HISTORIA: morte di don Natale Torna alla pagina iniziale di Croce HISTORIA: dal 1970 al 1987

HISTORIA de CROSE
dal 1955 al 1970

La morte di don Natale (giovedì 10 marzo 1955) sancì ufficialmente un passaggio di consegne che nelle intenzioni della Curia datava dal 1946 ma in pratica era avvenuto solo da qualche anno.

Don Ferruccio Dussin era nato a Castello di Godego il I maggio 1908 ed era stato ordinato sacerdote nel 1934. Aveva già svolto il suo primo ministero a Croce di Piave dal 1934 al 1936, poi per dieci anni era stato cappellano a San Donà di Piave, sotto Monsignor Saretta; era rimasto assai legato a Croce: durante la guerra veniva lui a far scuola in paese quando le maestre veneziane non potevano più giungere col treno a Fossalta essendo stata bombardata la ferrovia.
Nel 1946 era ritornato a Croce in pianta stabile come cappellano. Nel decennio successivo di convivenza il suo rapporto col vecchio don Natale era stato abbastanza conflittuale.
Nel 1953 gli era stato dato l’incarico di adiutor e perciò già da qualche anno don Ferruccio si occupava dell’amministrazione economica e religiosa della Parrocchia.
Alla morte di don Natale don Ferruccio fu nominato vicario spirituale l’11 marzo 1955 e parroco il 12 giugno seguente; la sua festa di ingresso fu celebrata il 21 agosto dello stesso anno.
Nei giorni precedenti il comitato parrocchiale scrisse: “È ormai mezzo secolo che un avvenimento simile non avviene nella nostra parrocchia, perciò vogliamo celebrarlo con tutta la solennità possibile. Nessuno manchi di collaborare, nessuno si dimentichi che la nostra civiltà e il nostro benessere e l’avvenire dei nostri figli dipendono in gran parte dal Sacerdote. Dovrà durare per molto il ricordo di questa festa a conforto della nostra fede”.
Il 21 giugno la grande festa, con corteo di moto e strombazzamenti da San Donà a Croce che accompagnò il nuovo parroco a Croce per la cerimonia di insediamento nella sua vecchia-nuova parrocchia.
Dall’asilo la popolazione gli andò incontro con palmizi e doni.
Don ferruccio celebrò messa, assistette alle recite organizzate dai bambini dell’asilo per lui.

Clicca sulla pagina monografica per leggere la storia di don Ferruccio e vedere le foto del suo ingresso ufficiale in parrocchia.

Croce era stata più volte decurtata territorialmente nel corso degli ultimi cinquant’anni, ma aveva ancora bisogno di un cappellano. Don Ferruccio insistette per avere don Francesco Santon, che dal I settembre 1955 fu nominato cappellano a Croce. Don Francesco Santon, nato a San Donà di Piave il 2 gennaio 1929, ed ordinato sacerdote il 20 giugno 1954, aveva svolto il suo primo ministero al Collegio Pio X di Treviso come assistente agli studenti del terzo anno del Liceo Scientifico nell’anno scolastico 1954-55.


Don Francesco Santon coi ragazzi dell’A.C.

Sempre nel 1955 giunse il primo contributo del Ministero della Pubblica Istruzione di lire 40.000 per far funzionare l’asilo, altre 35.000 lire vennero offerte dal Comune. In servizio vi erano le Carmelitane di Santa Teresa: suor Filomena Zanin, suor Maria Battista Bolzonella e suor Ildebranda De Lotto. Quest’ultima era un donnone che incuteva un inevitabile timore reverenziale ai bambini. Per indurre i bambini a stare buoni e fare il riposino con la testa sul banco minacciava di chiamare la “gatta momona”, che vive nei sotteranei dell’asilo. (foto di Suor Ildebranda)

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La visita pastorale del 30 novembre 1955

