STORIA di SAN DONÀ
dal 1500 al 1700


Il vescovo de’ Rossi

Nel 1499 era divenuto vescovo di Treviso il trentunenne Bernardo de’ Rossi, conte di Berceto, trasferito dalla sede di Belluno. Era un nobile parmense favorito dalla Serenissima per i servizi prestati dalla sua famiglia, tant’è vero che già all’età di sedici anni (nel 1485) gli erano state assegnate le entrate della chiesa di Treviso.


Bernardo de’ Rossi (ritratto di Lorenzo Lotto)

A seguito del valore degli studi fin li condotti e sempre in grazia della Repubblica di Venezia nel 1488, ventenne, era stato consacrato vescovo di Belluno.
Ora tornava a Treviso, da estraneo al territorio, circondato da un clan di cittadini, una quindicina di persone. Di suo era un umanista, protettore di artisti e letterati, tra cui il giovane Lorenzo Lotto che lo ritrasse.

Appena giunto in diocesi diede inizio, quasi d’impeto, alla visita pastorale; dovette però sospenderla in duomo per l’opposizione del Capitolo, che avanzava diritti ab immemorabili sulla Chiesa madre; governò mediante alcuni vescovi ausiliari suffraganei: Angelo Lemino e Niccolò Lupi di Gravina vescovo di Scutari; riuscì a riprendere la visita pastorale il 4 settembre 1500 e giunse anche a Noventa; dalla relativa relazione risulta che:

il reverendo parroco Antonio, pievano di San Mauro, interrogato se entro i confini della sua parrocchia vi siano altre Chiese o Cappelle soggette, risponde come sotto: la chiesa di Santa Maria delle Grazie della Villa di San Donato, la chiesa di Santa Croce, la chiesa di San Benedetto di Zenson la cui rendita spetta al Padre Abate del Monastero del Pero, la chiesa di San Donato di Musile, la chiesa di San Ermagora di Fossalta.

R.P.Antonius plebanus Sancti Mauri, interogatus si intra suam paroechiam subsint alias Ecclesias seu Cappellas illi subiectas, respondit ut infra: ecclesiam Sancta Maria de gratia di Villa Sancti Donati, ecclesiam Sanctae Crucis, ecclesiam Sancti Benedicti de Zensono cuius collatio spectat P. Abbati de Monasterio Peri, ecclesiam Sancti Donati de Musilo, ecclesiam Sancti Ermagora de Fossalta.

L’elenco delle Chiese soggette appare stilato secondo l’ordine d’importanza delle medesime. Quindi il vescovo de' Rossi giunse a San Donà: per la prima volta un vescovo veniva in visita pastorale, era il 5 settembre 1500; e dovette constatare la presenza di un prete abusivo.
L'obbligo di costruire una nuova chiesa era stato ovviamente rispettato dal Trevisan; il nuovo tempio aveva tuttavia un aspetto oltremodo semplice, privo di interessi architettonici e senza alcuna decorazione di pregio artistico. Non era nemmeno stato costruito il campanile, vi erano solo all'esterno 2 campane appese a un'armatura di legno, acquistate e appese comunque a spese dei fedeli.
Il vescovo Vescovo Bernardo Rossi constatò questi fatti e, mentre rimunerava i fedeli con pubblico encomio, dispensava il curato provvisorio dalle funzioni, per inettitudine.
In quell'occasione fu murata sulla chiesa una grande lapide a ricordo della munificenza del giuspatrono Angelo Trevisan. La predetta visita pastorale rilevò inoltre la presenza di una canonica (domus presbiteri) ma non ne accerta la proprietà, per cui è da dedursi che appartenesse al Trevisan e fosse data in uso ai rettori. La visita evidenza anche la povertà degli arredi sacri e la pochezza delle rendite del beneficio.
La luminaria della chiesa era effettuata con i proventi di un legato di due mucche date in soccida, mentre un secondo legato di una mucca in soccida assicurava la luminaria dell'altare di San Rocco.

Il secondo titolare della curazia fu il sacerdote don Gaspare Romei.
Con la presenza in loco dei rappresentanti dei poteri civile e religioso il territorio diventava paese.
E san Rocco dovette darsi da fare nel 1502 perché San Donà fu afflitta da una pestilenza.
Venuto a morte il sacerdote don Gaspare Romei nel 1503, fu sostituito da don Alessandro Bellino.

La crescita e lo sviluppo del centro urbano di San Donà fu inizialmente difficile: l'esistenza di un unico proprietario fondiario impediva di fatto la nascita della piccola proprietà. Le difficoltà erano acuite dalla situazione ambientale divenuta ancor più infelice nel corso del XV secolo a causa degli instabili equilibri idraulici del territorio.
San Donà fu infatti afflitta (dopo la pestilenza nel 1502) da un'altra inondazione della Piave nel 1506.
[VOLLO L., "Il Piave", Firenze 1942]

Nel 1505 si era spento anche il Bellino e così la curazia s’ebbe don Daniele Marchi per quarto titolare, il quale si mostrò zelantissimo e generoso, facendo eseguire vari lavori di completamento nella chiesa e donando 33 campi di terra aratoria allo scopo di affrettare la costruzione del campanile.

In quest’epoca, come abbiamo veduto altrove, era rimasto padrone assoluto della gastaldia Angelo Trevisan, il quale fece cancellare gli stemmi della famiglia Marcello nei limiti lapidei della gastaldia e fece immurare in chiesa una epigrafe, oggi relegata in sagrestia che qui riproduciamo unicamente per la singolarità della forma altisonante che ci dà un’idea di quei tempi.

