HISTORIA: dal 1940 al 1945 Torna alla pagina iniziale di Croce HISTORIA: dal 1950 al 1954

HISTORIA de CROSE
dal 1945 al 1949



La fame dopo la guerra

Poi che se ne fu partita la colonna di militari, in Comune arrivarono gli ufficiali e requisirono una quindicina di case, le più spaziose dei dintorni, ville di personaggi compromessi col fascismo o di cui erano note le simpatie fasciste: tra di esse requisirono l’abitazione delle maestre sorelle Fassetta e quella del segretario del fascio Umberto Fagherazzi; a Croce requisirono (2 maggio) la villa del colonnello Gioia (n. 12 della lista).

Nuovo sindaco

Il 5 maggio nella sala del Municipio si riunirono diciotto persone tra le più in vista e politicamente impegnate contro il fascismo ed elessero presidente della Giunta provvisoria, ossia sindaco, Nicola Bizzaro che già era stato commissario prefettizio dopo l’8 settembre, alla caduta del Governo Mussolini, ma che poi, in seguito alla normalizzazione di Salò era stato sostituito dal commissario Fadalti. Vicesindaco fu nominato Alberto Giacchetto, crocese, che abitava lungo la Triestina. Quattordici dei diciotto entrarono a far parte della Giunta.
Furono in breve istituite le varie commissioni: nella commissione E.C.A. (Ente Comunale Assistenza) furono inseriti i due preti di Musile (don Tisato) e di Millepertiche (don Favero) ma non fu inserito don Natale, evidentemente considerato vecchio oppure scomodo; di Croce invece fu inserito Luigi Perissinotto [delibera del Consiglio n.° 25]. Il vecchio paroco fu inserito, con quelli di Musile e Millepertiche, con la Giunta, i due medici e le levatrici, nella commissione incaricata della formazione dell’elenco poveri.

Si tracciavano i bilanci della guerra: l’Italia era alla fame. Per molti crocesi quelli sarebbero stati i mesi più critici della loro vita.
Don Natale faceva di tutto per soccorrere i più in difficoltà.

[Dai ricordi di Toni Dariol]
Io posso dire che fu un uomo straordinario: il bene che non ha fatto quell’uomo... Quando qualcuna partoriva e non aveva chi le preparasse da mangiare, don Natale faceva arrivare in casa della donna del brodo e del pane, che aveva fatto preparare dalle nipoti. Era un uomo straordinario, faceva un sacco di carità a tutti. Ce n’erano di poveri, soprattutto nella Calle dei Morti e a Tre Scalini, là era il ghetto, la vera povertà. Due volte lo accompagnai col cavallo a portar da mangiare ai poveri. Una volta lo portai dalla Lava, e una volta... non mi ricordo da chi era.

In canonica non c’erano più le nipoti a lavorare. Per un periodo andò servitore Decimo “Toresan” (=Danieli). Poi venne una coppia di servitori, Giovanni e la Marcella Callegher “ma non erano bravi come le zie”, racconta la Dirce Sforzin.

Tornavano i reduci

Tornavano dalla guerra e dai campi di prigionia di mezza Europa. Tornavano ovviamente debilitati, delusi, poveri in canna. Eugenio D’Andrea (“Neno Pitana”), fatto prigioniero dai tedeschi a Ragusa in Croazia il 12 settembre 1943 e liberato dagli Americani, tornava in Italia il 13 maggio. L’interruttore della luce della piazza lo attendeva.

Zanardino Granzotto, che “aveva combattuto in due posti diversi in Albania e poi era stato fatto prigioniero e portato a lavorare in Germania, tornò a casa scalzo” [dai ricordi della moglie Letizia]. Che lavoro lo aspettava? Quello di nonzolo? Zanardino sperava in qualcosa di meglio.

Tornò Vittorio Di Legui dalla Russia e, non avendo posto abitare, andò a installarsi nella scuola della Fossetta, nelle stanze riservate alle maestre.

Ancor più rocambolesco fu il ritorno di Claudio Barsi dalla Germania, fuggito con altri sei e giunto sulle sponde del grande Reno, che solo in tre furono in grado di attraversare a nuoto, gli altri morirono annegati. “Claudio si salvò perché era bravo a nuotare, abituato com’era fin da piccolo a nuotare in Piave, e si salvò, anche se del gruppo era ‘el bocia’, come lo chiamavano gli altri, cioè il più giovane. Giunto in paese, andò diretto a Musile e non passò nemmeno a trovare lo zio, perché s’era disgustato con lui” (Dirce Sforzin). Col fratello ‘Bigi’ si sistemò in una stanza sotto il Municipio, in quelle settimane riservato agli sfollati; lì li raggiunse la madre. “Ce n’erano tante di famiglie di sfollati, sotto il Municipio: c’era la bidella, c’erano i Florian…” Altre case da assegnare agli sfollati non ce n’erano.

Tutti s’arrangiavano come potevano. Ancora la Dirce Sforzin:

in quel 1945 mio padre, che era un bell’uomo, svelto di parola, alto, buono, fece anche un mese di prigione, accusato di furto; e io, di 19 anni!, andai a Musile dai mediatori a vendere un maiale, il cui ricavato mi sarebbe servito per dar da mangiare ai miei fratellini e per tirar fuori mio padre dalla galera.
Era finito in galera “per undici paline” scrisse il Gazzettino. Per colpa di un Nani Perissinotto che vide mio padre vicino a casa sua con undici paline sottobraccio, e immaginò che gliele avesse rubate e lo rincorse fin dai Montagner e poi lo menò e lo buttò in canale, e poi vennero i carabinieri e portarono mio papà in prigione, perché Nani lo denunciò.
Ma poi mio papà riuscì a dimostrare che non aveva rubato le paline a Nani Perissinotto e fu rilasciato.
«Papà adesso che ti hanno assolto e liberato – dissi io – gli facciamo controcausa», e invece mio padre, pensa quanto buono era, lo perdonò.

Lavoro non ce n’era. Bisognava andar sui campi o a far lavori in casa presso i più benestanti. Diverse erano le ragazze che volevano imparare il mestiere di sarta, come racconta la Alma Granzotto:

Finita la guerra io andai a scuola, all’avviamento, un giorno, un giorno solo: non mi piacque, e allora andai a fare la sartora dalla Maria Saran, che abitava vicino a Maschio (mi ricordo che la mamma della Maria era rimasta vedova da giovane, con due bambini, Bepi e la Maria appunto); ma feci solo mezza settimana dalla Maria, poi andai da Zanco.
Giovanni Zanco abitava in una di quelle casette in riga subito dopo la casa dei Maschio, tutte casette col portone frontestrada e col giardino dietro. Di quella fila di casette prima era la falegnameria di Buchetti; la famiglia Buchetti aveva una figlia, la Isetta Buchetti.
Poi c’era la casa della signora Pina, ossia la Giuseppina Bizzaro, la levatrice.
Poi c’era la casa di Leonardi, quello che prima abitava nella baracca dietro le scuole, ma poi lì i Lorenzon costruirono la loro casa e i Leonardi vennero via da lì e vennero ad abitare nelle casette in riga.
Quindi c’era la casa di Giovanni Zanco, il sarto. Poi c’era la casa dei Bello (che andarono a vivere a Torino e una Bello sposò un Torresan).
Infine c’era la sartoria di Zanco: lì lavoravamo noi e lì finiva il fabbricato. Eravamo diverse le ragazze che lavoravano da Zanco.

Ugo Vianello, il figlio della maestra, da casa sua, ci lanciava gli amoli fin dentro in sartoria. Ricordo che lavoravo tutto il giorno, dalle otto a mezzogiorno e poi andavo a casa a mangiare, poi lavoravo dalle due alle sette, un’ora a casa a mangiare e poi ancora a lavorare dalle otto a mezzanotte. Quanto non ho lavorato, io…
[Dai ricordi della Alma Granzotto]

Chi comprava i vestiti di Zanco? le chiedo.

Clienti da Mestre. E tutti quelli da Croce. Mi ricordo che dovevamo bagnare la stoffa prima di lavorarla e portavamo una mastella di acqua dalla cucina nel giardino dietro dove la stoffa era appesa e là bagnavano la stoffa appesa; e un giorno Giovanni [Zanco] si accorse che la stoffa era tutta unta, e l’avevo bagnata io e quella volta avrei voluto morire, la mastella di solito era pulita ma chissà cosa ci aveva messo dentro la madre di Giovanni, la vecchia signora Pia, «e va bene, se c’è da pagare, pagherò il danno» dissi, e invece mi ricordo che con acqua e sapone la signora riuscì a far venire tutto pulito e a togliere le macchie di unto. Avevo 15-16 anni, che dramma fu quello.
Nell’unica ora libera noi ragazze ci davamo appuntamento tra le 7 e 8, per andare al lavoro, andavamo incontro alla Ottorina Cantarutti che abitava appena giù della rampa, in una baracca, le andavamo incontro io e la Bepa Visentin che abitava vicino a Dianese e poi si tornava indietro e si andava a cantare da Zanco, eravamo sei ragazze, e la Pia, la mamma di Zanco, ottantenne, si sedeva là con noi, in disparte, ci teneva d’occhio se lavoravamo e diceva «quella che non ha voglia di lavorare ha sempre o sonno o fame».

Tra maggio e giugno, cinque volte il segretario Frasson dovette recarsi in Prefettura a Venezia in bicicletta, ottantotto chilometri tra andata e ritorno, per le esigenze del Comune e ogni volta doveva fermarsi via la notte. In giugno i dipendenti comunali ricevettero l’indennità di contingenza, in luglio l’indennità di congiuntura: c’era sempre qualche indennità ad allietare le tasche dei dipendenti comunali; per gli altri lavoratori la situazione era più critica, ma peggio di tutti era per i disoccupati. A metà luglio americani e inglesi abbandonarono le ville occupate al momento della liberazione.

Il 14 agosto la signora Dalla Mora Carlotta (l’ex levatrice di Musile) fu trasportata col motoscafo da Piazzale Roma… al manicomio.

Nei mesi seguenti furono distribuite le case ai reduci e furno commemorati i soldati caduti. Di alcuni non si sapeva nemmeno dov’erano morti. “Disperso in Russia” era Egidio Montagner. Sul monumento ai caduti nel piazzale “Tito Acerbo” fu aggiunta una quarta lapide:

CADUTI GUERRA 1940-1945

AMBROSIN	EUGENIO		DI VALENTINO
BARDELLA	ANGELO		DI ANTONIO
BARZAN		ANTONIO		DI GIUSEPPE
BASSO		PIETRO		FU GIUSEPPE
BERGAMO		TARCISIO	DI LUIGI
CUZZOLIN	GIORDANO	DI ANDREA
D’ANDREA	RINO		DI GIOVANNI
DAVANZO		ERMINIO		FU DOMENICO
DE FAVERI	AGOSTINO	FU DANIELE
FURLANETTO	GIOVANNI	FU EUGENIO
GUERRA		TEREO		DI LUIGI
LAVA 		CESARE		DI LUIGI
LAVA 		GIOVANNI	DI GIUSEPPE
MONTAGNER	EGIDIO		DI ANTONIO
PAVAN		SILLA 		DI AMEDEO
SALVIATO	GIOVANNI	DI PIETRO
TURCHETTO	RAIMONDO 	FU LEOPOLDO

Sfollati

In Municipio si cercava di trovare un posto conveniente agli sfollati che s’erano accampati nello scantinato dello stabile. Al piano nobile furono lasciate libere alcune stanze che tornarono ad essere occupate dal sindaco e dal segretario comunale, ma al piano di sotto continuarono a vivere stipate diverse famiglie di sfollati, tra cui quella costituita dalle due nipoti e uno dei due pronipoti di don Natale.

Don Natale continuava a portare i suoi conforti in lungo e in largo per la parrocchia. E a usare i suoi “poteri”. Racconta Nane Moro:

Nel periodo in cui in canonica, come servitori, c’erano Giovanni Callegher e la Marcella, Giovanni andò a cior el quartese col caval e arrivò anche da me cugnàda Barbieri dove gli diedero una scarsa quantità di panoce. Chiese Giovanni: «Ée tute, Barbieri, ste panoce de valtri?» Mio cognato, porét, el gà rispost mal, ma senza pensarci, così, buttandola là: «Sì, sì. Le é anca massa…» Giovanni tornò con quelle in canonica. «Situ ’ndat cior ’e panoce?» gli chiese don Natale quando lo vide tornare: «Sì, queste le é de Pegorer, queste de Monton (Mutton), queste de Battiva… e queste de Barbieri». «Cussì poche?» «Barbieri ha dita che le é anca massa…» «Ben… ben… se le é massa, quée che vanza chealtri qualchedun ndarà ciòrsee…» Da quella sera nel granaio dei Barbieri i sorci cominciarono a far fuori un quintal de panoce al giorno; allora mia cognata corse co n’altro coèl [=gallo] da don Nadal par n’altra benedizion e finalmente la piaga s’arrestò.

Il 17 settembre ai dipendenti comunali furono pagati i “premi di liberazione”. Ai patrioti della Brigata “Azzurro” e della Brigata “13 Martiri di Ca’ Giustinian” furono invece pagati i “premi di smobilitazione”: 64 furono i patrioti della prima e 18 quelli della seconda che il 15 ottobre o nei giorni successivi ricevettero 1.000 lire. La Rita Moro aveva lavorato 15 giorni (80 lire al giorno, fu pagata) per ripulire le scuole del centro a Croce, abbandonate dal Comando Germanico.

Tutte le domeniche don Natale andava a Ca’ Malipiero, o per dir la messa delle 10, e in tal caso prima della messa riceveva le confessioni, o per dire il vespero, e allora dopo teneva il catechismo. Aveva un rapporto particolare con quelli di Ca’ Malipiero, quasi più intenso di quello che aveva con gli abitanti del centro. Dopo la funzione, coi parrocchiani, ci scappava sempre el got de vin, tra una chiacchiera e una benedizione. Le benedizioni da dare non mancavano mai; e Dio solo sapeva quanto bisogno c’era di benedizioni in quei mesi di fame e disoccupazione.
Don Mario Paccagnan, il cappellano, trovava tutto questo andare e venire fino a Ca’ Malipiero un dispendio di energie, tanto più che una domenica su due toccava a lui andare a Ca’ Malipiero a dir vespro e tenere subito dopo il catechismo – “almeno un’ora” aveva detto don Natale – e lui non aveva il cavallo ma la bici.
Il cappellano, in una lettera al vescovo in cui raccontava di come le cose procedessero bene in parrocchia, trovò modo di far sapere che, secondo quanto gli avevano detto i parrocchiani del luogo, in mancanza di vespro e catechismo a Ca’ Malipiero, essi sarebbero venuti tranquillamente in centro. Il vescovo Mantiero così scrisse a don Natale:

Treviso, 4 Ottobre 1945

Caro Arciprete, sono molto lieto di quanto riferisce Don Mario. La ringrazio e benedico.
Ora – dopo il canto del Vespero – il vespero è funzione liturgica e non si deve omettere mai – Don Mario farà 20 minuti al massimo di catechismo così che in un’ora è tutto finito.
Don Mario mi assicura per averne fatta richiesta alle persone interessate che facendo il Vespero e il catechismo in parrocchia queste parteciperebbero tutte al Vespero in Parrocchia; per cui si renderebbe superfluo il Vespero e il Catechismo a Ca’ Malipiero.
Stando così le cose, non ho difficoltà di prenderne atto.
La benedico, caro Arciprete, con tutto il popolo.

Devotissimo in Domino
+ Antonio Vescovo

Don Natale scoteva la testa.

Nel clima di rinnovata libertà si pensava alla democrazia, alle elezioni future: erano più vent’anni che non si votava più seriamente. In ottobre cominciò la compilazione delle liste elettorali.

A fine mese (il 29) morì il fabbro del paese, Carlo Fedato.

Il 3 dicembre fu pagato il premio di nuzialità di 2.000 lire al più fedele servitore del Municipio di Musile, Giovanni Baron, che il giorno di Santo Stefano sposò la sua Stella Doraice Fregonese. La Stella con la sorella Maria (che aveva/avrebbe sposato Marigonda) e i tre fratelli vivevano vendendo stoffe che andavano a vendere in giro col cavallo. Qualche sorrisino serpeggiò tra le astanti convenute ad ammirar la sposa perché lo sposo, da tutti stimato e conosciuto, aveva già quarantacinque anni... (essendo nato l’11 dicembre 1900). I dipendenti comunali, oltre che per il matrimonio del collega, erano felici perché avevano appena ricevuto la gratifica natalizia.