Sul finire dell’anno, il 30 novembre, ci fu la seconda visita pastorale di Monsignor Mantiero, dagli atti della quale ricaviamo che in canonica convivevano le due sorelle del Parroco: Brigida di anni 49 ed Elisa(betta) di anni 57, senza stipendio. Magra e paziente la prima, bassa larga e ruvida la seconda, che non esitava a bistrattare i ragazzini quanto le recavano noia o a tagliare loro i palloni con la “brittola”.
Vi era l’Asilo gestito da 4 Religiose. Chi era la quarta non nominata sopra?
Le anime erano 1958; le famiglie 305. Nell’anno precedente i nati erano stati 31, i matrimoni 20 e i morti 20. I costumi della popolazione erano “tradizionalmente buoni” anche se la pratica religiosa cominciava a calare: “Frequenza alla Messa: 85%; ai Vesperi: 30%. Circa 80 adulti non fanno Pasqua. Le domeniche vengono abbastanza profanate nel periodo dei lavori”. La stampa: “Giornali cattolici: 115 copie di Vita del Popolo, 70 del Carroccio, 50 di Famiglia Cristiana, 2 di Avvenire, 1 dell’Osservatore Romano; non buoni: Unità, Avanti, Luna Park, Sogno, Grand’hotel”. Pastorale. Nell’anno 1952 si era tenuta una missione. La Dottrina Cristiana “si tiene tutte le domeniche durante l’anno scolastico; si dedicano le quattro Suore e i due Sacerdoti, più che sufficienti per il numero delle classi. Anche a Ca’ Malipiero si tiene la Dottrina e lodevolmente. A fine giugno si svolge la disputa.
La disputa era l’interrogazione pubblica dei bambini sulla loro preparazione religiosa. Il parroco saltava da un bambino all’altro, da un argomento all’altro, occorre essere preparati. I bambini avevano una paura matta di fare una figuraccia davanti all’intera popolazione della parrocchia, alcuni non dormivano la sera prima (cfr. La “Disputa”, in Dodese Storie in Crose)
La prima Comunione viene data verso i sette anni dopo tre mesi di preparazione; la Cresima verso i nove dopo un mese di preparazione. Si celebra la Comunione generale ogni anno con la massima solennità”. Associazioni. Non compariva più il Terz’Ordine Francescano; in compenso erano sorte nuove associazioni: il Rosario vivente e l’Ufficio del sacro Cuore. Azione cattolica contava tra i suoi iscritti 20 uomini, 31 effettivi, 22 aspiranti, 35 fanciulli cattolici; 50 donne, 31 effettive, 22 aspiranti, 40 beniamine.
Edifici parrocchiali. Negli anni 1954-55 era stata ricavata una sala al primo piano della canonica, sopra il locali della cantina, con scala di accesso esterna, come luogo di accoglienza dei ragazzi e dei giovani.
Funzionava l’Asilo parrocchiale “gestito dalle Suore carmelitane e sostenuto dal contributo dei genitori e del parroco” e una piccola sovvenzione comunale
In chiesa vi era un organo meccanico “a 10 registri, comperato dalla Parrocchia di San Stino di Livenza, tutto a pezzi e rifatto dopo la prima guerra mondiale dal ‘tirapié’ Milanese; si pensa di venderlo e di sostituirlo con un harmonium a due tastiere in attesa di un nuovo organo, visto che l’attuale non serve e le riparazioni risultano pressoché inutili. A suonarlo non era più il grande Chechi Camin. ma uno ‘strimpellatore del luogo’.
La lettera del vescovo dopo la visita parlò di “Spirito cristiano buono, consolante frequenza ai Sacramenti; scarsa la frequenza al catechismo domenicale degli adulti”. Queste furono le sue raccomandazioni: “Compilare un po’ di cronistoria parrocchiale; registrare le offerte prescritte dall’Ordinario; sostituire i cancelli del Fonte battesimale; evitare di conferire il battesimo a Ca’ Malipiero”.

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Croce era ancora società prevalentemente rurale ma si andavano diffondendo altri lavori. Le maestre in servizio in quegli anni erano la Tosca Saladini, la Piazzesi, la Lisa Davanzo. Bidella era la Marta De Faveri. Portava sempre in testa la calotta e sulle spalle uno scialle nero che copriva il braccio mancante, che aveva perso quando era finita sotto il treno: era per la sua menomazione che aveva ottenuto il posto di bidella.

Lo jutificio e il traghetto

Da Croce molte donne andavano a lavorare nello jutificio che si trovava sulla sponda opposta del fiume, a Mussetta, tra San Donà e Noventa. La Maria D’Andrea (A pitanèa, cioè la piccola dei Pitana), e l’Adele Dianese erano due di queste operaie: forse la loro condizione lavorativa fu leggermente meno dura di quella del resto della popolazione ma la loro vita non dev’essere stata meno difficile. Ogni giorno dovevano passare il Piave con una barchetta, all’andata al mattino e al ritorno la sera. Tra Croce e Mussetta faceva da traghettatore (oltre a seguire il lavoro dei campi) Aurelio (= Cici) Perissinotto, aiutato dalla sorella Lena (= Elena), dal cugino Beppo (=Giuseppe) e, in misura minore, dall’altra sorella Pierina sposatasi giovane e presto rimasta vedova nella guerra 1940-1945.
Quando il Piave era ‘calmo e placido’ bastava una persona per governare la barca ma quando la corrente era più forte servivano due persone, e in caso di piena, le donne dovevano scendere lungo l’argine, attraversare il ponte della ferrovia e poi risalivare lungo la sponda opposta fino allo ‘stabilimento’. Ecco una fotografia del traghetto scattata verso il 1939. È da notare che il traghetto doveva funzionare anche le ore prive di luce. Allora, per non perdere l’orientamento, veniva usata una lampada (un ciaro probabilmente a carburo, ossia acetilene) che, sulla sponda, veniva tenuta da un altro familiare, anche giovane, che partecipava così al funzionamento dell’ “impresa di trasporto”. La barca era dello stabilimento (jutificio) ma il traghettamento era pagato direttamente dalle operaie. Una curiosità: il marito di Lena era ‘Fortunato’ alias ‘Guerrino’ alias ‘Napoletano’ alias ‘Sfollato’ Sgnaolin. Se quattro nomi possono parere un po’ troppi essi tuttavia si spiegano così: era nato il 15 novembre 1917, ossia pochi giorni dopo che la madre e la famiglia erano giunte a Napoli come profughi dopo la disfatta di Caporetto. Lì gli fu dato il nome di Fortunato per essere nato (vivo!) nonostante il disastroso viaggio, ma fu anche chiamato Guerrino per ricordare la grande guerra. Ai due nomi si aggiunsero i due soprannomi per le circostanze della nascita.