SETTANTA CINQUE QUATTROCENTO E MILLE ANNI CORRENDO DEL SIGNOR SOPRANO CHEL MONDO ALLUMA CUM LE SUE FAVILLE. DAL INCLITO SENATO VENETIANO FO VENDUTO EL POTERE E GASTALDIA DE SAN DONATO SITO TREVISANO COL VICARIATO ET OGNI SUA BALIA A FRANCESCO MARCELLO E A MELCHIORE CUM ANZOL TREVISAN IN COMPAGNIA L'ANNO SEQUENTE DAL SUMMO PASTORE SIXTO QUARTO PONTIFICE HONORATO GLI FO CONCESSO DI POTER RIPORE UN SACERDOTE PER LOR PRESENTATO IN EL SACELLO DI GRATIA PRICONE ALA DIVA MARIA QUI DEDICATO MA IL PATRONATO E SUA IURISDITIONE AD ANZOL TREVISAN COL VICARIATO PER ACORDO È TOCATO E INDIVISIONE IN MARMO QUI CADENTE REGISTRATO ACIÒ DEL SUO POTERE I SUCESORI. DE ANZOL HEREDI SAPIA EL DITATO CU LE RAGION HAVUTE DA SIGNORI

Nel popolo ardeva sempre più il desiderio di aver un decoroso campanile, ma questo desiderio non era condiviso dall'iuspatrono, che non aveva intenzione di spendere altri soldi per la gastaldia.

Bizzosi i religiosi trevisani e i trevisani tutti...

Il vescovo de' Rossi fu esiliato nel 1509 a causa dei suoi contrasti col Capitolo dei Chierici; partecipò al concilio Lateranense V; la seconda visita pastorale l'avrebbe effettuata negli anni 1520-1528, e in questa occasione i visitatori sarebbero stati Ottaviano da Castelbolognese e Annibale Grisoni.

Ma intanto

... bizzoso il Piave

La Piave obbligò gli abitanti di San Donà, di Noventa e di Salgareda a un faticoso lavoro di riparazione degli argini. Lavoro che dovettero ripetere nel 1512, nel 1524 e nel 1531 a seguito di altre rotte del fiume.

Nel 1514 era stato nominato curato Don Domenico (o Michele?) Basadonna, un nobile succeduto al Marchi, che sarebbe rimasto in funzione 40 anni, il quale fece tacere i lamenti dei fedeli a proposito del campanile mancante e della tirchieria del Trevisan. Venne anche la violazione della chiesa a distrarre gli abitanti e finalmente la visita pastorale dello stesso Vescovo Rossi che incoraggiò a pazientare.

1524: secondo visita pastorale del vescovo De' Rossi

In questa visita fu constatato con soddisfazione che in chiesa erano bene tenute e saggiamente onorate le effigi dei santi Pietro Apostolo e san Donato Vescovo, ricordanti la preesistenza in questi luoghi della famosa Cattedrale d'Eraclea, prima capitale dell’estuario e sede vescovile, e della cappella del confine Torcelliano dal quale queste terre presero il nome. Il vescovo riconobbe poi il bisogno di un secondo cappellano, stante la distanza della nostra chiesa dalle altre, e constatò la mancanza del fonte battesimale in pietra.

Nel 1527 i Lanzichenecchi entravano coi cavalli in San Pietro a Roma e Francesco Pisani veniva eletto vescovo di Treviso, ma non vi entrava. Vi sarebbe entrato solo nel 1538. Circolavano in Diocesi idee luterane, anabattiste e antitrinitarie; ma il clero trevigiano non cedeva alle infiltrazioni eretiche, soprattutto grazie alla presenza, e alla tenuta, di Confraternite e Congregazioni foranee.

Il terzo vicario della Castaldia di San Donà...
... e un sequestro di maiali

Nel 1531 troviamo Vicario un ser Alvise, del quale non è privo d’interesse il seguente documento pel transito di maiali in esenzione da dazio.

«Condux ser Zuan Antonio per la fossetta porci 5 de razon della gastaldia semel tantum palesela» [cioè: fatelo passare senza dazio]
f.to Alvise Avicario a S. Donà di Piave.

Questo documento fa rivivere il linguaggio ufficiale dell’epoca, esprime nettamente come andavano le cose e, per la contestazione che ne seguì, diventa assolutamente prezioso, perché serve a dimostrare la semplicità della procedura e la sollecitudine dei giudizii. I cinque maiali di «Ser Zuan Antonio» furono invece sequestrati alla stazione daziaria di S. Giacomo de Paludo, località prossima a quella oggi appellata Tre palade. Il Podestà di Murano Francesco Sartori, d'accordo con gli Ufficiali daziari, guidò i cinque maiali in contravvenzione, perché il transito non era coperto da regolare bolletta e Ser Zuane s’ebbe in data 23 novembre 1531, il giorno stesso del sequestro, la condanna alla multa assieme al Vicario, che aveva contravvenuto alle disposizioni disciplinari in materia di dazi. Vicario e padrone dei maiali ricorsero in appello ed ebbero la soddisfazione di veder cassata la sentenza con decisione 2 gennaio 1532 e restituiti i maiali. Tutto ciò ci prova che le autorità anche in materia fiscale serbavano la maggior serenità di giudizio. Per meglio chiarire questo punto dobbiamo ricordare che la facoltà del Vicario di rilasciare bollette di transito dei prodotti della gastaldia in esenzione da dazio fu fin dai primi tempi circondata dalle maggiori garanzie. S’incominciò a sostituire la bolletta in luogo di una semplice accompagnatoria, a esigere che il Vicario rilasciasse personalmente le bollette col timbro della repubblica, a vietare il rilascio delle bollette a prodotti non bene identificati come provenienti dalla gastaldia, e furono comminate multe e punizioni gravi al Vicario, ai barcari e agli agenti daziari (fra le pene vi era anche quella della berlina, allora in uso), ma tutte queste prescrizioni forse mancavano di un vero carattere legislativo, e così non poté tenere la contravvenzione elevata dal Podestà di Murano. Noi però crediamo che le continue lagnanze e le restrizioni delle autorità daziarie fossero giustificate dal sospetto che il Vicario rilasciasse bollette di transito, non solo per i prodotti della gastaldia, ma anche per quelli di tutto il territorio di S. Donà.

