STORIA di SAN DONÀ
dal 1796 al 1818



LA FINE DELLA SERENISSIMA

La fissità della decadenza veneziana stava per essere squassata dalla catastrofe napoleonica: nell’anno 1796 l’esercito austriaco attraversò i territori del medio e basso Piave per andare in Lombardia a contrastare i Francesi; la popolazione restò sbigottita sia per l’eco delle notizie che giungevano da oltralpe sia per i soprusi degli Austriaci, sprezzanti la neutralità disarmata di Venezia; fu costretta a subire perquisizioni, requisizioni e ogni sorta di angherie, ma la Serenissima non poteva più nulla: ormai imbelle si appellava alla propria neutralità disarmata.

Nel marzo seguente gli Austriaci ripassarono , questa volta in fuga, requisendo viveri e foraggi. E dietro di loro, poco dopo, giunsero i Francesi i quali, a loro volta, non solo effettuarono le stesse requisizioni, ma minacciarono di compiere esecuzioni capitali qualora le loro richieste non fossero prontamente accolte.

La ventata di novità portata dai Francesi sconcertò la popolazione, e soprattutto “provocò dolore la notizia delle dimissioni del Doge Lodovico Manin e del Maggior Consiglio il 12 maggio 1797”. [Chimenton]
Il potere passò a una giunta municipale protetta dai francesi. Ma l’improvvisa fine della millenaria Repubblica di San Marco provocò uno stato di anarchia in quanto si sfaldò tutto l’apparato amministrativo e giudiziario della Serenissima. Sorsero contrasti tra i nostalgici della Repubblica e i “giacobini” impazienti di arrivare a un radicale cambiamento della società.

Napoleone decretò il 28 maggio una “provvisoria organizzazione” politico-amministrativa-giudiziaria della regione con distretti, cantoni, municipalità comprendenti più paesi, ma di durata effimera.

Ai primi di giugno fu istituita la municipalità comprendente “Croce con Musil, Capo d’Argine e luoghi annessi Meolo e Losson, Portegrandi e Trepalade”, con 5.946 abitanti, inclusa nella terza Viceprefettura (con residenza a San Donà) dipendente dalla provincia di Venezia e dal dipartimento dell’Adriatico: le altre due Viceprefetture erano Chioggia e Adria. Il dipartimento dell’Adriatico era formato dall’antico dogado, a cui si aggiunsero parte del Friuli, parte della Marca Trevigiana e Padovana e parte del Polesine. I suoi confini erano limitati dai dipartimenti di Passariano, del Tagliamento, del Basso Po e del Brenta.

Le simpatie popolari che il nuovo regime aveva suscitato scemarono subito per un susseguirsi di requisizioni e di imposizioni a cui le Municipalità dovevano far fronte per non veder giungere un drappello di Dragoni ad applicarle con la forza. In uno dei tanti proclami si giunse a chiedere la consegna delle fibbie d’argento delle scarpe, mentre ogni bando si concludeva con la formula: “salute e fratellanza”.

“Sacranón de Dio!”

Il malcontento si accrebbe con l’emanazione di alcuni decreti che incontrarono l’ostilità popolare. Se già dal 18 maggio era stato decretato il sequestro di tutta l’argenteria delle chiese, grandi furono la delusione e lo sdegno per le offese al tradizionale profondo sentimento religioso e per la soppressione di organizzazioni e congregazioni religiose. I soldati francesi bestemmiavano il “Sacre nom de Dieu” e i contadini veneti impararono a dire “Sacranón de Dio!”.
Il 20 agosto il Comando Militare di Treviso emanò il primo decreto di leva obbligatoria. In settembre fu imposto ai commercianti l’Imprestito Secco Mercantile, cioè una contribuzione forzosa senza interessi, ed ai proprietari terrieri fu imposta la Gravezza del Taglione, cioè un’imposta supplementare che incideva per il 10% sulle rendite. In ottobre fu ordinata l’adozione del calendario rivoluzionario francese con l’inizio dell’anno il 22 settembre e nuovi nomi dei mesi.

Alcuni patrioti che credettero alle promesse di Napoleone lanciarono un plebiscito per unire il Veneto alla Repubblica Cisalpina. L’iniziativa fu attuata sotto forma di sottoscrizione in liste recanti la seguente dicitura a stampa: “Voto del popolo del Distretto Trevisano–Coneglianese di unirsi alla Repubblica Cisalpina una e indivisibile cogli altri popoli liberi d’Italia”. La esecuzione delle sottoscrizioni venne affidata ai parroci, che si può ben immaginare come vedessero quei senza Dio di Giacobini: in quasi tutti i paesi della nostra zona le liste furono restituite in bianco.