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Nel 195.. (dopo la morte di don Natale) fu motorizzato il movimento delle campane. Anche l’orologio (con quattro quadranti) che funzionava con i pesi (uno da 200 kg per far battere le ore, uno da 100 Kg. per far muovere gli ingranaggi) fu sostituito con un impianto elettromeccanico.

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Costruzione del Centro Sociale (agosto ’56 - gennaio ’57)

La P.O.A. aveva in programma di costruire tre centri sociali nella zona (con i fondi inviati dagli Americani per la ricostruzione nei paesi devastati dalla guerra, secondo la testimonianza di don Armando Durighetto); avrebbe dovuto servire i comuni della Forania di San Donà, in destra Piave (un altro fu costruito presso il Livenza, un terzo…). Don Ferruccio, che in Forania sapeva farsi ascoltare, tanto fece e tanto brigò che il Centro Sociale fu costruito di fianco alla chiesa di Croce. Secondo don Primo, don Ferruccio incaricò il cappellano di allora don Francesco Santon, di recarsi dal vescovo mons. Egidio Negrin, per l’autorizzazione; il vescovo era ricoverato in ospedale, il cappellano riuscì ad avvicinarlo e, sostenendogli la mano, ebbe la firma (!!!). Il 20 agosto 1956 iniziarono i lavori di costruzione del Centro su terreno donato dal Comune e il 5 gennaio 1957 l’opera venne consegnata alla parrocchia.

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Statua del Sacro Cuore

La confraternita del Sacro Cuore di Gesù volle una statua che raffigurasse Gesù nell’atto di mostrare il suo cuore ai fedeli.
Nel 1957 Don Ferruccio la commissionò allo scultore Vincenzo Demetz figlio, di Ortisei. La Commissione Diocesana di Arte Sacra dette il suo assenso e il 7 giugno 1958 la statua, in legno di cirmolo, alta 1,70 e finemente decorata, giunse alla stazione di Fossalta e da lì trasportata in chiesa e collocata in sede e solennemente benedetta. L’opera fu pagata dalla Contessa Lydia Franceschini De Sangro. Don Ferruccio ringraziò: “Ho ricevuto l’assegno per la statua del Sacro Cuore e la relativa nicchia. Sono riconoscentissimo alla nobile offerente e con me tutta la Parrocchia, con il dovere di pregare per i benefattori della mia chiesa” (dall’Archivio parrocchiale).
La nicchia, che avrebbe dovuto essere decorata a mosaico, rimase invece spoglia.

16 luglio 1958: Festa del Carmine


Il prelato importante è monsignor Pasini. La grande attrattiva della festa è la nuova statua del Sacro Cuore. Si osservi la canonica sullo sfondo e l’antico brolo completamente ripulito da almeno cinque anni.

La foto del seguente corteo nuziale ci consente di vedere com’erano il piazzale della chiesa (una distesa di sassi) e l’antico brolo, appena costruito il centro Sociale.


Si osservino all’ingresso della chiesa i due netafango o netastivài.

Qualche tempo dopo, nel foglietto con cui don Ferruccio invitata i suoi parrocchiani a una condotta irreprensibile, comparivano le due grandi novità del suo parroccato.

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Case popolari in via Trieste

Nel 1958 i baraccati di via Croce finiscono tutti nelle case popolari di Via Trieste, sulla Triestina, dietro la rivendita Davanzo.

Nuovo vescovo

Il 25 giugno 1958 fu nominato vescovo di Treviso don Antonio Mistrorigo: era nato a Chiampo (Vicenza) il 26 marzo 1912. Ne seguì una rotazione di parroci e cappellani in diocesi: il 30 giugno 1958 don Francesco Santon se ne andò e qualche mese dopo, in settembre, arrivò don Aldo Pinaffo. Questi era nato a Campocroce di Mirano l’11 settembre 1927 ed era stato ordinato sacerdote il 26 giugno 1955; prima di giungere a Croce era stato cappellano a Moniego per 2 anni e per 1 anno a Castion di Loria.

