Tradizioni e credenze

El panevin (5 gennaio)
Cargamantien (Epifania)
Brusar ’a vecia (metà Quaresima)
Portar el majo (I maggio)
Far fioreto (mese di maggio)
’E rogazion (40 giorni dopo Pasqua)
Festa dei òmeni (2 agosto)

Niente catenina
Mai voltarse indrìo
se te vien un rusiol
Se t'ha pori su 'e man
No passar el tosatel pa 'a finestra
No 'assar 'a scoa in tera
No scoarme sui pìe




TRADIZIONI

EL PANEVIN

Il rito del “PAN e VIN“ (o PANEVIN, che ancora resiste) rientra nel novero dei riti di derivazione pagana che avevano lo scopo di bruciare l’inverno interrompendo la lunga non-stagione con fuochi propiziatori. Attorno al fuoco avvenivano le redistribuzioni dell’ultima ora: chi più aveva portava qualcosa da condividere con chi aveva di meno. Dolce tradizionale del Panevin era la pinza una sorta di polenta infarcita con fichi secchi, uvetta, noci, semi di finocchio.
’Ndar ciamar panevin consisteva nell’unirsi al rito collettivo del cantare filastrocche propiziatorie.
La filastrocca che si cantava era la seguente:

Pan e vin, pan e vin
’a pinza sora el larin
’e gaìne soto ’a toea
viva viva san Nicòea

Il larin è il focolare. Augurarsi di aver galline sotto il tavolo era augurarsi di non patir la fame. San Nicola (di Mira e poi di Bari) era colui che portava i doni alle fanciulle povere da marito, poi, per estensione, a tutti i bambini, divenendo, per successive modifiche, il San Nicolaus dei paesi nordici, quindi Santa Claus, l’odierno Babbo Natale, che prese i colori rosso e bianco quando la Coca Cola, alla fine dell’800, lo usò come testimonial della propria bevanda.

Ecco una foto che ricorda il Panevin del 1969 sull’argine del Piave, quando sarare un colpo con il fucile da caccia era un divertimento ammesso.

CARGAMANTIEN

La mattina dell’Epifania dalla casa contadina qualcuno usciva e percorreva i campi piantati a vigneto battendo le viti e rivolgendo alla pianta (o meglio, all’Altissimo) l’invocazione: “Carga e mantien par sto anno che vien”, ossia: In questo anno, appena incominciato CARICA (di grappoli questa vite) E MANTIENI (i grappoli, fino alla maturazione). Chi celebrava questo rito? Un vecchio? un giovane? Con un bastone particolare? Seguendo un percorso particolare o fermandosi alla prima vite del primo filare? Da dove traeva origine questa invocazione?
Secondo un’altra versione erano gli uomini che, prima di andare a messa, la mattina del 6 gennaio bruciavano ciò che del panevin non aveva ancora preso fuoco (CARGA e MANTIEN), invocando la protezione dal Cielo con la seguente filastrocca:

Carga mantièn
par sto ano che vien
par sto ano che vegnarà
’a pinza a bon marcà
fasiòi pai pori fiòi
e un pacheto de tabaco
par me nono sinò el deventa mato

BRUSAR ’A VECIA

A metà quaresima si bruciaava la vecchia, un pupazzo di paglia vestito di abiti logori femminili, con tanto di fazzoletto in testa. ’A vecia era il simbolo delle noje e dei malanni dell’inverno. Accompagnava la cerimonia una filastrocca:

Buté fora
brusé tuto
e che l’inverno
sie distruto

PORTAR EL MAJO

Non era un rito propiziatorio ma una occasione per prendersela con le donne da marito e anche con quelle più mature.
Era tradizione che nella notte che portava a il primo maggio i maschi portassero alle donne degli omaggi commisurati alle loro speranze e abitudini... e naturalmente alle “vedute” dei maschi. I ragazzi gentili, innamorati e speranzosi, portavano di nascosto all’amata un vaso di fiori, o un bòcoeo. Viceversa, alle donne che dedicavano troppa attenzione ai fiori a danno dei maschi, i fiori venivano rubati in modo che la donna perdesse il brutto vizio di preferire i fiori agli uomini.
Altri vegetali portavano con sé altri significati: qualche fanciulla di più facili costumi si ritrovava sotto la finestra “lingua di vacca”, oppure erba medica, oppure fieno... Era come darle, appunto, della “vacca”.
Qualcuna, forse troppo ambiziosa, si trovava appeso ad un albero del cortile un pupazzo forse perché un “pupazzo”, ossia un uomo da poco, oppure vanaglorioso e menzognero, era ritenuto più adatto alle condizioni della ragazza.

