STORIA di SAN DONÀ
dal 1940 al 1945
Gli anni della II Guerra Mondiale


Non dirò nulla di nuovo su San Donà che già non sia stato detto o pubblicato altrove, né saranno inedite le immagini che troverete, molte delle quali devo alla gentile concessione del signor Girardi, che mi ha concesso di pubblicare quelle dell'archivio del padre Gino. Spero che mi venga solamente riconosciuta la fatica di aver ordinato e presentato il materiale esistente sulla piazza in maniera fruibile al grande pubblico degli utenti del web.

1940



Via Vittorio Emanuele (attuale Corso Silvio Trentin)

1940: entrata in guerra

Nel 1940 l'Italia entrava in guerra a fianco della Germania nazista. E mal gliene sarebbe incolto.

Il 5 ottobre 1940 Hitler sospendeva l’operazione “Leone marino” e dieci giorni dopo, in prima mondiale, usciva il film “Il Grande Dittatore” di Charlie Chaplin, il primo in cui lo stesso Chaplin parlava (e derideva il Fuhrer e il Duce); in Italia veniva impartito l’ordine di ignorare la pellicola.

Nuovo liceo a San Donà

Il 16 ottobre 1940 veniva aperto il Liceo scientifico di San Donà dedicato all’eroe dell’aria Crico. Tra i 6 [o 7?] iscritti del primo anno c’era Giorgio (Gae)Tano Rorato, futuro medico condotto di Croce.
Il 19 ottobre veniva ribadito un divieto già precedentemente imposto: quello di pubblicare avvisi mortuari dei caduti in guerra.

1941


In seguito a un decreto del Regime "una via non secondaria" di ogni comune avrebbe dovuto essere intitolata alla Capitale, e a San Donà fu deciso di intitolare a Roma la via Maggiore, che dunque cambiò nome: da Via Vittorio Emanuele a Via Roma
(e l'avrebbe cambiato ancora dopo la guerra, nell'attuale Corso Silvio Trentin)

Il regime cercava di stringere tutta la popolazione sotto l’idealità della lotta e della guerra e il 10 gennaio 1941 XIX in tutta Italia furono organizzati i Littoriali Maschili e Femminili del Lavoro.

Gli Italiani venivano attaccati dalle truppe britanniche in Eritrea e da quelle britanniche e australiane a Tobruk (21 gennaio), che il giorno dopo cadeva in mano britannica.

Il 26 febbraio le truppe britanniche entravano anche a Mogadiscio, nell’Africa Orientale Italiana: la guerra era per gli Italiani un vero disastro. E tuttavia le notizie che circolavano erano molto più ottimistiche.

Il 21 giugno 1941 la Germania aveva dichiarato guerra all’URSS: era l’Operazione Barbarossa, attacco di proporzioni gigantesche portato da 145 divisioni germaniche contro 170 divisioni russe. I tedeschi ottennero subito grandi successi, l’URSS fu costretta ad abbandonare la Polonia e gli stati baltici attestandosi sulla linea Stalin. Il 24 le truppe dell’Asse entravano a Brest-Litovsk, il 28 a Minsk, il 30 a Leopoli e a Riga, il 5 luglio la Wehrmacht raggiungeva il fiume Dnepr.

Il 6 settembre iniziava l’assedio di Leningrado da parte della Wehrmacht.

1942

1943


1943: Piazzetta Trevisan


Interno del duomo


Via Italo Balbo (che dopo la guerra sarebbe divenuta Via XIII Martiri)

L'8 settembre 1943

Dopo l'8 settembre 1943 nacquero le prime formazioni partigiane, alle quali negli ultimi due anni di guerra aderirono centinaia di Sandonatesi. Nel gennaio del 1944 una bomba a orologeria fu fatta esplodere nella Casa del Fascio. L'azione portò all'arresto di undici partigiani sandonatesi, che sarebbero poi stati fucilati per rappresaglia a Venezia il 28 luglio 1944 in seguito all'attentato di Ca' Giustinian. Nel luglio 1944 iniziarono i primi bombardamenti su San Donà. Il 23 settembre furono colpiti il ponte della ferrovia, il Ponte della Vittoria e gli edifici vicini. Il 10 ottobre la città fu nuovamente sottoposta ai bombardamenti: durante le incursioni aeree furono danneggiati il Palazzo Municipale, la Pretura, il carcere mandamentale, e un centinaio di edifici privati, mentre furono completamente rasi al suolo il Teatro Verdi e l'Ospedale Umberto I.