Dal 30 novembre all’8 dicembre 1958 fu tenuta una missione, predicata dai Padri Carmelitani.

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Nell’agosto del 1959 fu rimosso l’organo. Per dare l’illusione della musica durante le cerimonie fu messo nella cantoria il vecchio “armonium” o armonio. Non si sa quale destinazione abbia preso l’organo.

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Dal 7 al 12 marzo 1961 si svolse la ‘settimana di richiamo alle verità eterne’, riuscita molto bene, predicata da don Antonio Scandiuzzi.

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Qualche mese dopo, il 29 giugno, ebbe luogo la prima visita pastorale del nuovo vescovo Antonio Mistrorigo.

Visita pastorale del 29 giugno 1961

Gli abitanti erano 1915 su 325 famiglie.
L’anno prima si erano avuti 26 nati, 25 matrimoni 25 e 11 morti.
Si era riscontrata una ulteriore flessione per quanto riguardava la frequenza alla Messa e ai Vesperi e l’adempimento del precetto pasquale.
Per quanto riguarda la stampa cattolica si vendevano “110 Vite del Popolo, 90 Famiglie Cristiane, 3 Avvenire”.
La chiesa era sufficiente, ma ne era stata trascurata la manutenzione.
Il titolare si celebrava ancora il 3 maggio e una gran festa si faceva il 16 luglio alla Madonna del Carmine.
Era stata introdotta la Messa per i fanciulli alle ore 8. Veniva curato il canto gregoriano e non veniva usato l’organo ma l’harmonium “suonato da un pessimo organista”; don Ferruccio proprio non lo sopportava.
Catechismo: si teneva prima della scuola, per classi miste: “i bambini sono 63 e 78 le bambine; catechisti sono i due Sacerdoti e le 4 Suore. Si tiene sia a Croce, in Asilo e nel Centro Sociale, dove le classi sono 5, e sia a Ca’ Malipiero, dove le classi sono pure 5. Inoltre si tengono le 20 lezioni a scuola. Per gli adulti si tiene il catechismo domenicale con la presenza di 200-300 persone d’inverno e 150-200 d’estate. La Prima Comunione viene data dopo la 1a o la 2a elementare con tre mesi di preparazione; la Cresima in 4a o 5a elementare con un mese di preparazione”. Le Suore, oltre l’Asilo tenevano il doposcuola, il catechismo, l’Azione Cattolica femminile e i fanciulli cattolici; inolttre tenevano in ordine i paramenti sacri e la biancheria della chiesa. La richieste del Vescovo fu di “tenere il catechismo liturgico nella sesta classe; far funzionare meglio la Giunta di Azione Cattolica”.

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Nel 1961 vennero assegnati gli 8 alloggi costruiti in via Bosco

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Si completa l’acquedotto

All’inizio del 1962 si completò l’acquedotto del Basso Piave, il cui progetto risaliva alla metà degli anni Venti. Le due cisterne volanti vennero a modificare per sempre il piatto skyline di Croce.


8 dicembre 1961: processione della Madonna della Salute
La cisterna dell’acquedotto è in fase di completamento

1962: don Aldo Pinaffo se ne andò.

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Le statue di san Giuseppe
e di sant’Antonio da Padova

Nella primavera del 1963 furono eseguite le due statue di san Giuseppe col bambino, in legno di tiglio, e quella di sant’Antonio da Padova, con in mano un crocefisso e il vangelo, in legno di cirmolo, entrambe colorate e alte 120 centimetri, su piedistallo di legno duro.

L’autore era ancora Vincenzo Demetz, che qualche anno prima aveva scolpito la statua del Sacro Cuore.

Il 3 giugno furono collocate sull’altare in legno della prima cappella a sinistra, allora dedicata ai due santi.

Nello stesso anno fu eseguito un secondo ampliamento dell’asilo: venne allungato il corridoio, sistemato uno spogliatoio di 25 mq, un vano per i servizi, una scala di accesso al piano superiore, altri bagni nel mezzanino, un corridoio corrispondente a quello del piano di sotto e due nuove aule scolastiche ampie e piene di luce.

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Nel 1964 si chiuse il Concilio Vaticano II che diede indicazioni nuove per l’arredo delle chiese. Don Ferruccio, per dar più spazio all’altare-mensa al centro del presbiterio, fece ridurre di parecchio la profondità della mensa dell’altare maggiore (eseguirono il lavoro i Capiotto) onde dare più spazio all’altare nuovo. Nell’occasione fu quindi rimosso il vecchio tabernacolo a colonnine (che sarà trovato da Don Primo nel fosso tra la canonica e il Centro Sociale) e installato un nuovo tabernacolo più grande, in pietra di onice, dismesso dalla diocesi di Chioggia. Don Ferruccio fece anche rimuovere le vecchie acquasantiere (furono ritrovate da Don Primo nel cortile di una casa di contadini dove erano utilizzate come portafiori) e sostituire con due minuscole da parete; fece rimuovere la magnifica balaustrata davanti all’altar maggiore, il baldacchino di legno a centro navata,

