STORIA di SAN DONÀ
dal 1866 al 1915

Esito della III guerra d'indipendenza

Il 13 luglio le truppe austriache lasciarono Treviso, il 18 luglio i Cavalleggeri di Monferrato entrarono nel nostro territorio a sancire un ideale passaggio di consegne.
Il 3 agosto giunse a Treviso il marchese Rodolfo D’Aflitto, commissario di re Vittorio Emanuele, per applicare, ancor prima del trattato di pace, le leggi del Regno, comprese quelle antiecclesiastiche.
Il giorno dopo il vescovo Zinelli si recò a fargli visita, che il D’Aflitto ricambiò qualche giorno dopo consigliandogli di dimostrare pubblicamente di non essere un austriacante ma di approvare il nuovo stato di cose. Numerose erano infatti le contestazioni contro il vescovo, che diradò le sue uscite, anche se il 17 agosto egli scrisse una lettera in cui conculcava obbedienza al legittimo sovrano (che proprio tale non era perché ancora non era stato firmato il trattato di pace né si era svolto il plebiscito per l’annessione).
«Noi siamo pronti in questa solenne occasione di inculcare a voi sacerdoti e per mezzo di voi alla popolazione di riconoscere in questo tramutamento politico il dovere che hanno tutti distintamente di mantenere la pace e la tranquillità, di prestare obbedienza alle autorità incaricate dall’augusto nostro sovrano Vittorio Emanuele II e non solo obbedienza, ma rispetto e onore come prescrive il Vangelo».
Non cessarono le manifestazioni ostili.

Il trattato di pace di Vienna, firmato il 3 ottobre 1866, dispose testualmente che la cessione del Veneto (con Mantova e Udine) al Regno d’Italia (che beneficiava della vittoria prussiana pur essendo stata sconfitta dall’Austria per terra a Custoza e per mare a Lissa) dovesse aversi “sotto riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate”.
Napoleone III procedette all’organizzazione di un plebiscito, in onorevole ottemperanza del trattato di pace, tuttavia fu soggetto a forti pressione da parte di casa Savoia, affinché cedesse anzitempo le fortezze e il controllo militare della regione in anticipo sull’esito del plebiscito e anche la stessa organizzazione del plebiscito. Il conte di Gramont, cui fu affidato provvisoriamente il territorio del Veneto attuale, più Mantova e il Friuli (Pordenone-Udine), cercò di rispettare l’impegno. Ma le pressioni di casa Savoia furono tali che alla fine Napoleone III ordinò al conte di Gramont di ritirarsi e di consegnare le fortezze e di lasciar occupare il Veneto alle truppe di casa Savoia. Così il plebiscito fu organizzato da casa Savoia, che lo organizzò in modo da non dover contrattare nulla con i Veneti, che secondo alcuni persero così l’ultimo sprazzo di autonomia e libertà.

A Treviso intanto il vescovo Zinelli non voleva che venissero chiamati “martiri dell’indipendenza italiana” quelli in onore dei quali si voleva celebrare una messa in cattedrale il 19 ottobre, essendo “martiri” solo i cristiani vittime delle persecuzioni romane, né che il discorso funebre fosse tenuto dal sacerdote trevigiano designato dal comune, don Feliciano Fortran, noto patriota dalle idee liberali. Si trovò un compromesso e le esequie vennero celebrate senza usare la locuzione incriminata.

Il plebiscito

Si votò il 21 e 22 ottobre e l’accesso alle operazioni di voto, come per altri plebisciti e consultazioni elettorali dell’epoca, fu limitato alla popolazione maschile di un certo censo: interessò pertanto solo una parte minoritaria della popolazione veneta (meno di 650.000 votanti su un totale di 2.603.009 residenti). Il risultato (646.789 sì; 69 no; 567 voti nulli), rispecchiò l’assoluta mancanza di segretezza nel voto e di trasparenza nelle conseguenti operazioni di scrutinio. In tal modo, la sostanziale sconfitta militare del Regno d’Italia nella Terza guerra di indipendenza italiana del 1866 si trasformò in un successo politico per casa Savoia.

Per i comuni la nuova legge elettorale stabiliva un Consiglio Comunale di venti membri. Votavano i cittadini maschi di ventun anni alfabeti, che pagava­no imposte comunali, o che erano impiegati dello Stato, decorati al valor militare, o in possesso di un titolo di studio medio-superiore o universitario. Erano escluse le donne insieme con vari strati della popolazione. Si totalizzava una bassissima percentuale di votanti. Il 15 novembre il re giunse a Treviso e il 16 si incontrò col vescovo Zinelli, che lo stesso giorno scrisse al patriarca Trevisanato: «L’odio dei settari che vorrebbe distrutta la religione non cesserà contro di noi, ma è un conforto capire che l’animo del re è religioso». Le prime elezioni amministrative si svolsero il 23 dicembre 1866 e il primo sindaco di San Donà di Piave fu Giuseppe Bortolotto.

Negli anni successivi all'annessione al Regno d'Italia, nuovi lavori di bonifica interessarono il sandonatese, segnando la metamorfosi ambientale del territorio e incrementando la produttività della zona: tra il 1865 e i primi anni del Novecento furono avviate 48 bonifiche a prosciugamento meccanico e messi a produzione 11.000 ettari (un quarto del territorio compreso tra i fiumi Sile e Livenza.

Nel 1868 fu pubblicato il Dizionario Corografico dell’Italia a cura del prof. Amato Amati – dott. Francesco Vallardi, tipografo editore – Milano. A pag. ... del volume ... c’erano le righe riguardanti il Comune di San Donà:

...

