: a Musile c’era il municipio, e ora anche una chiesa completamente nuova, ancora da consacrare, nello stile neogotico caro agli architetti dei vescovi o ai vescovi stessi; ma, a parte questo, i numeri erano tutti a favore di Croce. Lo erano anche prima delle bonifiche, lo erano da secoli, e perciò risulta difficile capire perché mai al Congresso di Vienna, dopo la caduta di Napoleone, si fosse deciso di nominare capoluogo Musile e non Croce: forse perché, per la scarsa fantasia degli Austriaci, era stato più facile chiamare “Comuni” i due paesi posti sulle rive opposte del Piave “San Donato di qua” (San Donà) e “San Donato di là” (Musile). Tali erano rimaste le gerarchie dopo l’arrivo del Regno d’Italia nel 1866, ma alla gerarchia non corrispondevano i numeri.


1899: don Natale con i genitori in canonica
(foto di proprietà di Marcello Fornasier)

Allontaniamo un attimo lo sguardo dal paese e guardiamo l’Italia tutta. Il 3 giugno le elezioni (votavano solo i maschi possidenti, pari al 3% della popolazione italiana) registrarono in Italia un’ascesa dell’estrema sinistra e della sinistra costituzionale (che risulterebbero di destra con gli occhi di oggi), ma i gruppi governativi conservarono la maggioranza. L’assassinio di re Umberto I da parte di Gaetano Bresci il 29 luglio 1900 presagì lo scatenamento delle spinte insurrezionali; fortunatamente il VI Congresso del PSI, aperto a Roma l’8 settembre, vide prevalere l’area riformista di Bissolati, Costa, Turati e Kulisciova. Programma: istruzione obbligatoria, laica e gratuita per le scuole elementari, tutela del lavoro minorile e femminile, suffragio universale. Volevano la luna, i socialisti!

Nell’agosto 1900 don Natale compilava il (clicca) certificato di nascita di Pietro Favaretto, emigrato in Brasile quattro anni prima. Era il fratello a richiederlo perché Pietro potesse sposarsi, cosa che sarebbe avvenuta nel 1904.

Il 21 ottobre 1900, nell’occasione in cui il vescovo venne a consacrare la nuova chiesa di Musile, don Natale portò a cresimare un gran numero di bambini e bambine del paese. Il registro dei cresimati di Croce riporta 179 nomi, ma con provenienze varie: probabilmente si tratta di tutti coloro che ricevettero la cresima quel giorno, e quindi anche di Musile e delle parrocchie circonvicine. Arrivare alla cresima era già un traguardo per i bambini di allora, molti morivano appena nati o nei primi anni di vita; l’età media della popolazione superava di poco i quarant’anni. Fece perciò notizia, alla fine di novembre la morte della Teresa Momesso all’età di 95 anni: un’età del genere non era stata raggiunta da nessuno nel decennio precedente; la Teresa era morta di marasma senile, che non si sa bene cosa sia ma era la causa di morte che veniva citata per coloro che arrivano a superare gli ottant’anni.
Col matrimonio n.° 17 tra Golfetto Angelo e Barbieri Elisabetta, “cattolici villici celibi”, si chiudeva il registro dei matrimoni dell’anno 1900 e il XIX secolo.

“cattolici villici celibi”

Come emerge dal registro parrocchiale degli atti di matrimonio, “cattolici” erano tutti, e “villici” quasi; e quasi tutti conducevano una vita di stenti. Papa Leone, nell’enciclica “Rerum Novarum” del 1891, aveva chiesto per i salariati la giusta mercede, l’anarchismo sociale stava imboccando la strada del socialismo legalitario, ma, per chi la scorgesse da Croce, l’alba del nuovo secolo non lasciava prevedere grandi stravolgimenti: i pochi possidenti avevano un’idea di giusta mercede che non coincideva con quella dei villici; era nella natura delle cose che ci fossero i ricchi e i poveri, i nobili e i poretani; doveva averlo voluto Dio, era talmente ovvio che lo pensavano non solo i primi ma anche i secondi. Il vescovo, monsignor Apollonio, era intervenuto più volte a incitare i parroci con appelli alla carità e all’assistenza ai bisognosi, e per don Natale, che aveva avuto un’infanzia di stenti, quella era un imperativo fin ovvio. Del resto a chi potevano rivolgersi i villici, per la gran parte analfabeti, se non al parroco? Don Natale veniva coinvolto nelle questioni pubbliche e nelle sventure private, era giudice e consigliere, fungeva da direttore di coscienza e scrivano: «Piovan, cossa m’hai scritt qua me parente dal Brasile? El ghe risponde lu, el fae na carità»; e ancora da censore dei costumi e animatore sociale; certamente era il riferimento più sicuro in materia di opinioni e di comportamenti sia individuali che collettivi: «Cossa dìse’o lu, piovan?» Senza contare che il parroco era presente nei momenti importanti della vita d’ognuno: battesimo, matrimonio, funerale: senza il parroco, all’inferno sulla terra sarebbe seguito anche l’altro.

Il medico

Il medico che percorreva le medesime disastrate strade era il dottor Varisco di Fossalta, titolare della condotta consorziata Fossalta di Piave-Croce.

Il cappellano

Quell’anno ritornò a Croce come cappellano don Isidoro Serafin; don Natale battezzò 91 bambini, dieci furono le coppie che unì in matrimonio e 32 i defunti che accompagnò al camposanto; cinque i bambini che il 6 ottobre accompagnò a Venezia a cresimare dal Cardinal Giuseppe Sarto.