Nel 1533 la Piave debordò ancora una volta, in più punti, e le acque torbidissime invasero il Sile portando forti interramenti nella laguna.
Le autorità veneziane, preoccupate dagli effetti che le torbide potevano avere sulla laguna con il ripetersi di rotte arginali in destra pensarono a dei provvedimenti e a una persona che li rendesse esecutivi.
Per questo il 16 maggio 1534 il Senato di Venezia elesse un Provveditor al Piave, che varò una serie di lavori di contenimento delle acque del fiume, realizzando l’argine di San Marco da Ponte di Piave alla Cava del Caligo, «da la banda destra... verso Venetia», cioè tra il fianco destro del fiume e la valle lagunare di Grassabò, «quanto più al dretto sia possibile in driedo dal detto fiume de comeada in comeada [=da gomito a gomito], sì che el resti fuora de tutte le comeade de la ditta Piave almeno per passa vinticinque trivisani restando tutte le ditte comeade tra il ditto arzere et il ditto fiume, havendosi rispetto di lassar tutte le ville e case o dentro o fuora del ditto arzere, come per la conservasion sua far si potrà: el qual arzere sia fato di passi 6 in fondo e di sopra passi 2 e tanto alto che el superi l’arzere davanti la Piave almeno piè 4, il qual sia per muraglia e segurtà de questa banda de Venetia».

[Archivio di Stato di Venezia, SEA, r. 343, II, 25].

Il suggeritore dell’opera era di Cristoforo Sabadino, ingegniere idraulico della Serenissima.

Si creava così una fascia di sicurezza sulla destra del fiume che avrebbe potuto contenere le alluvioni entro un ampio margine. I sei passi alla base sono 10,43 m, i due e mezzo alla superficie sono 4,35 m, e i piè 4 sono 1,62 m.

Tale provvedimento, pensato unicamente a protezione della Dominante, non giungeva a protezione della Gastaldia di San Donà. I lavori sarebbero durati 11 anni.

Assente da Treviso il vescovo, la visita pastorale alle parrocchie fu condotta da Andrea Salomone.

Finalmente nel 1538 il vescovo Pisani, con qualche maneggio o compromesso, poté entrare a Treviso: ebbe un fastoso ingresso, molte facce accoglienti di chierici e laici; il 20 febbraio veniva eletto vescovo ausiliare di Treviso il nipote Giorgio Corner, quattordicenne (era nato a venezia il 26 febbraio 1524 nel grande palazzo di famiglia che dà su campo San Polo a Venezia). Giorgio Corner era nipote del conte palatino Giorgio Corner e della regina Caterina Cornaro.
Provvide lo stesso zio cardinale Francesco Pisani a consacrarlo personalmente.
Per il resto il Pisani non si sarebbe mai fermato a Treviso: (in data 20 febbraio si dimise dall’incarico?) tranne per tre o quattro comparsate di pochi giorni in occasione di viaggi a Venezia, fu sempre assente dalla diocesi di Treviso.

Nel 1543 ebbero termine i lavori della costruzione dell’Argine San Marco. Si provvide quindi a lavori aggiuntivi per lo scolo delle acque piovane che ristagnavano fra i due argini. Tuttavia il problema non era risolto: presso la Torre el Caligo il livello della laguna era assai più basso di quello della Piave, la quale scorreva duque pensile con pericolo di esondazioni. L'argine di San Marco fu fatale per il sandonatese poiché questa banda del fiume fu sacrificata dalla Serenissima: sarebbe divenuta il bacino di sparpagliamento delle piene della Piave, ormai obbligata a riversarsi solo sul lato sinistro.

Il 13 dicembre 1545 si apriva a Bologna il grande Concilio voluto da papa Paolo III con lo scopo di estirpare l’eresia diffusa da Martin Lutero e iniziata con la ‘protesta’ contro le indulgenze concesse dal Papa a chi contribuisse per la costruzione della basilica di San Pietro a Roma. In seguito il Concilio sarebbe stato trasferito a Trento ma avrebbe avuto una vicenda tormentata.

Se la Chiesa cercava di porre rimedio alla rilassatezza dei propri costumi, il Dogado era alle prese con due sorti di problemi, quelli creati dalle troppe armi in giro e quelli causati dal Piave nel suo tratto terminale.

Per quanto concerne le troppe armi in giro...

Le armi da fuoco, che tanto rumore avevano fatto nelle schiere dei combattenti, dopo esser servite per abbattere i castelli, erano entrate diffusamente nelle case private e pochi erano ormai i campagnuoli che non avessero un archibugio come fedele compagno nel transito da un luogo all’altro e a difesa della propria casa. Il porto d’armi da fuoco di forme primitive a difesa personale era pian piano degenerato in porto d’armi pericoloso per la vita dei cittadini pacifici (ci vuol poco a capirlo, ma vallo a spiefare a certi contempotanei). Frequenti accidenti, e più frequenti reati di sangue, costrinsero la Repubblica a promulgare un decreto in data 22 settembre 1545 che vietava ai barcaiuoli di dar posto nel proprio natante a viaggiatori armati di schioppi da rota de tre quarte et balestrine piccole, d'aste e altri schioppi e archibusi comminando pene severe ai trasgressori. Questo decreto, reso pubblico mediante banditore e intimato ai padroni e conduttori di barche, produsse in pochi anni ottimi effetti.

... un taglio alle insidie portate dal Piave...

