2008

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Gennaio


 Influenze


 Dopo le prove


 Quarant'anni...

 

Febbraio


 Al capezzale di mamma Rosa


 La carica dei SUVini


 Nano, ma co un c.... cussì


 "G" maiuscola


 Re Mida al contrario


 Pensieri Fini


 Effetto fotoelettrico dell'intelligenza

 

Marzo


 El Conte


 Baffetti da sparviero


 L'Ale Pacifica


 Zang Tumb Tumb


 Alè... Sandro Boso


 Super Zippo


 Nonno Gallo


 Colella nei Mari del Sud


 A Gigia tuta a vita Morando


 Perez


 A gaina che canta


 A Claudia sta tutta


 Eleonora, fon che te baso


 El pallavolista daa vista fioca


 A Maria Giovanna Sg


 L'elio dea Marzia e dea Nico


 El Svizzero


 L'Autore


 La simultanea


 L'incomputer

“Cara mama, caro papà
grazie 
de verme fat nassa qua,
tra sta me zente, forte, coragiosa
bona”.
       LISA DAVANZO

31 marzo 2008 Prima ancora di dare un’occhiata alla lapide commissionata dagli allievi e benedetta religiosamente in chiesa durante la messa di ieri, sapevo già che vi era il fatidico errore: me l’aveva rivelato Gus.


 El paese del bon odor

Aprile


 El m'ha ciamà casa, Casini


 Il ghenòdoco


 La contessa e lo scimmione


 Da far tremar le vene ai polsi


 Vignetta o quadro


 Fratello Norton


 Brunetta


 Prospettive

 

Maggio


 Vent'anni dopo


 Coi miei libri non scritti

 

Giugno


 Sensazione


 Brunetta 2

 

Luglio


 Ritagli e Marcegaglie


 Garfagna


 In morte di Karl Unterkircher


 B&B 'La coccinella'

 

Agosto


 Dello scriver libri di storia


 Riposo dae vacanze

 

Settembre


 Gratta e vinci


 Le mille Pivetti


 Materia e forma


 La terapia del sorriso

  

12 ottobre 2008
Sogno

Non so da dove Federica fosse saltata fuori, presso la casa dei miei genitori; ma avevo piacere di vederla, da lungo tempo, e anche lei mi pareva avesse piacere di vedere me; volevo portarla in un posto tranquillo per baciarci e spogliarci, lontani da sguardi indiscreti, dietro la casa, dove c’era un’officina, inesistente nella realtà, buia quanto bastava per esser fuori dagli sguardi indiscreti di mio padre che passeggiava sul lato della casa; ma improvvisamente l’officina era grande, occupava entrambi i piani della casa ed era aperta sul retro, quasi un maxiportico ed improvvisamente mio fratello Erico accendeva la luce per farmi vedere quali e quanti macchinari aveva disposto in quell’officina e quanto ordine ci fosse, ma la luce era nemica a noi che cercavamo intimità, e la trascinai via da lì, e nell’uscire imprecai perché, passando in mezzo ai macchinari, mi sporcai di grasso i pantaloni beige. C’era il garage, per fortuna, poco distante, che era abbastanza riservato e buio e aveva la forma quadrata di vent’anni fa, prima che venisse raddoppiato in larghezza; il pavimento era di cemento, ma non era di ostacolo allo distenderci sul pavimento, e prima di distendermi io mi abbassavo i pantaloni e lei si alzava la gonna e gli slip e da sotto le spuntava un uccello enorme, più grande del mio, e la sua faccia mostrava un lieve disappunto come se finalmente fossimo giunti al redde rationem, come se all’improvviso fossi messo a parte di un segreto che era nell’aria da sempre, e quasi sembrava tornarmi in mente che quel segreto Federica aveva cercato di dirmelo in tutti quegli anni, ed ora era lì, vivo, svettante davanti a me.
Mi sono svegliato ridendo.

Passata è la tempesta
ho dormìo che basta 
e la gallina intravista fora via
che ripete «Sei diverso»

12 ottobre, sera
Ho scoperto che Federica è incinta di sette mesi. Di un maschio.

16 ottobre
Ho sognato la bambina che sostituì ottobre ad aprile
Mi sono svegliato per la tristezza.
Ho letto un’ora per cacciare il sentimento e mi sono riaddomentato a pigreco (3:14)

stesso giorno
N.S.T.N. Sogno

La chiesa sembrava un cantiere aperto, un teatro, oppure il teatro sembrava una chiesa, forse in fase di completamento, forse in fase di demolizione, e dai mattoni accumulati in un punto non ricordo chi prendeva un mattone che era come un panetto di terracotta grezza e lo infrangeva: ne spuntava una custodia, una minuscola valigetta metallica delle dimensioni di un’agenda, che veniva aperta, ma dentro non ricordo più cosa c’era, forse fogli, delle lettere, adesso era un vecchietto che la reggeva con una mano e con l’altra reggeva le lettere e andava a sedersi in un letto in fondo alla stanza, che era più piccola e buia e rialzata rispetto alla necessaria platea del teatro-chiesa. Sul letto era seduto un altro vecchietto, ma più che due vecchietti erano due uomini di avanzata età, e i due parlavano tra di loro per ellissi e sottintesi e sembravano comprendersi e saperla lunga; parlavano un dialetto consapevole, una lingua profondissima ed umana, ben diversa dal dialetto di Andrea Zanzotto (visto in tivù qualche sera prima) che sembra la parlata di un illetterato che tutta la vita ha cavato su pannocchie dal campo e ti sorprendi che abbia scritto le poesie che ha scritto, ma che dal vivo, quando racconta le sue intuizioni, sembra il nonnino tardo, cosa che i due non parevano e certamente non erano: una composta tranquillità, in una situazione e in un momento della loro vita, della Vita, che doveva essere difficilissimo, aiutati in questi da una cultura che doveva esserCi, era la cifra non nascosta e necessaria della loro saggezza. Quello dei due che leggeva (era quello che aveva rotto la mattonella con dentro la valigetta o l’altro?) leggeva di una donna bella, bella da far paura e la citava con la sigla con cui era citata nella lettera: N.S.T.N.; e i due sorridevano all’acronimo, ed io che non lo capivo ne chiedevo il significato, e allora quello che era rimasto seduto tutto il tempo iniziava la spiegazione: “Nostra Signora Tutta…” e lasciava di completare, ed io che al sentire i loro racconti me l’ero immaginata, capivo che l’ultima “N.” stava per “Nuda”, perché così l’avevo immaginata, corrente tra la verzura di un bosco, come la donna di Nastagio dell’omonima boccacciana novella, illustrata da… Piero della Francesca? Allo stesso modo l’avevo immaginata, come nel quadro del pittore di Borgosansepolcro. Ed intanto pensavo alla potenza della nudità, al male che può fare una donna bella che seduce nuda…
Le donne belle andrebbero osservate a lungo dopo che ci hanno lasciato, finiremmo per scorgerne le debolezze e le noie, che tutte ne hanno e tutte ne fanno, per non portarci dentro il dramma di una presunta perfezione – almeno a noi e per noi – irrimediabilmente perduta, che ci rammarica a lungo la vita.

Novembre


Ho caro perda anca mi


Giura di tener da conto


Piove, piove, ...


Quando leze de odifreddi


S'è sciolta Forza Italia


Mai compìo mi

 

Dicembre


 Do tre tori porzèi


 Sonetto nano 3


 Di strada


 A La Russa che véa ciapà l'impegno


 Prudente


 Prudente acrostico

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