1946

Gennaio ’46: il procaccia era ancora Sergio Marin. Il comune pagava ancora il contributo all’EIAR (402 lire a gennaio, la seconda rata di lire 398 sarebbe stata pagata a dicembre) che finalmente era diventata una radio “libera”.
Don Natale era sempre in giro per la parrocchia, con cavallo e serét, dovunque si avesse bisogno di lui. Passata l’epoca di Nini Danét Davanzo (era morto?) che per tanto tempo lo aveva accompagnato e veniva ricordato come presenza fissa accanto al paroco, ora don Natale si faceva accompagnare da chi capitava. Più tempo libero avevano i ragazzi e perciò si faceva accompagnare/trasportare soprattutto da loro.
Racconta Sergio “Toni” Dariol:

Il paroco passava con cavallo e serét per casa mia, all’inizio di via Morosina, che allora avevo sì e no dieci anni; mi cedeva le briglie, poi si faceva accompagnare a San Donà, al magazzino di alimentari di Teso dopo la Cassa di Risparmio. Giunti alla bottega, appena smontato dal calesse, don Natale si metteva a chiamare ad alta voce il titolare: «Corado, Corado, é qua el nono, àtu gnente?» Invecchiando, aveva preso l’abitudine di chiamare “nono” non solo se stesso, ma un sacco di gente, in particolare quelli che incontrava dopo un po’ di tempo: «E ora, com’éa, nono?», e questo anche se il “nono” che aveva di fronte era immancabilmente più giovane di lui. Tre-quattro volte lo accompagnai in giro col cavallo. Mi ricordo che voleva sempre andare di passo perché amava leggere il breviario e io invece, che volevo andare più velocemente, spunciavo il cavallo col bastone per far sì che corresse di più, ma appena il cavallo aveva preso un poco di trottesin, don Natale staccava gli occhi dal breviario, a volte senza neanche staccare gli occhi, e diceva a voce un po’ più alta: «Ninooo, marata tata rata, Nino, piano...», e il cavallo si calmava e rallentava subito. Appena tornava a concentrarsi sul breviario, di nuovo io tentavo di far correre il cavallo e di nuovo lui richiamava il cavallo all’ordine; talvolta prendevo una curva un po’ troppo velocemente, e don Natale s’impauriva e mi richiamava: «Ara che te me copa...» e io scherzosamente ribattevo: «Ma tanto lu ’l é vecio...» «’Ara pìcoeo, che se more mi, more pì pitussi che cocche», intendendo dire che era ancora giovane. Gli piaceva scherzare, amava far la battuta, aveva sempre la battuta pronta.

Ritorno di don Ferruccio

Nella primavera del 1946 don Ferruccio Dussin tornò in pianta stabile come cappellano a Croce; ci era già stato come cappellano nel biennio ’34-’36; e durante la guerra, finché non era stato bombardato il ponte stradale, era venuto a far scuola ai bambini al posto delle maestre che non potevano più giungere da Venezia.
Come i cappellani che l’avevano preceduto, anche don Ferruccio si sistemò provvisoriamente nel ‘paeazz’. Bisognava però renderlo agibile e adatto allo scopo. E occorreva sgomberarlo degli inquilini abusivi, dato che alcune stanze dello stabile erano occupate dalla famiglia di Lorenzo Calderan, trasferitasi lì sul finire della guerra in seguito al lesionamento della sua abitazione.

Votazioni amministrative

L’8 marzo 1946 il Comune pagò 755 lire a Claudio Barsi per aver compilato 755 certificati elettorali, numero che dimostra che gli aventi diritto al voto erano circa il 10% della popolazione, ossia, all’incirca, il 20% di quella maschile, dato che le donne ancora non votavano. In paese montava l’eccitazione per le prime elezioni libere da un ventennio a questa parte: due erano le liste in lizza alle amministrative del 17 marzo 1946, la lista dello “Scudo” che raccoglieva coloro che si riconoscevano nella Democrazia Cristiana e la lista della “Spiga” nella quale si riconoscevano comunisti e socialisti.
Agli analfabeti che chiedevano al paroco se bisognasse votare il simbolo dello scudo crociato o quello socialista con le spighe di grano, don Natale, spiegava solamente che «co ’e spighe se fa el pan...» e ognuno, leggendo a proprio piacimento l’intonazione della frase, capiva quel che più gli aggradava.
Cinque furono i seggi approntati nel Comune:
SezionePresidente Segretario Località (dedotta)
I La Monaca Giuseppe Marcassa GiustoMusile Centro
II Angelini Mario Furlanetto EmilioCroce
IIIBaradel avv. Giuseppe Guseo Giuseppe Musile
IV De Vita Nicolò Casonato Bruno Croce
V Fameli Michelangelo Saladini Mario Musile ?

Vi era la preferenza multipla. Vinse la lista della “spiga” contro quella dello “scudo”, ed elesse 16 consiglieri su 20; il più votato fu Alberto Giacchetto, con 2549 voti, seguito da diversi altri che superarono i 2000 voti, mentre i più votati dello “scudo” risultarono Angelo Agostinetto e Nicola Bizzaro. Con queste premesse il Consiglio che il 24 marzo si riunì per l’elezione della Giunta e del sindaco non poté che convergere sul nome di Alberto Giacchetto.

Progetto di asilo
Il 2 aprile don Natale convocò i capifamiglia per coinvolgerli nel progetto dell’Asilo: tutti espressero “...il vivo desiderio di avere l’asilo per l’educazione dei propri figli”. Subito 205 di essi offrirono 60.220 lire e altre 197.979 lire vennero raccolte in varie questue, per cui sarebbe stato possibile cominciare i lavori richiesti anche subito. Ma la famiglia di Lorenzo Calderan, prima di lasciare le due stanze che occupava nello stabile, chiedeva di aspettare che almeno fosse riparata la sua casa. Don Natale non se la sentiva di metterli sulla strada. I dipendenti comunali erano più felici di altri perché ricevevano anche la gratifica pasquale.

Nomi alle strade
Nella normalizzazione che sempre segue alle guerre, il nuovo Consiglio Comunale il 17 aprile 1946 confusamente deliberò in merito alla denominazione (e ridenominazione) di vie e piazze:

  • la strada principale del paese, quella che andava dal casello “D’Andrea” alla villa del colonnello Gioia, che per pochi anni era stata ufficialmente “via XXVIII Ottobre” (giorno della funesta marcia su Roma), ritornò ad essere chiamata “via Croce” come del resto non aveva mai smesso di essere chiamata;
  • Strada del Bosco” fu denominata quella che dal centro di Croce andava alla statale;
  • via Casebianche” quella che dalla strada Sicher andava alla Strada del Bosco;
  • via Contee” fu chiamata quella che congiungeva via Croce al confine con Fossalta e,
  • senza grandi voli pindarici - dato che era già un nome ricco di storia - “Argine San Marco” fu chiamata la strada dell’argine San Marco, da casa Mutton fino alla via Emilia;
  • e “Strada Emilia” infine fu ribattezzata quella che dalla Triestina (incrocio Salmasi) andava fino alla strada Bellesine.

Qualcuno propose di dare a ‘via Croce’ il nome di ‘via Indipendenza’, non sappiamo per quale ragione precisa, ma la proposta fu lasciata cadere.

Il patto del silenzio. La popolazione faceva ancora fatica ad esprimere liberamente idee e opinioni perché vent’anni di dittatura avevano lasciato il segno; nella ritrovata libertà, carica di speranze per il futuro, il patto del silenzio attutiva i rancori che s’erano sviluppati e moltiplicati durante l’occupazione tedesca: ciò che era stato era stato, meglio guardare al futuro.
Tutti coloro che in paese e in Comune avevano incarnato il fascismo istituzionale elaborarono in silenzio il loro senso di colpa o di sconfitta, conseguente alla frantumazione evidente dell’ideale fascista, che ora si rivelava essere stato folle, violento, allucinato.
Un ritrovato senso della misura indusse i protagonisti degli anni precedenti a mantenere un riserbo quasi totale. I fascisti erano diventati invisibili; oppure democristiani.

In aprile ebbero diritto alla indennità di caropane 141 operai disoccupati, da intendersi braccianti quasi tutti, o generici.

Ci si prepara alle prime elezioni a suffragio universale
Il 26 aprile Claudio Barsi, che continuava a vivere negli scantinati del Municipio con la mamma, il fratello e la zia, ricevette 874 lire per la compilazione di altrettanti certificati elettorali. Un mese dopo, il 24 maggio, gli furono pagate altre 828 x 2,50 =1.700 lire per la distribuzione di 828 certificati elettorali. Il meccanismo elettorale si era messo in moto. Manifesti di tutti i partiti erano comparsi in vari punti del comune. Le speranze generali si mescolarono all’euforia della mezza umanità femminile per l’estensione del suffragio elettorale alle donne, le quali avrebbero partecipato al referendum popolare per decidere del destino della monarchia savoiarda e alle elezioni per eleggere la Costituente.

Don Natale stava raccogliendo i soldi per sistemare l’asilo nel ‘paeazz’ e ritirò fuori l’idea di farsi pagare dal vescovo il terreno della chiesa di Millepertiche.

Eccellenza Ill.ma Rev.ma
			Monsignor Vescovo di
					Treviso
Ho notificato a Mons. G. Agostani che la spesa dei lavori in corso per l’Asilo di Croce ammonta a circa Lire 150 mila.
Inoltre è necessaria la costruzione di una sala di m. 8x18x5 attigua all’Asilo con una spesa preventivata di £. 900mila.
Più in precedenza alla venuta delle R.R. Suore è necessario provvedere un corredo conveniente per circa £. 150mila.
È da considerarsi ancora la spesa continua per la manutenzione e conservazione dell’asilo stesso.
Le buone famiglie di Croce, per quanto favorevoli, non arriveranno mai a sostenere tante spese. Pertanto ho bisogno di richiamare i diritti di proprietà ed amministrazione della Chiusura di campi 3 in località Millepertiche, a base del contratto irrevocabile, stipulato, anni fà, col Notaio Galanti in sede di cotesta Ill.ma Rev.ma Curia.
Ora a termini di tale contratto dispongo:
I che la proprietà ed amministrazione di campi 1 1/2 rimanga in perpetuo a favore dell’Asilo infantile di Croce di Piave, e l’altra metà di terreno a favore della Chiesa di Millepertiche.
II° domando un contributo relativo sulla rendita di detta chiusura per gli anni arretrati a favore dell’Asilo di Croce di Piave.
III° Dichiaro inoltre che suddetta chiusura, di mia proprietà personale, e fabbricieri di Croce successori, non fu mai da me passata con atto autentico, a verbale, in proprietà od amministrazione della Chiesa di Millepertiche, anzi ho sempre reclamato i miei diritti di contrato [sic].
È questa in argomento, la mia ultima disposizione testamentaria.
Con devoti ossequi, invocano la Vostra benedizione a baciandoVi l’anello mi segno

Croce di Piave 15 Maggio 1946

Dev.mo Umilissimo paroco
D.n Natale Simionato

Referendum Monarchia-Repubblica e Costituente

Il 2 giugno ci fu il referendum Monarchia-Repubblica e l’elezione della Costituente. Cosa ne potevano capire le donne di politica? era il commento più diffuso. Le donne seguirono l’istinto: a loro piaceva tanto Re Umberto, del quale sapevano vita e miracoli per averli letti su Grand Hotel e apprezzavano la maggior avvenenza fisica rispetto al nano di suo padre, e votarono in massa per lui. Che poi era il calcolo fatto in casa Savoia nel tentativo di salvare la corona. Vinse invece la più anonima signora dalla corona turrita, la Repubblica, rivale del principe.
Fornirono il “vito” agli addetti alla polizia nelle varie sezioni Pietro Bortolotto, Mario Padovan, Ferruccio Peruch [che compare per la prima volta nelle mie ricerche: il quale dunque aveva ufficialmente rilevato l’esercizio di Eliseo Guseo morto nel 1946 (ma da quale anno? Da prima della guerra, dice Toni Zanin che poi divenne suo garzone), Aldo Rusalen.

Il 9 giugno don Natale interpellò anche l’Ufficio Amministrativo della Curia, per reclamare le rendite delle sue proprietà alle Millepertiche. Dove avrebbe trovato altrimenti i soldi per avviare la sistemazione del ‘paeazz’?
Chimenton, sollecitò i lavori:

				Treviso, 22 giugno 1946
CURIA VESCOVILE
   TREVISO

	M. Rev. Sig. Parroco di
			Croce di Piave (Venezia)
Come le è noto, fu sempre desiderio di questa Autorità Ecclesiastica che si aprisse un Asilo anche in codesta Parrocchia . A questo intento fu caldeggiato e favorito , anche dalle precedenti Amministrazioni comunali oltre che da tutta la popolazione l’acquisto del fabbricato ex casa del medico . Si sperava pertanto che fin dai primi giorni della liberazione tale progetto, tanto utile per l’educazione dei figli del popolo, potesse essere attuato. Ci consta invece che finora nulla fu fatto per l’arbitraria occupazione dello stabile da parte di una famiglia , la quale avendoLe chiesto momentaneo alloggio in detta casa fin tanto che la propria – leggermente lesionata – venisse riparata , non solo non provvide al riatto , ma neppure permise che la S.V. vi provvedesse a proprie spese e non si da per intesa di preoccuparsi al riguardo . Trattandosi non di necessità quindi , ma di arbitrario divisamento da parte di detta famiglia , con la presente comunicazione Le facciamo obbligo di iniziare le pratiche legali per rendere sgombero quanto prima lo stabile suaccennato onde adibirlo tosto allo scopo cui è destinato , ritenendo per certo che ciò sarà di piene soddisfazione di tutti i Suoi parrocchiani e di tutti i buonpensanti mentre tornerà vantaggioso al bene comune.
Attendendo un cenno di assicurazione in proposito , porgo alla S.V. i miei più distinti ossequi

d’ordine di S.Ecc.il Vescovo

Il Vicario Generale
(Mons. Dr. Costante Chimenton)
Mons. Chimenton V.G.

Don Natale, con la lettera in mano, scrollò le spalle, constatando ancora una volta quanta poca coscienza avesse il vicario generale delle cose del mondo... Ci pensò don Ferruccio a risolvere l’impasse del ‘paeazz’ tuttora occupato, facendo mandare da un avvocato un avviso di sfratto alla famiglia Calderan. In estate i Calderan passarono nella loro abitazione ormai restaurata e i lavori di ristrutturazione dell’asilo poterono finalmente cominciare. Si alternarono “alla malta e al cemento” i muratori del paese che avevano dato la loro disponibilità a don Ferruccio: Angelo Dianese, Jijo Capeòt, Piero Campaner, Nane Moro.


4 luglio 1946: occasione per una foto in Prà delle oche.
In prima fila è Antonio “Toni” Zanin, proprietario della foto.
Sullo sfondo si noti la casa dei Rigato (in seguito dei Fornasier) e la colonna di Tito Acerbo.
Sulla destra le robinie piantate da qualche anno a delimitare la piazza appaiono cresciute.
Una signora, sullo spiazzo della fontana, osserva il gruppo dei ragazzi in posa per la foto.

Le indennità di caropane pagate dal Comune, 189 in giugno, salirono a 223 in luglio. Il primo del mese, alla bella età di 86 anni, era morto Innocente D’Andrea, lo storico stradino comunale; due settimane dopo (il 12) l’aveva seguito il barista, “Isèo Cosmo”, che di anni ne aveva 73. Il bar da qualche anno lo mandavano avanti i figli.
Se n’erano andate due figure che avevano fatto la storia del paese.


      CURIA VESCOVILE DI TREVISO
	UFFICIO AMMINISTRATIVO		Treviso, 2I Luglio I946

M.R. Don Natale Simionato Parroco a CROCE DI PIAVE
Rispondo alla sua indirizzata a S.Eccellenza Mons. Vescovo in data I5 Maggio I946 e a quella del 9 corr. indirizzata a questo Ufficio.
Il terreno in Comune di Musile di Piave Foglio 28 M.N. 6 di Ea. I.48.90 da Lei donato alla Chiesa Parrocchiale di Croce di Piave con atto Galanti dell’11 Maggio I934 n°3520 e a detta chiesa intestato con susseguente atto di accettazione pure del Notaio Galanti di Treviso N° 9521 in data 15 Giugno I942, con decreto di erezione della nuova parrocchia di Millepertiche in data 31 Maggio I940 fu definitivamente assegnato alla Chiesa e al Beneficio di Millepertiche. Nessuna riserva è fatta nei ditati atti Galanti e lo smembramento della parrocchia fu fatto senza alcuna canonica opposizione, che del resto non poteva efficacemente essere fatta .
Devo inoltre ricordarle che l’acquisto di detto terreno fu da Lei fatto per adempiere al sacrosanto dovere di parroco di provvedere ai bisogni spirituali di Millepertiche allora porzione della Parrocchia di Croce. Godere dei proventi considerevoli di tale porzione e non provvedere alle imprescindibili necessità spirituali delle anime sarebbe stata una gravissima mancanza davanti a Dio.
In linea di diritto e per dovere adunque non può più oltre disporre del terreno donato, nè personalmente,nè a nome della Chiesa di Croce di Piave.
Spiace solo che pur a conoscenza dei citati atti e della situazione giuridica canonica della cosa,si ostini ancora a parlare di voler assegnare all’asilo di croce parte del terreno,ormai assegnato a Millepertiche,forse per non scomparire di fronte alla popolazione della Parrocchia.
Rev/mo Arciprete non rifiuti più oltre di concorrere efficacmente al mantenimento dell’asilo con conveniente assegnazione di generi per mantenimento delle suore. Oggi l’asilo con tutte le altre opere annesse è assolutamente necessario per rendere efficace l’opera del sacerdote;sarebbe una gravissima responsabilità davanti a Dio che Lei Parroco verrebbe ad assumere,che inoltre potrebbe annullare ogni sua stima presso la popolazione e potrebbe costringere le Autorità Ecclesiastiche a prendere dei provvedimenti,sempre dolorosi. Appoggiando invece con tutta la sua autorità e aiutando efficacemente la opera tanto desiderata e necessaria renderà l’ultimo periodo della sua vita pastorale benedetta da Dio e dagli uomini e fecondo di meriti e ciò potrà essere tenuto presente per la diminuzione di altri oneri gravanti il beneficio.
Accolga i miei rispettosi saluti.