L’insuccesso del plebiscito fu attribuito dai patrioti all’impreparazione della popolazione ad esercitare la sovranità popolare, ma vi erano motivi più evidenti: «il popolo non partecipava all’effervescenza della borghesia e toccato negli averi, nelle cose care, maltrattato con violenze d’ogni genere, concluse con la sua logica semplice e infallibile che i liberatori sono venditori di ciancie e che una sola cosa è vera: gli stranieri sono ladri».
[CERVELLINI G.B. Il plebiscito del 1797 nel Dipartimento di Treviso, Treviso 1891]

L’istinto popolare non s’ingannava. Napoleone rivelò cinicamente in quanta considerazione tenesse le aspirazioni libertarie dei patrioti cedendo, il 17 ottobre, con il trattato di Campoformido, il Veneto all’Austria, in cambio del Belgio.

Il ritorno degli Austriaci

Gli austriaci il 15 gennaio 1798 presero possesso della regione e furono accolti come liberatori poiché la popolazione sperava che il loro regime “facesse cessare requisizioni e angherie, restaurasse il rispetto dell’ordine, della religione, della morale e della proprietà”
[E. Degani, Note 1795-1805, Udine 1892]
Come primo atto gli austriaci abrogarono ogni legge o norma emanata dopo la caduta della Serenissima e ripristinatrono le magistrature esistenti nel gennaio del 1796. Sostituirono le Municipalità con Provveditorie, rette ciascuna da tre Provveditori nominati dal Governo Centrale, la Repubblica fu divisa dall’Austria in semplici province dell’impero Austriaco, senza funzioni di Stato.

Beh, non era tanto meglio: il ripristino dei privilegi nobiliari, di cui la breve dominazione francese aveva dimostrato l’anacronismo, il ripristino della censura, i divieti di fumar tabacco nelle pubbliche vie e di effettuare discorsi politici e, per le donne, di indossare vesti scollate (...!) smorzarono le simpatie per il nuovo regime; che inoltre sottopose i sudditi a pesanti oneri facendo effettuare “per tratte” il trasporto delle armi, delle vettovaglie e delle artiglierie (diretto in Lombardia), usando carri requisiti sul posto e guidati dai proprietari
[E. Bellis, Annali opitergini, Oderzo 1960]

Il 22 giugno ogni capo di casa dovette compiere sul Vangelo il giuramento di fedeltà all’imperatore Francesco II. L’amministrazione non fu certo liberale: mirava ad essere efficiente e onesta e onestamente cercò di realizzare un certo benessere per i suoi sudditi. Ma la guerra e un’epidemia che decimò i bovini ed una prolungata siccità che immiserì i raccolti determinarono (1800) un rincaro dei prezzi del 30%. La scarsità di foraggi impose l’obbligo di far approvare dalle autorità locali ogni vendita di fieno, stipulata nella zona, sotto pena della confisca, al fine di alleviare i disagi derivanti da una grave penuria di foraggi, causata dalla siccità, e reprimere i maneggi di quanti li incettavano per specularvi.
[A.V.S., Frammenti podestà di Caorle (1754-1830)]

Quell’anno però fu anche sistemata la viabilità da Trieste a Venezia con l’apertura di una strada che aveva il seguente tracciato: Portogruaro Summaga - Prà di Pozzo - Belfiore - Annone - Corbolone - San Stino - Biverone - Torre di Mosto - Pra di Levada - Gainiga - Ceggia - Cessalto - Grassaga - Noventa - San Donà di Piave - Musile - Croce di Piave - Fossalta di Piave - Meolo - Musestre - Portegrandi (con l’attraversamento del Piave a mezzo di traghetto tra San Donà e Musile).

Di nuovo i Francesi

Napoleone, tornato dall’Egitto, aveva riorganizzato l’esercito e il 14 giugno 1800 sconfiggeva gli austriaci nella battaglia di Marengo (Alessandria).
I francesi occupavano il Veneto fino alla Livenza, gli austriaci coi cosacchi arrivavavano al Tagliamento. La temporanea occupazione del Basso Piave da parte dei Francesi (gennaio-febbraio 1801) determinò il ripristino delle istituzioni amministrative repubblicane del 1797 e una nuova ondata di requisizioni e contribuzioni. Per tali motivi (e per un’epidemia che decimò il bestiame) si verificò un vertiginoso aumento dei prezzi: il frumento passò dalle L. 40 allo staro del precedente raccolto a L. 86 ed il sorgo turco fece un balzo da L. 36 a L. 53.
[BELLIS, Annali opitergini]

E di nuovo gli Austriaci

Col trattato di Luneville del 9 febbraio 1801 si giungeva alla seconda spartizione della Venezia. I francesi si fermavano all’Adige.