Visita pastorale del 10 MAGGIO 1868

Andò monsignor Giuseppe Biscaro ad accogliere il vescovo Zinelli, nobile altezzoso dalla faccia larga e quadra, la bocca incassata tra un naso imponente e un mento altrettanto pronunciato. Dal berretto episcopale usciva un ciuffo di capelli, lisci e lunghi; più lunghi ancora erano i capelli vescovili dietro le orecchie e sul collo.

Il Concilio Vaticano I

Torniamo a seguire il vescovo Zinelli, che in novembre partì per Roma per partecipare al Concilio Vaticano I, dove avrebbe avuto una parte importante nella Commissione De Fide nell’estensione della costituzione Pastor aeternus sull’infallibilità e il primato del papa e come relatore della stessa. Ma il Concilio il 18 luglio 1870 fu sospeso e il vescovo ritornò in diocesi. L’occupazione di Roma del 20 settembre e il mito di Pio IX-prigioniero rafforzarono in lui, se ce ne fosse stato bisogno, il suo amore e la sua devozione al papa. Lo dimostrò nella celebrazione del giubileo episcopale di Pio IX il 16 giugno 1871 che egli volle abbinata alla consacrazione al Sacro Cuore di tutta la diocesi, occasione per far sorgere in molte parrocchie le Pie unioni del Sacro Cuore di Gesù.

Il 29 giugno 1873 si avvertì una scossa di terremoto il cui epicentro era nella zona di Ceneda; non si ebbero danni. [Archivio del patriarcato di Venezia] Ma la vera scossa, in senso positivo, per il basso Piave fu il ripristino della Piave Vecchia (1873) che consentì di riportare la salubrità dell’aria in una zona ch’era diventata sempre più depressa dalla costruzione del taglio del Sile. Ciò fu possibile grazie alla costruzione della conca dell'Intestadura, grazie alla quale il tragitto da San Donà a Venezia fu ridotto di km 26,200 (via Portegrandi) e di km 23,500 (via Cavallino-Treporti).

Primo ponte sul Piave

Alla fine dell’anno 1874 cominciarono i lavori di costruzione del ponte in legno sul Piave da parte delle Ditte Bortolo Lazzaris ed Alessandro Wiel, che si erano aggiudicate l’appalto.
I lavori durarono un anno e si conclusero alla fine del 1875: il ponte venne aperto al transito negli ultimi giorni di dicembre del 1875. Il collaudo definitivo fu effettuato il 5 agosto 1876. La spesa complessiva del ponte fu di lire 213.049,11 cioè di lire 33.449,11 in più di quella prevista dal progetto e dal capitolato d’appalto.
[C’era una volta Musile]

Nel 1875 il vescovo Zinelli aveva dovuto interrompere la sua visita pastorale perché colpito da apoplessia. Appena si sentì meglio la riprese e la concluse sul finire dell’anno, ma non abbiamo informazioni che venne a Croce.

Nella foto qui a sinistra, risalente al 1876, vediamo in primo piano il vescovo Zinelli, stanco e carico di anni; alla sua sinistra (in primo piano a destra per chi guarda) è monsignor Pietro Jacuzzi, professore e rettore del seminario di Treviso.
Alle spalle di quest’ultimo si riconosce un giovanissimo monsignor Giuseppe Sarto, padre spirituale del seminario e futuro papa Pio X.
Era stato monsignor Jacuzzi, cappellano a Riese, ad avviare Giuseppe Sarto al sacerdozio.

Nel 1877 si costituì la Banca Mutua Popolare.

Nuovo re e nuova papa

Nel gennaio del 1878 moriva Vittorio Emanuele II e gli succedeva il figlio Umberto I. Neanche un mese dopo, il 7 febbraio, moriva anche il suo grande rivale Pio IX nei Palazzi Vaticani, dai quali non era più uscito dopo il 20 settembre 1870. Il conclave durò molto poco, appena 36 ore. Al terzo scrutinio, il 20 febbraio 1878, fu eletto il cardinale Gioacchino Pecci che prese il nome di Leone XIII; aveva avuto la meglio sul cardinal Bilio, che passava come l’autore del Sillabo, mentre l’eletto «era stato chiaramente all’opposizione durante il pontificato di Pio IX», come ricorda Giancarlo Zizola. «Aveva vissuto tutti quegli anni in esilio a Perugia, dove peraltro s’era costituito un piccolo Vaticano, frequentato da intellettuali ed artisti, dove scriveva lettere pastorali che erano proprio il contrario delle encicliche di papa Mastai, perché affrontava con spirito positivo i maggiori problemi del tempo»; era forse quel successore che Pio IX stesso si augurava da quando aveva capito che uno come lui era fuori dal mondo.

Muore il vescovo. Nuovo vescovo

Il 20 novembre 1879 il vescovo Zinelli, forse impressionato dalla politica del nuovo pontefice, fu colpito da un secondo attacco di emiplegia e spirò il 24. In quei giorni i suoi nemici “ascoltando la voce dei poveri” deplorarono il loro passato atteggiamento “davanti all’uomo benefico che muore”. Fu sepolto nella cripta della cattedrale di Treviso.