La ferrovia

Da Croce si vedevano passare, pochi al giorno, i treni lungo la ferrovia che attraversava la parrocchia. La linea ferroviaria era stata inaugurata nel 1985 e i treni facevano così tanto fumo che “era impossibile discenderne puliti”. Con metafora abusata, in quegli anni il treno era “il cavallo di latta” e si “mangiava la strada ferrata”, espressione che aveva colpito don Natale.
Per il resto la modernità sembrava viaggiare altrove. Scarse erano le notizie del mondo. Il 1902 si era aperto con una sequenza di scioperi e un duro scontro tra Stato e ferrovieri. Il 5 luglio a Nettuno, nelle terre di bonifica dell’Agro Pontino, dopo un giorno d’agonia morì Maria Goretti, dodici anni, colpita per essersi opposta ad un tentativo di violenza. La sua figura, divenuta il simbolo della purezza e della castità, fu immediatamente popolare in tutta Italia. La vicenda avrebbe potuto verificarsi tale e quale nelle terre di bonifica di Croce.

Lunedì 14 luglio 1902 alle 9,47 crollò il campanile di San Marco, così, da un momento all’altro, senza preavviso, e senza vittime per fortuna. La notizia giunse il giorno successivo a Croce e don Natale, prima di entrare in chiesa, non poté fare a meno di notare che il campanile di Croce era incorporato alla chiesa; costeggiò il lato destro della chiesa e diede un’ultima occhiata verso l’alto: se il campanile fosse caduto avrebbe distrutto tutto il presbiterio; eppure gli sembrava solido; ma anche quello di san Marco prima c’era e poi non c’era più! Tutto è destinato a crollare su questa terra, pensò prima di entrare definitivamente in chiesa dal lato destro, solo le cose di Dio resistono per sempre,
A proposito della ricostruzione del campanile veneziano, “dov’era e com’era” avrebbe detto nei giorni successivi il patriarca di Venezia, il cardinal Sarto, locuzione che sarebbe rimasta in orecchio a don Natale.
Quell’anno i matrimoni furono 12. E sarebbero durati tutti perché una petizione contro l’introduzione della legge sul divorzio raccolse in tutta Italia tre milioni e mezzo di firme.

Nel febbraio 1903 Roma veniva collegata telefonicamente all’Italia settentrionale. La proposta di statalizzazione delle ferrovie, sottoscritta dall’estrema sinistra, veniva bocciata dalla Camera il 3 giugno; in ottobre, in seguito ad una serie di scandali, il governo Zanardelli fu costretto a dimettersi e il nuovo incarico fu affidato a Giolitti; al governo però non aderirono né socialisti né radicali.

Muore il papa. Viva il papa

Il 20 luglio, dopo 25 anni di pontificato, morì papa Leone XIII e l’intera cristianità cattolica cadde in lutto. Don Natale disse un rosario per lui e invitò i parrocchiani a fare altrettanto. Il vecchio secolo era definitivamente chiuso. Chi sarebbe stato il successore? Che bello se il nuovo papa fosse il tanto stimato patriarca Sarto, pensò il paroco di Croce. Il favorito del conclave, che si aprì il I agosto 1903, era invece il segretario di Stato, il cardinal Rampolla, ispiratore della politica francofila della Santa Sede; se fosse stato eletto, molto probabilmente avrebbe proseguito la linea politica del papa della “Rerum novarum”. La presentazione di un veto nei suoi confronti da parte dell’imperatore Francesco Giuseppe tramite il vescovo di Cracovia destò più meraviglia che altro: al terzo scrutinio Rampolla mantenne infatti la posizione di testa, come a dire che il veto produsse al limite l’effetto contrario; ma fu chiaro a tutti che il Rampolla non avrebbe raggiunto la maggioranza perché più di un terzo del conclave gli era implacabilmente contrario.
Il cardinal Sarto da Venezia, a un porporato francese che gli aveva pronosticato che non avrebbe mai potuto diventar papa perché non sapeva il francese, aveva risposto: «Grazie a Dio, e poi ho comprato il biglietto di andata e ritorno!» Ma mentre i cardinali facevano finta di portare avanti la candidatura imperiale del cardinal Gotti, cominciò a circolare tra gli elettori proprio il nome del patriarca di Venezia, che aveva fama di uomo profondamente religioso. Ci fu forse un tentativo di intimidazione, per via di avvelenamento, molti cardinali si sentirono male durante l’ultima notte, cosicché nel mattino furono fatte cinquanta ordinazioni in farmacia. Le quotazioni del patriarca di Venezia aumentarono: «Per l’amor di Dio, dimenticatemi, non ho le qualità per fare il papa» supplicò i cardinali, che invece lo elessero al settimo scrutinio il 4 agosto. Dopo esser scoppiato in lacrime, rispose: «Accetto, come si accetta una croce». Ma in tutto il patriarcato di Venezia fu la gioia, e anche nella diocesi di Treviso, perché papa Sarto, era di Riese, e sincera fu la gioia di don Natale che l’aveva molte volte incontrato.

Al Patriarchio di Venezia gli successe monsignor Aristide Cavallari, e fu lui che, il 15 ottobre a Noventa, cresimò 139 bambini, molti dei quali di Croce accompagnati da don Natale. Un’altra decina di bambini il paroco li accompagnò il 13 novembre dal vescovo Apollonio a Treviso, il 19 novembre altri cinque e il giorno dopo ben 127, a San Donà.

Morte del vescovo. Nuovo vescovo

L’anno si concluse con un nuovo dolore per la diocesi: in dicembre morì il vescovo Giuseppe Apollonio. In chiesa don Natale invitò a pregar per la sua anima.
Quell’anno i battezzati erano stati 105, i matrimoni 15, i morti 44, tra cui diversi di tubercolosi.

Nella necessità di nominare il successore di Apollonio alla cattedra della “sua” Treviso, papa Sarto si ricordò di frate Andrea Giacinto Longhin, un cappuccino di Fiumicello di Campodarsego (Padova) che godeva di buonissima fama e il 16 aprile 1904 lo nominò vescovo di Treviso, compiacendosi di avere “scelto uno dei fiori più belli dell’Ordine dei cappuccini” per la propria diocesi; il giorno dopo lo consacrò vescovo a Roma. I crocesi ricordarono che frate Andrea era venuto in paese a predicare durante la quaresima del 1895; già allora aveva fatto l’impressione di un santo. La soddisfazione nel clero e nella popolazione diocesana tutta non poteva essere più grande: un vescovo “nostro” era donato alla “nostra” diocesi da un Papa “nostro”.
Il vescovo Longhin si insediò a Treviso il 6 agosto, deciso di essere il buon pastore che non avrebbe risparmiato “né fatiche né sacrifici, disposto a dare” per la sua chiesa tutto il suo “sangue e la vita stessa”.