Dopo che Don Ferruccio invitò il Comune a restaurare la canonica perché “Nessuna altra casa nel centro di Croce è in condizioni pessime come la casa canonica” (lettera di Don Ferruccio al Comune del 17 luglio 1964), il Comune, memore della risposta avuta dalla Curia qualche anno prima, propose un’offerta in danaro purché la Parrocchia si arrangiasse a costruire la nuova canonica. Ma presto dovette tornare sui suoi passi: nella lettera alla Parrocchia di Croce del 29 settembre 1964 l’amministrazione dichiarava: Questa Amministrazione era venuta nella determinazione di concedere per la costruzione di una nuova casa canonica un contributo di cinque milioni a condizione che la Parrocchia provvedesse in proprio alla esecuzione dell’opera. Purtroppo all’atto pratico ciò risulta impossibile, per ragioni di carattere finanziario e legislativo.

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Il ciclone del 1965

Il 4 luglio 1965, un violento ciclone si scatenò sul paese scoperchiando parecchie case e il tetto della chiesa; venne gravemente danneggiata la croce del campanile, e in cimitero molte lapidi finirono per terra. La croce del campanile dovette essere sostituita con una nuova.


Don Ferruccio. Sul campanile vengono riparati i danni del ciclone.

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La canonica diventa del parroco
L’11 agosto 1965 il Comune informò il Parroco che Questa Amministrazione è dell’avviso di fare donazione alle due Parrocchie di Musile e Croce di tutti i beni immobili comunali che da tanto tempo hanno in uso.
La Curia diede parere favorevole alla donazione e così pure la Prefettura di Venezia. Fu così che la canonica divenne di proprietà parrocchiale.

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Il Piave minaccia
In settembre [o in novembre?] si verificò una parziale tracimazione del Piave. Don Ferruccio scrisse “Il 3 settembre [o novembre?] a mezzogiorno il Piave ha rotto l’argine a Fossalta, allagando 80 campi nel Gonfo; l’acqua sfiorò il tetto delle case e distrusse tutti i raccolti tra i due argini, rientrando poi nel fiume prima di Musile” La grande alluvione era stata solamente preannunciata.

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5-6 novembre 1966: alluvione

Dopo due giorni di piogge in montagna e di scirocco dal mare che impedì il deflusso del fiume, la sera del 4 novembre 1966 il Piave prima tracimò poi ruppe a Sant’Andrea di Barbarana e a Zenson, quindi l’acqua giunse a invadere il centro di Croce verso le sei del mattino del 5, raggiungendo un livello di 80 cm.; l’acqua fu fermata dalla barriera della linea ferroviaria, poi quella che bypassò il centro da Fossalta, finì per erodere i sassi della ferrovia a nord del Cimitero e il Piave oltrepassò la ferrovia e invase la “cae de fero” e la Fossetta verso sera. Verso Ca’ Malipiero l’acqua raggiunse i . . . . d’altezza.
La sera del giorno 6 cominciò a defluire.
Arrivarono aiuti da tutto il mondo e furono allocati nel centro sociale.
L’alluvione lesionò gravemente la chiesa, il centro sociale e i locali dell’asilo. Ci sarebbero voluti due anni per provvedere al loro risanamento.

Clicca QUI per il racconto dettagliato dell’ALLUVIONE

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Nel 1966 arrivò anche l’annuncio che entro due anni sarebbero state ritirate le suore Carmelitane. “per mancanza di personale”. (Cosa che effettivamente si verificò al termine dell’anno scolastico 1966-67).

I danni procurati dall’alluvione del 5 novembre 1966 permisero a don Ferruccio di assecondare la smania modernista dell’epoca: egli rimosse la rovinata cantoria dell’organo, i baldacchini e i pulpiti, le splendide balaustre di marmo e le acquasantiere.
La chiesa assunse un aspetto più sobrio, ma anche più povero. Nella pagina relativa alla chiesa (clicca QUI) si vedono alcune foto di com’era la chiesa poco prima degli interventi di don Ferruccio, nel 1967.

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Un campo per il calcio

Nel 1967 il barone Giacomo Manfredi donò uno spazio dietro la chiesa sufficiente per le attività calcistiche, sportive e ricreative dei ragazzi, insomma un campo da calcio vero, grande, che sostituisse il cortile della scuola o lo spiazzo davanti alla chiesa e al centro sociale. Colui che tanto aveva insistito col Barone perché si risolvesse all’atto magnifico fu Gigi “Buriol”, al secolo Luigi Quintavalle, un appassionato di calcio che era andato più volte col parroco (e col padre dell’autore di queste pagine) a trovare il ricco possidente per tentare di convincerlo, alla fine riuscendovi.