EL FIORETO

Nel mese di maggio, dedicato alla Madonna, alla sera si celebrava il “Fioretto”: si elevavano canti e preghiere in onore della Vergine e per il bene dei fedeli. Durante il giorno, i bambini erano tenuti a compiere dei “fioretti” ossia delle buone azioni e “contabilizzarle” colorando i quadretti di un foglio di quaderno appositamente predisposto con qualche disegnetto di abbellimento.
Il maestro Zucchetta (anni Settanta e Ottanta) teneva in classe una scatola da scarpe sul coperchio della quale era stata praticata una fessura attraverso la quale inserire i fogliettini con i propositi di buona azione che gli scolari intendevano mantenere. Alla fine del mese la scatola con tutti i fogliettini veniva bruciata: ovviamente volavano verso il Cielo solo i frammenti bruciati dei foglietti dei propositi mantenuti

’E ROGAZION

Questa forma di preghiera per ottenere la benedizione sui raccolti si svolgeva nei tre giorni precedenti la festa dell’Ascensione (che cadeva di giovedì, 40 giorni dopo Pasqua). La ripartizione in tre giorni, oltre che a soddisfare la necessità di insistere nella preghiera, era necessaria per toccare i vari punti della parrocchia. Ogni giorno era dedicato a una particolare zona della parrocchia.

Primo giorno Per la zona verso Musile il percorso era questo: Via Croce, Via Argine San Marco fino alla casa “Vivai Trentin” (ora Mariuzzo, all’altezza di via Rovigo). A questo punto si lasciava la strada e la processione si inoltrava attraverso i campi.

Questo è il percorso più probabile. Dalla chiesa per via Croce si saliva sull’Argine fino a Casa Roncaglia (che è l’ultima casa di Croce al confine con la parrocchia di Musile). Giunti al fosso si girava a destra verso la statale Triestina. Dalla statale si girava a destra seguendo il Canale “Morosina”, casa Persico e Casatori. Da lì si proseguiva a sinistra verso casa Montagner (ora semidistrutta), si superava la nuova strada in “zona artigianale”, si attraversava il canale per immettersi nella Via Emilia, si girava a destra fino alla Casa Bincoletto (poi Zoccoletto, ora chiusa) all’incrocio con via Cascinelle, quindi si girava a destra verso la Triestina, continuando poi dritti per via del Bosco fino alla casa dei Dariol e quindi verso il passaggio a livello (ora sottopasso), fino alla chiesa.

Dai “Vivai Trentin” (ora Mariuzzo) sarebbero possibili due varianti: girare a destra e scendendo verso la Triestina, passando a fianco alla casa Camin (storica famiglia degli organisti di Croce) oppure, seconda possibilità, un poco più avanti della stradina della casa Camin attraversare i campi, parallelamente al “Fion” (= Via Verona). Si poteva raggiungere egualmente la Triestina (inaugurata nel 1924) in prossimità delle case Persico e Casatori da dove proseguire verso la Casa Montagner come già scritto. E’ opportuno ricordare che il passaggio sulla sinistra dietro la casa “Vivai Trentin”, prima della costruzione della Triestina e della riconfigurazione dei confini delle parrocchie Croce e Musile (1924), portava dritto dritto verso alla zona delle “Case bianche”, allora territorio della Parrocchia di Croce. C’è ancora traccia di questo antico percorso ed è la stradina che si diparte dalla SS 14, subito dopo la zona ex GIMCA e prima della attuale “G.M. Noleggi” a servizio delle Case Busato. Dall’altra parte della Triestina, ora zona urbanizzata, la strada andava diritta verso via Mincio come si può dedurre dalla foto da satellite.
Era un giro di circa 7 chilometri, fatto di mattina presto, con sosta nei vari punti considerati significativi: dove c’era un vecchio “capitello” o dove c’era un gruppo di case. Le famiglie preparavano un “altarino”, dietro il quale venivano depositate le offerte propiziatrici, normalmente uova di gallina.