Il Direttore
MG. Agostini

Il 25 luglio l’Amministrazione dell’Ospedale Civile di San Donà, nella persona dell’ingegner Guiotto, comunicava i provvedimenti presi a carico del Comune di Musile in materia di ricoveri: “dato che il Comune di Musile (come altri, a dire il vero) persiste nel ritardo del pagamento delle spedalità dell’anno 1945 e correnti: rifiuterà di accogliere i malati quando non vi sia pregiudizio di vita per gli stessi e non ricorrano gli estremi di urgenza, limiterà i ricoveri alle forme conclamate e acute”.
Lo stesso giorno il Consiglio Comunale deliberò la costruzione di 4 pozzi artesiani: uno al Ponte del Bosco, vicino alla Triestina, uno in via Croce, vicino all’osteria di Alberico Davanzo, uno a Millepertiche, vicino alla chiesa, e uno a Caposile, sempre vicino alla chiesa [Delibera di Consiglio n.° 52].
L’acqua cominciava a diventare una necessità. Per lavare il bucato era sempre andata bene quella dei fossi, ma per bere era meglio quella delle fontane. Ma le fontane non garantivano una portata sufficiente e le esigenze della popolazione erano aumentate.
Il 28 agosto ai fortunati dipendenti comunali andò il “premio della Repubblica”.

Il 31 agosto un ciclone investì il territorio comunale. Don Natale in mezzo al piazzale per l’ennesima volta urlò al cielo: «No qua, Signor, no qua: é tuta bona zente, qua…» Molte baracche risultarono danneggiate, come pure il tetto del municipio a Musile e la canonica di Croce (tanto che per la riparazione furono necessari lavori di manodopera per lire 10.879), ma rimasero salvi i campi dei contadini.
Due settimane dopo, il 14 settembre, il Consiglio decise di provvedere alla sistemazione dei danni arrecati dal ciclone, ammontanti a 5.000.000 di lire [delibera di Consiglio n.° 75].
Per la sistemazione delle baracche fu ingaggiata l’impresa di Chechi Granzotto e Amedeo Fregonese alla quale furono affidati lavori per un importo di 310.000 lire. Tre erano a Croce le baracche sinistrate che abbisognarono di lavori: quella di Guerra Giuseppe (L. 752 di lavori), quella di Prospero Maria (L. 7.873) e quella di Moro Giuseppe (L. 9.717,80). Bernarda Eugenio, esperto di costruzioni in muratura, era l’assessore ai lavori pubblici addetto a tutti i pagamenti di riparazione. I due impresari sarebbero stati pagati solo l’anno successivo.

Negli stessi giorni si presentarono in Comune, per ottenere i rimborsi previsti, coloro che avevano dato ospitalità a prigionieri inglesi e americani: erano Guido Muccelli, la Maria Finotto Diral, la Lisetta Davanzo di Achille, Luigi Montagner, Rino Dalla Mora.

Completato il restauro del ‘paeazz’.

[dar ricordi diNane Moro]
Alla fine dei lavori di ristrutturazione del ‘paeazz’ fu organizzata una cena per tutti coloro che avevano prestato opere o contribuito a vario titolo. Don Natale fu ovviamente invitato e trovò tutto di suo gusto: «Ben… ben… fato puìto… e ora bevo un goto aea saeute de Jìjo Capeòto» disse levando in alto il bicchiere e suscitando la risata generale.
Nella Cassa dell’asilo erano presenti 380.000 lire, e tra materiali e opere ce n’erano da pagare circa 600.000; don Ferruccio non voleva pagare la differenza perché diceva di non avere soldi, e poi “perché doveva pagare lui se oltretutto avrebbe abbandonato lo stabile?” Gli operai chiedevano di essere pagati, non intendevano di aver lavorato gratis tutta l’estate, ma quando si rivolsero a don Natale anche il paroco dichiarò che non intendeva tirar fuori soldi per pagare chicchessia, dato che della ristrutturazione s’era occupato don Ferruccio.
«Schèi no se ghe ne tira qua…» si dissero i muratori, e allora Jìjo Capeot, il sindacalista del gruppo, e Joanìn Casonato passarono a soldi per il paese e raggranellarono qualche altro migliaio di lire. Andarono a batter cassa anche da don Natale visto che, sotto questo profilo, era un parrocchiano come gli altri: non era forse lui che agli uomini incaricati di raccogliere le offerte della messa diceva sempre di passare per primi da lui? E non era lui che ficcava teatralmente la mano nella tasca per cavarne la moneta che altrettanto teatralmente deponeva nella sacchetta delle elemosine? Anche per l’asilo avrebbe dovuto contribuire. Lo trovarono seduto sul suo caregon vicino al fuoco, il posto dove ora trascorreva molta parte della sue giornate: «Cossa voéo, valtri, cossa voéo…» chiese loro il paroco.
«Sen vegnui anca qua perché i soldi che avevamo per l’asilo no’i n’ha bastà…»
«E chi ve ga comandà i lavori? »
«Don Ferucio. Ma don Ferucio no ha schèi…»
Il paroco scoteva la testa, senza dire nulla.
«Non ha detto che bisogna far la carità per andare in Paradiso?» gli ricordò Jìjo Capeot
«Situ sta ti, ciò, situ sta ti?» incalzò don Natale, bacchettando il miscredente che non esitava ad evocare l’aldilà per guadagnar i propri soldi.
«Mi nòe…»
«E gnanca mi» concluse ironico il paroco. L’argomento era caduto.
«E come fen?» si chiesero gli operai.

Non era tirchieria quella di don Natale: era un periodo di fame per tutti e, nella sua giustizia redistributiva, egli sapeva distinguere tra chi poteva rinunciare a qualcosa e chi invece aveva bisogno di tutto: quando andava in giro a benedire le case con Piero “Campaner”, che teneva la cassetta dei vovi, ai poveri non chiedeva niente: «No sta darme gnente a mi, se t’ha un franco cómpreghe un panet ai tosatei, che ’i à pi bisogno de mi».
E poi intendeva dare una lezione al cappellano che s’era promosso a mosca cocchiera senza avere i soldi! S’era fatto bello dirigendo i lavori? Provvedesse a pagarli!
Finiti i lavori dell’asilo c’era bisogno di qualche carrettata di ghiaia da distendere sul piazzale davanti. Il 3 ottobre, accogliendo la domanda di don Natale “con cui chiede Le [sic!] sia assegnato un adeguato quantitativo di ghiaia per coprire il piazzale della chiesa e dell’asilo, come di consuetudine, udita la richiesta anche pel cimitero di Croce, la Giunta delibera[va] di fare una assegnazione di 5 metri cubi di ghiaia”. [Delibera n.° 99]

L’8 ottobre arrivarono finalmente le Suore Carmelitane di S. Teresa e il paese fu in festa; ebbe inizio il primo anno scolastico con una quarantina di bambini.

Nello stesso giorno in Comune fu redatto

l’elenco dei partigiani: 
- Bortoletto Giovanni di N.N. (da settembre ’42 al 31 maggio 1945); 
- De Nobili Angelo, Linda e Marina fu Giovanni (da settembre ’42); 
- De Zotti Giovanni fu Francesco (da febbraio ’44); 
- Guerra Giuseppe fu Santo (da febbraio ’44); 
- Salmasi Federico-G. di Umberto (da febbraio ’44); 

e l’elenco dei patrioti: 
- D’Andrea Giovanni fu Innocente (da ottobre 1943); 
- D’Andrea Loris di Giovanni (da marzo ’43); 
- Montagner Augusto di Luigi (da settembre ’43); 
- Pelizzon Giovanni di Antonio (da settembre ’43); 
- Peruch Guido fu Luigi (da settembre ’43).

Molti del paese vennero a scoprire solo in quel frangente che il bel figlio di Santo Guerra, che abitava nella baracca dietro le scuole di Croce, era stato partigiano.

A ruota dei lavori in asilo cominciarono quelli di ristrutturazione della canonica. Al piano terra, alla sinistra dell’ingresso, furono ricavate due stanze per don Ferruccio; al piano di sopra, i bagni per entrambi i parroci e quattro camere: una per don Natale, una per don Ferruccio, una per il servo o la serva di don Natale e una per la Brigida, la magra sorella di don Ferruccio che da Castello di Godego aveva seguito il fratello a Croce per fargli da perpetua.
Don Natale non era nemmeno preparato alla comodità del bagno: per tanti anni, prima della costruzione dei bagni, aveva avuto in uso semplicemente una turca che provvedeva a ricoprire con una cassetta di legno [dai ricordi di Nane Moro].
La canonica adesso era in ordine. Se a don Ferruccio badava la sorella Brigida, don Natale da qualche anno non aveva più parenti per casa o chi s’occupasse stabilmente di lui, e nemmeno una vera e propria perpetua; aveva dei servitori che andavano e venivano e rimanevano per qualche mese.

Venditori ambulanti. I Fregonese vendevano stoffe, Achille Davanzo e Alessio Maschio vendevano di tutto: candole di botti (rubinetti di legno), piatti, utensileria varia.

[dai ricordi di Toni Dariol]
Noi mangiavano sui piatti di ceramica ma ne avevamo pochi, quattro in tutto per dieci che eravamo, e perciò si mangiava a turni; mia mamma, quando voleva comprare qualche altro piatto, metteva da parte un po’ di frumento, di nascosto e quando passava il venditore in cambio di quel sacchetto di frumento si faceva dare due o tre piatti.
C’era el strasser che vegnéa a cior su strasse, ossi e fero vecio: era Menegaldi che abitava lungo le Contee.
C’erano quelli che andavano per le case a raccogliere le uova, come Guglielmo “Samassa” Forcolin, e le pagavano in denaro; in tal modo le donne raggranellavano qualche lira per altre spese. Le uova erano l’unità di base dell’economia, quasi una moneta di scambio. Più spesso le donne pagavano al casuin direttamente con le uova. Tutto si vendeva e si comprava a scartossi e poi, una volta a casa, le donne provvedevano a lisciare la carta e a ripiegarla per bene per la volta successiva.
E poi c’erano quelli che venivano a vendere il pesce con la carriola da pesce, «El jera vivo…el jera vivoooo» urlava il pescivendolo, e quando qualcuno gli faceva notare che tra i pesci «quello è vecchio, ’l é stort», e perciò non doveva essere stato appena pescato, lui aveva sempre la risposta pronta: «Nooo, quello l’ho preso in curva…» Passava una volta alla settimana di venerdì, o due volte la settimana, il mercoledì e il venerdì, quando era periodo di masanette.
Dalla montagna scendevano i venditori di castagne a scambiarle con le pannocchie: il soturco veniva scambiato alla pari, un chilo per un chilo di castagne, mentre ci voleva un chilo e mezzo di pannocchie per uno di castagne.
In primavera scendevano poi le “cazzarute”, che venivano a vendere i mestoli di legno, gli zoccoli, i tamisi e tutte le cose costruite durante l’inverno, nelle giornate di neve.

E mendicanti. E poi c’erano i mendicanti che avevano le loro case fisse.
Noi ne avevamo due che tutte le sere venivano da noi, uno originario di Lamon che prima faceva l’ughetta e uno di Latisana. L’ughetta andava a dormire sulla tiesa, non in stalla, perché voleva star distante dalle bestie, dai cani, lì in alto si sentiva bene; ultimamente era po’ perso, dimostrava 150 anni, e dal piano sopra cadde a terra e si ruppe una gamba, e e lo portammo in ospedale, aveva due dita di ruffa attorno al collo.
Di giorno questi poveracci andavano a elemosinare per le famiglie e la sera venivano là da noi, specie la domenica. Anche in canonica andavano, ma da quando era arrivato don Ferruccio i miserabili non andavano più a battere alla porta.

In ottobre ebbero diritto all’indennità di caropane 127 capifamiglia.
Visentin Amedeo il 5 novembre presentò al Comune una fattura di 300 lire per aver imbiancato la cella mortuaria del cimitero di Croce.
Ai primi di novembre cominciavano a tornar utili le dichiarazioni di antifascismo, o perlomeno “di essere sempre stati di sentimenti antifascisti”. Anche chi negli anni del fascismo s’era un poco intiepidito per paura delle manganellate e dell’olio di ricino, ora si faceva raccomandare per un posto di lavoro e firmare delle referenze dal segretario della sezione locale del PCI o PSI.
In novembre gli operai disoccupati che ricevettero l’indennità caropane furono 226.

Il 19 novembre don Natale regalò la baracca che aveva nella ‘cesura’ in ‘grava’ – una di quelle rimaste dalla I Guerra Mondiale che aveva acquistato per 1000 lire nel 1928 dal Comune di Musile, come dichiarato dal sindaco Giacchetto in un documento del 15 ottobre 1946 – al ‘colono mezzadro’ Ferdinando (‘Nano’) Fornasier col patto che essa, a tempo debito, sarebbe stata trasportata altrove, a spese dei Fornasier. Sarebbe rimasta lì per altri sessant’anni.

Il 26 novembre la Marcellina Carrer, la moglie di Emilio Mariuzzo, abitante alla Fossetta, fu ricoverata a Padova per ordine del medico, dottor Da Re, che intendeva disporre accertamenti: Marcellina era affetta da febbri che perduravano da settimane e non se ne volevano andare. Il dottor Da Re, sentendosi responsabile della morte del primo figlio della Marcellina, quando aveva trascurato sintomi mortali, questa volta non voleva correre rischi. La Marcellina sarebbe rimasta in ospedale fino al 23 gennaio 1947 .

1947

Organico comunale. Nel 1947 i dipendenti comunali erano ventisei: Panzìca Giacomo segretario, Baron Giovanni e Cattai Ermenegildo applicati, D’Andrea Giovanni, Agostinetto Giuseppe, Calderan Pasquale, Caselotto Giuseppe, Casonato Bruno, Montagner Vittorina, Scardellato Apollonio impiegati, Pavanetto Antonio guardia, De Nobili Angelo messo, Rizzola Dr Filippo medico, Pero Francesca levatrice, Pivetta Giuseppe custode dei cimiteri, Vianello Natale geometra, Agostinetto Ferdinando e Favaretto Antonio stradini, Peruch Clorinda bidella del Municipio, Beraldo Irma bidella delle scuole di Musile; poi vi erano le bidelle delle altre scuole: Maschietto Teresa, De Lazzari Regina, Sgnaolin Rocco Cesira, Diral Carolina, Turchetto Giovanna e Zanco Rachele.
Funzionava ancora l’ufficio annonario: vi erano addetti Fabris Livio, Bellinaso Francesco e Salvatori Olimpia.
Il Comune provvedeva a incassare gli affitti di Vittorio Di Legui e di Piervenanzi Alberto che occupavano lo stabile delle scuole della Fossetta. Il contratto prevedeva 100 lire al mese da gennaio e di concedere l’alloggio solo fino a giugno.

In quell’inizio di 1947 Zanardino Granzotto cominciò a firmare qualche volta come testimone di nozze in luogo del padre: il povero Piero, vecchio e stanco, “ormai cominciava a trascinare le ciabatte e Zanardino, giunto in età da matrimonio, aveva bisogno di un lavoro” [ricordi della Letizia Granzotto]; per quanto le entrate non fossero granché, Zanardino si era deciso a raccogliere l’eredità del padre, esattamente come il padre aveva fatto col nonno Toni.

Il 15 gennaio moriva Antonio Longato.

Niente bandiere rosse al funerale. Cinque giorni dopo moriva anche Umberto Santon, in circostanze tragiche, a cinquantadue anni. Umberto era di simpatie comuniste e i suoi compagni avrebbero voluto ricordare degnamente e accompagnare Umberto al camposanto sventolando le bandiere rosse del partito. Ma don Natale si oppose «O via le bandiere o via io e il crocifisso». E i compagni, per procedere al funerale, dovettero riporre le bandiere.

[Delibera di Giunta n.° 5] Voto per l’ integrità regionale Veneto–Friuli. “La Giunta, tenuto conto che […] la scissione divide e indebolisce mentre l’unione affratella e fortifica delibera[va], a conferma del voto del 15/1/47, acché la regione veneta da Gorizia a Rovigo mantenga la sua integrità costituendo un tutto unico e indivisibile”.

A metà febbraio Montagner Antonio fu Pietro ricevette mille lire di “ammenda per macellazione suino senza rispettiva denuncia”. Per macellare un suino occorreva infatti pagare la tassa. Magari se ne denunciava uno e se ne ammazzavano due.