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Nell’anno 1967-68 non fu possibile gestire la Scuola Materna per mancanza di suore. Nel settembre del 1968: al posto delle Carmelitane arrivano le Orsoline dell’Unione Romana di Cividale, le quali fecero il loro ingresso in Asilo il 13, accompagnate dalla Madre Generale Suor Nazzarena Rieppi. Ad iniziare l’anno scolastico furono suor Piera Castelli, suor Gerarda Botticella e suor Alessandra Pallavisini.

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In seguito all’alluvione era stato necessario intervenire per risanare gli edifici parrocchiali; le spese furono affrontate grazie agli aiuti avuti dal Ministero e da varie Diocesi. Nella chiesa ristrutturata la cantoria fu eliminata (e divenne legna da fuoco per la famiglia di Mario Minello verso il 1968-1969), furono eliminati i pulpiti di legno ai lati della navata e l’altare, sempre in legno, di San Giuseppe e Sant’Antonio, irrimediabilmente compromessi dall’acqua. Le statue dei due santi vennero collocate ai lati dell’altare del Carmine e la cappella destinata a Battistero (in seguito le due statue sarebbero state riportate nella Cappella del Battistero e collocate sopra due supporti in marmo). Furono eliminate anche la bella balaustrata che separava il presbiterio dalla navata (e fu un peccato) e la vecchia Via Crucis, quella invece rovinata dal tempo (e fu meno un peccato); al posto dei quadri della Via Crucis furono installate 14 piccole croci di bronzo riproducenti il volto di Cristo.

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Nuova canonica

Per quanto riguarda la canonica, il 22 luglio 1968 fu firmato dal parroco l’atto di accettazione della donazione della canonica dal Comune alla parrocchia, redatto presso il Notaio Bianchini. Erano passati due anni dall’alluvione e la canonica risultava ora ancor più vecchia e fatiscente. Lo Stato aveva concesso un contributo di 4 milioni per la sua ristrutturazione, ma prevalse la decisione, condivisa dalla Curia, di costruirne una nuova nel terreno che un tempo era stato il ‘brollo’ di don Natale; i fabbriceri ottennero che i contributi ricevuti per il restauro fossero destinati alla nuova costruzione.

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Gli effetti del 1968

Sull’onda del Sessantotto si costituì a Croce un gruppo G.G.A (Gruppo Giovani Amicizia). Le più evidenti organizzazioni di socialità erano le feste e le gite. In particolare segnò la storia del paese l’organizzazione travagliata di una grande gita in Austria. Era normale che una quarantina di maschi e femmine, non sposati, partisse per l’Austria senza il controllo di nessuno? Una grande riunione in Centro Sociale convocata da don Ferruccio e aperta a tutti, in particolare ai genitori dei partenti, ebbe il compito di discutere sull’opportunità. «’I parte in quaranta e i torna in sessanta!» fu lo scandalizzato commento di qualcuno. «Mi el bò lo asse scorazzar, tegné valtre ’e vache lìgae...» fu la risposta diplomatica di qualcun altro.

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Il calcio

Il primato di aver organizzato la prima squadra di calcio giovanile va sicuramente a Gigi Buriol Quintavalle, il quale, quasi da solo, ebbe il merito o l’ostentazione di tentare quell’impresa destinata, purtroppo di lì a breve, a fallire. La causa di quel fallimento, probabilmente, fu l’indifferenza che il paese gli riservò, a torto o a ragione, per quel suo atteggiarsi a padre-padrone dell’iniziativa che, in altre realtà paesane forse avrebbe trovato maggior riscontro. Gigi era uno di quelli che pagavano di tasca sua, un organizzatore nato. Poi accadde che si candidò per il Consiglio di amministrazione della parrocchia e ricevette zero voti. Offeso e piccato, appese le scarpette di organizzatore-calcio al chiodo e considerò il suo legame con Croce reciso per sempre.

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L’impegno e la protesta

Il paese viveva a modo suo, eppur non diversamente da quanto accadeva ovunque, il “Sessantotto” e a Croce uno straordinario gruppo di giovani denominato “gruppo T.I.T.” (Tutti in Tutto) scelse la strada dell’impegno (civile? parrocchiale? sociale?) dedicando molto del tempo libero ad animare e rinnovare un paese che pativa l’arretratezza culturale tipica dei paesini di campagna (teniamo conto che un po’ l’Italia tutta s’assomigliava). Coll’andar del tempo le attività del gruppo si differenziarono: una parte dei SessanT.i.T.ini di dedicò alle questioni più teorico-sociali e strettamente culturali, un’altra vide nella costituzione di una squadra di calcio l’opportunità per creare per i più giovani un tessuto sociale positivo, che si nutrisse dei valori che lo sport mette (metteva!) in primo piano: competizione leale, spirito di sacrificio e di squadra... Dentro a quel gruppo c’era chi il calcio lo praticava o lo aveva praticato; soprattutto per loro era invitante l’idea di emulare le società calcistiche già organizzate e strutturate nei paesi vicini. Oltretutto avrebbe significato concedere ai ragazzi del paese l’opportunità di praticare il gioco del calcio in una società organizzata e quindi di crescere sportivamente. [dalla testimonianza di Eros Barbieri, autore di un opuscolo sul Calcio Croce]
Idealisti o temerari che fossero, i giovani del T.i.T. diedero inizio alla realtà del “Calcio Croce” soprattutto con il loro entusiasmo: l’avrebbero sostenuta con il ricavato delle attività ricreative da lori stessi organizzate: sagra, feste, raccolta cartoni e fèro vecio, ecc.), in maniera cioè del tutto diversa da quanto accadeva nei paesi vicini dove le società di calcio erano mantenute da facoltosi presidenti. Se non è entusiasmo questo!? Facevano divertire il paese con le feste e le sagre, con il “guadagno” facevano divertire i ragazzini e, tutto sommato, si divertivano anche loro.