Secondo giorno La zona nord della parrocchia, verso Fossalta, era servita dalla processione che per via Contee giungeva all’inizio del cortile (alla stalla) di Casa Sgnaolin, per poi girare a destra (verso il campanile di Croce) e proseguire fino ad incontrare “el stradon” verso l’Argine San Marco. Attraverso i campi si arrivava a casa Ambrosin e quindi al Capitello S. Antonio.

Scavalcato l’argine, sempre attraverso i campi, si arrivava alle case Bergamo (ai piedi dell’argine del Piave). Da ricordare che per l’occasione era autorizzato il passaggio della processione dalla proprietà Manfredi alla strada del Gonfo (= Case Bergamo) attraverso la così detta “porta santa” (che dovrebbe essere localizzata dove ora esiste un piccolo spazio tenuto ad orto da Vito Dianese, spazio residuo di un insediamento più ampio, dotato di pozzo a cui attingevano tutte le famiglie del “colmello”. Da qui si saliva sull’argine del Piave (attuale via Treviso) per arrivare a Via Croce e quindi ritornare alla Chiesa. Questo era il giro più breve: circa Km 3,5.

Terzo giorno La processione a favore della zona di Mille Pertiche e Ca’ Malipiero richiede delle precisazioni. Fino alla realizzazione della bonifica la parrocchia di Croce si estendeva fino alla laguna. Dopo le bonificche (anni 1926-28) fu costituita la parrocchia di Mille Pertiche (31 maggio 1940), il cui distacco dalla parrocchia madre ridusse il territorio di quella di Croce, imponendo un accorciamento della processione del terzo giorno. Qui sotto Gianni Cancellier cerca di ricostruire la processione dopo il 1940.

Il percorso era: Chiesa, “calle del fil de ferro” (“baraccopoli di Croce”), incrocio “Colonnello Gioia” (Triestina), Via Casera fino all’attuale sottopasso alla Treviso-Mare. Da qui la processione girava a destra, toccando le Case Zandarin e Venturato e arrivava alla Triestina (all’attuale “rotonda”). Camminando sulla Triestina, accanto alla “Fossetta”, la processione giungeva alla chiesetta di Ca’ Malipiero. Qui veniva celebrata la Santa Messa e la cerimonia terminava. Percorso di circa 5 chilometri. Si ha notizia che con don Ferruccio (quindi prima della suo ritiro per malattia nel 1970) siano state fatte delle rogazioni “in miniatura” (un solo giorno? un giro limitato ai campi dei Mariuzzo davanti alla chiesa?).

Quando, a parte le tradizioni religiose, venne meno anche l’importanza dell’agricoltura e il bisogno della protezione celeste sui raccolti (“a fulmine et tempestate, libera nos, Domine” era una invocazione delle litanie) le ROGAZIONI non furono più celebrate. In quegli stessi anni, per compensazione e in concomitanza della festa civile del Primo Maggio, fu introdotta la cerimonia della benedizione delle macchine agricole (e non agricole) i cui conducenti forse avevano bisogno di benedizioni anche maggiori dei contadini e dei loro raccolti.