In febbraio furono pagate le baracche per i senza tetto, mentre l’assessore Bizzaro Nicolò [Delibera di Giunta n.° 55] fece notare che la sistemazione delle salme dei caduti di guerra identificati sarebbe stato meglio effettuarla “in cassette di legno”. “La giunta deliber[ò] 1) modifiche al progetto del cimitero relativamente ai resti delle salme dei Caduti in un unico Ossario e di racchiudere i resti dei Caduti identificati in cassette di legno di cm 60x30x89; 2) di svolgere pratiche col Commissario Onoranze ai Caduti per l’esonero dei costi per le 95 casse in legno dei caduti identificati”. Il 27 febbraio il Consiglio Comunale ratificò d’urgenza la delibera di Giunta del 17 gennaio con la quale si concedeva il contributo di 5.000 lire per le onoranze ai caduti partigiani della guerra di Liberazione. Si davano assenti quel giorno il sindaco Giacchetto con i consiglieri Bellese Antonio, Zanin Francesco, Mattiuzzo Pietro, Bizzaro Niccolò, Lessi Vittorio.

In quel febbraio i capifamiglia iscritti nelle liste di disoccupazione che ebbero diritto all’indennità di caropane furono 225.

Il 7 marzo la Giunta [delibera n.° 64] fissava il prezzo del pane in lire 28 al chilo. La settimana dopo [delibera n.° 70] sceglieva l’area per la costruzione delle scuole di Millepertiche... ma Millepertiche ormai non era più Croce. Riguardava invece Croce la delibera n.° 95, del 28 marzo, relativa alla sistemazione definitiva del cimitero di Croce secondo il progetto del geometra comunale Vianello Natale (il figlio della maestra Tosca); nella delibera la Giunta avvertiva di eseguire un sopralluogo per la esumazione dei resti di certo numero di caduti per controllare se effettivamente avrebbero potuto essere contenuti nei locali progettati. Era necessario un appalto? No, la Giunta deliberò la riparazione della cella mortuaria di Croce “in economia” [delibera n.° 129 del 13 aprile 1947]

A partire da marzo (e fino a giugno) diversi dipendenti comunali lavorarono all’intestazione, numerazione, decurtazione e distribuzione della carte annonarie, dimostrazione che i razionamenti dei generi più vari non erano finiti, ma che si cercava di metter ordine in quel mare magnum di sussidi.
L’impiegato Giovanni D’Andrea lavorò al censimento (come l’anno precedente) per l’imposizione delle tasse.

Il I° aprile la ditta Davanzo Umberto di Musile presentò fattura per la fornitura di “otto gabine elettorali, costruzioni in abete con coloritura” (36.000 lire + imposta del 3%=37.080 lire).
Il 13 aprile il Consiglio deliberò di sistemare la sala del Consiglio, che durante l’amministrazione fascista era stata trasformata e adattata per altri uffici, e di ripristinare il suo arredamento originario.
Il 24 aprile il Medico Provinciale Piccinini Prof. Francesco, l’Ing. Antonio Gelmetti membro del Consiglio di sanità vennero in missione a Musile per scegliere l’area del cimitero di Millepertiche e per esaminare la possibilità di ampliamento dei cimiteri di Croce e di Musile. I lavori di sistemazione del cimitero di Croce furono effettuati nei primi giorni di maggio. Negli stessi giorni ricevevano i rimborsi i 22 danneggiati [di guerra o del ciclone? Vedi elenco in fotocopia].
Il 30 aprile il Comune aveva pagato il suo contributo (800 lire) all’E.I.A.R. ormai diventata R.A.I. Radio Audizioni Italiane.
Il maniaco Ambrosin Angelo fu portato al manicomio di San Servolo l’8 maggio e di nuovo il 23 maggio.
Il 20 maggio giunse in Municipio un ordine della prefettura di preservare i bunker costruiti dai Tedeschi, da considerarsi patrimonio dello Stato, che qualche privato aveva cominciato a demolire per recuperarne i materiali.


I bambini della scuola materna


Gli scolari della maestra Saladini
Dallalto in basso e da sinistra a destra:
III fila: ... Dianese, ... , Mario Moro, ..., Vendraminetto
II fila: ..., Valentino Dariol, Armando Barzan, ... , Pietro Cancellier,
I fila: Bertocco, ..., Laura Capiotto, la maestra Saladini, ...

Il Consiglio Comunale, il 1° giugno 1947, ratificava a sua volta la delibera della costruzione delle scuole di Millepertiche e di Trezze, e neanche questo interessò più Croce, ma solo alcune delle famiglie più distanti dal centro che le avrebbero trovate più vicine di quella alla Fossetta o in piazza Croce. Interessò di più il paese la delibera di Giunta n.° 169, del 18 giugno 1947, riguardante la costruzione dell’acquedotto Croce – Ponte Bosco – Via Triestina. Venne cioè deciso il prolungamento dell’acquedotto dalla frazione Croce fino all’Osteria Viscardi lungo la via Triestina. L’opera era ovviamente dichiarata “quanto mai utile, per ragioni igienico sanitarie e anche perché i pozzi dopo un po’ si esauriscono”.

A partire da giugno il Comune si dotò di un’altra guardia, Giovanni Lovisetto (oltre a Pavanetto Antonio).

Da una lettera delle PP.TT. del 26 giugno 1947: “... tra poco sarà attiva la ferrovia San Donà – Venezia...

Il lodo De Gasperi... in paese. Per quanto le nuove professioni fossero andate aumentando, la maggior parte degli abitanti di Croce era ancora formata per lo più da contadini, villici o mezzadri. Essi condividevano la sorte dei mezzadri di tutta Italia che lottavano per ottenere condizioni e retribuzioni migliori e avevano chiesto di non dover corrispondere gli obblighi per le annate compromesse dalla guerra. Il 7 maggio del ’47 il Lodo De Gasperi era stato trasformato in legge e i contadini avevano visto riconosciuta la possibilità di contrattare con la parte padronale. Le trattative a livello nazionale tra padronato e sindacati dei lavoratori durarono quasi due mesi, si conclusero il 27 giugno e fu sottoscritto un accordo di “Tregua mezzadrile” con validità 1947-48: la tradizionale ripartizione al 50%, venne superata, seppure in misura molto lieve, con l’assegnazione al mezzadro del 53% del prodotto. Inoltre vennero abolite le regalie (“le onoranze”) e le prestazioni gratuite di lavoro e fu sancito l’obbligo per il proprietario di accantonare una parte (4%) della produzione lorda della sua quota per apportare migliorie al fondo.

Mariuzzo, il quale con grande sacrificio aveva investito e comprato una trebbia, voleva da parte dei grandi proprietari il rispetto del Lodo De Gasperi. Amministratore delle terre di Cuppini era (Er)Nesto Furlanetto, che abitava allora nell’agenzia (prima era stato amministratore suo padre Andrea, quindi suo fratello Spedito). Mariuzzo disse a Nesto: «Se non mi date il 60% e a voi il 40% mi no bate el formento». Ernesto andò in villa, dove il cavalier Cuppini, viveva ormai solo, solo con la serva, da quando i figli s’erano tutti sposati. «Mariuzzo no vol bata el formento» spiegò Nesto. «Cosa vuole Mariuzzo, vuole tutto? Vuole anche il mio?» E allora Cuppini inforcò la bicicletta, capitò sul posto e chiese a Mariuzzo perché non intendesse battere il frumento. «Cavalier, bisogna métarse d’accordo...» «Cosa volete?» «La legge a Roma ha stabilito il 60% per il contadino e il 40% per il proprietario». «Ma quei quattro cretini che sono a Roma non c’hanno mica terreni! Io c’ho terreni!» Tutte questo dialogo avvenne in mezzo alla strada. Il cavaliere tentò allora di dare a Mariuzzo il 60% della parte sua, non del totale, ma Mariuzzo non abboccò.
[dai ricordi di Nane Moro]

In luglio furono 262 i capifamiglia disoccupati involontari che ricevettero l’indennità di caropane.

Tornava la sagra, tornavano le giostre e il ballo dietro le scuole. Il 18 luglio il tesoriere Comunale riscosse mille lire dalla guardia Lovisetto Giovanni “quale introito per il posteggio di 2 giostre nella sagra di Croce”.

Nuove tombe. Il 6 luglio fu deciso l’ampliamento e la sistemazione del cimitero di Croce sui terreni donati dalla Baronessa Maria Manfredi de Blasis. [Delibera di Consiglio n.° 62]
Ma niente telefono. Il 22 luglio, dato che la Tel.Ve per costruire un impianto di telefono pubblico a Croce chiedeva al Comune una spesa di L 355.000 e un canone annuale di esercizio di L. 4.500, essendo la spesa assai pesante per le casse vuote del comune, la Giunta deliberò di soprassedere al detto impianto e di rinviare la spesa. [Delibera di Giunta n.° 195]
Lo stesso giorno la Giunta esprimeva la necessità di esperire tutte le strade per combattere la disoccupazione. La crisi era nera. Il 4 agosto Chechi Granzotto e Amadeo Fregonese si risolsero a chiedere un anticipo dei pagamenti loro dovuti “data la crisi”.

Il 21 agosto una grandinata investì i Salsi e risparmiò Croce. I danni nel Comune ammontarono a 325.000 lire.
Il 22 agosto 1947 il Consiglio comunale deliberò di acquistare una bandiera tricolore e una sciarpa tricolore per il sindaco.
Tornò a funzionare la ferrovia.
Dal I° settembre vi era una nuova guardia al posto di Lovisetto Giovanni: Montagner Attilio.

Don Natale non paga

Gli operai che avevano lavorato in asilo attendevano ancora la loro paga. Tornarono alla carica con don Ferruccio, il quale poté solamente offrirsi di accompagnarli a Treviso dal vescovo, il quale avrebbe potuto ingiungere al paroco di pagare la differenza. Ma poi non era detto che don Natale avrebbe pagato. Nane Moro, Angelo Dianese e Jijo Capeot, presero dunque la corriera e andarono a Treviso dal vescovo e gli spiegarono la questione:
«El piovan no vol darne i schèi, Eminenza… » spiegò il “sindacalista”.
«E cosa dovrei fare io?»
Nane Moro suggerì al vescovo di metter un po’ di paura a don Natale: «El ghe scrive ’na letera, el fae finta de essar el Sindacato de San Donà… Po ghe pense mi a scriverghe l’indirizzo e a farla impostar da San Donà».
«Anca ste robe qua fé?» esclamò il vescovo.
«No voémo rubar gnente a nissun, voémo sol el nostro» spiegò Nane.
Il vescovo accondiscese e nella sua lettera tirò in ballo il Sindacato. Quando, qualche giorno dopo, don Natale ricevette la lettera, si preoccupò un poco. Chiamò gli operai in canonica:
«Cossa significa…?» chiese loro.
«Che ’l deve pagarne».
«A mi te me ’o dise? E come che te ghe’o disesse ad Antoniazzi… A mi, pa ’i dani de guera, nessun m’ha dat gnente…»
«Ma se no ’l paga, ’i ghe porta via el caval» dissero gli operai per spaventarlo. E difatti don Natale si spaventò un poco: senza cavallo era completamente menomato. Il paroco puntualizzò che lui non aveva mai parlato di soldi: «Ma mi no vée mai dita de pagarve… non vée mai dita de pagarve…» Dei restauri s’era fatto bello don Ferruccio ed ora doveva finir di pagare lui.
Ma effettivamente bisognava trovar rimedio alla situazione incresciosa: «Andè sul campo a panocini, quel che trové ’l é vostro…» concluse alla fine. E così i quattro andarono e raccolsero dièse quintài de soturco che portarono ad Alberico Davanzo, dalla vendita dei quali poterono rientrare dei soldi.
[dai ricordi di Nane Moro]

Delibere per zio e nipote. Mentre il Comune cominciava a vendere i lotti per le nuove tombe nell’ampliamento del cimitero a 2.000 lire al metro quadro, il 14 novembre Giulia Scian chiese di ottenere il ricovero ospedaliero reparto oculistico perché affetta da cataratta all’occhio destro. “Sebbene non sia iscritta nell’elenco dei poveri, è da considerarsi tale ai fini dell’assistenza ospedaliera. La Giunta delibera di accogliere la domanda e di ordinarne il ricovero all’Ospedale di Treviso”. [Delibera n.° 327] I problemi alla vista erano dovuti a un diabete non curato. La delibera successiva, dello stesso giorno, riguardava lo zio: “Vista la domanda di Don Natale Simionato Parroco di Croce tendente ad ottenere l’esonero dal pagamento della imposta di consumo su un maiale di suo allevamento per gli usi della Canonica e ritenuto non poter derogare dal pagamento della imposta suddetta, la Giunta delibera di respingere la domanda”. Il fatto che le due richieste fossero presentate insieme fa pensare che lo zio avesse presentato la domanda anche per la nipote e che i due si sentissero ancora, anche se la nipote non viveva più in canonica ma in una stanza dello scantinato del Municipio.

Il 29 ottobre il Comune pagò il contributo al Patronato scolastico per l’anno ’45/’46 (L. 15.600) a mezzo il sindaco Giacchetto. Il I° novembre la Maria Granzotto iniziava il suo lavoro di bidella nella scuola di Croce.

Acqua e crisi. In novembre il Comune anticipò la spesa per i lavori di prolungamento dell’acquedotto da Croce al Ponte del Bosco e lunga via Triestina. Il 20 novembre in Giunta fu proposto l’allacciamento all’acqua potabile delle scuole di Croce. [Delibera n.° 343]. L’acqua era già arrivata nelle case? Parrebbe di sì, perché dev’essere in virtù del fatto che era arrivata l’acqua nelle case fu fatto divieto di lavare la biancheria sotto la fontana della piazza. Ma le antiche abitudini stentavano a morire. A fine novembre la Guardia Comunale Montagner Attilio elevò contravvenzioni per 250 lire alle donne che lavavano la biancheria sotto le fontane di Croce. Ne ottenne insulti e imprecazioni.
In novembre e dicembre furono ben 337 i capifamiglia disoccupati involontari che ricevettero l’indennità di caropane. La crisi era nera.
Il Comune, in ritardo coi pagamenti su diversi fronti, si ritrovò a dover ancora pagare al Comune di Fossalta le sue quote per il servizio che il Dottor Da Re e la levatrice Penzo avevano prestato a Croce nei due anni appena trascorsi. Il 4 dicembre finalmente pagò L. 17.694 per l’anno ’44 e L. 51.934 per l’anno 1945. E il 14 dicembre il Consiglio deliberò [n.° 103] di “riattivare l’ambulatorio medico della frazione di Croce previo sgombero dei locali di cui il Comune si era riservato la proprietà dopo la vendita del Fabbricato alla Parrocchia, locali attualmente occupati abusivamente della famiglia Guerra”, sfollata di guerra, appunto.

Coloro che venivano ricoverati in ospedale dovevano rifondere in prima persona le spese di spedalità, a meno che, dichiarati poveri, il Comune non provvedesse a rifonderle. A tal proposito veniva rilasciato al malato il certificato che “il tal dei tali è iscritto nell’elenco dei poveri”. “Si rilascia la presente ad uso ospedaliero”.

L’anno si concludeva con una decisione importante: il 30 dicembre “il Consiglio, ritenuto che la Piazza del Municipio è sprovvista di un’orinatoio [sic] pubblico, ai fini di salvaguardare la morale e la decenza pubblica” deliberò di approvare la costruzione di un pubblico orinatoio da installarsi in “Piazza 18 giugno” (Piazza del Municipio) la cui spesa importa la somma di L. 60.000. Evidentemente era diffusa l’abitudine maschile di pisciare ovunque, contro i muri delle case, agli angoli delle strade, lungo i fossi.
A Croce il vespasiano all’angolo del brollo continuava a fare la sua funzione.

1948

Il primo gennaio entrò in vigore la Costituzione Italiana. Continuavano a lavorare gli addetti al razionamento consumi. Guardia adesso era il solo Montagner Attilio. Furono 341 i disoccupati che in gennaio ricevettero l’indennità di caropane. Nello scantinato del Municipio vivevano ancora diversi sfollati dalla guerra: il Comune stabilì che il fitto per gli occupanti del “piano terra” della casa comunale era di L. 300 mensili per vano.

Il 9 gennaio la Giunta deliberò [delibera n.° 3] di accettare le condizioni formulate dall’E.C.A. di Venezia che era disposta a dare il suo benestare per la concessione della terra (2m x 2m) occorrente alla costruzione della cabina elettrica di Croce, e cioè: 1) recinzione con filo spinato e per un’altezza di m. 2 del terreno occupato dalla cabina nel fondo del colono Vendraminetto; 2) Costruzione della cabina nel posto che verrà stabilito previo accordo con l’Agente dell’Amministrazione Rachele Sacerdoti dei beni della quale l’E.C.A. ha la nuda proprietà; 3) fornitura a condizione di favore dell’energia ai fittavoli dell’azienda: Vendraminetto Antonio, Fregonese Angelo, Luisetto Alessandro, Orlando Luigi e Bardella Luigi.