La situazione si aggravò ulteriormente l’anno seguente poiché alle difficoltà economiche dovute ad una seconda siccità che bruciò i raccolti si aggiunse il dilagare del colera.

Il depauperamento del territorio raggiunse però il culmine nel 1805 per una terza siccità contemporanea ad una gravissima epidemia.
[MUTINELLI F., Annali delle provincie venete dall’anno 1801 al 1840, Venezia, 1843]

E di nuovo sotto Napoleone

La formazione di una nuova coalizione antinapoleonica (Austria, Inghilterra e Russia) portò quell’anno ad una nuova guerra e a nuovi disagi. In agosto il governo austriaco obbligò ogni paese, pena la morte, a precettare uomini e requisire buoi e carri per riattare le strade in modo da facilitare gli spostamenti delle truppe e il loro rifornimento. Fra ottobre e novembre pesanti requisizioni vennero imposte tanto dagli Austriaci in fuga (dopo la sconfitta inflitta da Massena a Caldero) quanto dai Francesi che li tallonavano La vittoria napoleonica ad Austerlitz sulla coalizione portò alla pace di Presburgo (27 dicembre) in cui si stabilì il passaggio del Veneto dall’Austria a un nuovo stato: il Regno d’Italia (comprendente Veneto e Lombardia) sotto la sovranità di Napoleone.

La nuova aggregazione venne accolta con sospetto dagli abitanti ormai timorosi di ogni mutamento, né aumentò le simpatie il decreto recante l’istituzione della Leva militare obbligatoria: alle prime estrazioni a sorte la maggiornza di coscritti si diede alla latitanza.
[F. Mutinelli, Annali delle Provincie Venete dall’anno 1801 al 1840, Venezia 1843]

Un alleggerimento della pressione fiscale e una normalizzazione della vita pubblica portarono però ad un mutamento dell’opinione pubblica, specialmente dopo la promulgazione del Codice Civile Napoleonico (aprile 1806) per cui tutti i cittadini avevano pari diritti di fronte allo Stato. Con esso furono presi alcuni provvedimenti che cambiarono il volto della società veneta, come l’obbligo di tenere i registri di stato civile al posto dei registri parrocchiali, di allontanare i cimiteri dai centri abitati e attorno alle chiese (estensione dell’editto di Saint Cloud del 1804), la lotta contro il vaiolo.
Napoleone diede al Veneto un nuovo assetto amministrativo sul modello di quello francese: la regione fu divisa in Dipartimenti, ogni Dipartimento si ripartì in Distretti, ogni Distretto fu, a sua volta, composto da Cantoni che raggruppavano più Comuni. L’innovazione più importante fu una democratizzazione delle amministrazioni locali con l’istituzione dei Consigli Comunali.
L’assetto comunale decretato da Napoleone fu vantaggioso per quei centri, come San Donà, che erano dotati di una classe dirigente attiva e capace. Infatti l’organo deliberante dell’Amministrazione Comunale era il Consiglio Comunale, a cui accedevano di diritto tutti i possidenti del comune e i capifamiglia commercianti o industriali, purché avessero compiuto i 35 anni di età. L’esecutivo a sua volta era diretto da un Sindaco, di nomina regia, ma scelto fra i consiglieri e affiancato da 3 Anziani (assessori) eletti dai membri del Consiglio Comunale.
[Bollettino delle leggi del Regno d’Italia, 1806]

Inizialmente si ebbe una erronea interpretazione del concetto di Comune poiché ogni borgo pretese di amministrarsi autonomamente. San Donà, ad esempio, si divise in ben 4 comuni: San Donà, Mussetta, Fossà e Grassaga, frazionamento che costò al paese la perdita della sede distrettuale in quanto quei comunelli furono aggregati al Dipartimento del Tagliamento, con capoluogo Treviso, e inseriti nel distretto di Oderzo.
[Bollettino delle leggi del Regno d’Italia]

La ripartizione, compiuta a Milano da funzionari che spesso ignoravano le situazioni locali e talvolta persino la posizione geografica delle località, fu rivista nel 1807.

Il nuovo decreto trasferiva San Donà dal Dipartimento del Tagliamento (Treviso) a quello dell’Adriatico (Venezia), elevandola a capo-distretto e sede cantonale di una vastissima area: San Donà, Noventa di Piave, Mussetta, Tre Porti con Cavallino, Cava Zuccherina con Caodesil, Croce di Piave con Musil, Porte Grandi con San Michiel del Quarto, Crea, Tre palade, Campalto, Terzo e Terzera, Caorle con San Gaetano, Cà Cottoni con Brian, e San Zorzi di Livenza, Torre di Mosto con Bocca di Fossa, Burano con Mazzorbo e Torcello, Sant’Elena, Staffolo e Fiumicin.