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Il nuovo altare

Le direttive del Concilio Vaticano II indussero don Ferruccio a far accorciare la mensa dell’altar maggiore per far posto al nuovo altare-mensa previsto dal Concilio e sostituire il piccolo tabernacolo originale con uno di pietra d’onice dismesso dalla Diocesi di Chioggia. Fu Mario Capiotto che andò a prendere il nuovo tabernacolo a Chioggia. Sempre Mario Capiotto collaborò come muratore ai lavori di modifica del vecchio altare e di messa in opera del nuovo altare, di cui sotto si vede il preventivo spese con i nomi degli autori: Danilo Andreose ero lo scultore, Antonio Stoppiglia il marmista.



Ordinazioni

Il 29 maggio 1969 Roberto Giusto di Ca’ Malipiero ricevette l’Ordine Sacro a Monteortona (Abano), nella comunità dei Padre Salesiani.
Poco più di un mese dopo, il 4 luglio, il vescovo Mistrorigo ordinò Sacerdote dell’Istituto Somasco Giorgio Lorenzon, che celebrò la sua prima messa a Croce la domenica seguente, il 6 luglio Per l’occasione padre Giorgio volle donare alla Parrocchia un Crocifisso da lui scolpito su di un tronco d’ulivo proveniente dalla Terra Santa. Per far posto al crocifisso don Ferruccio non esitò a togliere dall’altar maggiore il quadro di Borsato rappresentante l’Invenzione della Santa Croce da parte di Sant’Elena, che finì nella navata destra.


1969: la pala del Borsato è sostituita dal Crocifisso di padre Giorgio Lorenzon

Forse punito per l’oltraggio commesso, nel 1970 don Ferruccio Dussin dovette rinunciare al suo ministero per malattia; era sempre stato delicatino di salute, certamente meno stagno dello slavo. O forse, con la malattia - come aveva scritto nel suo foglio alle famiglie - la malattia gli era stata inviata da Dio in espiazione dei suoi peccati: negli ultimi tempi - dissero le malelingue - stava mettendo da parte i soldi per costruirsi una casetta nel pezzo di terra a fianco del piazzale della chiesa (dove in seguito sarebbe sorta la casa di Sanson), dove avrebbe voluto ritirarsi “in pensione”, scelta men che apprezzata in parrocchia perché, si diceva un tempo, “i preti dovrebbero morire sull’altare”. Il grezzo della canonica era al tetto. E di lì a poco sarebbe stato completato. Commentò la vox populi: “Il signore gli ha lasciato finir di sistemare la chiesa dopo l’alluvione, gli ha quasi concesso di terminare la canonica nuova, ma non gli ha permesso nemmeno di cominciare la sua casa personale”. Alle avvisaglie della malattia don Ferruccio preferì far ritorno al suo paese d’origine, Castello di Godego, dove aveva tutti i suoi familiari, dopo aver messo da parte abbastanza soldi per comprare una casa alla sorella e “dopo aver depredato la canonica di un sacco di arredi”, come dissero sempre le malelingue. I lavori della canonica s’interruppero.

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Nel 1970 nacque il T.I.T (=Tutti in Tutto), evoluzione del gruppo G.G.A

La profezia di don Natale si avvera

Giungeva a effetto la profezia fatta prima della guerra da don Natale a Nanni, seduto sulle bande del ponte alle Millepertiche. (Clicca QUI per conoscere l’antefatto), finale di una storia che abbiamo pensato di collocare qui non avendo a disposizione una data precisa cui fare riferimento.
Dal 1967 era parroco di Millepertiche don Narciso Baldassa.
A quel tempo nessuno aveva il telefono in casa e per telefonare bisognava recarsi al bar centrale del paese, l’unico esercizio che avesse il “telefono pubblico” e consentisse agli abitanti di rimanere in contatto coi parenti lontani. Se per chiamare bastava in fondo presentarsi al bar, per farsi chiamare la trafila era più complicata: dato che le interurbane costavano molto, il parente che da lontano chiamava per qualcuno del paese pregava il gestore del bar di andare a chiamare il destinatario della telefonata, con l’accordo che avrebbe richiamato di lì a poco o a una certa ora precisa. Ricordo tante visite a casa nostra della Pasqua Mazzon, moglie di Ubaldo gattola, gestori del bar di Croce, per avvisarci che ci avevano telefonato i parenti da Milano.
L’episodio che sto per narrare è ricavato quasi alla lettera dal racconto di Bruno Rosin, allora sacrestano di Millepertiche, che nel suo racconto di “Millepertiche e le sue origini” tratteggia appunto il miracolo di don Natale.