La Repubblica di Venezia aveva cominciato ad affrontare, almeno a livello progettuale, il problema della diversione del basso corso del fiume; l’azione si sarebbe concretata in una articolata sequenza di interventi di ingegneria idraulica mirati a ridisegnare la geografia fluviale esistente e a tutelare la laguna dai naturali processi involutivi denunciati dai fenomeni di impaludamento. Uno dei progetti che cominciarono ad essere discussi in quegli anni è quello dell’escavazione del “taglio” che avrebbe deviato l’acqua del fiume, a partire da Chiesanuova, attraverso la campagna jesolana (Passerella, Ca’ Pirami) fino a Cortellazzo, convogliando parte delle acque nella Cava Zuccherina e, attraverso questa, al mare. Il progetto era grandioso e splendido ... ma quanto sarebbe costato?

Il calendario veneto

Quando si parla di inverno di un certo anno, non c'è dubbio sull'anno ma ci può essere qualche dubbio sul mese. Si ricordi che il calendario della Repubblica Veneta cominciava il I di marzo, e pertanto l'anno nuovo iniziava praticamente con la primavera.
Che cos’è invece l’indizione, parte della Data nei documenti medievali? Essa indica l’anno all’interno di un ciclo quindicennale, i cui anni sono numerati progressivamente da 1 a 15 e a conclusione del quale il conto riprende da 1.
Probabilmente tale computo ebbe origine in Egitto dove ogni cinque anni, a causa delle piene del Nilo, si “indiceva” un censimento fiscale. Con il IV secolo d.C. il computo si estese a tutto l’Impero Romano, ma la durata passò a quindici anni; l’Indizione fu inizialmente segnata solo in documenti di carattere fiscale, poi per volontà dell’Imperatore Costantino I fu adottata dal 313 d.C. come elemento cronologico di tutti i documenti. Nel VI secolo Giustiniano fissò l’indicazione dell'anno indizionale nelle norme del Corpus Iuris Civilis relative alla confezione dei documenti; pertanto l’uso restò in tutto il Medioevo, anzi, per l’alto Medioevo, risulta essere uno dei criteri di datazione più certi in rapporto alla progressiva perdita di funzionalità di altri computi come gli "Anni del Consolato" ed alla varietà del calendario cristiano.
L’anno indizionale si può calcolare sommando 3 all’anno di cui si vuole sapere l’indizione, dividendo poi il tutto per 15: l’ultimo resto prima dei decimali sarà l’Indizione; se il resto è 0 l’ndizione sarà la XV.

Nel 1550 si tenne il Sinodo Anabattista di Venezia: vi presenziarono 60 persone. Nella diocesi di Treviso, a Spresiano, vi era presenza di Luterani che professavano il radicalismo religioso sulla scia di Michele Serveto e intendevano reintrodurre il concetto della chiesa dei “puri”.


VISITA PASTORALE DELL’11 DICEMBRE 1554

Con il vescovo cardinal Francesco II Pisani che non si faceva vedere a Treviso, la visita alle parrocchie della diocesi fu affidata ai suffraganei Alessandro Orso e Gianfranco Verdura; fu probabilmente quest’ultimo, vescovo titolare di Chitone, a venire a San Donà nel dicembre del 1554, anche se il Plateo riporta che fu il vescovo Francesco II Pisani di S. Maria Formosa a venire a San Donà. Era curato, da quell'anno, don Francesco Basadonna, della stessa famiglia del suo predecessore, quella cioè che diede dei governatori di Provincia e che fece costruire a sue spese la Cappella di S. Agata in Grassaga. A proposito del cimitero attorno alla chiesa, il vescovo rilevò lo sconcio che derivava da una siepe poco idonea a circondare il camposanto e dall’uso delle erbe sfalciate anche sopra le tombe; e propose la costruzione di un muro di cinta onde evitare che venissero oltraggiate le salme. Stabilì poi una multa di lire venticinque a carico di chi sfalciasse l’erba sopra le fosse dei morti per usi profani, prescrivendo che tale erba dovesse essere abbruciata.

Fine resoconto visita pastorale del 1554
Torna all’elenco delle visite pastorali

La questione del campanile aveva fatto capolino durante la visita pastorale, ma anche questa volta il curato indusse il popolo a tacere.
Lo juspatronato in quest’epoca era passato ad Angelo Trevisan secondo figlio di Alessandro e pronipote del primo Angelo, lo stesso che fu creato Conte da Carlo X, l’Imperatore della politica senza scrupoli.

Obbedendo alle raccomandazioni del vescovo, nel 1557 il cimitero fu cinto di mura; furono tolte le piantagioni fruttifere e rispettate soltanto alcune piante d’olivo, i cui rami dovevano servire nella domenica delle palme.

1558: sistema dei fiumi nel disegno del Trivisan, nel volume di C. Sabbadino

Giorgio Corner vescovo di Treviso

Il vescovo trevigiano Giorgio Corner, eletto vescovo nel 1538 ma consacrato solo nel 1557, aveva avuto vari incarichi presso la curia romana e inizialmente aveva partecipato anche alle sedute del Concilio di Trento, seppur saltuariamente, per i suoi ricorrenti dolori artritici; fino a quando, nel 1561, venne nominato da Pio IV Nunzio apostolico nel Granducato di Toscana: su pressione di Cosimo I de’ Medici primo Granduca di Toscana, il 16 settembre 1562 fu inviato al Concilio di Trento con diritto di voto; avrebbe mantenuto, tuttavia, l’interim della nunziatura per altri tre anni.
Il Concilio di Trento era stato in realtà avviato a Bologna il 13 dicembre 1545 da papa Paolo III; quindi era stato trasferito a Trento, città imperiale esente dal controllo papale, per favorire la partecipazione dei protestanti, che non ci fu. Le richieste dei ‘protestanti’ trovarono invece accoglimento presso i prìncipi tedeschi che aspiravano all’indipendenza politica da Roma. La divisione dell’Europa in due sancì il definitivo sgretolamento del Sacro Romano Impero.
Il 14 dicembre 1562, contrariamente a quanto potrebbe far pensare la sua condotta appena descritta, il Corner votò a favore dell’obbligo di residenzialità dei vescovi nella diocesi cui erano a capo. Partecipò quindi ai lavori sui decreti riguardanti l’istituzione dei seminari diocesani e a quelli sul matrimonio. Fu anche assertore della maggior indipendenza dei vescovi diocesani rispetto alla Sede Apostolica negli atti di governo.