PIRECOCHE

Di questo “rito” è rimasta una filastrocca che suonava così:

Pire coche, pire coche,
se no tute, almanco un poche,
par fortuna de ’a parona
che vae a coo anca ’a pitona,
par fortuna del paron
che vae a coo anca el piton

Sembra in realtà che la dizione corretta sia “piTe coche”, con la T: “pire” infatti non ha alcun significato mentre “piTa” (con “piTe” al plurale) indica la gallina, “pituss” è il pulcino e “piton” (o “pitona”) è il tacchino (una “pita” più grande). Prima conclusione. Il rito dev’essere arrivato tra noi importato da famiglie provenienti dalla zona pedemontana dove si usano i termini PITA e PITE.
Era un rito, di chissà quale origine, per invocare che le galline diventassero COCHE ossia si mettessero a covare e far nascere i pulcini. Questa invocazione veniva fatta stando al centro di un cerchio disegnato per terra con la puta di un bastone un po’ come faceva Ennio Doris di Mediolanum.
Alla mattina la massaia doveva distribuire il becchime alle sue galline stando dentro quel cerchio. Le galline benedette in grazia del rito, si sarebbero messe a covare e far crescere i pulcini.

Si sa che chi serve all’altare, vive di altare. Questa benedizione la faceva anche un “celebrante” la vigilia del martedì grasso. La mattina del martedì grasso, ultimo giorno di carnevale, “celebrante” e “chierichetti” rifacevano il percorso della sera, non più con il bastone ma con un carrettino con cui portare a casa il ricavato (salame, formaggio, vino, galline, uova) dell’elemosina che i più ricchi, o i più creduloni, o semplicemente quelli che “stavano al gioco”, concedevano secondo la propria disponibilità. Detto in termini correnti: quelle del “celebrante” era una preghiera per conto terzi, una sorta di benedizione a pagamento mascherata da rito bene augurale. Non so da quando non si “celebra” più questo “rito”. Certamente - racconta Gianni Cancellier nel suo sito - fu celebrato lunedì 17 febbraio 1969 quando una persona, che non conosceva la tradizione, prese paura al sentire il rumore provocato dai “celebranti”.
L’industria elettromeccanica poi mise in circolazione le incubatrici che covavano meglio delle “coche”. e ci si mise di mezzo anche l’industria dei molini che, con i suoi rivenditori, forniva gratuitamente i pulcini in cambio dell’acquisto dei suoi mangimi preparati “scientificamente” in base all’età (periodo I, II...) e al destino (ingrasso, allevamento...). A quel punto non fu più necessario avere “coche” anzi sarebbe stato un danno perché le chiocce non depongono l’uovo giornaliero.
In ogni caso anche i ministri del “pirecoche” vanno in pensione. Quello di Croce, che era nato il 13.5.1918, ci ha lasciati il 4.9.1997. Non risulta, anzi è da escludere, che qualcuno abbia raccolto l’eredità. Cosi si è estinta l’usanza.

Queste sono due foto scattate verso il 1960, che ricordano le galline di casa Cancellier: zia Carlotta che dà da mangiare alle “sue” galline

e il pollaio “pensile” in cui andavano a dormire.



CREDENZE

Niente catenina...

Niente catenina al collo di una donna in gravidanza: era di cattivo auspicio, presagio che il nascituro sarebbe venuto al mondo col cordone ombellicate attorno al collo.

Mai voltarse indrìo...

La neomamma che portava la sua creatura a battezzare non doveva assolutamente voltarsi a guardare indietro, altrimenti il bambino o la bambina sarebbe cresciuta strabica.

Se te vien un rusiòl...

Se te vien un rusiol varda dentro 'a bottiglia de l’ojo. Da dove venisse questa credenza non si sa.

Se t'ha pori su 'e man...

Tutti i bambini avevano un sacco di porri sulle mani. La maniera per farli sparire (negli anni Quaranta) consisteva nel fare in un pezzo di filo tanti nodi quanti erano i porri, quindi, camminando all’indietro, si andava a gettarlo nel pozzo; per quando il filo si fosse consumato il filo i porri sarebbero guariti.

No passar el tosatel pa 'a finestra...

Far passare un bambino attraverso una finestra (magari perché si doveva consegnarlo a un familiare) era pericolosissimo, c'era il rischio che il bambino non crescesse, che restasse piccolo.

No 'assar 'a scoa in tera!

... perché se una passava con la scopa per terra c'era la possibilità che la raccogliesse... e volasse via, ovvero che fosse una strega.

No scoàrme sui pìe!

Non scoparmi sui piedi altrimenti non mi sposo più! Questa era la credenza diffusa fino agli anni Settanta.


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