Si rese comunque necessario un terzo decreto per ovviare ad alcuni errori e a più omissioni: come quella di Grisolera, smebrata in due parti.

Nel 1808 il «Codice di Commercio di terra e di mare» fissò le norme e gli obblighi dei negozianti: una donna sposata non poteva esercitare un mestiere o gestire un negozio senza il permesso del marito né un minore senza quello del padre
[ALBERTI L., Quadro del sistema di commercio vigente nelle Provincie Venete nell’anno 1823 ]

1809: Il governo precettò gli operai per lavori di fortificazione a Marghera in previsione di una nuova guerra fra la Francia e l’Austria. L’obiettivo di Napoleone era la conquista di Vienna con l’azione convergente di due armate, la sua, proveniente da nord, per l’altra ordinò al figliastro, il viceré Eugenio, che si trovava a Milano, di assumere il comando dell’armata d’Italia e di passare all’offensiva, in modo da aprire un secondo fronte a sud. Il viceré Eugenio arrivò a Mestre il 10 aprile 1809, e lì pose il suo quartiere generale. Il giorno seguente prosegui per Udine, passando dunque per le nostre zone. Arrivato nel capoluogo friulano ricevette la dichiarazione di guerra dall’arciduca austriaco Giovanni, comandante in capo dell’armata nemica, che si era schierata ai confini del regno ed era pronta a muovergli contro.
Apertesi le ostilità, gli Austriaci batterono i Francesi a Fontanafredda, vicino a Pordenone e procedettero a requisizioni di vino, di frumento e di avena e imponendo un contributo per il mantenimento delle truppe di stanza a Conegliano. [E. BELLIS, Annali Opitergini]
Sembra che i Veneti si levarono in massa contro i Francesi; ma gli Austriaci a Croce non giunsero e probabilmente non ci fu nessuna sollevazione; i Francesi comunque ritornarono anche da quelle partii a metà maggio. Il governo del regno italico decretò la nullità, salvo i diritti acquisiti da terzi, di ogni atto pubblico promulgato durante l’occupazione austriaca e prorogò il pagamento delle imposte in tutto il Dipartimento dell’Adriatico. [F. MUTINELLI, Annali delle Provincie Venete]
A nord intanto, il 6 luglio, gli austriaci venivano sconfitti da Napoleone a Wagram, seguì il 14 ottobre la pace di Schönbrunn: gli austriaci erano costretti a ritiravarsi, perdendo Trieste e l’Istria. Diventavano francesi tutte le Venezia: la Venezia Tridentina, la Venezia Julia, tutta l’Istria e la Dalmazia.
Nei mesi successivi si scatenò la repressione francese, con arresti.

In mezzo alla confusione e alla paura si ebbe in quel 1809 la compilazione del catasto di San Donà di Piave [che per il Comune Censuario di Croce fu completata nel 1810] atto importantissimo per un’analisi sulla situazione socio-economica del paese.

Il 24 ottobre 1812 si avvertì un terremoto che fortunatamente provocò solo panico. L’epicentro del sisma era a Cavasso nel Friuli. [Giornale Dipartimentale dell’Adriatico, llf. 97 del 1812]

Ancora guerre

Il 20 agosto 1813 l’Austria dichiarò guerra a Napoleone, reduce dalla disastrosa campagna di Russia e abbandonato dai Prussiani. Per l’occasione costituì una armata per invadere l’Italia affidata al feldmaresciallo Heinrich Bellegarde, che costrinse l’esercito del Regno d’Italia del viceré Eugenio di Beauharnais a ripiegare dal Veneto; gli Austriaci giunsero in questa zona ai primi di ottobre [L. Rocca., Motta di Livenza e i suoi dintorni]; ma l’8 febbraio 1814, sul Mincio, Bellegarde fu sconfitto da Beauharnais.
Nei due mesi successivi la posizione di Beauharnais peggiorò sensibilmente, a causa del passaggio del Regno di Napoli di Gioacchino Murat all’alleanza con l’Austria (già dall’11 gennaio), del successo della parallela offensiva austro-prussiana sulla Francia che portò il 31 marzo all’occupazione di Parigi e il 6 aprile all’abdicazione di Napoleone, e di una congiura anti-francese a Milano, sostenuta dalla nobiltà milanese, che sfociò il 20 aprile nel saccheggio del Senato e nel massacro del ministro Prina: fu così che il 23 aprile il viceré dovette firmare a Mantova la capitolazione. Il 26 aprile 1814 il commissario austriaco Annibale Sommariva prendeva possesso della Lombardia a nome del feldmaresciallo Bellegarde, e il 28 aprile Milano veniva occupata da 17.000 soldati austriaci.
Il 25 maggio Bellegarde sciolse la Reggenza del Regno d’Italia, che cessava di esistere, e assunse i poteri come Commissario plenipotenziario delle province austriache in Italia per il nuovo sovrano, l’Imperatore Francesco I d’Asburgo. Il 12 giugno assunse la carica di Governatore generale in conseguenza dell’annessione della Lombardia già milanese all’Impero, proclamata il giorno stesso.