Finalmente, nel 1563 (3 dicembre), dopo diciotto anni di gestazione e varie interruzioni, il concilio di Trento si concluse .
A tirar le somme, non era stato un grande successo, ma aveva dato occasione alla Chiesa di definire la dottrina sui Sacramenti, in particolare sull’Eucaristia, di rivedere tutti i libri liturgici e di riaffermare l’autorità del papa. Perché le decisioni del Concilio non restassero lettera morta, i vescovi ricevettero l’ordine di vigilare sui seminari, sulle parrocchie e sulla vita cristiana dei fedeli.

Nell’ultima fase del Concilio Giorgio Corner si era fatto notare per la serietà, la moderazione, i saggi interventi: «Sa fare ogni cosa bene – affermava di lui il confratello Muzio Calini – e con dignità». Era divenuto amico di Carlo Borromeo, il cardinale più influente del Concilio. Terminato il Concilio, in seguito alla rinuncia da parte dello zio cardinal Pisani all’amministrazione della diocesi, e un breve soggiorno a Roma, il Corner il 12 settembre del 1564, in ottemperanza a quanto da lui stesso votato a Trento, prese possesso personalmente della Diocesi presso la Cattedrale di Treviso.
Non aveva una grande cultura teologica, ma era edotto su tutti i problemi di ordine ecclesiologico e pastorale dibattuti al Tridentino e sulle conclusioni ivi concordate. Giunto in diocesi indisse subito il primo sinodo per promulgare i canoni conciliari e farli accettare da tutti i suoi chierici obbligando tutti i beneficiati alla professione di fede e al giuramento di obbedienza al papa. Invitò i curati al dialogo, possibilmente mensile, con il proprio vescovo: un atteggiamento nuovo volto a introdurre uno stile nuovo di comunione.
Già nel 1565 diede inizio alla visita pastorale e riorganizzò le cariche di curia; oltre al sinodo diocesano del ’65, ne celebrò uno nel 1566 e uno nel 1567.
E per preparare una nuova generazione di sacerdoti volle istituire quanto prima il seminario, traducendo in atto i canoni tridentini. Diede l’incarico al canonico Giambattista Oliva di cercarvi un sacerdote e un luogo adatto. L’11 novembre 1566 istituì ufficialmente il seminario vescovile diocesano, inizialmente ospitato nelle canoniche della cattedrale.
Si sa che nel 1566 un gruppo di ragazzi già lo frequentava.

In data 8 giugno 1565 fu ordinato agli abitanti lungo il Piave di riparare gli argini che erano stati sistemati completamente nel 1550, di scavare i fossi e canali e l’alveo del Piave.
[Plateo]

Sempre in quel 1565, sotto il curato don Francesco Franceschi tornò ad acuirsi da parte dei fedeli il vivo desiderio del campanile: curato e vescovo (Giorgio Corner) presero le parti del popolo, che pazientava da 60 anni, e una inchiesta risoluta mise al nudo la poca premura dello juspatrono nell’amministrazione della Chiesa. Ne seguì quindi un dibattito che sarebbe durato quindici anni sotto il curato successore don Zuane Manfredo, eletto nel 1567, e perfino sotto il vescovo successore, Francesco III Corner, eletto nel 1577. La famiglia Trevisan cercò di parare il colpo con la istituzione di una scuola intitolata a S. Maria delle Grazie della Gastaldia con annessa casa per il cappellano [all'inizio del XX secolo l'osteria accanto alla casa canonica], ma anche con questo mezzo non si raggiunse il fine.

Gli effetti del Concilio tridentino cominciavano a farsi sentire: fin dal suo ingresso in diocesi il vescovo Giorgio Corner aveva costituito una commissione per sottoporre i parroci della diocesi a un esame di sufficienza in ordine alla cura animarum. Su 455, molti furono ammessi per diversi titoli, un’ottantina fu abilitata in quella circostanza, alcuni vennero rimandati perché troppo giovani, nove furono respinti perché inabili. Fra tutti, 150 risultarono extradiocesani (il Torta), 110 non residenti (il Torta!), 200 vennero interrogati de ancilla suspecta, sospettati cioè di avere una donna.

L’attenzione che il vescovo Corner pose sul clero non gli fece trascurare il laicato. Girando per le parrocchie egli voleva una partecipazione devota della messa, chiedeva una decorosa custodia del Santissimo sull’altare maggiore, l’esercizio delle 40 ore, una solenne processione nella Festa del Corpus Domini, la Scuola del Santissimo in ogni parrocchia. Inculcava sempre e dovunque la necessità del catechismo “ai putti”, facendo recapitare qua e là copie del suo “libretto” allo scopo di presentare ai ragazzi con facilità i misteri della fede.

Alcune precisazioni: la Scuola del SS. Sacramento era un sodalizio laicale che s’era diffuso in Italia dopo il miracolo di Bolsena: si dedicava alla cura dell’altare relativo, curava di organizzare la processione nella festa del Corpus Domini, di onorare il antissimo quando veniva portato quando veniva portato agli infermi e in molteplici altre occasioni. In cattedrale a Treviso era stata istituito nel 1496 a opera del vescovo Nicolò Franco. A San Donà la troveremo in occasione della

VISITA PASTORALE DEL 1568

Il I settembre del 1568 il vescovo Giorgio Corner giunse in visita pastorale a San Donà.

Ea die (13 settembre 1568)
Visitò poi la Chiesa di .

Inventario:

Quindi il vescovo interrogò il rettore della parrocchia, il presbitero...:

“Il titolo della Chiesa è ...

Questi gli ordini che diede il vescovo:

“Avendo noi Giorgio Corner per grazia di Dio e della Santa Sede Apostolica Vescovo di Treviso visitato questa Chiesa ...