Il 27 febbraio 1880 monsignor Giuseppe Callegari, appena trentanovenne, fu nominato vescovo di Treviso, senza averne completamente tutti i requisiti; l’11 marzo successivo il patriarca di Venezia concesse il permesso perché ottenesse la nomina episcopale. Il Callegari proveniva da Venezia dove aveva insegnato nel seminario ed era stato assistente spirituale del circolo della Gioventù cattolica. Fu consacrato lo stesso mese nella basilica di San Marco in Venezia da Domenico Agostini, patriarca, assistito da Giovanni Maria Berengo, vescovo di Mantova, e da Giuseppe Apollonio, vescovo di Adria.
Il 9 maggio fu consacrato vescovo di Treviso.

di Angelo Gambasin
Giuseppe CALLEGARI era nato a Venezia il 4 nov. 1841 da Pietro e da Angela Cescutti, in una famiglia appartenente alla piccola aristocrazia veneziana e di radicate tradizioni cattoliche; la madre, religiosissima, zelante della devozione alla Madre di Dio e del culto al Cuore di Gesù, aveva avuto e tuttora aveva una grande influenza sull’animo del figlio. Nel seminario patriarcale, ove dal 1860 Giuseppe aveva seguito i corsi di teologia, avevano contato molto gli orientamenti dei docenti.
Erano gli anni dei dibattiti sul Rosmini, dello sbollimento dell’entusiasmo neoguelfo giobertiano, dell’acuirsi della polemica pro e contro il potere temporale e la rivoluzione nazionale, della crisi passagliana e volpiana, dei fermenti rivoluzionari e indipendentisti tra la popolazione.
I patriarchi Ramazzotti e Trevisanato si erano dimostrati contrari al rosminianesimo, al volpianesimo, ma anche insofferenti del giogo giuseppinista; avevano tentato di favorire un rinnovamento radicale della Chiesa veneziana, con la ristrutturazione dottrinale romano-tridentina e il ritorno alla disciplina borromeiana e barbarigiana.
I maestri di teologia e i direttori di coscienza del Callegari erano tutti sulla linea patriarcale: Giovanni Saccardo in teologia biblica, catechetica e in sacra eloquenza; Giovanni Berengo in dommatica, storia ecclesiastica, patrologia e metodica; Matteo Fracasso in teologia morale. La direzione degli studi filosofici e teologici era nelle mani dell’ultramontano Zinelli. Il concilio provinciale del 1859 aveva codificato, estendendoli a tutta la regione, gli orientamenti del Ramazzotti, che, in sostanza, si avvicinavano molto a quelli che saranno espressi dal Sillabo alcuni anni dopo (1864). Callegari assorbì questa spiritualità intransigente diffusa nell’ambiente veneto: la matrice cristocentrica e la mentalità ecclesiale papale saranno le costanti della sua vita, spirituale e del suo metodo di apostolato. Ma egli attinse anche ad altri filoni della cultura: in primo luogo al romanticismo apologetico di un Lacordaire e di un Montalembert; al neoguelfismo del Gioberti del Primato e del Balbo. Il dramma politico-religioso di Pio IX con la svolta intransigente seguitane, il progresso della rivoluzione nazionale avevano acuito la sensibilità del neovescovo sui problemi più urgenti della società religiosa di quell'epoca: l’incontro della Chiesa con le libertà moderne; i rapporti tra scienza e fede; la questione operaia; i metodi di apostolato; il posto del laico nella comunità cristiana.
Ordinato sacerdote nel 1864, aveva rinsaldato la sua amicizia con il gruppo più intransigente di Venezia (Berengo, Cherubin, Apollonio, Cicuto, Saccardo); era stato cofondatore del Veneto cattolico, organo della corrente papale clericale del Veneto.
Nel 1871 aveva partecipato alla prima esperienza congressuale cattolica su base regionale, celebrativa della battaglia di Lepanto; tra il 1871 e il 1874 era stato tra i protagonisti del progetto dell’Opera dei congressi, che aveva debuttato con il primo congresso cattolico nazionale a Venezia nel 1874. A tale scopo, aveva stretto legami strettissimi con Paganuzzi: binomio importante nello sviluppo dell’intero movimento cattolico nazionale.

La nomina di Giusepe Callegari a vescovo di Treviso fu annunciata ai diocesani dal vicario capitolare mons. Giuseppe Sarto. L’ingresso del vescovo a Treviso il 26 giugno.

Si interessò da subito del seminario, la cui situazione economica era disastrosa: «La deprecata legge della conversione e liquidazione dei beni ecclesiastici – e sono le leggi del 1866 e 1867 che il regio commissario D’Aflitto si era affrettato ad applicare ha talmente diminuiti i redditi del seminario che, pagate le tasse, non resta quasi nulla». Fortunatamente poté contestare alcune disposizioni e riottenere 15.000 lire di cui 1.000 in titoli di stato. I chierici erano 69 e appena 25 riuscivano a pagare la piccola retta: fortunatamente appianavano i conti i collegiali non seminaristi. Non sappiamo se tra quei 44 seminaristi poveri ci fosse anche Natale Simionato, quasi quindicenne, del quale però sappiamo che frequentò il seminario di Treviso.

Monsignor Callegari cominciò molto presto la sua visita pastorale alla diocesi.

VISITA PASTORALE DEL 1882

Monsignor Giuseppe Callegari, vescovo di Treviso da due anni, aveva un bel volto ovale, i capelli corti leggermente brizzolati sulle tempie, il naso dritto e deciso sopra una bocca dalle labbra sottili. Ma soprattutto sapeva scegliere gli uomini: si era scelto come collaboratore monsignor Giuseppe Sarto, il più stimato della Curia, e l’aveva eletto direttore del seminario e cancelliere della curia. Con lui giunse in visita pastorale a Croce. Ci vien da immaginarceli (questo e quello) soddisfatti e compiaciuti mentre leggevano le risposte date da monsignor Giovanni Rossi al questionario inviato per tempo.