Il Congresso di Vienna

La caduta di Napoleone avrebbe dovuto, nei piani delle Potenze vincitrici, riportare l’Europa a quella che era prima del 1789, senonché la profondità dei cambiamenti portati dalla conquista francese, unita ad alcuni vantaggi territoriali che qua e là le antiche dinastie avevano ottenuto negli ultimi cinque lustri, consigliarono l’apertura a Vienna di un grandioso Congresso per la risistemazione dell’Europa.
L’Austria potè riannettere sotto il suo governo diretto i territori italiani che le appartenevano da lunga data per dominio diretto, cioè Trento, Trieste e Gorizia, o indiretto, come l’antico Ducato di Milano (Milano, Como, Pavia, Lodi, Cremona) e il connesso Ducato di Mantova, annessione sancita giuridicamente il 12 giugno da un proclama di Bellegarde, ripetitivo di una sanzione imperiale del giorno 7; ma, differentemente, l’antica Repubblica di Venezia, per la quale l’unico diritto risaliva al disconosciuto Trattato di Campoformido (1797), non potè avere medesima sorte: lì l’annessione allo stato austriaco fu legittimata unicamente dall’accordo delle potenze vincitrici al Congresso di Vienna, e fu ottenuta a fronte della rinuncia ai diritti dinastici degli Asburgo sui Paesi Bassi cattolici (l’attuale Belgio): Napoleone nel 1797 aveva ceduto il Veneto all’Austria per avere il Belgio, ora l’Austria rinunciava al Belgio per tenersi il Veneto. Per comprendere l’utilità, per Vienna, dello scambio, basti ricordare quel che sosterrà Carlo Cattaneo, cioè che dal ‘Lombardo-Veneto’ Vienna traeva un terzo delle gravezze dell’impero, benché esso facesse solo un ottavo della popolazione.

“Apertesi le trattative intorno alle cose d’Italia, e volendo quivi, siccome ne faceva pubblica promessa il congresso viennese, incominciare le sue decisioni da un grande atto di giustizia, statuì che l’Austria rientrerebbe in possesso di Milano e di Mantova; altresì gli Stati veneti di terraferma con la giunta di alcuni territorii che, per antichi accordi fra i potentati italiani, appartennero un tempo agli Stati di Parma e di Ferrara; acquisterebbe ancora, non solo le terre della Valtellina con le contee di Bormio e di Chiavenna, siti molto opportuni a sopravvedere dappresso le cose della Svizzera, ed in caso di bisogno, introdurvi dissensioni, ma più lungi, in fondo alla Dalmazia, quelle che una volta componevano la repubblica di Ragusi”.

I territori già veneti sulla costa orientale adriatica furono dunque aggregati direttamente all’Austria, ma Milano e Venezia erano tradizionalmente legittimate, per antica consuetudine, a godere di governi autonomi (anche se, nel caso di Milano, sotto sovrano straniero). Occorreva quindi riorganizzare tali territori in una entità amministrativa apparentemente autonoma, anche se unita all’Austria dalla persona del sovrano. La soluzione scelta fu di creare un unico Regno con una capitale ed due governi, cui venne dato il nome di ‘Regno Lombardo-Veneto’.


Confini del Regno Lombardo-Veneto

Il nome venne scelto ad esito di un, non breve, dibattito. Gli austriaci (o i loro alleati) non vollero conservare il nome scelto da Napoleone, Regno d’Italia. Vi sono evidenze che si prese in considerazione la dizione Ost und West Italien (Italia orientale ed occidentale), e perfino österreichische Italien (Italia austriaca). Vennero infine scartate dizioni eccessivamente legate a una delle due capitali o regioni: d’altra parte, Milano e le Venezie non erano mai state unite sotto un’unica corona sin dalla caduta del Regno Longobardo e non esisteva alcun termine per definire unitariamente i due territori. Si preferì quindi pronunciarle entrambe, con l’intento di stimolare un senso di avvicinamento che rendesse possibile un futuro unitario tra le popolazioni lombarde e quelle venete. La difficile onomastica segnalava bene, tuttavia, la artificiosità della nuova creazione amministrativa.