Vicende nazionali...L’8 luglio l’istruzione obbligatoria era stata protratta (nominalmente) fino al dodicesimo anno di età ma nel Comune di Musile erano pochissimi coloro che frequentavano fino alla terza elementare.
A metà settembre fu proclamato uno sciopero generale che da Milano si estese sino a Roma, il primo sciopero generale della storia d’Italia. Sciolte le camere, in novembre si tennero nuove elezioni che registrarono la sconfitta dell’estrema sinistra e una forte ascesa del partito socialista, in particolare della corrente riformista.

... e parrocchiali. In novembre, in preparazione al Natale, don Natale chiamò in parrocchia a tenere gli “Esercizi spirituali” un certo padre Luigi da Villafranca che tenne al popolo una missione, ovvero una predicazione straordinaria. Cappellano era sempre don Isidoro Serafin. Quell’anno i battezzati furono 119, e ancora 15 i matrimoni. Sul libro dei morti, che furono 44, don Natale aveva cominciato a registrare tra le cause di morte una malattia terribile: il tumore. S’era ormai decisamente in un secolo nuovo.
Nel 1905 don Natale cominciò a registrare negli atti di morte anche la residenza (ormai ex) del defunto:

27 maggio 1905
Bizzaro Angelo, coniugato con Forcolin Elena, figlio del fu Giovanni e fu Forcolin Elena, d’anni 65, nato a Croce, residente in frazione di Croce al N.° 5, agente del Nobile Conte Leonardo Gradenigo di Fossalta, è morto ieri 26 alle ore 11 e ½ antimeridiane, per causa di paralisi cardiaca ed oggi 27 del detto mese fu sepolto in questo cimitero secondo i riti sacri.
Don Natale Simionato Paroco

All’inizio di giugno il fisico Einstein spiegava, tramite la teoria dei quanti, l’effetto fotoelettrico, ossia perché la quantità di elettroni emessi da un colpito dalla luce, sia inversamente proporzionale alla lunghezza d’onda della luce stessa e non dipenda dall’intensità di radiazione. Alla fine del mese il genio di Ulm spiegava la sua teoria della relatività: dato che la velocità della luce è la stessa in qualsiasi sistema di riferimento, spazio e tempo devono essere “relativi”. Erano notizie di un altro mondo.
Tra le due pubblicazioni si inseriva temporalmente l’enciclica di papa Pio X “Il fermo proposito”, con la quale papa Sarto delineava la necessità della partecipazione del cattolici alla vita pubblica, per il “supremo bene della società”, limitando il principio del non expedit stabilito in occasione delle elezioni dell’anno prima.

Don Natale contempla la sua chiesa

Agosto 1905: seduto su di una sedia in chiesa don Natale pregava e meditava il breviario; di tanto in tanto dava un’occhiata all’altare maggiore, al Ritrovamento della Croce ad opera di Sant’Elena. Don Natale aveva chiesto anche ai superiori il motivo per cui la parrocchia fosse stata intitolata all’Invenzione della Santa Croce ma nessuno gli aveva saputo rispondere. Studiosi di Curia avevano stabilito che la prima chiesa era stata edificata addirittura nell’anno 1331, quale cappella di Noventa, come anche dicevano i documenti della parrocchia.
Nel 1509 la Gastaldia di “Croce di Piave” era divenuta parrocchia, ma i registri cominciavano a riportare i nomi di battezzati, sposati e morti solo dal 1679 «col primo parroco Fasèolo Giovanni Battista eletto dalla nobil donna vedova del fu nobil Tommaso Da Lezze».
La chiesa di Croce, quella attuale, risaliva al 1727 ed era stata benedetta nel 1731 dall’arcivescovo Augusto Zacco, come stava scritto su di una lapide in chiesa in cornu epistolae (cioè dal lato destro), e aveva continuato ad essere giuspatronato delle famiglie nobili veneziane fino al 1859, quando nessuno ne aveva più rivendicato il diritto, ed era toccato quindi al vescovo di Treviso nominare il parroco di Croce. La Curia aveva spinto don Busnardo a far domanda e per 38 anni don Sebastiano aveva retto con energia e dedizione la parrocchia.
Ma per lui, per don Natale, c’era voluto l’eccezionale l’intervento di papa Leone XIII, ovviamente grazie ai buoni uffici di monsignor Apollonio e del suo vicario Jacuzzi.

Finiti i salmi, don Natale uscì sul sagrato: diede un’occhiata alla ‘sua’ chiesa e pensò che era ora di dare l’intonaco esterno. Con i soldi del quartese e le offerte dei fedeli, sempre più numerosi e agiati per via delle bonifiche nella fertile zona delle Case bianche di proprietà dei Gradenigo, non sarebbe stato impossibile racimolare la somma necessaria. Riguardò la facciata e calcolò mentalmente la larghezza della navata, e pensò che forse la chiesa era divenuta piccola: in occasione delle maggiori solennità molti fedeli erano costretti a rimanere lì dov’era lui adesso, sul sagrato. Ingrandirla, sempre con il contributo dei contadini delle terre novali? No, don Natale corresse il pensiero: prima si sarebbe dovuto ingrandire l’Oratorio di Ca’ Malipiero, dove in molti erano costretti a rimanere fuori regolarmente, non soltanto nelle solennità maggiori. Ca’ Malipiero era l’antica frazione di Croce che s’era sviluppata attorno alla masseria dei Malipiero vicina alla Fossetta, dove da secoli esisteva anche un’osteria e una posta di cavalli. Di fianco alla masseria v’era l’Oratorio dedicato alla Beata Vergine del Rosario, fondato verso il 1500 dai Malipiero e oggi di proprietà della contessa Paolina Dubois Bianchini; era stato ingrandito nel ’700 con l’aggiunta delle navatelle laterali, ma oggi ugualmente insufficienti.
Un altro oratorio, l’Oratorio Giusti, poi Burovich De Smajevich, era in frazione “Scuole di san Rocco”, vicino all’argine della Piave, quasi al confine con Musile: dedicato un tempo a san Francesco e sant’Antonio, era ora dedicato a Maria Santissima Assunta. La frazione era chiamata così perché la veneziana famiglia Zannetti-Giusti era stata legata alla Scuola Grande di San Rocco di Venezia; e poiché nell’oratorio adiacente alla villa si teneva talora il catechismo, il termine “scuola” per qualcuno indicava l’Oratorio.
All’interno dell’oratorio si poteva ammirare un bel bassorilievo raffigurante la Madonna col Bambino e san Rocco, con la coscia nuda e la pustola della peste bella in evidenza.