Fine resoconto visita pastorale del 1882
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1882: di nuovo il Piave

In settembre piogge eccezionali e continue portarono i fiumi veneti a livelli di piena mai registrati. “Il 16 settembre dell’anno 1882 si verific[ò] la massima piena conosciuta...” (dal 1851); il Piave “con un salto di fronte a S. Donà si apr[ì] un nuovo canale abbandonando il giro vizioso dalla parte di Musile”.
[Giuseppe Pattaro: “Il fiume Piave” – Studio Idrologico Storico, edito a Roma nel 1903 dalla tipolitografia del Genio Civile, nella cronologia delle rotte del Piave, pp.38-39]

La Piave ruppe in più punti su entrambi i versanti e tornò ad invadere le campagne del paese; distrusse anche il recente ponte di legno tra Musile e San Donà e s’abbreviò il cammino appena dopo il ponte:

“non erano ancora trascorsi sette anni dalla sua costruzione allorché il ponte in legno fra San Donà e Musile venne investito obliquamente ed infine travolto dalle acque del fiume irruenti per la squarciata golena delle Ganze. Nella grande piena del 16 settembre 1882, che all’idrometro di Zenson di Piave oltrepassò i 74 cm la massima conosciuta, dal 1851, senza superarla a San Donà in grazia delle rotte avvenute superiormente, il fiume, sorpassata la breve golena, si precipitava nel ramo inferiore, guadagnando con l’abbandono del nastro superiore un abbreviamento di ben 1235 metri. Il corso della piena, diretto per nuovo alveo quasi normalmente contro l’argine destro, sul fronte di Musile, tenne in grande apprensione quegli abitanti. Fortunatamente la rotta venne sostenuta da una golena larga appena una ventina di metri, ma fitta di vegetazione. Quattro delle stilate del ponte di legno vennero scalzate e rovinarono cinque campate, restandone ancora otto incolumi sulla sinistra e due silla golena destra. La quale veniva fortemente intaccata subito inferiormente al ponte, determinando anzi la distruzione di un molino a vapore della Ditta Finzi. [Da Il ponte sul Piave fra S. Donà e Musile! – Cenni storici raccolti dall’avv. Settimio Magrini, Segretario Generale della Provincia di Venezia, 12 Novembre 1922, pag. 7]

L’alluvione funesta interessò 25 comuni e circa 38.000 abitanti: la superficie inondata fu di 56.000 ettari, l’altezza media delle acque nelle campagne di 3 metri.

Il 28 ottobre il fiume ebbe una seconda ondata di piena e fuoriuscì a Noventa di Piave. Tutta la zona fu allagata: a San Donà di Piave e a Ceggia l’acqua superò il metro d’altezza e in alcune zone più a valle i due metri. Reparti dell’esercito e della marina, dotati di pontoni, furono inviati da Venezia per soccorrere le popolazioni colpite.
[Treviso, Biblioteca comunale, numeri diversi de «Il Sile »]

Gravissima conseguenza fu la recrudescenza delle febbri malariche; cosa drammatica in una zona che la ‘Carta della Malaria in Italia’, elaborata nel 1880, considerava già fra quelle maggiormente funestate dal morbo. C’era però un fatto nuovo: per la prima volta in un’alluvione intervenivano direttamente nell’opera di soccorso le istituzioni dello Stato. Si ebbe pure un interessamento statale ai problemi idraulico-sanitari, poiché dopo l’unità d’Italia si andò finalmente facendo strada il concetto del dovere sociale del risanamento ambientale, con particolare riferimento alla malaria. Si riconosceva che l’ambiente palustre era ideale per l’endemia malarica e che gli abitanti oltre ad essere continuamente tormentati dal morbo subivano spesso gli effetti delle sue forme maligne e perniciose da cui derivava un alto tasso di mortalità.

E mentre a livello comunale e provinciale si pensava a come ricostruire il ponte sul Piave e combattere la malaria....

Nel 1883 il vescovo Callegari fu trasferito a Padova dove avrebbe dato alle sue funzioni vescovili un’impronta, sotto certi aspetti, originale.

A Treviso non era ancora giunto il nuovo vescovo Giuseppe Apollonio: fu nominato infatti solo il 9 giugno 1883.

Nuovo vescovo

Giuseppe Apollonio giungeva dalla diocesi di Adria. A dir il vero papa Leone XIII nell’aprile di quattro anni prima lo aveva nominato vescovo di Mantova, grande e difficile diocesi, ma egli aveva nella sua umiltà rinunciato. Non aveva tuttavia potuto rifiutare la nomina a quella di Adria da dove fu trasferito a Treviso il 25 settembre 1883.

Ferrovia...

Nel 1884 fu costruita la linea ferroviaria che collegò Venezia a Portogruaro e divise in due i territori di Croce e San Donà. Nello stesso anno il Genio Civile riordinò e sopraelevò le arginature da Nervesa al Mare.