Riguardo all’allacciamento all’acqua potabile della scuola di Croce si approvarono i preventivi presentati dalla Ditta Campioni, che prevedevano l’utilizzo di tubi in eternit [delibera di Giunta n.° 17 del 19 gennaio].

I Laboratori Industrie Chimiche Essenze Affini (L.I.C.E.A.) pregavano il sindaco “di voler inviare i nominativi di distinte famiglie del luogo, alle quali l’azienda aveva in animo di inviare un saggio della rinomata acqua di colonia “LICEA” fabbricata sulla scorta della formula originale del grande alchimista italiano Giovanni Maria Farina”. Il sindaco elencava le seguenti persone: “Dott. Cav. Filippo Rizzola, Dott. Cav. Riccardo Pilla, Bizzaro Cav. Nicola, Fassetta Lina insegnante, Dalla Mora Lucia, Perissinotto Renzo, fratelli Pietropolli, Deon Cav. Giuseppe, Iseppi Rag. Severino, Saladini Mario, Borgato Guido, Bortolotto Pietro, Mucelli Guido, Trevisan Sergio, Padovan Ferruccio, Cuppini Cav. Renato, Baron Giovanni, Cattai Gildo, Saladini Rag. Oscar, Giacchetto Alberto”. Ne esce un piccolo elenco di ricchi e ricconi del Comune: a quanto si vede, i profumi erano un lusso ed erano davvero poche le persone che potevano aver accesso al loro acquisto.
A buona parte della popolazione stava invece ancora appiccicato addosso l’odore di sudore e di stalla.

[Delibera di Giunta n.° 18 del 30 gennaio]. La Giunta, preso atto della richiesta della Direzione Didattica di San Donà in merito allo sgombero dell’alloggio della scuola della Fossetta per essere occupato dalle insegnati del luogo, decretò di accogliere la richiesta e di diffidare il signor Di Legui a lasciare sgombero l’alloggio occupato entro il 15 agosto 948.

In febbraio diversi ex proprietari di cani chiesero di non pagare più la relativa tassa: a Pasqual Pietro “il cane gli era morto l’anno prima”, a Orlando Antonio “il cane era morto in dicembre” e a Romeo Pivetta il cane era morto ancora in settembre. Niente da fare, rispose l’Amministrazione, la tassa era annuale e, non essendo giunta comunicazione per tempo, andava pagata anche per l’anno in corso.

L’11 marzo il Comune versò il contributo annuo di 800 lire alla R.A.I.
Lo stesso giorno l’Istituto Provinciale Agrario comunicò al Comune che le stazioni di monta taurina pubbliche avevano diritto alle seguenti quantità di crusca:

Caberlotto F.lli 		q. 2
Contessa Prina di Breganze 	q. 2
Gioia Riccardo 			q. 2

[Delibera di Giunta n.° 48 del 2 aprile] Per le bidelle (tra cui la Granzotto Maria a Croce) fu votata l’indennità giornaliera di stufa, pari a 10 lire. Chi procurava alla bidella di Croce la legna necessaria? Il fratello Ugo.

[Delibera di Consiglio n.° 13 del 4 aprile]. Ridenominazione vie e piazze: La piazza in centro a Croce venne intitolata a Tito Acerbo, come già le scuole, mentre per la via principale del paese (ex via 28 ottobre) fu definitivamente scelto il nome di “via Croce”. [Delibera n.° 14]
Lo stesso giorno il Consiglio deliberò di sistemare l’Argine San Marco dall’Osteria Salmasi all’Osteria Polo. Interessava Musile, e si capiva che si era in vista delle elezioni.

Le elezioni del 18 aprile 1948
La campagna elettorale per le elezioni politiche di aprile stava da settimane infiammando l’Italia tutta: da una parte la Democrazia Cristiana di De Gasperi, dall’altra il Fronte Popolare di comunisti e socialisti. Il paese era tappezzato di manifesti elettorali. Sette furono i seggi istituiti in Comune, con presidente, segretario e cinque-sei scrutatori per seggio [vedi fotocopia] e 4 cabine per seggio.
Fuori della messa i fedeli chiedevano al paroco: «Piovan, par chi vote?», e don Natale, sempre col breviario sotto braccio: «Pa ’l Santo Padre, pa ’l Santo Padre…» Intendeva dire la D.C.

Il 16 aprile l’Istituto Provinciale Agrario comunicò al Comune che le stazioni di monta taurina pubbliche avevano diritto alle seguenti quantità di crusca:

Caberlotto F.lli 		q. 2
Contessa Prina di Breganze 	q. 3
Gioia Riccardo 			q. 2

Il 18 aprile si votò. Per i servizi di collegamento furono noleggiate le auto di Vazzoler Casimiro (“Miro Potacio”), Dotta Romualdo e Furlanetto Pericle. Per illuminare i seggi si ricorse a lumi a petrolio.
Il paese, che due anni prima aveva votato in maggioranza per la Spiga, ora si divise equamente.

In tutta Italia la Democrazia Cristiana ottenne il 49% dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi.
A Croce gli ex fascisti si schierarono con la Democrazia Cristiana. Ma diversi figli di fascisti erano diventati comunisti. Così racconta Ugo Vianello, il figlio minore della maestra Tosca:

Non mi ricordo se mia mamma era stata monarchica o repubblicana, due anni prima. Fu democristiana, sicuramente. Mio padre era stato fascista e mio fratello era diventato comunista. I comunisti erano di là della sbarre [leggi: oltre il passaggio a livello]: c’erano i Conte e i Casonato di là del passaggio a livello di via Croce, e i Calderan di là dell’altro, quello di via Bosco: i Calderan erano tutti comunisti, lo era sicuramente Pasquale Calderan, che divenne compare di mio fratello. Dai Pittana del “Casello” successe come a casa mia: Giovanni, l’ex guardia, era stato un fascista sfegatato e il figlio, Ernesto, era diventato un partigiano comunista.
[Dai ricordi di Ugo Vianello]

Zanin Gustavo “Jonio”, elettricista: la delibera di Giunta n.° 61 del 23 aprile stabiliva la liquidazione per lui della somma di. 16.200 lire per riparazione e ripristino dell’illuminazione pubblica di Croce. Gustavo “Ionio” era uno dei due figli (l’altro era Livio) della Beppa “Zanina” nata Buchetti, sorella del falegname Buchetti. più testimonianze concordano nel dire che Jonio sapeva far di tutto con le mani: oltre che elettricista era muratore, imbianchino, meccanico, sapeva riparare la moto e qualunque cosa ci fosse da riparare. Aveva anche costruito una radio appendendo in alto un filo a mo’ di antenna, come aveva visto fare ai militari. Ma ancor più Jonio era apprezzato perché teneva allegro il paese con la sua combriccola di amici coi quali organizzava uscite in montagna, e coi quali organizzava la sagra in luglio.

[Delibera di Giunta, n.° 62 del 23 aprile] Alla richiesta di precisazioni del Prefetto in merito alla cabina elettrica di Croce, la Giunta spiegò che lo sgravio ai fittavoli della Sacerdoti non avrebbe avuto costi per il Comune perché sarebbe stato addebitato agli altri utenti.
A fine aprile Ugo Granzotto (il fratello della Maria, attualmente bidella delle scuole) presentò fattura per spaccatura legna da ardere per le scuole di Croce (quintali 5 x £. 80 = £. 400) e per il ritiro e la posa in opera delle tende da sole nelle scuole medesime (£. 500).
Il 10 maggio le bidelle ricevettero l’indennità per l’accensione stufa nell’anno 1947-48. Essere un dipendente comunale era vantaggioso: i dipendenti comunali ricevevano l’indennità di caropane, il messo riceveva l’indennità di bicicletta…

L’11 maggio 1948 Luigi Einaudi veniva eletto dalle Camere riunite del Parlamento Presidente della Repubblica Italiana al quarto scrutinio.

Bachi da seta
Ultimamente la coltura dei cavalieri era considerata poco redditizia. Molti gelsi erano stati tagliati. Per procurarsi la “foglia” bisognava andare lontano.

All’inizio di via Morosina abitava Berto Stevanato con la famiglia , in una casetta vecchia. Berto Stevanato era andato a prestito del cavallo da Don Natale per andare a prendere la foglia per i bachi a Castagnole, lui era di quelle parti. La sera, tornato a casa col carro pieno – mi ricordo che andai anch’io, che abitavo di fronte, ad aiutarlo a scaricare la foglia – Berto Stevanato non aveva restituito subito il cavallo, ancora stanco e sudato per aver tirato il carro tutto il giorno per portare a casa il carretto carico di foja, ma l’aveva trattenuto la notte. Andò la mattina dopo a riportargli il cavallo. Io e Toni Persego eravamo in asilo dalle suore con la madre superiora, suor Antonietta, quella piccoletta, ero lì con Toni Persego che eravamo andati a portare alle suore la legna che avevamo spaccato per loro, e gliela stavamo portando in scantinato e lì venne la Biasi, la moglie di Biasi che stava lungo le Contee, che allora faceva da perpetua a don Natale, ci disse «Il prete è arrabbiato come una bestia, è lì che fa baruffa con Berto Stevanato perché… ieri sera non gli ha portato il cavallo – qualcuno doveva aver raccontato al paroco il motivo per cui Berto aveva tardato – Don Natale gli stava dicendo che non si fa così, che avrebbe dovuto portarglielo subito, anca come che ’l jera: «Beh, io non voglio niente, ma i to cavalieri no ’i farà ’e gaéte (=non faranno il bozzolo)» aveva sentenziato il paroco «I to cavalieri faranno tutti le formiche» E così era stato; si erano riempiti spaventosamente di formiche, i cavalieri erano tutti neri che avresti dovuto vedere; in seguito don Natale gli mandò come ambasciatore di pace Ipo Torresan, padre di Primo, «Dije che se ’l vol el pol vegner qua a domandarne scusa ma che ’l vegne da mi co ’a verità, no co ’e busìe» e mi pare poi che Berto andò veramente e le formiche sparirono quando andò a chiedergli scusa.
[Dai ricordi di Toni Dariol che doveva aver 13 anni, quindi nel ’48]

Non solo gli alberi di gelso cominciavano a scarseggiare ma di alberi da legna in generale. Il Governo nazionale metteva i Comuni in guardia riguardo alla scarsa disponibilità di legna da ardere per l’inverno a venire.

Sagra 1948
Come ogni anno, arrivò la sagra della Madonna del Carmine. Tutti venivano dal circondario, a piedi o in bicicletta. La sagra di Croce, favorita dal fatto che cadeva in periodo propizio ai divertimenti, aveva attrattive superiori a quella di Musile, che si svolgeva a san Valentino. In mezzo a molte attività della sagra c’era Jonio Zanin: davanti alle scuole furono organizzate le corse dei sacchi e quella coi mussi (capitò quell’anno o era capitato l’anno prima? che il musso di Piero Campaner (genitivo di possesso, non apposizione), addestrato a tornare a casa da solo tutte le volte che, in giro a quartese, Piero, fatto il pieno di vino, non era più in grado di governarlo a dovere, durante la corsa della sagra, forza dell’abitudine, girò per casa invece di seguire il percorso stabilito? Poi c’era il ballo, che era comparso dalla fine della guerra: la piattaforma in quei primi anni (’46-’48) era stata posizionata dietro le scuole . Gli anni precedenti era successo che don Ferruccio aveva fatto suonare le campane per disturbare la musica del ballo, essendo notoriamente un’attività peccaminosa.
Biciclette alla sagra. Alla sagra coloro che abitavano più distanti e possedevano la bicicletta, venivano con quella; non volendo poi lasciarla incustodita molti avevano preso l’abitudine di lasciarla a casa del nonzolo. Nonostante la targhetta, le biciclette notoriamente venivano rubate, sennò non ci avrebbero fatto un film neorealista. Piero “Campaner” era buono, gli anni precedenti aveva sempre lasciato che tutti mettessero le bici a casa sua e così negli ultimi anni capitava che i giorni della sagra il giardinetto di casa fosse così ingombro di biciclette, da far fatica ad entrare. Il figlio di Piero, Zanardino, quell’anno pensò di sfruttare la situazione e s’inventò la custodia a pagamento. Capitò da quelle parti la guardia comunale, Attilio Montagner (era già soprannominato “Tacco”?), e vide il traffico di bici nel giardino di casa Granzotto, notò il rituale del pagamento ed elevò a “Bernardino” (in realtà all’anagrafe Janardino) una contravvenzione di L. 500 per abusiva custodia di biciclette. Sagra amara per Zanardino.
Per altri venne la gioia dei giri in giostra a catene (“era uno da Saletto che la gestiva” ), di qualche dolciume comprato al baracchino. E l’ultimo giorno (la sagra durava dal giorno della Madonna fino alla domenica) si tennero le corse di biciclette; tra gli organizzatori ancora una volta c’erano Jonio e il suo amico per la pelle Ortensio: il tragitto, che partiva dalla piazza si snodava “giù per le Contee”, fino a Fossalta, e poi “su per l’Argine” fino al Casello, tutta strada di sassi. L’entusiasmo suscitato dalle corse in bicicletta era grande.
E che lo sport della bicicletta fosse importante nella storia dell’Italia intera fu chiaro il 14 luglio, quando un giovane universitario liberale, Antonio Pallante, sparò al segretario del PCI Palmiro Togliatti, che rimase gravemente ferito. In Italia si sfiorò la guerra civile. Per fortuna qualche giorno dopo, il 25 luglio, Gino Bartali vinceva il suo secondo Tour de France e questo contribuì a placare e rasserenare gli animi.

Ma non c’era necessità di rasserenare quelli di Croce. I giovanotti del paese quello stesso giorno erano in gita ad Auronzo con le loro belle, l’ennesima gita organizzata da Jonio Zanin, quella volta insieme con Toni Pitana.


In prima fila in altro, dentro la corriera, da sinistra a destra: Rino Fabris e la moglie Dirce Maschio, la Paolina Montagner (futura moglie di Nello Rigato, il benzinaio), Giovanni ... e la Maria Saran “sartora”, l’Ottorina Zambon col fidanzato Luigi “Jijeto” Scalon, ... ... (che faceva l’autista e abitava a Fossalta all’inizio della strada che portava a Monastier), ... Cantarutti e la moglie, la Giuseppina Visentin che sposò il falegname Davanzo.
In seconda fila, in piedi: uno dei due autisti, Giovanni “Joanin” Fregonese che poggia le mani sulle spalle del piccolo Gennaro Paludetto, la Berta Maschio, la Alma Granzotto, la Sara Sorato con in fianco il moroso Egidio Fregonese, Giovanni Zanco el sartor, Giuseppe “Bepi” Saran, la ... Montagner (che poi avrebbe sposato Giovanni Fregonese), la Teresina Calderan (morosa di Jonio Zanin), la Elda Scantamburlo.
In terza fila, accosciati: l’altro autista, Jonio Zanin, la Ginetta D’Andrea (figlia maggiore di Neno e sorella della Ilde e della Nadia), Toni ... (fratello della bidella), Alessio “Essieto” Maschio, Giannino Granzotto (fratello dell’Alma), Antonio “Toni” Fregonese, Antonio “Toni” D’Andrea.
Bepi e la Maria Saran erano fratelli ed erano rimasti ancora bambini orfani del papà; la Dirce, Alessio e la Berta erano figli della Ida; Egidio e Antonio Fregonese erano fratelli maggiori di Carlo, e cugini di Joanin figlio della Nene.

Al sindaco arrivava la richiesta da parte del prof. Antonio Spada, presidente dell’università Popolare di San Donà, giunta alla fine del suo terzo anno di attività, di “voler stanziare il più che attualmente le è possibile” per permettere all’istituzione di continuare “la sua proficua attività nei diversi campi”; “specialmente notevoli le conferenze (alcune delle quali di eccezionale valore culturale e artistico) e i corsi serali per Ragionieri nonché il Corso di Disegno professionale per muratori falegnami e fabbri-meccanici che ha dato ottimi risultati”.

29 luglio [Delibera di Giunta, n.° 121] Liquidazione spesa sanitari di Croce consorziati con Fossalta di Piave. [Delibera di Giunta, n.° 127] Concessione area nel cimitero di Croce a perpetuità a Granzotto Francesco. Macellai.
Il 30 luglio il sindaco si lamentava col macellaio Tullio Turchetto (“Tulio Teghét”) perché non metteva in vendita anche le frattaglie. “A parte la mancanza dello spaccio di carne a Croce già gestito dal Sig. Guseo, il consumo delle carni deve aumentare, e non perché il Comune si debba occupar di invitare la popolazione di Croce a fornirsi a Musile anziché a Fossalta ma soprattutto sui prezzi e sulla qualità della carne. A prova di ciò sta il fatto che a Fossalta esistono tre macellerie che lavorano intensamente, sia per la qualità della carne, sia per i prezzi più bassi che sono in aperta concorrenza con i prezzi della carne di S. Donà di Piave e di Musile di Piave.”
Le bidelle del Comune furono tutte licenziate per essere sostituite con vedove del Comune in condizioni di bisogno che però avessero la capacità di assolvere i compiti loro assegnati, con preferenza per le vedove di guerra [delibera di Giunta, n.° 135]. Si concludeva la breve esperienza della Maria Granzotto nelle scuole di Croce.