Al bar di Millepertiche don Narciso andava spesso a telefonare, poi andava al banco a pagare e qualche volta beveva un caffè. Spesso incontrava un signore, Nanni, che non gli rivolgeva la parola. Con un “buongiorno a tutti” la conversazione finiva. Una mattina, dopo la solita telefonata, don Narciso chiese al taciturno signore se accettava di prendere qualcosa con lui che stava per ordinare un caffè. Nanni si girò di scatto, non se l’aspettava, e imbarazzato accettò: «Perché no?». Iniziò tra il prete e l’anticlericale di antica data una tiepida cortesia, fatta di altri caffè scambiati in seguito.
Un giorno Nanni si sentì male, chiamò il medico che gli consigliò un ricovero in ospedale per un ciclo di esami. Don Narciso non ne era al corrente ma spesso faceva visita ai ricoverati; accortosi di Nanni, il parroco disse: «Non sapevo che fosse ricoverato. Come sta?» Nanni gli tese la mano e gli rispose: «Quando viene in ospedale venga anche da me che mi fa piacere». Don Narciso, che non l’aveva mai visto a messa e lo vedeva di carattere combattuto, difficile, cominciò a pensare che qualcosa di grave doveva essere successo nella sua vita; lo seguiva con particolare attenzione e pregava perché un raggio di luce illuminasse l’anima in pena di quell’uomo. Quando Nanni fu dimesso dall’ospedale, don Narciso andò a trovarlo a casa. La salute di Nanni era minata da qualcosa di grave, incominciò il cavario dei ricoveri. Don Narciso era per lui l’unico amico, colui che passava tanto tempo assieme per consolarlo e dargli coraggio.
La profezia di don Natale stava per avverarsi.
Un giorno Nanni disse: «Avrei bisogno di confessarmi e di prendere la Comunione». A don Narciso non sembrò vero: lo confessò subito e corse in chiesa a prendere l’eucarestia. Nanni si commosse fino alle lacrime, e così fece anche don Narciso. Nanni espresse il desiderio di essere comunicato tutti i giorni. Una mattina, dopo aver ricevuto la Comunione, volle vedere la moglie e i figli e, in presenza del sacerdote, volle chiedere loro perdono per tutto il male che aveva fatto nella sua vita; quindi si fece dare il portafoglio dal cassetto del comodino ed estrasse un santino dell’Immacolata tutto stropicciato e piangendo disse: «Questa immaginetta me l’ha data mia mamma il giorno della prima comunione, dicendomi di conservarla per tutta la vita. Quando l’inferno si impossessò di me, l’ho messa tante volte sotto i piedi e calpestata, sputacchiata; poi mi ricordavo di mia mamma e la rimettevo al suo posto. Lei ha vinto!»
La morte era sempre più vicina. nanni accettò l’estrema unzione, confortato dal sacerdote e dai suoi cari. Spirò consegnando l’anima al Padre redento dalla croce di Cristo. Don Narciso fece suonare le campane a festa, il paese capì che qualcosa di grande era successo. Al funerale la chiesa di Millepertiche non riusciva a contenere tutte le persone. Don Narciso all’omelia parlò della misericordia infinita di Dio: «Nessuno può disperare, il Signore conosce la fragilità umana, ci vuole impegno per cambiare vita. Lo Spirito santo con la sua grazia fa battere in ritirata lo spirito maligno. A che serve essere importanti a questo mondo se perdiamo l’anima? La nostra vita è appesa a un filo che può rompersi in ogni momento; dobbiamo vivere in umiltà, fede, speranza, preghiera. La preghiera fa da ponte tra Cielo e terra, e noi vivendo in tranquillità e compiendo i nostri doveri dobbiamo sempre essere pronti alla chiamata».

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Uido, un sindaco col borsello

Croce ebbe il suo sindaco.

Il 7 ottobre 1970 il vescovo Mistrorigo nominò parroco di Croce il quarantaquattrenne don Primo Zanatta.

Per una trattazione completa della storia di Croce dal 1955 al 2008
CARLO DARIOL - Storia di Croce Vol. III - IN ATTESA DEI SOTTOPASSI
Edizioni del Cubo, 2025

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