... e bonifiche

Dopo la Bonifica del Consorzio altre bonifiche si andarono realizzando nel territorio di Croce e nei limitrofi. Nel 1885 la contessa Prina avviò la “Bonifica Fossetta” nella parte più alta dei suoi possedimenti, collocando sul canale Lanzonetto una turbina azionata da locomobile, comunemente conosciuto come “macchina a vapore”. La bonifica Fossetta, di circa 80 ettari, si estendeva fra la Fossetta appunto, l’argine di Millepertiche, del Lanzonetto e un altro piccolo argine che andava verso la palude. La trasformazione fondiaria fu facile e pronta trattandosi di terreni relativamente alti, vicini alla allora recente, ma oramai affermata, bonifica consortile di Croce.
Negli stessi anni altri 300 ettari di palude furono prosciugati alle Trezze, alle “Porte grandi del Sil”, Comune di San Michele del Quarto, dalla Ditta Levi. Fu quella

una delle [bonifiche] meglio riuscite per rapidità e regolarità della trasformazione. Compresa inizialmente fra il Sile e il Fossone, dal Canale Vela al Canale Lanzoni, si estese indi anche in destra del Canale Vela fino a Portegrandi. L’idrovora scaricava nel Canale Fossone, ed un sottopassante il Canale Vela collegava le due sezioni. Le due turbine idrauliche che prosciugavano i terreni erano azionate da una motrice a vapore.
[L. Fassetta, La bonifica nel Basso Piave]

Musile rispose con i 50 ettari della bonifica Caberlotto (1885) presso la Piave Vecchia, in sinistra dell’argine San Marco.

L’impresa della bonifica alle “porte grandi del Sil”, “rapida e regolare”, acquistò i connotati di un’epopea tragica e grandiosa: gli scariolanti che strappavano la terra all’acqua convinti di lavorare per se stessi, si esponevano allo sfruttamento di un padrone che giocava al ribasso sulla loro pelle; il dramma di centinaia e centinaia di poveracci che per un tozzo di pane furono disposti a svendere il proprio lavoro in condizioni di schiavitù e ad affrontare la malaria, è raccontato benissimo nei primi capitoli di Mala aria, di Antonella Benvenuti, per la Helvetica Edizioni.

Lo scavo del canale della Vela si rivelò rimedio decisivo ai danni causati dal Taglio del Sile duecento anni prima, poiché garantì il deflusso delle acque del Sile in laguna nei pressi della località Trezze, migliorando lo scolo del Consorzio Vallio-Meolo, le cui acque, rigurgitate dal Sile, mantenevano livelli troppo sostenuti. Quando poi fu costruita la botte sottopassante il fiume alle Tresse (1888) anche il Canale Lanzoni riprese a scaricare in laguna con notevole sollievo della zona a levante del Canale Fossetta.


“Il Gazzettino”

Il 20 marzo 1887 era uscito il primo numero de “Il Gazzettino”, fondato da Giampiero Talamini: una copia costava 2 centesimi a Treviso e 3 centesimi in provincia: il giornale si proponeva di combattere la reazione politica e clericale (“È preciso dovere della democrazia combattere il clericalismo”), la immoralità e la miseria. In diocesi e nelle parrocchie finì ovviamente per essere considerato cattiva stampa.

Anche oggi è considerato tale da chiunque sia dotato di un minimo di equanimità.

La visita pastorale del 1888

Domenica 4 novembre si tenne dunque la visita pastorale al termine del ‘decimosettimo itinerario’ che prevedeva il giro della Forania di San Donà di Piave. Il fatto che la visita a Croce avesse luogo di domenica indica l’importanza della parrocchia tra le circonvicine.

1889: ancora il Piave

Il 12 ottobre si verificò una piena imponente della Piave, la massima mai osservata nel tronco mediano da Zenson a Intestadura (raggiunse a Zenson m. 10,74). Verso sera la piena cominciò a scalzare l’argine maestro alla fronte Moretto sopra Musile producendo una breccia che poi si estese fino a 200 metri circa in ampiezza. L’acqua ben presto riempì il bacino fra l’argine maestro e quello di San Marco, che durante la notte venne squarciato per sormonto in due punti; crollarono due case, ci furono dieci morti. Le acque inondarono un vasto territorio correndo nella campagna coll’altezza di 4 metri.

o – o – o – o

Nel tentativo di realizzare una restaurazione cristiana cattolica, papa Leone XIII fin dall’inizio del suo pontificato aveva operato per consolidare la compattezza dottrinale del mondo cattolico; riaffermata la tesi della «indifferenza» della Chiesa rispetto alle forme di governo, ma ribadita la condanna delle moderne ideologie politico-sociali e specialmente del socialismo, egli intese instaurare rapporti con gli Stati nazionali; si rendeva conto che, in un mondo sempre più turbato dai conflitti internazionali di tipo imperialistico e dalle lotte tra le classi, la chiesa e le forze cattoliche, organizzate nei singoli Stati, potevano rivendicare per sé un’essenziale funzione stabilizzatrice ed equilibratrice. Per concretizzare questo progetto, papa Pecci capì che la Chiesa doveva pronunciarsi sulla questione del secolo: il problema sociale. È ciò che il papa fece promulgando nel 1891 l’Enciclica sulla condizione degli operai Rerum Novarum. I capisaldi dottrinali erano la rinnovata condanna delle soluzioni socialiste e collettiviste, la difesa e salvaguardia della proprietà privata, l’indicazione dei compiti dello Stato nel senso di una speciale tutela per le classi più deboli, l’esortazione ai cattolici di incrementare l’attività organizzativa, mediante associazioni «sia di soli operai, sia miste di operai e padroni».

La Vita del popolo

Il 3 gennaio 1892 uscì il primo numero del settimanale “La Vita del popolo” che veniva ceduto o gratis o a un minimo prezzo (2 centesimi).

A fine anno avrebbe avuto già una larga diffusione in tutta la diocesi.

Nel 1892, terminata la visita pastorale, il vescovo Apollonio mandò la sua prima relazione a Roma, da cui risulta che in diocesi vi erano 335.000 anime suddivise in tre città e 216 villaggi. Le parrocchie erano 207, 8 le curazie e vi erano ben 314 oratori.