Il 7 aprile 1815 veniva annunciata la costituzione degli Stati austriaci in Italia in un nuovo Regno del Lombardo-Veneto. In base al Trattato di Vienna esso aggregava i territori dei soppressi Ducato di Milano, Ducato di Mantova, Dogado e Domini di Terraferma della Repubblica di Venezia, oltre alla Valtellina già parte della Repubblica delle Tre Leghe, e all’Oltrepò ferrarese già pontificio, mentre lo Stato da Màr, già sottoposto alla Serenissima, ne fu invece escluso incorporandolo direttamente ai territori dell’Impero.



Il Regno fu affidato a Francesco I d’Asburgo-Lorena, Imperatore d’Austria e re del Lombardo-Veneto.

A sinistra: ritratto di Francesco I, primo sovrano del Lombardo-Veneto, fino alla sua morte nel 1835.

Il re e imperatore avrebbe governato attraverso un viceré, con residenza a Milano e a Venezia, nella persona dell’arciduca Ranieri che era austriaco e fratello dell’Imperatore.

Rivoluzione amministrativa

Stava per cambiare il mondo, quello politico-amministrativo, almeno.
Lombardia e Veneto, separate dal Mincio, ebbero ciascuna un governo proprio Consiglio di Governo, affidato ad un governatore, e distinti organismi amministrativi dette Congregazioni Centrali, alle cui dipendenze stavano le amministrazioni locali, tra cui le Congregazioni Provinciali e le Congregazioni Municipali.
Le competenze del Governatore, attraverso il Consiglio di Governo, erano assai ampie e riguardavano: censura, amministrazione generale del censo e delle imposizioni dirette, direzione delle scuole, lavori pubblici, nomine e controllo delle Congregazioni Provinciali. Oltre, naturalmente, al comando dell’esercito imperiale stanziato nel Regno, che, negli anni successivi si sarebbe occupato soprattutto di garantire l’ordine pubblico.
L’amministrazione finanziaria e di polizia, infine, era sottratta al Consiglio di Governo e attribuita direttamente al governo Imperiale a Vienna, che agiva attraverso un Magistrato camerale (Monte di Lombardia, zecca, lotto, intendenza di finanza, cassa centrale, fabbricazione di tabacchi ed esplosivi, uffici delle tasse e dei bolli, stamperia reale, ispettorato dei boschi e agenzia dei sali), un Ufficio della Contabilità, una Direzione generale della Polizia.
Considerata la eccezionale centralizzazione del potere nelle mani del Governatore, nominato da Vienna, e del governo imperiale, ben si comprende come il ruolo del Viceré fosse assai marginale, ridotto a mera rappresentanza. A tal fine egli manteneva splendidi palazzi, ove teneva corte.
Tutte le alte cariche del Regno erano, naturalmente, di nomina regia, mai elettive. In gran parte erano affidate ad austro-tedeschi e comunque tutti austro-tedeschi furono, sempre, i governatori, la grandissima parte degli ufficiali stanziati in Italia (mentre la truppa rispecchiava l’eterogenea composizione delle popolazioni dell’impero) e il Viceré: i forestieri godevano, quindi, del controllo quasi assoluto sulla vita del Regno. (Famoso, a tal proposito, un colloquio del 1832 fra il nobile lombardo Paolo de’ Capitani e Metternich: “Che necessità c’è di far occupare ogni posto notevole da Tirolesi e da sudditi di altre province?”)

Al patriziato locale, italiano, non restava che il governo delle Congregazioni provinciali e municipali, cioè posizioni assolutamente secondarie. Le Congregazioni municipali, ad esempio, curavano solamente la manutenzione di edifici comunali, chiese parrocchiali e strade interne, gli stipendi dei propri dipendenti e della polizia locale.

A sinistra la suddivisione provinciale del Regno.

Ogni Provincia fu suddivisa in distretti (in tutto 127 in Lombardia, 91 nel Veneto), ogni distretto suddiviso in comuni, cellule di base dell’amministrazione pubblica.
La burocrazia sarebbe aumentata a dismisura.

Decreti su tutto

Arrivarono i primi decreti. Il 5 agosto il Governo austriaco decretò che le Amministrazioni Comunali vigilassero sulle adulterazioni dei generi alimentari e permettessero la macellazione dei suini e degli ovini solo da ottobre ad aprile. Un secondo decreto il 5 ottobre vietò la navigazione sui fiumi nottetempo, durante le piene, ed impose ai barcari [=proprietari di barche da carico] di farsi rilasciare dalle autorità comunali un «Atto di autorizzazione a patronaggio», cioè una licenza di trasporto.
[ALBERTI L., Quadro del sistema di commercio vigente nelle Provincie Venete nell’anno 1823]

Applicazione del decreto di ripartizione

Per quanto riguarda Croce, essa entrò a far parte del Comune di San Donà nel Distretto di San Donà (il VII).