Oggi, andati distrutti con la I Guerra Mondiale la villa Burovich e l’Oratorio delle Scuole, il bassorilievo si trova incastonato nel muro della chiesa del Lazzaretto alle Millepertiche

La villa guardava su di una grande aia, il retro dava sull’Argine di San Marco; l’aia era delimitata a est da una lunga barchessa (circa 40 metri) e a ovest da una costruzione in mattoni che oggi (anno 2010) è abitazione della famiglia Dal Ben.

Dalla strada dell’argine si accedeva alla villa attraverso una rampa che immetteva nell’aia tra la villa e la barchessa, oppure attraverso una scaletta, addossata all’argine, che conduceva all’Oratorio, che occupava il lato occidentale della villa. Dalla parte simmetrica, vicino alla rampa, era la casa del custode, con un porticato davanti. Il medesimo porticato si ripeteva per la lunghezza della barchessa.

La villa che un tempo era stata degli Zanetti-Giusti era poi passata ai Burovich Szmajevich, famiglia proveniente dalla Bocche di Cattaro (Montenegro), in particolare dalla cittadina dalmata di Perasto, fedelissima base veneziana. Per meriti marinareschi e militari i Burovich avevano acquisito dalla Serenissima il titolo di Conti... e, in data imprecisata, dalla Scuola Grande di San Rocco i terreni e la villa che gli Zanetti-Giusti avevano lasciato in eredità alla Scuola,

Da poco la villa dei Burovich era venuta in proprietà del signor Bizzaro Giovanni, ricco possidente del Comune.
In foto si vede un particolare della facciata che guardava la grande aia; una faccia uguale, quella posteriore, dava sull’argine di San Marco. Sul lato sinistro era l’ingresso all’Oratorio, sul lato destro il porticato d’ingresso alla casa del custode, entrambi non visibili in foto.

Diretto al proprio studio, don Natale aprì il cancelletto che immetteva nel ‘brolo’, l’orto-giardino che separava la chiesa dalla canonica, e buttò un’occhiata agli alberi da frutto da una parte e alla vigna dall’altro e concluse che di lì a poco sarebbe stata l’ora della raccolta e della vendemmia. Il ‘brolo’ era di proprietà del Comune e il parroco ne pagava le prediali; il sentiero centrale permetteva di giungere dalla chiesa direttamente alla porta sul retro della canonica senza passare per la strada. A metà del sentiero il parroco si fermò per piluccare una mela e pensò che forse sarebbe stato più conveniente chiamare qualcuno dei ragazzi e tirar giù mele e pere con qualche giorno di anticipo e offrire loro qualche frutto prima che se le portassero via comunque di nascosto e in quantità maggiore. “Si sa come sono i giovani – si disse don Natale – hanno sempre fame e trovano buona la frutta anche quando è acerba, se solo riescono a portarmela via...”
Giunto alla porta sul retro don Natale si pulì le babbucce sul tappeto di stoppa ed entrò: i vecchi genitori e la sorella lo stavano aspettando per la cena.
La canonica era una delle poche case in pietra del paese: l’aveva fatta costruire il Comune qualche decennio addietro dopo anni di insistenza di parroco e fabbricieri. Ad essere precisi era esistita un tempo una canonica vicino alla chiesa vecchia presso il fiume, ma, trasferita la chiesa e caduta diroccata anche quella, i parroci del paese avevano penato a lungo per averne una nuova. Per un secolo e mezzo avevano vissuto ospiti o in affitto presso le case dei vari nobili del paese. Con l’annessione al regno d’Italia il Comune di Musile s’era impegnato a garantire un’abitazione ‘commoda’ al parroco ma don Sebastiano Busnardo, il predecessore di don Natale, aveva dovuto bussare per anni alla porta delle autorità comunali prima di ottenere quello che gli spettava di diritto.
Ora, grazie al cielo, la parrocchia di Croce godeva l’uso di una grande canonica che rispondeva egregiamente alle esigenze di una comunità che continuava ad allargarsi grazie agli immigrati nelle zone di bonifica. Con tutte le cose da fare e con le distanze enormi da percorrere, un prete non bastava: don Isidoro Serafin , che, in più riprese, era a Croce da più di vent’anni, almeno dal 1883, era un ottimo cooperatore; ma Dio solo sapeva se non ce ne volesse anche un altro. Nel 1899 il vescovo aveva mandato per un periodo don Pietro Marin, ché il Beneficio di Croce poteva mantenere due cappellani senza grossi problemi, ma era rimasto poco tempo.

La visita pastorale pastorale del 1905

Le parrocchie erano state invitate a preparare la prossima visita del vescovo con un triduo di esercizi spirituali, perché “Lo scopo della visita deve essere solo quello del bene delle anime. Il pranzo e la cena siano frugalissimi, con la presenza dei Sacerdoti residenti in Parrocchia. In questa occasione venga amministrata la Cresima, non la Prima Comunione; i fedeli ricevano dalle mani del Vescovo l’Eucaristia”.
Nel triduo in preparazione alla visita pastorale predicò il vice rettore del seminario don Beniamino Favrin, mentre don Natale cercò di curare tutto per il meglio e di avere in ordine i documenti da mostrare al vescovo. Che cosa gli avrebbe raccontato? Che le condizioni delle famiglie, “come Lei, Eccellenza, può ben immaginare, sono di estrema povertà...”