Abbiamo già ricordato che don Natale aveva quasi un debole per i suoi parrocchiani a Ca’ Malipiero. Un certo legame d’affetto quasi più intenso con le famiglie di quella zona che con quelle del centro, fin troppo moderne, lo spingeva a far progetti in grande per quella zona. Il centro del paese gli era quasi più distante. Con i Granzotto, i Guseo, i Vianello, che pure erano tra le famiglie “più cospicue” del paese, don Natale non aveva grande intendimento... e ne era ricambiato.

Innocenti pettegolezzi sugli abitanti del centro. Racconta la Alma Granzotto:

La sera, io e mia sorella Tina andavamo a chiacchierare dalla Nene Guseo, la vecia, che di cognome faceva Bizzarro. Andavano là per fare qualcosa in compagnia; c’erano i figli di Eliseo e della Nene, la Fosca e Luigi. A Luigi piaceva mia sorella che era più vecchia di lui ma lui pareva molto più vecchio della sua età.
Mi ricordo che qualche sera a mia sorella capitava di dire: «Speta che ho andar casa a lavar i piatti» (perché io li lavavo a mezzogiorno, quando tornavo a casa dalla sartoria di Zanco, e lei li lavava la sera); e la Fosca, che ci teneva alla forma e a suo modo si dava delle arie (sempre così i Guseo, noi Granzotto invece eravamo un po’ più alla buona, anche se magari avevamo più soldi, ma non importa, può succedere, vedi anche me e mia sorella, mia sorella era contessa e io ero sua serva, succedeva così naturalmente), la Fosca, dicevo, era piuttosto compita (ti ricordi che ti ho detto che aveva tutte quelle manie igieniste) e così istruiva mia sorella alla quale aveva fatto da madrina: «Tina, non dire che devi andare a lavare i piatti, di’ che devi andare a suonare il piano che devi tenerti allenata».
A proposito di persone che paiono contesse anche se sono nate serve, c’era la “Nene Pitana” (Elena D’Andrea), che di cognome faceva Bardella ed era la moglie di Neno Pitana, che aveva molta grazia; non so da chi avesse preso. Io ero amica di sua figlia, la quale pure lavorò per un periodo da Zanco con noi, e mi ricordo che Zanco le disse una volta: «Ocio in testa e baretta rossa», non so cosa intendesse ma era un modo di dire di Zanco.
I Bardella abitavano lungo l’Argine, dalla parte del Piave, presso la curva . C’erano tanti ragazzi di Bardella in quella casa. E io qualche volta andavo a giocare là con la figlia della Nene. Mi ricordo che una volta mi lasciai andare ad un commento sui suoi tappeti, sono troppo schietta io, son fia de me madre; lei mi mostrò i tappeti che costituivano parte della dote del suo prossimo matrimonio e mi venne spontaneo di dire: «I me par de coton…», non di lana, e lei ci rimase così male, ma così male che non era più buona di dire nulla. La madre, la Nene, venne di là e disse: «Ragazze, cercate di andare d’accordo» e lo disse con un così bel modo di fare.
Suo marito Neno era geloso della moglie e qualche volta la batteva perché la sorella della Nene aveva sposato un uomo ricco, uno che aveva una fabbrica di vestiti, e le faceva arrivare sempre capi di vestiti, per lei e per le sue figlie, e qualche volta la Nene andava a lavorare da questa sua sorella ma Neno non voleva, era geloso di questo “cognato” affermato.
Io ero innamorata di Ugo Vianello. L’avevo conosciuto perché veniva sempre a casa nostra, era amico di mio fratello Giannino che più di qualche volta lo fece ubriacare, c’erano cinque anni di differenza tra loro, Giannino del ’28, Ugo del ’33. Io ero riservata, più vecchia di lui di dieci mesi, ma molto timida, lui pareva molto più vissuto di me, faceva “la tira” anche lui a mia sorella che aveva tre anni più di lui. Fece amor anca alla Rosetta, una che faceva girar la testa a tanti uomini.
[ricordi della Alma Granzotto]

Miracoli contro il maltempo. Giungevano i raccolti a maturazione. Contadini – affittuari o coloni che fossero – pregavano don Natale di pregare la Madonna perché “vegliasse” sui raccolti. Tra di loro vi erano i massari della contessa Lidia De Sangro, più restii a pagare il quartese. A questi don Natale aveva già spiegato che quello che la grandine aveva portato via l’anno precedente l’aveva portato via non a loro ma a lui, in quanto quartese che gli spettava e da loro non pagato. I massari avevano capito la lezione e gli avevano fatto pervenire il “maltolto” sottoforma di sacchi di grano e di pannocchie, e fiaschi di vino. E la Madonna si ricordò della riparazione.
Il 10 agosto 1948, san Lorenzo, alle tre del pomeriggio, il cielo annerò: fu quello il giorno in cui si verificò l’ennesimo miracolo di don Natale in tema di grandine? O ore stato l’anno precedente? Qui storia e leggenda di nuovo si mescolano e mancano le testimonianze certe. All’addensarsi delle grosse nubi sulla campagna, don Natale si posizionò sul vano della porta della canonica e ad alta voce pregò la Madonna, alla quale era devotissimo: «O beata vergine, màndea tuta qua, risparmia i racolti de chea pora zente, màndea tuta qua…»
Alle quattro del pomeriggio, un violento nubifragio investì il Comune in località Salsi, Lazzaretto, Intestadura, con danni ai raccolti dal 50 all’80 %. 169 furono gli agricoltori danneggiati, tutti di Musile. Le campagne di Croce furono risparmiate mentre nel cortile della canonica si accumulò “mezzo metro” di grandine.
Che cosa c’è di vero? È possibile che tuttavia la canonica si salvasse? Non era accaduto due anni prima che proprio la canonica risultasse danneggiata da un ciclone? Sì, però i campi di Croce erano stati risparmiati…

Don Natale voleva far qualcosa per gli abitanti di Ca’ Malipiero, a lui tra i più cari.

 Ill.mo Rev.mo Mons. C. CHIMENTON
			Vicario Generale
					Curia Vescovile
							T R E V I S O 

SITUAZIONE CA’ MALIPIERO FRAZIONE DI CROCE DI PIAVE, E NECESSARI PROVVEDIMENTI

Tutto considerato per provvedere definitivamente ai bisogni spirituali e temporali della frazione Ca’ Malipiero è necessario:
1°) Smembrare dalla parrocchia di Millepertiche una dozzina di famiglie e ritornarle a Croce, frazione Ca’ Malipiero, facendo confine la fossa storica detta “Tinchera” fino alla Candelara, come da specchietto in calce.
2°) E' necessario che le Ditte principali delle frazioni corrispondano il quartese al parroco: così vi sarebbe margine per mantenere un II° Cappellano e provvedere ai bisogni della chiesa di Cà Malipiero.-
Con l’ultimo decreto di smembramento la Parrocchia di Croce è ridotta ai minimi termini. Con la rettifica richiesta Croce ritornerebbe ad una vita normale, e Millepertiche rimarrebbe una parrocchia vasta e numerosa lo stesso, tanto più che ha anche la frazione delle Trezze che va sempre più aumentando di popolazione, e quindi capace di formare eventualmente una Parrocchia.-
La piccola rettifica di Confine fra Croce e Millepertiche, sarebbe la seguente:
Località Bellesine: - Partendo dalla famiglia Furlanetto si segue la fossa storica “Tinchera” fino all’incontro della strada Millepertiche: quindi verso ovest si cammina sulla strada Millepertiche circa cinquecento metri, dove s’incontra strada Emilia Romana, ora campestre: si segue questa fino allo scolo della “Canelara”. Da quel punto si segue la Canelara verso ovest fino alla Chiavica del Canale “Fossetta confine antico fra Croce e Meolo.-
Le famiglie di Millepertiche comprese nella suddetta linea di smembramento che ritornerebbero a Croce, frazione Cà Malipiero, sono le seguenti: FURLANETTO, VENTURATO, CADAMURO, CARNIELETTO, BALDASSIN, GROTTO, MARCUSSO, VALERIO, SALGARELLA, SIG.ZILIO TOMASO e PIOVESAN.-
Le famiglie di Meolo più interessate a concorrere per la Chiesa di Cà Malipiero sono n.I5 circa.-
Il punto più opportuno per la fondazione di una nuova Chiesa a Cà Malipiero, sarebbe sull’angolo della campagna Turchetto Lino colono, ( a circa cento metri di distanza dall’attual Chiesetta) di proprietà dela Contessa LIDIA DE SANGRO. S. Samuele Venezia 3327 – Calle Vecchia Mocenigo.
Il parroco e parrocchiani più volte hanno pregato detta contessa di favorire il terreno su cui fondare la Chiesa, ma a tutt’oggi la Sig.ra Contessa non si è espressa. Sarebbe opportuno che codesta Ill.ma e Rev.ma Curia, facesse la grazia di esortare la Nob. Signora a cedere il terreno per uno scopo altamente religioso e patriottico.-
In caso negativo non si potrebbe fare altro che provvedere con un ampliamento della Chiesetta attuale di proprietà del Sig. CARMINE SIGISMONDO, ovvero in altra sede attigua.
Prevengo che la frazione Ca’ Malipiero non potrà mai costruire una nuova chiesa senza il concorso di Croce, Millepertiche e Meolo.
Pertanto si prega umilmente cotesta Ill.ma Rev.ma Autorità Ecclesiastica di accordare il piccolo smembramento indicato pel santo scopo necessario.
La Commissione di Cà-Malipiero desidera avere quanto prima un gentile invito da Vostra Signoria Ill.ma Rev.ma a Treviso per conferire in proposito.
In fine si fa presente che la chiesa di Cà-Malipiero si trova a metà strada fra Croce e Portegrandi, cioè di circa Silometri 10=

Con devoti ossequi
ad majorem Dei gloriam et salutem animarum.
Croce di Piave 10 Agosto 1948

Devmo paroco
pel Comitato Cà-Malipiero
D. Natale Simionato

Per quale motivo don Natale pensava a una nuova chiesa a Ca’ Malipiero? Forse per irritare il Chimenton? Più probabilmente sentiva di aver completato la decorazione della chiesa madre. È di quel periodo infatti la decorazione del soffitto del presbiterio con l’affresco rappresentante la “Gloria della croce”, un cielo illuminato dalla luce irradiata dalla croce, cui fanno corona dodici angeli, tre dei quali, quelli ai piedi della croce, guardano e scendono verso il popolo per indicare la salvezza che solo la croce, ovvero il sacrificio di Cristo, ha meritato per l’umanità.


Il soffitto del presbiterio: “Gloria della croce”

Terminata una fatica, don Natale, nonostante l’età, era pronto per lanciarsi in un’altra impresa, in un genere di impresa che già due volte aveva dimostrato di saper condurre in porto: la costruzione di una chiesa. La chiesa di Millepertiche, che pure aveva contribuito in maniera determinante a portare al tetto, e che immaginava avrebbe abbellito a dovere, non era più sua, la Curia gliel’aveva strappata via. La chiesetta di Ca’ Malipiero invece gli apparteneva ancora. Nel convogliare le forze e gli sforzi dei suoi parrocchiani verso la (ri)costruzione di una chiesa di mattoni e tegole, don Natale sentiva che costruiva anche la sua Chiesa di anime sante.

Tra le centomila attività pensate e organizzate da Jonio Zanin coi suoi vi era l’antesignana della “Cassa peota”: gli aderenti risparmiavano qualcosa tutti i mesi e poi una volta all’anno, così almeno dalla fine della guerra, di solito in agosto, partivano tutti insieme per la montagna, dove si fermavano due o tre giorni; prima di tornare a casa era diventata abitudine una sosta alla birreria di Pedavena. I primi anni i coraggiosi partivano in moto, poi presero ad andar via con i tre noleggini da Musile che erano Marcassa, “Miro Potacio” (Casimiro Vazzoler) e “El Moro” Bassetto. “Il gruppo dei buoni amici” come si erano definiti loro, o anche “Il gruppo dei tredici” come li chiamavano gli altri, era una combriccola allegra e variabile; ogni volta si aggiungeva qualcuno. Nella foto sotto (priva di data) compaiono Lino Vianello (“quindi si era agli inizi, quando andavano via in moto” spiega Toni Zanin), lo stesso Jonio, Amadeo Fregonese (sempre serioso), Oreste Rosin, Meno Cadamuro, Ortensio Fornasier, Livio Zanin, Bepi Paludetto, Piero Granzotto (il fratello maggiore di Zanardino), Ferruccio Peruch.


Il gruppo dei Buoni Amici (o dei 13) in birreria a Pedavena.
Nella foto (per arrivare a 13) mancano Nesto De Faveri, Narciso Vendraminetto, Angelo Torresan; del gruppo facevano parte in verità anche Toni Piantola e Remedi Vendraminetto; Toni Casonato si aggiunse dopo; Marcello Fornasier vi partecipava solo raramente.

A fine mese don Natale ricevette dal vicesindaco Furlanetto l’invito a spiegare dall’altare ai fedeli agricoltori la necessità di denunciare entro il 5 settembre all’Ufficio Imposte l’uva prodotta nel ’48 onde non incorrere in multe.

Il 3 settembre Giovanni Stefani [è il Kiss di Millepertiche?], otto figli minori tutti a carico, ottenne l’esonero delle tasse per gli anni a seguire, finché avesse avuto almeno cinque figli a carico. Il 23 settembre Pietro Casonato, al quale due giorni prima era nato il settimo figlio, Paolino, ottenne altrettanto (esonero dal 1/1/49 al 31/12/62 finché avesse avuto cinque figli a carico). [Delibera di Giunta, oggetto n.° 157]. Il figlio più vecchio di Pietro, Bruno, aveva solo 14 anni.

Con decorrenza 30 settembre ebbero effetto i licenziamenti di tre bidelle comunali tra le quali vi era la Granzotto Maria, bidella di Croce, in servizio dal 1° novembre dell’anno prima.

La situazione economica delle nipoti di don Natale non era certo florida:

Musile (7/10/48)

Alla Giunta Municipale di Musile

Io sottoscritta Scian Maria V.[=vedova] Barsi, porgo la presente alla Giunta Municipale, 
perché mi sia concessa ancora l’illuminazione elettrica nella stanza in cui occupo.
Essendo disposta a sottopormi di una tassa mensile.
Ringrazio fin d’ora, sperando che mi sia concesso quanto ho chiesto.
	
	Con ossequi
	Scian Maria

Dal sindaco le fu risposto che l’Amministrazione era disposta a concederle anche l’illuminazione elettrica, dietro il pagamento di L. 300 mensili per ogni lampada, col divieto di consumo per fornelli, cucina o ferri da stiro elettrici.

Il 30 ottobre il Ministero dell’Interno rivolse a tutti i Comuni l’appello a intensificare la coltura granaria per l’anno 1948/1949.

Di nuovo era arrivata la festa di Ognissanti. Tra coloro a cui la sera toccava di salir sulla cella della campane per suonar la campana a martello vi era Aldino Sgnaolin; a lui, insieme col cugino Giovanni e con qualche altro, toccava tutte le domeniche di tirare la corda delle campane. Ricorda Aldino:

“Mi sempre ’a granda… Era un gusto tirare la corda. Don Natale voleva che fossi sempre io a istruire i più giovani che non avevano mai suonato le campane. La campana a morto poi si suonava a martello e dovevamo salire fino alla cella campanaria: Tìn…. Tèn… Tòn….. prima la piccola, poi la mezzana, poi la grande. Anche la sera di Ognissanti, sonata l’Avemaria alle sette, salivamo a suonare le campane a morto fino a mezzanotte per ricordare che il giorno dopo era la Giornata dei Morti. In cima, nella cella campanaria, con una cordicella si tirava il batoccio… Dopo un’ora e mezza, due, che eravamo su, don Natale saliva anche lui e ci portava le castagne. Mi teneva caro, don Nadal… Alla fine dell’ultima messa o dopo il vespro mi diceva: «Aldo, vai a prendere i soldi delle cassette degli altari». Quindi ce li faceva portare in canonica, dove teneva una cassetta di legno con la chiave; li contava e li metteva dentro; lì teneva tutti i soldi della Parrocchia.”
[Dai ricordi di Aldo Sgnaolin]

La cassettina era sempre la stessa? Ovvero quella che era stata forzata sette anni prima? Probabile.

Il 16 novembre il Comune riscosse da Scian Maria lire 600 per consumo a forfait luce mesi di ottobre e novembre. Altre 300 lire le avrebbe riscosse a dicembre.

Niente fanghi ai poveri. Solo fango. Scoppiò in quell’anno un diuturno contenzioso tra il Comune e la Prefettura perché erano state pagate le “cure dei fanghi a Battaglia Terme a Scomparin Giuseppe, abitante di via Fossetta, povero, 5 figli, disoccupato involontario e affetto da dolori reumatici alla vita”. La prefettura protestava che quello del Comune era stato “un inopportuno atto di liberalità”. Il sindaco Giacchetto rispose che la cura era stata ordinata dal medico e si era rivelata quanto mai necessaria non trovando la medicina altro rimedio per i dolori dello Scomparin. La replica del prefetto Abbrescia fu di guardarsi da atti simili in futuro; purtroppo quello dello Scomparin era “un pericoloso precedente”.
Nulla ebbe da ridire la Prefettura sugli acconti pagati dal Comune mensilmente (maggio/novembre) a Beniamino Montagner, Giuseppe Diral, Bruno Mascherin, Alfredo Zaccariotto, Antonio Battiston, Valter Rigato, Irma Minetto per il sussidio post-sanatoriale (200 lire al giorno).