Fine resoconto visita pastorale del 1568
Torna all’elenco delle visite pastorali

Nel 1570 il vescovo Giorgio Corner si ritirava a Venezia per motivi di salute, inizialmente per brevi periodi.

I giorni che vanno dal 5 al 14 ottobre 1572 mancarono per volere di papa Gregorio XIII Boncompagni che intese così recuperare il ritardo accumulato dalla riforma di Giulio Cesare: un bisestile ogni quattro anni era troppo; d’ora in poi degli anni multipli di 100 solo i multipli di 400 lo sarebbero stati ancora.

La peste infestava il trevigiano e nel 1577 a Venezia andò a fuoco il Palazzo Ducale: fu una disgrazia per i Veneziani, ma per i fedeli della diocesi di Treviso quell’anno costituì perdita maggiore quella del vescovo Giorgio Corner che si dimise per malattia e si ritirò definitivamente a Venezia (e poco dopo sarebbe morto, in concetto di santità, dopo tredici anni di attività intensa nonostante le sofferenze fisiche) dopo aver ottenuto che il successore alla guida della Cattedra di san Liberale fosse il nipote Francesco Corner, che dunque il 29 novembre 1577 fu eletto vescovo di Treviso.

Intanto ampie zone della Serenissima furono debilitate dalla peste negli anni 1575-1577.

Francesco Corner, nuovo vescovo

Il 29 novembre 1577 Francesco Corner fu eletto vescovo di Treviso. Sulla trentina, culturalmente preparato, specchio dello zio che spesso aveva avvicinato a Venezia e a Treviso assimilandone lo spirito e la volontà di riforma, Francesco era nato a Venezia nel 1547 e s’era laureato presso l’università degli Studi di Padova in utroque iure nel 1571, subito dopo aveva ottenuto la commenda dell’abbazia di Santa Bona di Vidor, già stabilmente giuspatronato dei Corner.
Avrebbe presso possesso canonico della cattedra vescovile di Treviso l’8 febbraio 1578 per procura; vi entrò modestamente, in forma privata, nel marzo 1578, e subito si attirò la simpatia e la benevolenza sia del clero sia del popolo per le sue qualità umane e sacerdotali.
Si sarebbe adoperato anche con contribuzioni dal vasto patrimonio personale al mantenimento del seminario vescovile, istituito pochi anni prima dallo zio predecessore e che ancora stentava dal punto di vista dell’autonomia economica.
Allo stesso tempo, si sarebbe adoperato energicamente per risollevare le sorti della città, debilitata dal morbo della peste, che aveva avuto la sua ondata maggiore tra il 1575 e il 1577.

1579: parte finalmente il Taglio... del Re

Le disgrazie per coloro che abitavano sulla destra Piave, in particolare verso la foce, continuavano: l’argine San Marco si era rivelato insufficiente, più volte vi erano state delle inondazioni negli anni precedenti. Nel 1579 si pose mano allo scavo del canale che pr i sui costi stratosferici sarebbe stato ribattezzato Taglio di Re, o anche Taia de Re, o Tagliata Regum o Taiada Regis; insomma, la Taiata Maiore nella zona che oggi corrisponde alla porzione meridionale del territorio comunale, cioè Passarella, avrebbe richiesto le rendite di un re. Ma nonostante i tanti nomi l’opera sarà abbandonata prima della ultimazione, in quanto manifestamente inadeguata a eliminare il pericolo di tracimazioni.

Per tranquillare il popolo nel 1580, un secolo preciso dalla consacrazione della Chiesa, la famiglia Trevisan fu costretta a cedere l'amministrazione della Chiesa ai massari e al curato, i quali costituirono una specie di fabbriceria col consenso del Vicario della Repubblica. Nello stesso anno il Vescovo in visita ricordò le chiese distrutte in questi luoghi e in particolare la Cattedrale di S. Pietro Apostolo d’Eraclea, le cui fondamenta si vedevano a pochi passi dalla località Fiumicino, luogo indicato ancora oggi dalla tradizione. Come era naturale, primo pensiero della nuova amministrazione della Chiesa fu quello della erezione del campanile. Non volendo però privarsi del poderetto di campi 33 lasciato dal curato don Daniele Marchi fu proposto alla famiglia Trevisan un prestito di ducati dugento da estinguersi coi frutti di detto podere, che fu lasciato in godimento allo juspatrono per vari anni. Con questa somma, concessa dai Trevisan, e colle generose offerte dei fedeli, in breve tempo si innalzò la prima torre campanaria, che venne a costare ducati 1400. La famiglia Trevisan, che aveva prestati i 200 ducati fece immurare alla base del campanile il proprio stemma in marmo, quello stesso che all'inizio del XX secolo si vedeva sotto il porticato del Municipio presso l’ingresso del teatro sociale, e che fu interpretato come un segno della munificenza di non si sa quale membro della famiglia che portò il nome di Angelo. Tale stemma fu fatto murare per provare, come aveva fatto con la epigrafe in chiesa, che anche il campanile apparteneva all’juspatrono. Gli eredi maschi che esercitavano il diritto di patronato erano due, Trevisan Alessandro e Trevisan Domenico, zio e nipote, i quali non prendevano parte diretta all’amministrazione della chiesa, ma pretendevano la annuale resa di conti dei massari e del curato col tramite della curia vescovile.

Il vescovo Francesco Corner, durante il suo episcopato portò a termine una visita pastorale, nel 1580, cui si è accennato sopra, e indisse due sinodi (1581 e 1592). Volle consolidare il Seminario Diocesano situandolo in via Castelmenardo. Consegnò al clero come testamento le Costituzioni Generali.