Tante in proposito sarebbero state le cose da dire.
Alcuni possidenti assenteisti non conoscevano neppure di persona i propri coloni (così gli riusciva più facile mandarli via alla scadenza del contratto) e si affidavano ad agenti rapaci e inesorabili, che suscitavano nei contadini sentimenti di soggezione e timore, quando non di rancore. E se alcuni ricchi proprietari discendevano dall’antica aristocrazia veneziana, altri, di ricchezza più recente, erano generalmente più gretti e avidi dei nobili, mai contenti di onoranze e di prestazioni straordinarie.
Il contratto agrario più diffuso in parrocchia era la “colonia a parte”, cioè la mezzadria, forse lo strumento idoneo a realizzare il principio della collaborazione fra le classi... se la mezzadria non fosse stata di una durezza intollerabile! I coloni erano sottoposti a obblighi infiniti e ricatti impliciti che travalicavano i limiti contrattuali. Certi prodotti non erano equamente divisi tra proprietario e colono: il proprietario, ad esempio, per la facilità di commercializzazione del vino, se ne riservava i due terzi; si arrogava il diritto di vendere le derrate di spettanza colonica per ottenere, col ricavato, il rimborso delle sovvenzioni concesse. Talora il padrone vendeva persino il mais necessario al fabbisogno della famiglia contadina, salvo poi somministrare granoturco avariato o di peggior qualità importato dall’estero. I conduttori inoltre erano sovraccaricati di onoranze da corrispondere ad epoca prefissata e che talvolta dovevano acquistare al mercato qualora ne fossero stati sprovvisti; purtroppo i patti erano dettati dai padroni, quando li dettavano; ma il più delle volte il padrone li alterava a capriccio. Talvolta il proprietario si tratteneva prima della spartizione fino a un quarto dei bozzoli e pretendeva talvolta una quantità d’uva superiore alla produzione; e i coloni erano sempre indebitati col padrone, benché i fittavoli in particolare cercassero, ricorrendo se necessario a prestiti di terzi, di saldare o di ridurre l’entità del debito per evitare il licenziamento; e i sensali a cui si rivolgevano erano sovente degli avvoltoi che, mascherando la loro proficua attività con mestieri più rispettabili, facevano passare i loro servigi sotto i termini più o méno tecnici di «provvigioni, senserie, proroghe», ma prosperavano sulla pelle dei contadini, giocando sulla loro miseria, sulla loro ignoranza, ma anche su quel senso di falsa timidezza che portava le famiglie a nascondere le proprie sofferenze finanziarie, accettando con atavica rassegnazione i debiti onerosi in natura, le vendite a termine di riscatto. Pareva che i debiti dei mezzadri verso il proprietario non s’estinguessero mai, e in definitiva i mezzadri erano sempre poveri, spesso miserabili.
Lo stesso contratto di affitto non appariva più vantaggioso per massarioti e chiusuranti, che dovevano corrispondere quantitativi predeterminati di generi e talora una quota in denaro; seppur più autonomi nei confronti del padrone, godendo di maggior libertà d’iniziativa, non erano esenti da rischi: il contratto, spesso di durata annuale, era stipulato “a fuoco e fiamma, a guerra guerreggiata”, vale a dire che l’affittuario si obbligava a pagare il canone, senza possibilità di dilazione, malgrado infortuni o calamità in cui avrebbe potuto incorrere;
ultimi tra gli ultimi erano i braccianti, i proletari delle campagne, veri figli della gleba. L’avventizio soprattutto, a differenza del bracciante fisso e del servo di campagna salariato con contratto annuale, era legato a una mercede giornaliera assai incerta e costretto quindi a lottare più accanitamente degli altri con la miseria, gli stenti, la fame, la pellagra. I braccianti agricoli, spinti dal bisogno, alimentavano - ma non erano i soli - i furti nei campi, il cui numero si accentuava nelle annate di crisi, o si riducevano a vivere di espedienti quando pure non si accodavano al folto stuolo dei mendicanti.

Che avrebbe raccontato don Natale al suo vescovo? Che l’esistenza era per tutti difficile. Le abitazioni erano malsane, l’alimentazione poverissima a base di polenta sola, che vi era ancora qualcuno che soffriva di pellagra, il “male della miseria”. E dopo aver tentato tutto, a molti non era rimasto che il sogno dell’America; e voleva dire Brasile e Argentina, come nel secolo scorso, ma anche Francia, Svizzera e Germania. Alcuni, come Piero Granzotto, figlio del sacrestano, erano tornati delusi senza aver fatto fortuna. Per quelli che erano rimasti forse l’America era qui e si chiamava Bonifica.

La domenica successiva, il 24 agosto 1905, finalmente giunse a Croce per la sua prima visita pastorale il vescovo Andrea Giacinto Longhin. Giunse poco dopo la fine della messa prima e con i suoi collaboratori fu invitato a visitare la chiesa.

“La chiesa non è sufficiente per la popolazione, specialmente nelle maggiori solennità...” – il vescovo se ne sarebbe reso conto alla messa seconda – “...ha bisogno dell’intonaco esterno. D’inverno è aperta tutto il giorno e d’estate resta chiusa dalle nove alle due.
Vi sono 5 altari: il maggiore e quattro laterali, dedicati uno alla Madonna del Rosario [il secondo a sinistra], uno a S. Pietro, S. Antonio, S. Giovanni Battista e Beata Vergine delle Grazie [il primo a sinistra], uno a S. Vincenzo e S. Matteo [il secondo a destra] e uno alla Beata Vergine del Carmelo [il primo a destra], privilegiato in perpetuo.
La chiesa è dotata di paramenti, calici, messali, battistero, tre confessionali, pulpito, cantoria, molte reliquie di Santi e due della Croce. Il tabernacolo è munito di due porticine e di due chiavi sicure e custodite in sacrestia; si mantiene di continuo accesa la lampada con olio d’ulivo. Non vi sono oggetti preziosi. Vi sono le indulgenze perpetue del Carmine e della Via Crucis e temporanea del Perdon d’Assisi, tutte con i relativi ‘Brevi’.
Il campanile è in buone condizioni statiche; non vi sono abusi sul suono delle campane; le chiavi sono custodite dal campanaro. Il cimitero è custodito e difeso come luogo sacro ed è sufficiente.
In parrocchia vi sono due Oratori pubblici: uno in frazione Ca’ Malipiero di proprietà della Contessa Paolina Dubois Bianchini; l’altro in frazione Scuole di S. Rocco di proprietà del Sig. Bizzaro Giovanni. Non esistono pietre commemorative della loro fondazione. Si celebra la Messa a richiesta dei devoti nei giorni feriali”.