Lo stesso anno il vescovo di Padova Callegari declinava la nomina a patriarca di Venezia e suggeriva al papa di promuovere a tale carica il suo antico pupillo trevisano, ora vescovo di Mantova, Giuseppe Melchiorre Sarto.

Il nuovo stato italiano, guidato dal bigamo Crispi, si dimostrava fortemente anticlericale. Le leggi civili – si lamentava il vescovo Apollonio – procuravano forti ostacoli a un corretto esercizio dell’attività pastorale, e ne faceva un breve elenco: il servizio militare imposto ai chierici, la soppressione delle decime, le gravose tasse imposte al beneficiato, il placitum governativo che veniva concesso solo dopo nove mesi dalla vacanza del beneficio, l’amministrazione del beneficio data al parroco dopo uno o anche due anni, nessun contributo economico al vicario spirituale, il non tener spesso conto dei nomi proposti dal parroco per la fabbriceria.

L’azione principale del vescovo Apollonio era stata rivolta fin da subito al seminario e al clero. Il seminario di Treviso era uno dei migliori d’Italia. Quanto al clero, quell’anno esso contò tra i suoi nuovi membri Natale Simionato: il 12 giugno 1892, nella cattedrale di Treviso, il seminarista di Sdràussina divenne infatti “don” e fu inviato come cappellano a San Donà.

Nel 1895 fu inaugurata una linea telefonica intercomunale tra San Donà e Cavazuccherina (l'attuale Jesolo).

Lunedì 14 luglio 1902 alle 9,47 crollò il campanile di San Marco, così, da un momento all’altro, senza preavviso, e senza vittime per fortuna. La notizia giunse a San Donà il giorno successivo.
A proposito della sua ricostruzione, “dov’era e com’era” disse nei giorni successivi il patriarca di Venezia, il cardinal Sarto.
Quell’anno i matrimoni a San Donà furono .... E sarebbero durati tutti perché una petizione contro l’introduzione della legge sul divorzio raccolse in tutta Italia tre milioni e mezzo di firme.

Nel febbraio 1903 Roma veniva collegata telefonicamente all’Italia settentrionale. La proposta di statalizzazione delle ferrovie, sottoscritta dall’estrema sinistra, veniva bocciata dalla Camera il 3 giugno; in ottobre, in seguito a una serie di scandali, il governo Zanardelli fu costretto a dimettersi e il nuovo incarico fu affidato a Giolitti; al governo però non aderirono né socialisti né radicali.

Muore il papa. Viva il papa

Il 20 luglio, dopo 25 anni di pontificato, morì papa Leone XIII e l’intera cristianità cattolica cadde in lutto. Il vecchio secolo era definitivamente chiuso. Chi sarebbe stato il successore? Il favorito del conclave, che si aprì il I agosto 1903, era il segretario di Stato, il cardinal Rampolla, ispiratore della politica francofila della Santa Sede; se fosse stato eletto, molto probabilmente avrebbe proseguito la linea politica del papa della “Rerum novarum”. La presentazione di un veto nei suoi confronti da parte dell’imperatore Francesco Giuseppe tramite il vescovo di Cracovia destò più meraviglia che altro: al terzo scrutinio Rampolla mantenne infatti la posizione di testa, come a dire che il veto produsse al limite l’effetto contrario; ma fu chiaro a tutti che il Rampolla non avrebbe raggiunto la maggioranza perché più di un terzo del conclave gli era implacabilmente contrario.
Il cardinal Sarto da Venezia, a un porporato francese che gli aveva pronosticato che non avrebbe mai potuto diventar papa perché non sapeva il francese, aveva risposto: «Grazie a Dio, e poi ho comprato il biglietto di andata e ritorno!» Ma mentre i cardinali facevano finta di portare avanti la candidatura imperiale del cardinal Gotti, cominciò a circolare tra gli elettori proprio il nome del patriarca di Venezia, che aveva fama di uomo profondamente religioso. Ci fu forse un tentativo di intimidazione, per via di avvelenamento, molti cardinali si sentirono male durante l’ultima notte, cosicché nel mattino furono fatte cinquanta ordinazioni in farmacia. Le quotazioni del patriarca di Venezia aumentarono: «Per l’amor di Dio, dimenticatemi, non ho le qualità per fare il papa» supplicò i cardinali, che invece lo elessero al settimo scrutinio il 4 agosto. Dopo esser scoppiato in lacrime, rispose: «Accetto, come si accetta una croce». Ma in tutto il patriarcato di Venezia fu la gioia, e anche nella diocesi di Treviso, perché papa Sarto, era di Riese.

Al Patriarchio di Venezia gli successe monsignor Aristide Cavallari, e fu lui che, il 15 ottobre a Noventa, cresimò 139 bambini, molti dei quali di Croce accompagnati da don Natale. Un’altra decina di bambini il paroco li accompagnò il 13 novembre dal vescovo Apollonio a Treviso, il 19 novembre altri cinque e il giorno dopo ben 127, a San Donà.

Morte del vescovo. Nuovo vescovo

L’anno si concluse con un nuovo dolore per la diocesi: in dicembre morì il vescovo Giuseppe Apollonio.