Visita apostolica di Monsignor de Nores nel 1584

Due sono i documenti raccolti nella relazione di Monsignores De Nores relativamente alla visita a San Donà: il primo riguarda il corredo della ghiesa di Santa Maria delle Grazie di san Donà: una sequela di piviali e paramenti e calici e consimili, che danno l’idea di un corredo liturgico veramente prezioso; in questo documento si descrivono anche i provvedimenti notificati l’8 settembre a don Giovanni De Manfredis, rectori Sanctae Mariae Gratiarum de Gastaldia sancti Donati de Plavi. Questi, pur zelante nel rivendicare i diritti della sua chiesa, non osservava ancora, nonostante le gravissime sanzioni del Concilio Tridentino, la residenza canonica. Nell’interrogatorio aveva dichiarato: «Io son anconitano, et ho le mie dimissorie, una del quarantotto et una del cinquantaquattro»; e aveva mostrato queste dimissorie al Vescovo De Nores; aveva pure dichiarato: «Io son anca cappellano et confessor delli monasteri di S. Croce!». Avendogli il Vescovo De Nores richiesto come potesse ottemperare alla legge della residenza in parrocchia di S. Donà se doveva contemporaneamente risiedere in Ancona quale confessore e cappellano, il parroco si era giustificato in modo semplicissimo: «Io vengo fra l’anno, alla solennità di questa chiesa; ma tengo qui doi sostituti, ai quali do ducati 40 per l’uno et tutti gli incerti di chiesa». E i redditi del beneficio, per confessione dello stesso De Manfredis, ammontavano a ducati 300 all’anno: le rendite più importanti erano rappresentate dal quartese. 300 meno 80 erano uno stipendio di 220 che il De Manfredis si godeva per una residenza che, come depose nel processo canonico il teste Francesco da S. Donà, si prolungava, al massimo, per un mese durante tutto l’anno ecclesiastico.
Il Vescovo De Nores non ebbe riguardo alle dimissorie né alle bolle presentate dal De Manfredis: il parroco che si pappava le prebende del Monastero di Santa Croce pur risiedendo ad Ancona fu sospeso a divinis e obbligato a rinunciare al beneficio.

Un Da Mula fa incetta di terreni a Passarella

In quest’epoca un membro della nob. famiglia Da Mula aveva incominciato ad acquistare terreni, già appartenenti alla gastaldia, e si erano iniziate le pratiche per la erezione di una chiesa nella località Villa Nova di Passarella, in vista dell’incanalamento del Piave che aumentava negli abitanti di quelle terre la difficoltà di approfittare della chiesa di S. Maria delle Grazie.

Un mondo di furbetti...

Le prescrizioni contro gli usurai sembra fossero poco rispettate; vi erano degli speculatori ingordi che davano i buoi a Zogadego per i lavori campestri contro pagamento del canone annuo di quattro stara di frumento, il valore dei quali corrispondeva al valore di un bue. Denunciata tale speculazione, il giudice con sentenza 2 marzo 1592 dichiarò esagerato e illecito il pagamento del «zogadego» nella misura di cui sopra.

1595: Alvise Molin vescovo di Treviso

Alvise Molin (1595-1604), arcivescovo, veneziano di nascita e nobile, si adoperò per far osservare le norme tridentine. E poiché dal Concilio di Trento vigeva l'obbligo di residenza continua del vescovo visse a Treviso. Uscì comunque dalla città per visitare le parrocchie (altro obbligo indetto dal Concilio di Trento) e indisse una Visita Pastorale. La Chiesa trevisana nel viveva in quegli anni un periodo di passaggio dal lassismo tipico del periodo rinascimentale alla riscoperta di una fede più autentica. Era ancora una chiesa potente e ricca ma stava emergendo una nuova spiritualità. Usciva da un periodo di sudditanza all'assolutismo veneziano e cercava una propria linea e una propria personalità. L'ortodossia in materia di fede fu fatta rispettare con rigore e l'Inquisizione ebbe una sua sede anche a Treviso. In quel momento storico, quella di Santa Maria delle Grazie era una delle 200 parrocchie della Diocesi. Vi erano in Diocesi anche diversi monasteri delle diverse congregazioni, maschili e anche femminili, ma non ho notizie precise sui monasteri di San Donà.

1605: è nominato vescovo Francesco Giustiniani

Gli anni del Giustiniani vescovo di Treviso (1605-1623) coincidono con quelli di papa Paolo V Borghese (1605-1621) a Roma. Abate, nobile, dottore utriusque, il Giustiniani durante il suo lungo episcopato realizzò un sinodo e due visite pastorali, la prima delle quali negli anni 1607-1613. Redasse cinque relazioni ad limina che fotografano una diocesi tranquilla, di obbedienza, fede e devozione. Vescovo di grande bontà e singolare virtù, accetto alla Serenissima a cui chiedeva rispetto e con cui andò in collisione sulla questione delle confraternite. Istituì la scuola del Santissimo.

Nel 1609 Domenico Trevisan commissionò all'architetto Vincenzo Scamozzi un piano per la sistemazione della gastaldia di San Donà. Il progetto, che prevedeva la costruzione di una grande villa patrizia, fu realizzato forse solo in minima parte.

La visita pastorale del 5 giugno 1610

Era la prima visita del vescovo Giustiniani alla parrocchia di San Donà.

(ricopiare i documenti)

La visita pastorale del 23 maggio 1621

Era la seconda visita del vescovo Giustiniani alla parrocchia di San Donà.

(ricopiare i documenti)

Francesco Giustiniani non riuscì a portare a termine la visita di tutte le parrocchie perché la morte lo colse anzitempo.ù

Nel 1623 fu eletto vescovo di Treviso Vincenzo Giustiniani, nipote del precedente. Fece obbligo ai parroci di stendere una nota dei catechizzandi per verificare la loro frequenza al catechismo. Stabilì la dottrina del Bellarmino. Il suo episcopato fu frenato dalle liti con il Capitolo che cercava indipendenza dal Vescovo, anche per motivi economici. Il capitolo era costituito da 15 canonicati con a capo il decano, l'arcidiacono e il primicerio.