Per quanto riguardava la pastorale don Natale confermò che la predicazione era regolare. Al cappellano era concesso di predicare una o due volte al mese. L’anno precedente, in novembre, padre Luigi da Villafranca aveva tenuto gli esercizi spirituali. Altre predicazioni si tenevano “in quaresima, nella solennità del Carmine, della Salute e della Croce”. La dottrina veniva fatta “un’ora prima della messa seconda, in chiesa”. Anzi, alcuni erano già lì, seduti sui banchi della chiesa. Il vescovo chiese di vedere l’elenco dei ragazzi che partecipavano al catechismo, ma don Natale rispose che non ce n’era bisogno, dato che i ragazzi erano conosciuti, anzi co-no-sciu-tis-si-mi dai loro sacerdoti. «I ragazzi sono divisi in due sezioni – spiegò don Natale, – una di quelli che imparano le orazioni, l’altra di quelli che leggono le altre parti della dottrina cristiana. I fanciulli sono separati dalle fanciulle, ma non si tiene la divisione per classi”.
Vescovo e vicerettore del seminario assistettero alla lezione di catechismo, e si sorpresero non poco che non fossero gli adulti a tenere il catechismo ai ragazzi, ma altri ragazzetti.
«Eh, Eccellenza, gli adulti lavorano, non hanno tempo di prepararsi, bisogna servirsi dei giovanetti più avanti...» spiegarono i parroci.
Il vicerettore fece qualche domanda ai ragazzi, cui seguì un imbarazzato silenzio. «Sono timidi, non si capacitano di trovarsi di fronte a Sua Eccellenza» intervenne a loro difesa don Natale. «E allora faccia lei le domande!» invitò il vescovo.
Don Natale fissò il gruppo, quindi scelse uno dei più svegli e gli rivolse alcune semplici domande, guidandolo non poco nella risposta. «Ma non deve far la domanda e subito suggerire la risposta!» ebbe a ridire il vicerettore del seminario. «Eh, via, non si può pretendere, eh, non si può pretendere tanto; è già una bella cosa che vengano a catechismo...» «Cosa significa?» «Che non sono abituati a parlare davanti alla gente».
«No, cosa significa che “è già una bella cosa che vengano a catechismo”?»
«Che le distanze sono enormi, non è possibile garantire una istruzione come si deve. Noi facciamo il possibile, vero ragazzi?» I bambini annuirono al gran completo. «Sono tutti insieme qui? Non sono divisi per classi?» chiese il vicerettore. «E come si fa, Eccellenza? Non possono venire a catechismo a tutte le ore. Io tengo un catechismo per tutti. Poi quelli più avanti insegnano ai più piccoli…» «Quindi non fate le dispute...» «No. Non le facciamo». «I ragazzi giungono preparati alla prima comunione?» «E come no? Giungono preparati sì, perché la preparazione alla prima comunione dura ordinariamente due mesi, ma anche più se fa bisogno».

Il vicerettore si lamentò sottovoce col vescovo che don Natale non andava con ordine durante l’insegnamento: «È chiaro che i fanciulli non imparano niente e rimangono all’oscuro di tutto nella più completa ignoranza». Il vescovo gli rispose con un gesto che stava a significare: “Staremo a vedere. Non perdiamo la fiducia”. Ma poi alla messa, dove il vicerettore del seminario predicò, il vescovo e gli altri collaboratori della Curia ebbero modo di constatare che la partecipazione alla comunione era ampia. Lo stesso don Natale con segni delle mani chiamava i fedeli ad accostarsi all’eucaristia.
«È sempre così?» chiese il vescovo al paroco alla fine della messa. «Certo, Eccellenza».

Altro motivo di conforto Monsignor Longhin provò nel venire a sapere che la recita del rosario si svolgeva sia in chiesa sia nelle case, anzi “alcune persone più vicine praticano anche la visita”; che si svolgevano le 40 ore “nella settimana santa: esposizione con la santa pisside alla mattina; esposizione solenne alla sera. Con discorso”; che l’esposizione eucaristica si teneva poi “da una santa Croce all’altra, ogni terza domenica del mese, ultimo giorno dell’anno e capo d’anno; nelle altre domeniche esposizione con la santa pisside”. Durante la messa il vescovo aveva avuto modo di rendersi conto che il canto sacro era conforme ai canoni. Fra le confraternite spiccava quella del Carmine alla quale erano “ascritti circa duemila” fedeli; cioè quasi tutto il paese. Vi erano poi i Terziari “con 40 confratelli e fanno regolarmente le loro congregazioni e dipendono dalla famiglia francescana dei Minori Osservanti di San Francesco della Vigna di Venezia”. E v’era anche la scuola della Via Crucis perpetua. Il comitato parrocchiale annoverava “n. 12 soci” .
Proprio questo avrebbero dovuto scrivere i collaboratori del vescovo: che i parrocchiani erano di buoni costumi, sebbene si svolgessero alcuni “balli pubblici in osteria in tempo di carnevale e in qualche altra solennità fra l’anno. Non sono registrate separazioni illegittime, matrimoni o funerali civili; qualche matrimonio viene celebrato solo religiosamente. Non vengono profanate le feste, però è da lamentarsi sulla condotta degli agenti, i quali non vengono alla chiesa e spesso, specie d’estate, obbligano i loro coloni ai lavori campestri, che si potrebbero differire, come fanno le famiglie religiose indipendenti da Fattori. Poca è la frequenza alle funzioni del pomeriggio. Era per lo più adempiuto il precetto Pasquale. Nelle pubbliche scuole si insegna il catechismo dalle buone maestre. Non circola stampa cattiva eccetto qualche copia del Gazzettino. I rapporti con le autorità civili sono buoni”.