Sarti del paese. Il 30 novembre la ditta Italmoda di Torino chiedeva al segretario comunale di “voler compiacersi di trasmetterci sull’acclusa cartolina i Nominativi dei sarti da uomo residenti nel Comune [...]. Gradiremmo che i suddetti Nominativi fossero elencati in ordine d’importanza”. Questo era l’elenco che forniva il segretario:

1.	Iseppi Giuseppe
2.	Pelizzon Virgilio
3.	Murer Mario
4.	Baron Antonio = Carlo
5.	Zanco Giovanni
6.	Barbieri Antonio
7.	Rubinato Anacleto
8.	Fregonese Carlo
9.	Damo Celestino
10.	Bernati Attilio
Quelli che ho segnato in neretto abitavano a Croce. Di Giovanni Zanco qualcosa ho già detto. Antonio Barbieri, soprannominato “Ciompét Cèo” per le sue difficoltà di deambulazione, abitava nel Prà delle Oche e si diceva che facesse abiti “più alla nuova” rispetto a Zanco. Carlo Fregonese abitava nella casa che il padre Amedeo s’era costruito prima del passaggio a livello, presso il cimitero; in gioventù Carlo era uscito di casa per diventar frate, per non finire schiavo muratore di suo padre come era capitato ai suoi fratelli, come dicevano alcuni, ma poi s’era disgustato del convento; dove però aveva imparato a cucire; e ritornato nel mondo, cioè a casa, aveva messo a frutto la competenza di sarto acquisita nel convento.

Oltre a doti di sarto Carlo aveva ottime doti di ballerino, innate queste, ché non doveva averle certo apprese in convento. In quel periodo insegnò a ballare a diverse ragazze, alla Alma Granzotto e alla Cochi Pegorer, per esempio.

Ballavamo sul cortile dei Buchetti e della signora Pina: Carlo Fregonese portava il giradischi e là ballavamo. «Un passo avanti e un passo indietro» ci diceva. C’erano diverse ragazze, tutte più vecchie di me, ma ce n’era anche una più giovane. Ci sarò andata due volte. Altre volte ballavano nel tinello di casa della signora Pina, una casa modesta. Ci andava Bruno Mascherin, il figlio della levatrice, la Isetta Calderan…

C’era un casino a Croce? chiedo.
Non lo so, dicevano che c’era un po’ di casino dalla Signora Pina. La più piccola dei B*** dicevano che avesse fatto qualcosa… Chiacchiere… Io non ci credo.
[dai ricordi della Alma Granzotto]

Il 21 novembre la Maria Buchetti, di anni 22, una delle figlie del falegname Pietro, si sposava con Cesare-Valerio Rachello, fornaio di Quinto.

Tra fine ottobre e inizio novembre Gustavo (Jonio) Zanin aveva effettuato lavori di riparazione alle scuole di Croce.

ZANIN GUSTAVO
ELETTRICISTA

MUSILE DI PIAVE		LI   24/II/I948

AL SIG. SINDACO
MUSILE DI PIAVE
SPECIFICA Per i seguenti lavori 
nelle scuole di Croce:
I.	N° 8 interrutori	     L.   640.=
2. 	N° 13 PORTALAMPADE		I.040.=
3. 	N° 4 TAPPI PER VALVOLE		  600.=
4. 	N° 2 DEVIATORI			  I80.=
5. 	N° INTERR. A PERA	        ...80.=
6.	N° 40 M. FILO 2X050		I.400.=
7.	N° 70 ISOLATORI			  240.=
8.	N° I ROTOLI NASTRO		  I20.=
9.	N° I7 VETRI 43x75		4.200.=
I0.	MANO DOPERA			4.000.=

			TOTALE	    L. I2.500.=
			I.G.E. 4%	  500.=
			TOTALE	    L. I3.000.=

La fattura coincideva con il preventivo di spesa presentato il 19 ottobre (S.E. & O. = salvo errori & omissioni). Il 27 novembre Zanin Gustavo (Jonio) fu liquidato con la cifra richiesta.

Il Comune di Musile pensava all’ordine della circolazione nella sua piazza e il 7 dicembre acquistò tre tabelle indicanti la massima velocità degli autoveicoli che furono collocate all’inizio di via Roma, di via Marconi e di via XIII martiri.

A don Natale e agli altri parroci fu dato incarico di avvisare dal pulpito il fedeli agricoltori che avevano diritto al rimborso di L. 15 sulle 80 lire già pagate per ogni quintale d’uva trasportata fuori Comune.

Il 10 dicembre l’ONU approvava la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, tra i quali vi è il diritto a un tetto, e il 23 dicembre la Giunta comunale [delibera n.° 13] deliberava sulla scelta dell’area per la costruzione di case per i senza tetto.
Il Prà delle Oche (ormai “Piazza Tito Acerbo”) era in pericolo. “A Croce sul piazzale Comunale vi sarebbe l’area sufficiente, ma si dovrebbe scegliere la posizione al fine di non deturpare il piazzale e chiudere quella case che già esistono e che hanno lo sbocco sul piazzale stesso” osservò qualcuno degli amministratori. Aveva ragione ma, dannato lui, avrebbe rovinato per sempre la meravigliosa piazza di Croce. Il Piano-casa era merito di Fanfani.

Il 30 dicembre il Comune deliberò di pagare le 24.750 lire ripetutamente sollecitate dall’Ospedale Civile di San Donà per i medicinali forniti a Lovisetto Alessandro fu Vincenzo, ivi ricoverato per tetano, essendo stato ricoverato a carico del Comune quale povero. Le prime richieste di pagamento risalivano a due anni prima quando il malato, residente a Croce, aveva 62 anni. Il 31 dicembre alla guardia comunale fu pagata la cifra che le competeva di un terzo delle contravvenzioni elevate durante l’anno, che ammontavano a 5.500 lire. Tra di esse le 500 lire pagate da Zanardino al tempo della sagra. Zanardino ormai era nonzolo a tempo pieno. Ogni mattina si alzava alle cinque. Qualche volta, poiché era giovane e la sera aveva magari fatto tardi, la mattina si prendeva a volte addormentato; allora veniva don Natale a chiamarlo: «Zanardino… é ora de sonar l’Ave Maria!» Zanardino a fatica si preparava, aveva persino il coraggio di rispondergli: «Intanto che ’l é su, le sone lu…» Ma non era mancanza di rispetto: era coscienza dei fatti. Del resto, quando non c’erano servitori per la canonica, a Zanardino toccava di far da mangiare a don Natale. E ce n’era da lavorare perché con il paroco bisognava abbondare, don Natale mangiava come un bue, e invecchiando mangiava sempre di più. Per accontentarlo Zanardino gli preparava anche frittate di dodici uova.

Si concludeva un anno che era stato di particolari difficoltà e povertà: lo rivelavano i numeri delle indennità di caropane 1948: gennaio 341, febbraio 332, marzo 326, aprile 337, maggio 324, giugno 312, luglio 373, agosto 372, settembre 384, ottobre 418, novembre 336, dicembre 404.
Il bilancio del Comune aveva visto maggiori entrate, in gran parte da “proventi imposta di consumo” (489.000 lire) e maggiori uscite per “spese spedalità a carico del Comune” (500.000 lire)

In quel 1948 tra gli stampati del Comune comparvero i primi fogli formato A4.

1949

Nella delibera di Consiglio n.° 1 del 17 gennaio 1949 si seguì il consiglio del consigliere Antonio Guseo, figlio di Attilio, nella designazione delle famiglie per l’assegnazione di 8 alloggi costruiti dall’Istituto Autonomo Case Popolari di Venezia. Furono assegnati a due profughi di guerra, a un profugo di Libia e a un profugo giuliano, a tre sinistrati di guerra e l’ultimo alle famiglia Guerra che occupava abusivamente l’ambulatorio medico nel Fabbricato ex Comunale e che doveva essere quanto prima sgombrato.

In questo inizio di 1949 la carne di vitello costava £. 607 al kg, quella di bovino £. 500, quella di suino £. 450 e quella di equino £. 400.

Il 21 gennaio i paesi dell’Europa dell’est creavano il COMECON, patto di mutua assistenza economica sotto l’egemonia politica dell’URSS. Il Comune sosteneva mensilmente i dipendenti comunali con un ridicolissimo “premio di presenza”, oltre a garantire loro l’indennità di caropane; al messo e alla guardia anche l’indennità di bicicletta. Ai disoccupati ogni metà mese veniva pagata la (I e II) quindicina di disoccupazione. Le indennità di caropane pagate ai capifamiglia in difficoltà furono 336 in gennaio, sarebbero cresciute a 441 in febbraio.

Il 22 gennaio si sposava la figlia di Piero nonzolo.

Erano mesi che in parrocchia si discuteva di come sistemare il monumento ai caduti, che sembrava monco da quando era privo del “fante”. Farne fondere uno nuovo costava troppo. Cosa fare? I cittadini di Croce chiedevano che il Comune si attivasse.
Il 25 gennaio il sindaco Giacchetto indirizzò ai parenti dei Caduti della I guerra Mondiale il seguente invito

AL SIG. ........
CROCE E FOSSETTA

Prego la V. S. voler intervenire alla riunione che avrà luogo 
in un’aula delle scuole di Croce Domenica mattina 30 gennaio 
alle ore 9, fra tutti i rappresentanti o parenti dei Caduti 
della guerra 1915-1918 di Croce, per esaminare circa 
la remozione del Monumento dei caduti e rispettiva sostituzione, 
con altro ricordo.

		Distinti saluti.
		IL SINDACO

Che cosa fu deciso? Qualcuno propose di comprare un nuovo fante, in realtà costosissimo; qualcuno di installare una più economica lampada votiva, anche se il comune avrebbe dovuto comunque dare un bel contributo; qualcuno infine propose di trasferire sul monumento in piazza il tripode, e anche la croce, del monumento del cimitero militare, ormai in abbandono.

Il 3 febbraio fu pagato a Montagner Ferdinando il trasporto di legna (quintali 10,96) dal magazzino del Comune alle scuole di Croce.
Lo stesso giorno il Rettore dell’Università Popolare di San Donà rinnovò al sindaco di Musile la preghiera di un contributo, oltre che per il ’48, anche per il ’49:

Nella sezione dei corsi scolastici funzionano quest’anno un corso di primo anno (classe di collegamento) di Istituto tecnico commerciale, e un Corso serale accelerato di avviamento professionale a tipo commerciale, specialmente indicato per la zona, dove non esiste alcuna altra scuola di tipo commerciale. […] Il corso di disegno professionale poi, che funziona per il quarto anno scolastico consecutivo nella lodevole maniera che chiunque conosca il suo Direttore prof. Virgilio Marcon, può subito, se non la conosce immaginare, è quest’anno eccezionalmente numeroso, e promette assai bene.

Il 5 febbraio, negli USA, il rapporto Hoffman avanzò critiche durissime circa l’utilizzo dei fondi del Piano Marshall da parte dell’Italia: parte cospicua delle risorse (circa 15 miliardi di lire in 7 anni) era stata stanziata, col celebre “Piano Fanfani”, per la costruzione di case popolari per i lavoratori. L’indirizzo sociale delle risorse non era gradito agli Stati Uniti, che avrebbero preferito una destinazione tesa all’aumento del potere d’acquisto della popolazione, a favore dei prodotti industriali americani. Ma la visione italiana delle cose del mondo divergeva da quella statunitense.
Il Comune dal canto suo provvide a far sistemare le baracche di coloro che non avevano una casa.
Nella Càe de Fèro si protestava perché da quelle parti non era ancora arrivato l’acquedotto. Negli ultimi tempi si era avuta anche la sventura che il pozzo di Alberico Davanzo, dove tutti avevano sempre attinto negli anni precedenti, aveva cominciato a buttare fango, perché non era stato tenuto pulito; ora gli abitanti della Cae erano costretti ad andare a prendere l’acqua al pozzo all’inizio della Casera, alla curva della Triestina. Ci fu un protesta della gente della Càe, una delegazione andò in Comune.

L’11 febbraio la ditta Grandin Antonio presentò fattura per le gratelle in ferro piatto che aveva sistemato alle vaschette delle fontane di Croce e Fossetta.

Da febbraio cominciano i rimborsi per l’assistenza ai profughi dell’Africa (10 famiglie)

Il 13 febbraio il Comune pagò per l’assistenza ai Refettori Scolastici:

	1 Asilo Bressanin a ½ Don Giovanni Tisato 		L. 7.000
	2 Asilo di Croce a 1/2 Dussin Don Ferruccio 		L. 5.000
	3 Refettorio Lanzoni a ½ Don Antonio Marcon		L. 4.000
	4 Refettorio Lazzaretto a ½ Diral Carolina		L. 1.000
	5 Prefettura Venezia a ½ Furlanetto (quale contributo 
		dovuto all’ONMI per gli anni 46/47/48/49).	L. 1.600 

Essendo la coltura del baco da seta caduta in disuso, i gelsi venivano tagliati. Il fenomeno si accentuò al punto tale che il Prefetto fu costretto a intervenire e a emanare il divieto di abbattere altre piante di gelso, divieto che dal sindaco fu reso noto alla popolazione il 17 febbraio.

Dall’11 al 20 marzo nel parlamento italiano si votò per l’adesione al Patto Atlantico (NATO); lo scontro politico nel paese fu durissimo e l’opposizione dei partiti della sinistra coinvolse con proteste, scioperi e manifestazioni, la società civile. I frazionisti della Cae, più che all’adesione al Comecon, puntavano al prolungamento dell’acquedotto di Croce fin dalle loro parti.

Il 18 marzo l’E.C.A. pagò 11.000 lire a Ernesto De Faveri per la riparazione della baracca di Sforzin Giulio.

In quel marzo 1949 giunse in paese la madonna pellegrina, una delle tre che avrebbero girato tutta l’Italia in vista del Giubileo del 1950.

Il 27 marzo 1949 fu una giornata di importanti delibere per Croce. Dapprima [delibera n.° 18] il Consiglio Comunale decise il prolungamento dell’acquedotto di via Croce fino all’Osteria Davanzo, “ove trovasi un raggruppamento di circa 30 famiglie, tratto lungo m 800 e la cui spesa si prevede in circa £. 1.000.000; dovrà anticiparsi la spesa solo a cura del Comune, mancando nella zona persone abbienti”.
Poi [delibera n.° 20] furono assunte le nuove bidelle delle scuole: a Croce la Marta De Faveri, alla Fossetta la Regina De Lazzari. La Marta De Faveri aveva diritto al posto perché aveva perso un braccio attraversando la ferrovia. Portava sempre in testa una berretta perché, non potendo tenere in ordine i capelli, li portava corti, ma una donna con i capelli corti suscitava cattivi ricordi di guerra.
Infine [delibera n.° 22] il Consiglio decise di contribuire con 25.000 lire all’acquisto della lampada votiva sopra il monumento dei caduti: “Desiderando i frazionisti di Croce contribuire all’abbellimento del monumento ai caduti della I Guerra Mondiale di Croce rimasto monco dopo l’asportazione della statua bronzea requisita durante il periodo 43-45 e desiderando farlo con una lampada il cui costo supera le 100.000 lire nell’impossibilità di acquistare altro monumento di bronzo per l’elevato costo avevano costituito un Comitato che ha deliberato l’acquisto della lampada con i proventi dell’offerte dei frazionisti. Il Comune apprezza e contribuisce”.
Da ultimo [delibera n.° 23] il Consiglio, dopo aver tentato invano di ottenere dall’E.C.A. di Venezia la vendita di 16.000 mq attualmente in usufrutto della signora Rachele Sacerdoti in Gioia per la costruzione di case popolari allo scopo di ampliare il centro di Croce, e averne ricevuto un rifiuto per opposizione della stessa Sacerdoti […] dato che il Genio Civile di Venezia ha annunciato la costruzione di una casa per senza tetto, con 3 appartamenti, del tipo ultrapopolare del costo presunto di £. 2.500.000 a carico dello Stato, che l’Amministrazione ha destinato di costruire in frazione Croce […] avendo la Giunta chiesto al Consiglio il parere circa la necessità di procedere all’esproprio di un appezzamento di terreno di 2.000 mq previa dichiarazione di pubblica utilità… il consiglio Comunale decide di avviare la procedura di esproprio di almeno 2.000 mq per la costruzione di tre case per senza tetto (60 m x 38)…

Da metà aprile risultavano regolarmente assistite dal Comune anche 8 famiglie di profughi giuliani.