Nella necessità di nominare il successore di Apollonio alla cattedra della “sua” Treviso, papa Sarto si ricordò di frate Andrea Giacinto Longhin, un cappuccino di Fiumicello di Campodarsego (Padova) che godeva di buonissima fama e il 16 aprile 1904 lo nominò vescovo di Treviso, compiacendosi di avere “scelto uno dei fiori più belli dell’Ordine dei cappuccini” per la propria diocesi; il giorno dopo lo consacrò vescovo a Roma. I sandonatesi ricordarono che frate Andrea era già venuto in paese a predicare in uno degli anni passati; e già allora aveva fatto l’impressione di un santo. La soddisfazione nel clero e nella popolazione diocesana tutta non poteva essere più grande: un vescovo “nostro” era donato alla “nostra” diocesi da un Papa “nostro”.
Il vescovo Longhin si insediò a Treviso il 6 agosto, deciso di essere il buon pastore che non avrebbe risparmiato “né fatiche né sacrifici, disposto a dare” per la sua chiesa tutto il suo “sangue e la vita stessa”.

Vicende nazionali...L’8 luglio l’istruzione obbligatoria era stata protratta (nominalmente) fino al dodicesimo anno di età.
A metà settembre fu proclamato uno sciopero generale che da Milano si estese sino a Roma, il primo sciopero generale della storia d’Italia. Sciolte le camere, in novembre si tennero nuove elezioni che registrarono la sconfitta dell’estrema sinistra e una forte ascesa del partito socialista, in particolare della corrente riformista.

1905

All’inizio di giugno il fisico Einstein spiegava, tramite la teoria dei quanti, l’effetto fotoelettrico, ossia perché la quantità di elettroni emessi da un colpito dalla luce, sia inversamente proporzionale alla lunghezza d’onda della luce stessa e non dipenda dall’intensità di radiazione. Alla fine del mese il genio di Ulm spiegava la sua teoria della relatività: dato che la velocità della luce è la stessa in qualsiasi sistema di riferimento, spazio e tempo devono essere “relativi”. Erano notizie di un altro mondo.
Tra le due pubblicazioni si inseriva temporalmente l’enciclica di papa Pio X “Il fermo proposito”, con la quale papa Sarto delineava la necessità della partecipazione del cattolici alla vita pubblica, per il “supremo bene della società”, limitando il principio del non expedit stabilito in occasione delle elezioni dell’anno prima.

La visita pastorale pastorale del 1905

Le parrocchie erano state invitate a preparare la prossima visita del vescovo con un triduo di esercizi spirituali, perché “Lo scopo della visita deve essere solo quello del bene delle anime. Il pranzo e la cena siano frugalissimi, con la presenza dei Sacerdoti residenti in Parrocchia. In questa occasione venga amministrata la Cresima, non la Prima Comunione; i fedeli ricevano dalle mani del Vescovo l’Eucaristia”.
Il parroco Giovan Battista Bettamin...

1906

In febbraio, alla caduta del governo Fortis subentrò il governo Sonnino. Al Metropolitan di New York, nell’opera Fedora in cui cantava il tenore Caruso, grave scandalo suscitò il bacio in scena tra i due protagonisti.
In pubblico dava scandalo anche il bacio tra fidanzati. Nelle storie d’amore della campagna crocese raramente entravano i baci.

[inserire il racconto delle modalità di corteggiamento e di fidanzamento dell’epoca]

Caruso fu subito punito: il 18 aprile San Francisco fu distrutta da un violento terremoto e dal susseguirsi degli incendi provocati dal sisma. Il tenore, in città per cantare la Carmen, uscì fortunatamente incolume dall’albergo in cui alloggiava. I baci sono leciti solo all’interno del matrimonio.

1907

Il 15 aprile il sacerdote Romolo Murri, fervido sostenitore dell’impegno politico dei cattolici, fu sospeso a divinis. Un mese dopo l’opera Les Demoiselles d’Avignon di Pablo Picasso segnava l’inizio del Cubismo.
In diocesi il vescovo Longhin, viveva in austerità e povertà cappuccina, e si distingueva per l’importanza che dava all’annuncio della parola. Sull’esempio del suo papa (Pio X), il “vescovo del catechismo” assecondava l’ansia apostolica dell’insegnamento del catechismo ai fanciulli, nei circoli delle associazioni giovanili e agli uomini cattolici, con gare di cultura, giornate di studi, scuole di catechisti. Amava e seguiva come un padre i suoi sacerdoti, avendone specialissima cura sin dal seminario, predicando ritiri mensili ed esercizi spirituali, seguendoli per le 213 parrocchie. Il 12 agosto 1907 papa Sarto lo definì: «...uno dei miei figli primogeniti, che ho regalato alla diocesi prediletta, ed esulto tutte le volte che mi si riferiscono le lodi di lui, che è veramente santo, dotto, un vescovo dei tempi antichi, che lascerà nella diocesi un’impronta indelebile del suo zelo apostolico».
Ma il papa in quei giorni era preso da altre preoccupazioni: l’8 settembre, con l’enciclica Pascendi dominici gregis condannava il “Modernismo” che si prefiggeva la critica ai Testamenti per sottrarla alla rigidità del dogma: si comincia col criticare una cosa secondaria e si finisce per mettere in discussione tutto.

Il 17 ottobre l’Europa e l’America erano collegate da un regolare servizio radiotelegrafico.

1908

L’Impero Austroungarico si annetteva la Bosnia-Erzegovina e la Serbia si mobilitava perché vedeva sorgere ostacoli alla creazione di una Grande Serbia. Il 28 dicembre un violento terremoto distrusse Messina: centocinquantamila le vittime.

1909

Il 7 marzo 1909 si tennero le elezioni politiche, una settimana dopo vi furono i ballottaggi, su quasi tre milioni di maschi aventi diritto votarono un milione e novecentomila elettori, si registrò il successo dell’estrema Sinistra ma la maggioranza giolittiana – i Ministeriali – rimase sostanzialmente intatta.