I comuni del VII distretto erano: S. Donà, Fossalta, Noventa, Cava Zuccherina, Ceggia, S. Stino.
Non furono rispettati i confini ecclesiastici: il distretto di San Donà di Piave abbracciò paesi sottoposti a tre diocesi diverse: Treviso, Venezia e Ceneda.
Il governo si riservava qualche rettificazione dei confini qualora l’esperienza l’avesse mostrata necessaria.

“Il programma del governo austriaco si ispirò ad un unico concetto: dare un po’ di vita a Venezia, limitata ormai alla sola capitale ed a pochi paesi del vecchio Estuario. Si ebbero delle proteste da parte dei paesi che si videro soggetti a due giurisdizioni (ecclesiastica e civile) diverse: vecchie tradizioni e interessi ormai acquisiti reclamavano, specialmente in ordine alle parrocchie soggette al Vescovo di Treviso, il rispetto a consuetudini inveterate e la continuazione dello statu quo. Si conserva ancora, nell’archivio di Curia, copia delle istanze che si presentarono in proposito, e delle proteste un po’ forti per le intromettenze, certo esagerate, che si sospettavano fossero pervenute dalla capitale del vecchio dominio veneto: istanze e proteste a nulla valsero. e lo sdoppiamento dei confini si impose per principi politici e per interessi regionali; si mantiene e si conserva anche oggi.” [Chimenton]

Il trevigiano Chimenton, cent’anni dopo il fatto, se la prendeva un poco con Venezia... affari suoi.

L’amministrazione

A seconda della loro popolazione, i Comuni potevano appartenere a tre classi differenti: i Comuni di I classe, cioè i capoluoghi controllati direttamente dalle Delegazioni Provinciali, avevano un Consiglio Comunale di non più di 60 membri; i Comuni di II classe, dotati di un Consiglio Comunale di almeno 30 membri, erano sottoposti ad un Cancelliere del Censo; i Comuni di III classe, i più piccoli, erano diretti dall’Assemblea dei proprietari (i Censiti) che si riuniva una volta l’anno, alla presenza del Cancelliere del Censo, per nominare i funzionari e per approvare il bilancio e i tributi, mentre nella restante parte dell’anno venivano delegati tre proprietari per l’ordinaria amministrazione.

Il I gennaio 1816 entrarono in vigore i codici civile e penale austriaci.

Lo stesso anno un nuovo decreto affidò l’amministrazione dei Comuni a un Convocato Generale e alla Deputazione Comunale. Il Convocato Generale era il massimo organo comunale, avendo tutti i poteri già detenuti dal napoleonico Consiglio Comunale, ed era composto da tutti i possidenti (maggiorenni e residenti in loco) soggetti a estimo, cioè iscritti nel ruolo delle imposte. La Deputazione Comunale, avente funzioni di una Giunta, era composta di tre membri, risultati eletti a scrutinio segreto dal Convocato fra i suoi appartenenti: chi riportava il maggior numero di voti assumeva il titolo di Primo Deputato, carica corrispondente alla odierna di Sindaco. Assisteva un agente, odierno segretario, più cursori, cioè personale stipendiato dallo Stato.

I capifamiglia del paese furono di nuovo chiamati a prestare sul Vangelo un solenne giuramento di fedeltà all’imperatore d’Austria. Un decreto governativo ribadì il divieto di vendita di ogni tipo di arma da fuoco. [A.S.V., Frammenti podestà di Caorle (1754-1830)]

1816: Una persistente piovosità da maggio a luglio infracidì i raccolti e provocò la carestia. Gli speculatori aggravarono l’indigenza incettando le poche biade e rivendendole a prezzi astronomici.

Dal tardo autunno al nuovo raccolto la popolazione soffrì le angosce della fame e l’alimentazione insufficiente (qualche manciata di polenta scondita) causa il dilagare della pellagra
[F. MUTINELLI, Annali delle provincie venete.]