In chiesa il vescovo esaminò le reliquie e vistò un frammento delle ossa di san Sebastiano Martire, che riportava il sigillo del cardinal Giuseppe Aloisio (4 aprile 1868) e il visto del vescovo Apollonio (4 novembre 1888); tre frammenti di stoffa, uno della veste di sant’Ignazio di Lojola, uno del piviale di san Gaetano da Thiene e uno delle vesti di sant’Antonio Nepomuceno, tutti e tre autenticati da padre Nicola Landini di Firenze il 10 luglio 1771; un frammento di tela intrisa del sangue di san Filippo Neri con sigillo del 6 giugno 1772. Poi diede un’occhiata ad alcuni frammenti di ossa di san Francesco di Paola, con sigillo del vescovo Domenico Giordano del 26 febbraio 1766 e ad altri frammenti d’osso di san Paolo Apostolo, autenticati da Orazio Matteo arcivescovo di Colossi il 21 agosto 1771. In canonica furono poi esaminate le questioni economiche: “La Parrocchia è titolare di un Beneficio e di una Prebenda di ettari 1,72.40 , entrambi lavorati in economia. Vi è una Cartella di rendita pubblica su ettari dieci dal 10 luglio 1887 per la cessione di appezzamento richiesto per la costruzione dell’argine del Piave. Più un libretto Cassa di Risparmio col credito di 35 lire italiane quale appendice della cessione di terreno, ut supra. Vi è diritto di quartese colle attività e passività giusta l’unito specchietto estratto dall’originale esteso dal R. economo e conservato in canonica. Le rendite avventizie in denaro e generi sono di circa 1.000 il. annue. La cassa Anime è data da offerte spontanee per il. 500 circa annue, le quali vengono impiegate in Messe e Ufficiature, salvo la detrazione del decimo per consumo cera e addobbi mortuari. Gli inservienti di chiesa sono persone di cristiana condotta, non dediti al vino né malavitosi presso i parrocchiani. L’Archivio è in ordine. Tra Parroco e Fabbricieri vi è buona armonia”. Il convisitatore che aveva esaminato i registri osservò, e lo scrisse in nota sul margine del registro dei matrimoni, che era necessario scrivere nome e cognome dei testi e se o meno avessero gli sposi ricevuto la benedizione nuziale. Su quello dei morti, invece, scrisse che era “necessario dire se il defunto morì dopo di aver ricevuto i SS. sacramenti e se mai non li ricevette, perché non li ricevette”. Infine la nota sulla canonica: “È in stato soddisfacente e vi è un posto anche per il cappellano, che vive in canonica e si mantiene con la questua di fieno, frumento, granoturco e uva”. Monsignor Longhin rimase così contento della sua visita pastorale, cioè “prov[ò] non poca consolazione nel visitare codesta parrocchia” che le formule degli atti canonici nei registri parrocchiali, sebbene formule, risultarono tutte positive; e perciò fu solo per amor di perfezione che emanò il decreto col quale disponeva la riparazione sia del tronetto pel viatico sia del reliquiario contenente le ossa di san Celso martire, e infine la sospensione della cornice dell’altare nell’oratorio del Carmine della contessa Bianchi. Quando il vescovo se ne fu andato, don Natale fece il punto della situazione col suo cooperatore: «Ha ragione il vescovo che forse l’educazione dei fanciulli non è tanto rigorosa…» «Bisognerà provvedere…» disse don Isidoro. «Provvederemo, provvederemo… ma se non li abbiamo a catechismo dobbiamo sperare che le buone maestre continuino a fare la loro parte».

Lui per primo si mise d’impegno di essere più rigoroso nella trascrizione delle registrazioni: il matrimonio n.° 1 del 1905, celebrato il 19 agosto ma registrato dopo la visita del vescovo, riportava ordinatamente come testimoni Granzotto Antonio nonzolo e Granzotto Giuseppe di Antonio; e anche i primi tre defunti furono registrati, con le diciture prescritte, da un’altra mano, probabilmente quella di don Isidoro. Nei matrimoni successivi, al posto di Giuseppe, comparve più spesso, come testimone, l’altro figlio di Antonio, Pietro, da poco tornato dall’America. Le date dei matrimoni però si accavallavano, a significare che, nonostante i buoni propositi, la registrazione dei sacramenti non era immediata; don Natale cercava di rispettare i dettami e registrare l’avvenuta benedizione nuziale ma l’ordine burocratico non era, e non sarebbe mai stato, il suo forte.

Le speranze affidate alle “buone maestre” risiedevano nel fatto che esse provvedevano anche all’istruzione religiosa. Per legge la scuola elementare era obbligatoria fino alla terza, ma in paese, come in quasi tutti i paesi, mancava un edificio degno di tal nome: ci si arrangiava con locali di fortuna. Le aule delle prime classi erano state ricavate alla bell’e meglio una di qua, un’altra di là in giro per il paese. Per frequentare la quarta e la quinta bisognava andare a Musile, ma da Croce praticamente non ci andava nessuno.

1906

In febbraio, alla caduta del governo Fortis subentrò il governo Sonnino. Al Metropolitan di New York, nell’opera Fedora in cui cantava il tenore Caruso, grave scandalo suscitò il bacio in scena tra i due protagonisti.
In pubblico dava scandalo anche il bacio tra fidanzati. Nelle storie d’amore della campagna crocese raramente entravano i baci.