1910

Nel 1910 Pio X emanò il suo catechismo che generazioni di bambini avrebbero imparato a memoria. (Clicca QUI per leggerlo)
Pio X emanò anche un ‘Motu proprio’ riguardo alla concessione delle indulgenze, in seguito al quale la Curia di Treviso avviò una ricognizione delle reliquie e dei documenti originali presenti nelle varie chiese parrocchiali.

1911

Il 4 settembre cominciava la guerra di Libia contro la Turchia. E vi parteciparono pure soldati di San Donà.

1913

Seconda visita pastorale del vescovo Longhin

Il 15 febbraio 1913 monsignor Giovan Battista Bettamin accoglieva per la seconda volta il vescovo Longhin in visita pastorale a San Donà.

Il 26 ottobre si tennero le prime elezioni a suffragio universale maschile in Italia. Gli elettori improvvisamente erano passati da tre a otto milioni. Votarono in 5.100.165, i socialisti quasi raddoppiarono i loro seggi, ottenendone 79, 73 andarono ai radicali, 17 ai repubblicani, 304 ai liberali. I cattolici, sui quali pesava il non expedit, poterono entrare in parlamento con la formula “cattolici deputati sì, deputati cattolici no”. Non sappiamo da che parte si schierò monsignor Bettamin.

1914

Il 1914 cominciò freddissimo, tanto che la laguna veneziana gelò. Nella notte tra il 15 e il 16 gennaio una tremenda nevicata ricoprì il paese.

La grande guerra

Guerra! Il 28 giugno 1914 uno studente serbo uccise a Sarajevo l’erede al trono imperiale Francesco Ferdinando e la moglie, e l’Austria ne approfittò per lanciare un ultimatum alla Serbia perché entro 48 ore reprimesse tutti i Movimenti contro l’impero; il ministro degli Esteri italiano San Giuliano scrisse agli ambasciatori italiani a Vienna e Berlino che l’Italia non avrebbe avuto obbligo di intervento se l’Austria avesse dichiarato guerra, dato il carattere difensivo della Triplice Alleanza. La Russia si schierò al fianco della Serbia, il 28 luglio l’Austria dichiarò guerra alla Serbia, la Germania lanciò ultimatum alla Russia e alla Francia e dichiarò guerra alla Russia, Vittorio Emanuele III spiegò in un telegramma al Kaiser Guglielmo II i motivi per cui l’Italia si sarebbe adoperata per la pace, facendo gli auguri più cordiali a lui e alla Germania, il Kaiser bollò come menzognere e impudenti tali affermazioni, e dichiarò guerra alla Francia, con l’intenzione di far varcare alle proprie truppe i confini del Belgio, che pure aveva negato il passaggio; all’ultimatum britannico di rispettare la neutralità del Belgio il Cancelliere tedesco dichiarava «I trattati non sono che pezzi di carta», segnando l’ingresso in guerra della Gran Bretagna contro la Germania.

Il 9 agosto, in una lettera “segretissima” al presidente del Consiglio Salandra, il ministro degli Esteri San Giuliano ipotizzava l’ingresso in guerra dell’Italia a fianco dell’Intesa solo “quando si avrà certezza di vittoria”. Questo era un ragionar da intelligenti! Il compenso dell’Italia sarebbe stato il Trentino. Più intelligente ancora sarebbe stato pensare alla pace. Come se presentisse l’arrivo della catastrofe, il 20 agosto morì Papa Pio X: un grave cordoglio colpì la cattolicità intera, e in particolare le diocesi di Treviso e Venezia. Sincero fu il cordoglio che don Natale comunicò durante la messa ai parrocchiani. Il 5 settembre saliva al soglio Benedetto XV, Giacomo della Chiesa. Il 20 settembre gli interventisti democratici dimostrarono a favore della guerra, il giorno dopo, su indirizzo di Mussolini, i socialisti approvarono un manifesto contro la guerra e l’Osservatore romano scriveva: “Noi cattolici siamo per la neutralità e crediamo che sia un delitto contro la Patria quello di gonfiare la portata degli interessi italiani che possono essere danneggiati, solo per spingere il Paese in avventure dalle quali non potrebbe ritrarre che sventure nuove e nuove rovine”. Il generale Cadorna sollecitava il Presidente del consiglio Salandra a rinviare l’entrata in guerra dell’Italia perché l’esercito non era in condizioni favorevoli.

Il 12 settembre Cesare Battisti pronunciava un discorso a Torino, riportato il giorno seguente sulla Stampa: «Il Trentino è baluardo naturale dell’Italia. Il Trentino ha 14 porte verso l’Italia e solo una verso l’Austria. Noi vogliamo murata la porticina e aperte le 14 porte che danno nel giardino d’Europa. Così Trieste. È il porto del Levante. È il porto naturale delle terre liberate dal giogo turco, i nuovi granai d’Europa. D’altra parte se anche Trento e Trieste avessero da perderci che importa? Se anche Trieste dovesse divenire un nido di pescatori, lo divenga pure, ma unita all’Italia...» Fu un peccato che nessuno gli dicesse che avrebbe potuto dedicarsi alla scrittura di romanzi gialli.
Che pensava don Natale della questione di Trieste? Non sappiamo.
Sull’ “Avanti!” Mussolini, che in precedenza si era espresso a favore della neutralità, scriveva a favore dell’intervento in guerra. La direzione socialista respingeva la posizione di Mussolini redigendo un manifesto contro la guerra. Mussolini di dimetteva da direttore dell’ “Avanti!”