Si sposa il campanaro. Non che guadagnasse granché, Zanardino, per il suo lavoro in canonica e in chiesa; oltretutto don Natale “non gli versava i contributi”, ma con i soldi del servizio in parrocchia Zanardino poté sposarsi. La prescelta era la Letizia … di Fossalta. Perciò avrebbero dovuto sposarsi a Fossalta, ma il parroco di quella parrocchia non volle sposarli, o meglio, diede loro solo la benedizione ma non volle dir messa perché gli era venuta in orecchio la notizia infamante che Zanardino, pur essendo nonzolo, era andato a ballare. Fu don Natale la domenica successiva a dir la messa di nozze per Zanardino e la Letizia. Era il 30 aprile 1949, la Letizia aveva 21 anni; il giorno dopo Zanardino ne compì 28.
“Zanardino era un campanaro coi fiocchi”: riusciva a suonare due campane contemporaneamente, per la terza si faceva aiutare o da Berto Finotto oppure da Ciano Mariuzzo. Qualche volta, quando Zanardino era in giro per la parrocchia a raccogliere quartese e non riusciva a tornare in tempo per suonare le campane, toccava alla Letizia correre al campanile e suonare le campane. La prima volta che le toccò si fece anche male perché, tirata la fune, non la lasciò lasciata andare e la campana sollevò la giovane donna fino al soffitto della stanza e lei si sbucciò le mani contro il soffitto. Alla Letizia toccavano anche altre incombenze:

Io andavo a pulire in chiesa. Quando c’erano le messe di commemorazione Zanardino metteva il catafalco in mezzo al corridoio, ossia posizionava un cavalletto con sopra una finta cassa da morto coperta di un drappo nero con la croce, catafalco che veniva usato per le ricorrenze dell’ottava e del trigesimo; a dirla precisa, la messa era a offerta libera e solo se uno pagava l’officiatura aveva diritto “a quella decorazione”, ossia all’allestimento del catafalco. Poi durante la messa il prete cantava la sua parte e Zanardino rispondeva in latino e quella era tutta la messa che facevano; e io mi ricordo che qualche volta dovevano alzarmi presto per andare a sistemare questo catafalco, appena giù degli scalini, e mi faceva un senso che non so ridire quel telo nero con la croce granda… In elemosina si andava con la bacchetta lunga, e alla festa dei morti sulla borsetta c’era il teschio, che significava “offerte per i morti”.
Mi ricordo anche che a metà messa Zanardino usciva dalla chiesa e andava sul campanile a suonare di nuovo: era il Sanctus e al suono della campana tutti abbassavano la testa.

Il 4 maggio si verificava la tragedia di Superga: in un incidente aereo perdevano la vita i 22 componenti della squadra del Torino.

[Delibera di Giunta n.° 58] L’11 maggio si ripristinava l’ambulatorio medico.

La Giunta Municipale (presenti il vicesindaco Furlanetto Pericle e gli assessori Guseo Antonio, Bernarda Eugenio, Poletto Ernesto, Guerrato Vittorio, Bizzaro Nicola) considerato che l’ambulatorio di Croce può essere ripristinato essendo stati sgombrati i locali che occupava la famiglia di Guerra Giuseppe;
che le riparazioni di cui necessitava il locale furono apportate:
Ad unanimità

D E L I B E R A

1° - di ripristinare il funzionamento dell’ambulatorio sanitario di Croce con decorrenza 1.6.949 previa intesa col medico della condotta consorziata Fossalta di Piave e Croce di Piave Dr. Da Re Alessandro;
2° - di incaricare la bidella di Croce signora Marta De Faveri della pulitura dell’ambulatorio sudetto verso pagamento del compenso mensile di £. 600
3° - di fronteggiare la spesa con lo stanziamento dell’art. 89 Bis […]

Quali lavori erano stati fatti? Il falegname Baron Enrico aveva riparato il portoncino e rimesso nuove serrature, colorito sedie e lettiga e rimesso i vetri alle finestre, mentre il falegname di Croce Pietro Buchetti il 17 giugno presentò la sua fattura per i

lavori eseguiti per conto il spetabile Municipio di Musile di Piave

Riparazione portantina per cimitero di Croce	         £ 1.800
per l’aboratorio di Croce un tavolo da metri uno           4.000
un coperchio m 70 x 45				   	   1.200
due banche lunghe due metri			   	   2.500
tre lastre da cm 29 x 21 				     300
						---------------------
						        £ 12.000
				Bollo 		    	     360
						---------------------
					  	        £ 12.360
Qualche giorno dopo l’OFFICINA FABBRO MECCANICA GRANDIN ANTONIO presentò fattura per aver “costruito un tubo con ganci per sostegno tenda Ambulatorio di Croce di Musile”. L’operaio Scomparin Giuseppe di Giacomo, di anni 47 fu di nuovo mandato a Battaglia Terme, alloggiato presso la Pensione Regina per la cura dei fanghi, visto che la cura “d[oveva] durare tre anni” e “sembra[va] dare risultati”. [Delibera di Giunta n.° 70] dell’8 giugno 1949 La Giunta deliberò di concedere a perpetuità a Cancellier Giovanna per la tumulazione della salma del marito Barzan Antonio caduto in combattimento e a De Lazzari Giovanni per la tumulazione del figlio Bruno caduto in servizio militare mq 2,50 per ciascuna salma nel cimitero di Croce lungo la mura di cinta est subito a destra dell’entrata.

Il 28 giugno don Natale fu costretto a esporre alle porte della chiesa il manifesto di scomunica per chi votava comunista. Ma non lo fece.

Finalmente l’acqua in Càe de fero

I comunisti della Càe de fero, stanchi di dover andare a prendere l’acqua alla curva della Triestina perché il pozzo di Alberico era invaso dal fango, iniziarono a protestare; una delegazione andò in Comune e quelli del Comune risposero: “se voi fate lo scavo noi vi portiamo l’acqua”. I comunisti della Càe si dissero d’accordo e il 10 luglio 1949 [delibera n.° 90] la Giunta deliberò l’allacciamento dell’acquedotto di Croce all’osteria Davanzo a Croce mediante tubazioni in Eternit di m/m 32 fino al passaggio a livello. Due settimane dopo il Consiglio Comunale [delibera n.° 44 del 24 luglio 1949] deliberava di concorrere alla spesa per inviare alle colonie montane i bambini predisposti alla TBC; ma soprattutto [delibera n.° 46] ratificava la delibera di giunta per l’allacciamento dell’acquedotto di Croce fino all’osteria Davanzo. Nella Càe de fero si esultò. Nelle settimane successive tutti i capifamiglia scavarono un tratto di fossetto per la sistemazione della conduttura dell’acqua sul lato nord della strada. Quelli del lato opposto scavarono un fossetto di traverso la strada e poiché non tutti si tirarono l’acqua in casa fu sistemata una fontana davanti alla baracca della Isa Conte - la mamma di tutti i Conte, della Rita e di Vittorio - una fontana che servisse per tutta la contrada. Là alla fontana c’era il raduno per tutte le donne che andavano a lavare la verdura. Ci fu una gran festa. Una cuccagna. L’acqua nella case avrebbe cambiato la vita della Càe.

A fine luglio anche il muratore Chechi Granzotto presentò al Comune due fatture, la prima per i lavori eseguiti nell’ambulatorio di Croce

Demolizione totale e ricostruzione 
 del tetto mq. 10.80 a £ 600 al mq 	    £   6.480
Materiali consumati
 calce sabbia e cemento			     	1.000
 coppi N. 50 				          900
 murali 1 da  4 x 8 x m 4			  280
 travi 2 da 13 x 16 x m 2,50			1.248
Soffitto
Demolizione e ricostruzione 
 completto con 4 murali da 4 x 8 x m 4
 mq. 8 al mq. £ 800				6.400
				------------------------
				 Totale      £ 16.308
Imbiancatura dell’entrata in ambulatorio     £    800
				------------------------
				 Totale      £ 17.100

La seconda per i lavori eseguiti per il Comune nella casa canonica di Croce

Ripassatura coperto mq 360 a £. 38 	     £ 13.680
Coppi N. 100 a £ 18			     £  1.800
Costruzione di due pilastri e demolizione 
 e ricostruzione parziale di un terzo
 in totale mc 1.50 a £ 12000 il mc	     £ 18.000
Stuccatura in cemento e fugatura
 delle commessure dei medesimi		     £  2.000
Posa in opera dei cancelli		     £  1.500
				----------------------------
				  Totale     £ 36.980
				I.S.E.		1.109,40
				-----------------------------
					     £ 38.089,40
				I.S.E.  	  513
				----------------------------
					     £ 17.613

Pane, caropane e panetterie. Dalle 368 indennità di caropane pagate in aprile si era scesi alle 276 in luglio. E a proposito di pane, il 19 agosto fu fissato il prezzo del pane: la pezzatura da 100 grammi con farina abburattata doveva costare 95 lire al chilogrammo mentre le ciope, le mantovane, le spaccate e i montasi, sempre in pezzature da 100 grammi, dovevano costare 120 lire. Croce era servita dai Giabardo di Fossalta, ma molti si facevano il pane in casa. Il 15 settembre l’E.C.A. di Musile diede mandato di pagamento ai fornitori che avevano fornito generi alimentari ad indigenti per un totale di 283.350 lire. Si tratta di Marin Angelo, Damo Bruna, Davanzo Alberico, Guseo Fosca [è la figlia di Eliseo, ], Peruch Bruno, Migliorati Fiorina [gestiva la rivendita Viscardi], Fortunato Mario, Toffoli Fortunata, Alfier Fioravante, Cooperativa Consumo a mezzo Michelin Raimondo, Follador Ferruccio, Borgato Guido, Turchetto Tullio, Casa di riposo Musile a mezzo Don Giovanni Tisato.

Ma torniamo in ambulatorio: la Ditta Iseppi Giuseppe aveva fornito asciugamano e tela bianca e il 15 settembre la Ditta Morassutti di San Donà presentò il conto per un saliscendi in ferro (£. 80), un portacatino tutto in ferro (£. 1.100), un catino del diametro di cm 33 (£. 650) e una brocca da L. ½ (£. 945) per un totale di 2.775 lire. Rimanendo in ambito medico, la giunta deliberò [delibera n.° 110 del 16 settembre] di concorrere alla spesa per l’acquisto della Streptomicina al tubercolotico Lorenzon Lino ricoverato al sanatorio di Dolo. Il comune concorreva con £. 16.000 per 50 g – pari alla metà del necessario – da iscriversi alla voce di bilancio “Spesa per medicinali ai poveri”.

[Delibera di Giunta n.° 112 del 20 settembre]. “Ritenuto che il Signor Di Legui Vittorio continuava ad occupare un alloggio degli insegnanti di vani due nelle Scuole di Fossetta, ritenuto di dover determinare un equo fitto tale affitto viene determinato in £. 1.000 mensili a decorrere dal 1° gennaio 1949”.

Il Dottor Architetto Zaggia Giovanni Carlo compilava lo schema del piano regolatore del Comune di Musile e riceveva per questo 30.000 lire di acconto il 29 settembre e 20.000 a saldo il 14 ottobre.

La Lisa Davanzo maestra a Croce. In ottobre del 1949 la Lisa, la figlia di Achille Davanzo che aveva studiato da maestra, che due anni prima aveva pubblicato il suo primo libro di poesie e che dalla fine della guerra teneva i corsi serali per gli studenti che dovevano recuperare gli anni di scuola perduti a causa della guerra, prese in carico il suo primo ciclo elementare a Croce, partendo dalla classe seconda.

Il fornaio di Croce Pasquale Calderan, residente in via Bosco, il 5 ottobre fece domanda per installare un nuovo impianto di panificazione a Caposile, ma ne avrebbe ottenuto un rifiuto perché lì la licenza era già posseduta da Cesaro di Quarto d’Altino.

Cominciavano le distribuzioni di lotti nella parte nuovo del cimitero del paese, deliberate dalla Giunta.
Il 17 novembre il Comune versava il contributo al Patronato Scolastico per l’anno scolastico ’48-’49, pari a 37.000 lire.
Il 28 novembre 1949 il falegname Pietro Buchetti fu pagato per la “gabina e la ringhiera” fornite al Comune per i seggi, e il falegname Davanzo per le sue otto “gabine”. Sopravviveva a malapena Buchetti col lavoro di falegname. La professione del genero, panettiere, gli stava facendo meditare di sostituire un forno alla falegnameria. Vendere il pane prodotto dal genero sarebbe stato per lui meno faticoso, avviato com’era verso la vecchiaia.

Don Natale stava per compiere ottantatre anni. Cura per sé, se ne aveva sempre avuta poca, ultimamente ne aveva ancora meno. Del quartese si curava come poteva. “Darglielo o non darglielo, a lui faceva lo stesso”. “Aveva un sacco di entrate, perché era sempre povero?” tuttora si chiedono alcuni. Se prima era facile dire che “erano le nipoti che gli mangiavano tutto”, era pur vero che almeno da cinque anni tutti i suoi parenti non vivevano più in canonica, e dunque non poteva esser colpa dei parenti. Poteva forse essere colpa dei frati che ultimamente avevano girato per la canonica in occasione delle predicazioni? No, di certo. “Dicevano che chiedeva sempre soldi. La realtà era che ne raccoglieva sempre meno” (Bepi Sgnaolin). L’energia era ancora quella di un leone, ma nel fisico si era parecchio appesantito, si era davvero fatto pesante, alla fine pesava pì de un quintal. Mangiava di tutto, “come un porzel”, anche quello che magari gli faceva male alla salute. Ultimamente portava grandi pantofole ai piedi perché aveva problemi alle gambe e le scarpe gliele facevano gonfiare. I suoi abiti era sempre in disordine. I servitori che si alternavano in canonica, dato che guadagnavano poco, si limitavano al minimo, nessuno si occupava con attenzione di lui, i suoi abiti risultavano sempre sporchi, unti o impolverati. Giunto l’inverno, per ripararsi dal freddo si buttava sopra “la pastrana”, ossia un vecchio tabarro, unto e gualcito anch’esso.

Il 13 dicembre 1949 il vescovo Mantiero affidò di fatto l’amministrazione della parrocchia al cappellano don Ferruccio.

    				Treviso, 13 dicembre 1949
al nr. 119/49 di Prot.
VESCOVO DI TREVISO

Rev.mo D. Natale Simionato
Parroco di		Croce di Piave
e per conoscenza:
Rev.mo D. Ferruccio Dussin
				Cappellano di	Croce di Piave

Con riferimento alla Notificazione del 23 maggio 1949, n.II9/49, e in particolare al capo I° ,n.2 . nell’intento di alleggerire alla S.V. Reverendissima il peso e la responsabilità nel governo della parrocchia e di dare al rev. Cappellano la possibilità di un effettivo controllo su tutte le entrate e le uscite tanto della Cassa Chiesa che della Cassa Anime, abbiamo divisato di deferire l’onere e la responsabilità dell’Amministrazione della Chiesa di Croce di Piave, a cominciare dal I° gennaio prossimo venturo, al rev.do suo oappellano D.Ferruccio Dussin.
A detto cappellano la S.V farà pertanto, a tempo debito, la consegna dei Registri della Chiesa e della Cassa Anime aggiornati a tutto 31 dicembre 1949. Al medesimo dovranno pure rivolgersi , dall’inizio del nuovo anno, i Sigg. Fabbricieri in qualsiasi affare di ordinar1a e di straordinaria amministrazione per gli opportuni accordi, salvo avviso alla S.V. Rev.ma per le cose di maggiore importanza.
Nella certezza che questo provvedimento tornerà gradito alla S.V., Le porgiamo i nostri ossequi con i migliori auguri per le prossime SS. Feste, mentre di tutto cuore La benediciamo

Il Vescovo di Treviso
+ Antonio Maniero
Il cancelliere Vesc.
Sac. S. Zavan

Consuntivi di fine anno: furono pagate 4.000 lire a Costantini Attilio per il fitto della baracca-scuola alle Trezze. La ditta Basaglia, alla quale da diversi anni veniva rinnovato l’appalto per l’esazione dell’imposta di consumo, aveva accertato durante l’anno infrazioni per 27.000 lire: per la precisione aveva comminato 500 lire di multa a ben 57 trasgressori per omessa denuncia vino prodotto nel ’48; al Comune andava il 50% (13.500) delle multe riscosse, all’agente scopritore il 45% (12.150), all’Erario il 5% (1.350).
252 furono le indennità di caropane pagate a dicembre.
L’indennità di carica del sindaco era di 36.000 lire a semestre.
Il contributo dello Stato a pareggio di bilancio fu di 597.000 lire.

E la lampada votiva che avrebbe dovuto sostituire il fante sopra il monumento ai caduti? Dopo aver tentato invano di racimolare le centomila lire necessarie, il comitato per il monumento aveva risolto di affidare a tre operai il compito di staccare il tripode in cima alla piramide nel cimitero militare e la croce che era su una delle facce; quest’ultima fu saldata in cima al tripode e la strana chimera fu installata sul monumento in piazza. Jonio Zanin provvide a dotarla di lampadina elettrica così che acquistasse l’idea d’una fiamma votiva.

Per una trattazione completa dell’argomento vedi
CARLO DARIOL - Storia di Croce Vol. 2 - DON NADAL, EL PAROCO DE CROSE
Edizioni del Cubo, 2010

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