Col passar dei mesi i sudditi veneti e lombardi si resero conto che il nuovo Regno del Lombardo-Veneto era poco più che una finzione: il potere era affidato al governo viennese, i ‘tedeschi’ erano onnipresenti e sottraevano al patriziato ed agli intellettuali italiani grandi spazi che, in un regno realmente autonomo, sarebbero spettati loro. Sotto il Regno d’Italia, retto sì da un Re (Napoleone) e da un viceré (Eugenio) francesi, che ne avevano fatto un protettorato di Parigi, veneti (e lombardi) godevano almeno di una amministrazione autonoma e quasi totalmente nazionale, come pure di un esercito nazionale, ove numerosi erano gli ufficiali italiani.
Ancorché efficiente, pareva ai più che il Governo austriaco, non rispettando i diritti tradizionali di Venezia, non godesse di alcuna legittimità. Comunque prese decisioni significative per l’evoluzione della vita civile. Nel 1817 impose l’adozione del sistema metrico decimale dei pesi e delle misure al fine di razionalizzare e uniformare i molti sistemi in uso. Contemporaneamente un apposito decreto vietò «le stadere con asta di legno poiché si prestano a molte frodi»
[L. ALBERTI, Quadro del sistema di commercio vigente nelle Provincie Venete nell’anno 1823]
Poco poté invece contro il tifo che da febbraio a novembre il tifo imperversò in tutta la zona. [Venezia, Archivio del patriarcato di Venezia, b. 2B-XXV]

Il 9 settembre 1817 in Venezia morì il vescovo di Treviso, Marin, alla veneranda età di 77 anni.

“Ai 10 fu il cadavere trasportato a Treviso, e precisamented a tutto il clero ricevuto alla porta Altinia e condotto in Duomo ivi tumulato, previo sontuoso funerale, concorso di popolo, di messe e funebre apparato e con universale plauso le fu recitatal’orazione funebre dal celebre don Jacopo Monico, degnissimo maestro di retorica accademica e bibliotecario in Seminario di Treviso”.
[De Gobbis, Diario]

Il governo austriaco indicò come nuovo vescovo monsignor Jappelli, che fu però ricusato dal Vaticano. Iniziò una lunga vacanza per la diocesi, retta dal vicario Giovanbattista Rossi.

Il malcoltento contro il governo austriaco si manifestò contro decreti che abrogavano antiche consuetudini, quale ad esempio, sempre nel 1817, quello che vietava di suonare le campane di notte durante i temporali, imposto ai campanari sotto pena di perdere il posto; chissà cosa ne pensò don Moretti. Altro malcontento era dovuto all’eccessiva lunghezza del servizio militare (8 anni) ed all’uso corrente di mandare le reclute in lontane guarnigioni (in Ungheria o in Croazia).
Paradossalmente furono proprio le autorità austriache a favorire la formazione di una coscienza nazionale adottando una linea politica piena di sospetti e censure ai limiti del ridicolo, applicando offensive limitazioni delle libertà personali e soprattutto appoggiandosi ad un rigido ed ottuso sistema poliziesco.

La bolla di Pio VII del 1° maggio 1818 subordinò la diocesi di Treviso, ancora senza vescovo, a quella metropolitana di Venezia, imponendo a tutti i parroci di prestare fedeltà all’imperatore, depurando dal catechismo nazionale le risposte che si riferivano all’obbedienza e agli altri doveri verso Napoleone, conservando però alla domanda: Per quale ragioni siamo noi tenuti a questi doveri verso l’Imperatore e Re nostro? la risposta:

Primieramente perché Dio il quale crea gli imperi e li distribuisce secondo il suo vlere ricolmando di doni l’Imperatoree Re nostro tanto in pace quanto in guerra, lo ha stabilito nostro sovrano, lo ha reso ministro della sua potenza a sua immagine sopra la terra. Onorare dunque e servire l’Imperatore e Re nostroè onorare e servire Dio steso. In secondo luogo perché nostro Signore Gesù Cristo, tanto con la sua dottrina quanto co’ suoi esempi, ci ha egli stesso insegnato quello che noi dobbiamo al nostro sovrano. Egli è noto nell’atto di obbedire a Cesare Augusto: egli ha pagato il prescritto tributo; come egli ha comandato di rendere a Dio ciò che appartiene a Dio, così ha ordinato di rendere a Cesare ciò che appartiene a Cesare.

8 luglio 1818: CRAC NELLA STORIA DI CROCE

La rettifica dei confini dei Comuni che il Governo si riservava di apportare nel 1815 giunse nel luglio del 1818. E sancì il CRAC nella storia di Croce: i Comuni del distretto di San Donà erano dunque S. Donà, Grisolera di sopra, Musile, San Michele del Quarto, Fossalta, Meolo, Noventa, Cava Zuccherina, Ceggia.

Avete letto bene: Musile e non Croce. Fu Comune Musile e non lo fu Croce. Eppure Croce era più estesa e aveva più abitanti e più storia di Musile, ma per qualche incomprensibile ragione Croce da quel momento "fece parte del Comune di Musile".