La visita pastorale del 9 ottobre 1625

Sarebbe stata l'unica visita del vescovo Vincenzo Giustiniani alla parrocchia di San Donà. Parroco era in quel momento don Francesco Callegari.

(ricopiare i documenti)

Al curato don Pietro Giallo (o Gallo) era successo nel 1622 don Francesco Callegari. Sotto quest’ultimo si verificò la peste sterminatrice del 1630-1631, la peste manzoniana. 1633: fueletto vescovo Silvestro Morosini (1633-1636) Veneziano di nascita, di famiglia illustre, morì giovane per gotta, ancorché promettente. Riuscì a condurre una visita pastorale alle parrocchie della diocesi negli anni 1633-1635

La visita pastorale del 20 ottobre 1635

Parco era ancora don Francesco Callegari

Nel 1636 la chiesa parrocchiale aveva già un secolo e mezzo e minacciava rovina.

Estinzione del casato dei Trevisan

Nell’anno 1637, con la morte del conte Domenico, ultimo dei discendenti maschi di Angelo Trevisan, ai quali esclusivamente la bolla di Sisto IV concedeva l’esercizio dello juspatronato della chiesa, si estinse il ramo mascolino dei Trevisan. Il conte Domenico lasciò cinque figlie. I beni della gastaldia passarono a due di esse, cioè a Marina maritata Cappello e a Angela maritata Correr. Fuga in avanti. Marina avrà per ultima discendente Polissena Contarini, la quale lascerà la sua parte di eredità al proprio agente Corradini; la discendenza di Angela terminerà con la famiglia Grimani Pietro Antonio fu Marcantonio e Zorzi, ai quali spetterà la parte distinta nella mappa del perito Serafini di Noventa (1759) come territorio vallivo, prativo, paludivo e aratorio confinante colle ditte Contarini, Da Mulla, Suarez, Boldù, Pesaro, Zusto, Chiodo, ecc.
Fino alla metà del secolo XIX si troveranno ancora possessori gli eredi Trevisan; poi della gastaldia, per quanto riguarda la proprietà, non si avrà più memoria.

Nel 1639 il vescovo Silvestro Morosini morì, e gli succedette il nipote Marco Morosini, il quale negli anni 1640-1643 condusse la visita pastorale alle parrocchie della diocesi.

Nel 1641 vennero fatti dei restauri radicali alla chiesa di Santa Maria delel Grazie mercé il concorso generoso del popolo per la mancanza dello juspatrono. Il campanile invece si trovava in ottimo stato con un concerto di campane che meritò le lodi del Vescovo Marco II Morosini, qui in visita pastorale nel 1643.

Gli eredi Trevisan per parte di donne continuarono a presentare i candidati alla curazia al Vescovo, anche dopo estinto il ramo maschile, e così, senza alcuna eccezione furono nominati curati don Francesco Bonzio nel 1640, don Francesco Levanda nel 1643, don Zuane Schiavon nel 1648,

Successore di Marco Morosini fu Giovanni Antonio Lupi, che condusse nella diocesi due visite pastorali: la prima negli anni 1647-1649, quando in europa si stava concludendo la Guerra dei Trent'anni.

La visita pastorale del 22 maggio 1648

Il vescovo Lupi condusse la sua seconda visita pastorale alle parrocchie della diocesi negli anni 1656-1665, A San Donà giunse nel 1659.

La visita pastorale del 2 maggio 1659

Parroco era don Giovanni Schiavon

La Serenissina pensa alla salvaguardia idrica del territorio

Durante il XVII secolo la Repubblica di Venezia promosse una serie di lavori idraulici al fine di preservare la laguna dalle periodiche inondazioni del Piave: nel 1664, dopo più di vent'anni di lavori, fu portato a termine lo scavo del Taglio Novo, che partendo da San Donà portava il Piave a sfociare presso Santa Margherita. Con la deviazione del corso del fiume l'antico alveo del Piave, quindi, venne abbandonato. Da via di comunicazione con la zona lagunare, l'asta della Piave Vecchia (come fu da allora denominata) si trasformò in un'area malsana caratterizzata da acque stagnanti. Nello stesso periodo furono introdotte nuove coltivazioni, come quella del mais.

Bartolomeo Gradenigo fu vescovo di Treviso dal 1668 al 1682. Veneziano, dottore utriusque, fu uomo d'azione energica. Insistè sul decoro degli altari. Realizzò tre visite pastorali la prima delle quali lo portò il 5 aprile 1670 a San Donà.

La visita pastorale del 5 aprile 1670

Parroco era ancora don Giovanni Schiavon. Il vescovo a San Donà (come in tutta la diocesi) volle esteso l'insegnamento della dottrina cristiana. Nel 1671 indisse il sinodo.

La seconda visita pastorale del vescovo Gradenigo il 21 settembre 1675

Nel 1679 il vescovo stabilì un nuovo monastero di monache cappuccine. Attese alle magre sorti del seminario.

La terza visita pastorale del vescovo Gradenigo nel maggio 1680

Nel 1684 veniva eletto vescovo di Treviso Giovanni Battista Sanudo (lo sarebbe rimasto fino al 1709) Veneziano, primicerio di S. Marco, era di buonissimo animo, davvero buono con tutti. Il 3 giugno 1685 venne in visita pastorale a San Donà.

La visita pastorale del 3 giugno 1685

Giovanni Battista Sanudo, dopo il primo giro per le parrocchie della diocesi, decise di indire nel 1690 un sinodo diocesano. Tra le sue iniziative vi fu quella di edificare un seminario per i chierici. Allo scadere del secolo il vescovo Sanudo fece la sua seconda visita pastorale e di nuovo tornò a San Donà.

La visita pastorale del 19 settembre 1699

Parroco di San Donà era in quel momento don Sebastiano Siccardi