1945: verso la Liberazione

Mons. Luigi Saretta, arciprete di San Donà, che era rimasto assieme alla popolazione durante tutti gli anni anche di questa guerra, in particolare durante i tragici bombardamenti degli alleati che avevano colpito San Donà a partire dal luglio 1944 e che erano continuati in questo 1945, con numerose vittime tra i civili, oltre che ad ingenti danni alle opere (il ponte sul Piave, così si esprimeva il 1 aprile 1945: “Auguro a tutti buona Pasqua. Siamo ancora in mezzo alle tribolazioni, agli spaventi e alla morte, ma coraggio! Con l'aiuto di Dio, supereremo tutte le prove e tornerà finalmente il giorno della pace e della gioia…“
Una settimana dopo, l'8 aprile, sempre dalle pagine del Foglietto parrocchiale, raccomandava di rimanere “attenti alle farfalle volanti”, gli ordigni lanciati dagli alleati che avevano già causato la morte di un giovane.
Il 15 aprile, quando ormai soffiava l'aria della liberazione, mons. Saretta ammoniva i fedeli a non cadere nella tentazione dell'odio e della vendetta che potevano scatenarsi: “L'ora che passa è arroventata da un clima di odio e di vendetta… Il nostro cuore è straziato, più che dalle rovine e dai quotidiani spaventi della guerra, dalle voci e dai propositi di vendetta che risuonano minacciosi anche in mezzo al popolo cristiano… Ciò è spaventoso: l'omicidio volontario è un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio. Bisogna finirla. Basta col sangue…“ Nelle giornate che seguirono, sicuramente questo monito fu tenuto presente (molti dei partigiani erano giovani cattolici, conosciuti da Saretta), visto il contenuto numero di vittime negli scontri nel Sandonatese.

La Liberazione

Alle 8 del mattino del 25 aprile 1945, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI), il cui comando era riunito nel Collegio Salesiano Sant'Ambrogio di Via Copernico a Milano, decise l'insurrezione contro i nazi-fascisti. Sandro Pertini esortò dalla radio tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia, facenti parte del Corpo Volontari per la Libertà, ad attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa, giorni prima dell'arrivo delle truppe alleate:

«Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l'occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine…» (dal proclama di Sandro Pertini del 25 aprile 1945).

Bologna era già stata liberata il 21 aprile. Genova aveva iniziato l'insurrezione il giorno prima, il 24 aprile, e già il 25 i tedeschi si arrendevano ai partigiani. Quello stesso giorno iniziò l'insurrezione a Milano, mentre a Torino il 26 aprile.

Anche a San Donà e in tutto il territorio le forze partigiane si mobilitarono. Dal 26 al 29 aprile (giorno dell'arrivo – nel tardo pomeriggio – delle forze alleate americane e neo-zelandesi) in diversi luoghi del Basso Piave (San Donà, Musile, Noventa, Eraclea, Caposile…) ci furono scontri e combattimenti tra partigiani e forze nazi-fasciste (composte da tedeschi e italiani), con morti tra i partigiani, militari e civili inermi. In particolare, il pomeriggio del 26 aprile i partigiani (molti erano giovani cattolici) fecero prigionieri tutti i tedeschi di San Donà: rimasero uccisi negli scontri tre partigiani e un militare tedesco. La Caserma San Marco (che si trovava nel luogo degli omonimi Giardini) e l'Oratorio Don Bosco (i Salesiani erano sfollati a Casa Montagner nella seconda settimana di ottobre 1944 e vi sarebbero ritornati l'8 maggio '45) divennero le affollate prigioni per le milizie catturate dai partigiani (all'Oratorio furono rinchiusi oltre mille prigionieri tedeschi).
Il 26 aprile sarebbe stato pertanto ricordato come il giorno della liberazione di San Donà (come inciso in una lapide marmorea collocata sotto il porticato del Municipio).

Entro il 1º maggio tutta l'Italia settentrionale era liberata. La resa definitiva delle forze nazifasciste all'esercito alleato, che segnò la fine della guerra sul territorio italiano, si ebbe il 3 maggio, come stabilito formalmente dai rappresentanti delle forze in campo con la firma della resa di Caserta (29 aprile 1945).
Finalmente il desiderio di pace e libertà si concretizzò un paio di settimane dopo e, dalle pagine del Foglietto Parrocchiale del 13 maggio, il Parroco poteva esprimere il suo giubilo e fede, memore del voto fatto alla Vergine nel cortile dell'Oratorio il 24 settembre 1943:

“Finalmente liberi e riuniti con la nostra Patria! In quest'ora solenne desiderata e conquistata con tanti sacrifici e con tanto sangue, il nostro primo pensiero deve essere di riconoscenza a Dio e alla Celeste Protettrice. La Madonna ci ha salvato! A Lei ci siamo rivolti fino dal 24 Settembre del 1943 e per venti mesi in ogni casa e in tutte le manifestazioni religiose, con gli occhi gonfi di lagrime e le anime sazie di angoscia e di terrore, ogni giorno l'abbiamo invocata: Maria, Madre, salvaci! Salva la Parrocchia, salva i nostri figli, salva la nostra Patria; salva, solleva, conforta i nostri cuori affranti. E Maria ci ha salvato! (…) Non so quante incursioni siano state compiute contro la nostra Cittadina, dal mese di luglio dell'anno scorso fino all'ultima sera spaventosa, prima della liberazione. Furono sganciate migliaia di bombe e spezzoni. S. Donà avrebbe dovuto esser distrutta. Invece… le sue rovine sono molte, ma la struttura della Cittadina del Piave è intatta e in poco tempo potranno essere cancellate le sue dolorose ferite. Maria ci ha salvato! (…)“