[inserire il racconto delle modalità di corteggiamento e di fidanzamento dell’epoca]

Caruso fu subito punito: il 18 aprile San Francisco fu distrutta da un violento terremoto e dal susseguirsi degli incendi provocati dal sisma. Il tenore, in città per cantare la Carmen, uscì fortunatamente incolume dall’albergo in cui alloggiava. I baci sono leciti solo all’interno del matrimonio. Nel 1906 don Natale celebrò 25 matrimoni.

1907

Il 15 aprile il sacerdote Romolo Murri, fervido sostenitore dell’impegno politico dei cattolici, fu sospeso a divinis. Un mese dopo l’opera Les Demoiselles d’Avignon di Pablo Picasso segnava l’inizio del Cubismo.
In diocesi il vescovo Longhin, viveva in austerità e povertà cappuccina, e si distingueva per l’importanza che dava all’annuncio della parola. Sull’esempio del “suo” papa, il “vescovo del catechismo” assecondava l’ansia apostolica dell’insegnamento del catechismo ai fanciulli, nei circoli delle associazioni giovanili e agli uomini cattolici, con gare di cultura, giornate di studi, scuole di catechisti. Amava e seguiva come un padre i suoi sacerdoti, avendone specialissima cura sin dal seminario, predicando ritiri mensili ed esercizi spirituali, seguendoli per le 213 parrocchie. Il 12 agosto 1907 papa Sarto lo definì: «...uno dei miei figli primogeniti, che ho regalato alla diocesi prediletta, ed esulto tutte le volte che mi si riferiscono le lodi di lui, che è veramente santo, dotto, un vescovo dei tempi antichi, che lascerà nella diocesi un’impronta indelebile del suo zelo apostolico».
Ma il papa in quei giorni era preso da altre preoccupazioni: l’8 settembre, con l’enciclica Pascendi dominici gregis condannava il “Modernismo” che si prefiggeva la critica ai Testamenti per sottrarla alla rigidità del dogma: si comincia col criticare una cosa secondaria e si finisce per mettere in discussione tutto.

Il signor Bizzaro, proprietario dell’Oratorio alle Scuole San Rocco, era stato convinto a erigere una via Crucis, forse dal padre Andrea da Ospedaletto che ogni domenica vi celebrava messa. Don Natale pertanto scrisse alla Curia:

Ill.ma Rev.ma Curia Vescovile

La famiglia Bizzaro Eugenio di Croce, desidera erigere la Via Crucis nel proprio Oratorio pubblico, dedicato alla Beata Vergine Assunta, discosto dalla chiesa parrocchiale circa quattro chilometri, in frazione S. Rocco.
Perciò, io umile sottoscritto, prego cotesto Ill.mo e Rev.mo nostro Vescovo di concedere la facoltà necessaria al Rev. P. Andrea da Ospitaletto, del Convento del Deserto, Venezia.
Con profondo ossequio
Croce di Piave 10 Ottobre 1907.

Devmo
Don Natale Simionato
paroco

Una settimana dopo l’Europa e l’America erano collegate da un regolare servizio radiotelegrafico.
Quell’anno i matrimoni furono 19. Le registrazioni di don Natale erano sempre poco puntuali: nell’atto n.° 9 egli trascrisse addirittura il nome e i dati una sposa sbagliata, per cui fu costretto a barrare il paragrafo e a trascrivere più sotto quelli della vera sposa. Uno dei due testimoni era sempre il nonzolo Antonio Granzotto, anche se sul finire del 1907 firmò per diverse volte il figlio Pietro.
Tra i dati degli sposi don Natale registrava i vari spostamenti di residenza e gli anni (due mediamente) trascorsi dall’uomo in servizio militare. Alla fine, come da ordine del vescovo, adesso indicava sempre che era stata data la benedizione nuziale.

La minaccia dell’estinzione pende sui Gradenigo

I signori del paese erano i Gradenigo, eredi del grande patrimonio dei Foscari; i Gradenigo possedevano una grande quantità di terreni e case da suscitare in tutti il desiderio di lavorare alle loro dipendenza, di partecipare, seppur indirettamente, delle vicende magnifica della famiglia un tempo dogale.
Della nobile famiglia veneziana esistevano più rami in paese, imparentati tra loro. Ma tutte le loro discendenze erano in pericolo per la maledizione che aveva condannato un tempo i Gradenigo a estinguersi a causa dei loro misfatti compiuti in Venezia, così recitava la vulgata popolare.
I Gradenigo del centro avevano in verità speranze di discendenza, perché il conte Pietro figlio del conte Paolo era in età da matrimonio. Invece sul conte Gerolamo Leonardo, proprietario dell’azienda all’incrocio tra la ‘strada matta’ e via Croce, tale maledizione sembrava già essersi avverata: non aveva avuto figli dalla moglie, la contessa Rachele Sacerdoti, e ormai disperava di averne.


A proposito: la ‘strada matta’ (in rosso nella pianta) era quella che, deviando verso destra dall’argine della Fossetta poco prima della ferrovia, collegava la Fossetta con la via principale del paese. Era ‘matta’ perché non nasceva e non menava da nessuna parte ma semplicemente collegava strade più importanti.

A chi avrebbe lasciato il conte Gerolamo Gradenigo tutti i possedimenti, la tenuta agricola di duecento ettari, i fabbricati? Il 6 luglio 1908 il conte li destinò tutti all’Orfanotrofio Infanzia Abbandonata di Venezia, riservandone l’usufrutto “vita natural durante” alla moglie.

Lo stesso anno la proprietà dell’azienda Levi, artefice della grande bonifica delle Trezze all’estremità della parrocchia, passava alla ditta Donà dalle Rose, mentre l’Impero Austroungarico si annetteva la Bosnia-Erzegovina e la Serbia si mobilitava perché vedeva sorgere ostacoli alla creazione di una Grande Serbia.
Il 28 dicembre un violento terremoto distrusse Messina: centocinquantamila le vittime.

Per una trattazione completa dell’argomento vedi
CARLO DARIOL - Storia di Croce Vol. 2 - DON NADAL, EL PAROCO DE CROSE
Edizioni del Cubo, 2016

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