I quadrati del “circo” di Aymonino
a San Donà

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La quasi totalità della gente che sembra cattiva
non è cattiva, è solo ignorante
.
Carlo Dariol


Quando nel 1995, passando dalle parti dell’area ex-Papa, vidi in costruzione il famoso “circo” del romano Carlo Aymonino, di cui avevo sentito parlare e letto sulle riviste di architettura e visto il plastico negli uffici dei costruttori, lo guardai attentamente, ci girai attorno, ammirai la parte tonda opposta a quella quadrata e cominciai, come ogni acquirente credo facesse allora, a misurare con la mente la forma del “Circo”, uguale nelle dimensioni al “Circo di Domiziano”, l’attuale romana Piazza Navona.

Nel dettaglio, guardai con attenzione le facciate, quella rivolta verso l’interno, verso via Spagna, con i plastici avancorpi delle scale,

e quella esterna verso via Trento (e verso via Germania) che per prima avrei visto ogni giorno tornando a casa dal lavoro, la facciata che avrebbe accolto ogni giorno il mio primo sorriso;

e misurai l’una e l’altra facciata in lungo e in largo, dall’alto in basso, misurai i vuoti dentro i pieni, le finestre dentro i vuoti, seguii con gli occhi le linee delle terrazze, le linee delle finestre delle porte-finestre, delle finestre del mansardato... e tutto mi apparve come una sinfonia di quadrati, un quadrato vicino all’altro, un quadrato sovrapposto all’altro, un quadrato dentro l’altro... (lasciamo perdere le cappottine tonde, va...)

E per un attimo, poi per due, poi convincendomi che doveva essere così, credei di riconoscere ciò che Aymonino aveva visto e voluto che si vedesse, ossia una straordinaria e geometrica fuga di quadrati, e mi sentii orgoglioso di aver penetrato la sua idea e la sua visione.

Quando vidi e misurai tutto questo, pensai che Aymonino con la sua idea forte e impositiva della sequenza dei motivi quadrateschi avesse anche voluto impedire che chiunque in futuro si prendesse la licenza di trasformare in qualcosa di sciocco la sua costruzione di volumi in aggetto e volumi a levare.
Con un ritmo geometrico così evidente, chi sarebbe mai stato il beota che avrebbe pensato di chiudere i quadrati vuoti del disegno di Aymonino, o di alterare i quadrati pieni?
Già: chi è l’idiota che “butterebbe fuori una stanza” a palazzo Strozzi, sfruttando il piano-casa del Delinquente? Chi è l’insulso che chiuderebbe la Loggia dei Lanzi per recuperare cubatura?

Amai pensare che le persone che avevano comprato in via Spagna avessero voluto comprare un pezzo di architettura, anzi un pezzo d’arte, perché avevano visto le cose che avevo visto anch’io, perché avevano amato questo posto per le sue geometrie, per la sua bellezza, per tutto ciò che significa e in futuro significherà questo palazzo nella storia dell’architettura…
Decisi che avrei fatto tutti gli sforzi possibili – io che guadagnavo ancor meno del poco che guadagno adesso – per riuscire ad abitare in un tale posto, così gravido di geometrie architettoniche…

Un primo dolore

Potete immaginare il mio dolore, qualche anno dopo che ero venuto ad abitare in via Spagna, nel veder sorgere una fascia trasversale di edifici lungo via Europa con l’omonimo futuro “Parco Europa” concepito in senso est-ovest, quelli e questo contrari alla logica iniziale nord-sud del progetto... Era evidente che si trattava del raffazzonamento prodotto nell’ufficio tecnico comunale quale sintesi tra l’incompentenza degli uomini d’amministrazione e le contingenze economiche del costruttore. Eppur l’avevo saputo che si stava per compiere il misfatto, eppur avevo pensato - appena ne ero venuto a conoscenza - di scrivere all’Ufficio Tecnico per impedire l’assassinio dell’idea. Ma non lo feci: dove lo trovi un genio all’Ufficio Tecnico capace di comprendere questioni di tale finezza?

Poi vennero i patiti della terrazza

Vennero quelli che volevano “chiudersi”, ossia quelli del secondo piano che volevano distruggere il quadrato vuoto per ricavarsi le loro belle terrazze al secondo piano “perché non sapevano dove mettere il bidone della spazzatura”.

Innamorato dei miei quadrati e dell’enorme spazio libero che si apriva sopra la mia testa uscendo dalla cucina, non permisi che venisse deturpata l’opera di Aymonino e votai contro.

Poi venne il signor Mengo

Poi venne il signor Mengo progettista, che - all’epoca del piano-case del Delinquente B - convocò tutti i proprietari della parte tonda (la punta) del “circo” e propose, oltre alle terrazze del secondo piano, anche la ridicolissima idea di avanzare quelle rientranti del primo (con i garage sottostanti) fino al livello di quelle in aggetto, creando una fascia continua di parapetto sopra una fascia continua di portelloni di garage... (una fabbrica!) guadagnandosi sì l’appoggio di qualche poveretto “che finalmente avrebbe saputo dove mettere le scarpe o il bidone della spazzatura” ma anche la commiserazione degli altri.

Non se ne fece nulla perché molti si opposero.

Il periodo delle ritinteggiature

Venne infine il periodo dei restauri e delle ritinteggiature. Ogni gruppo-scala procedette da sé. I furbi e gli oculati si affidarono a “competenti” ditte di tinteggiatori della domenica, che installarono ridicoli cappotti esterni ritinteggiati alla cazzo, senza rispettare la geometria dei quadrati.




Sulla parte esterna addirittura si inventarono un fascione scuro in alto che mai era esistito, a richiamare quello dell’interno che aveva tutt’altro significato...

...distruggengo l’idea di Aymonino.

E così i vari civici “incivici”, smaniosi del cappotto, ora gioiscono delle loro facciate rinnovate e snaturate. Dio li perdoni, perché non sanno quello che hanno fatto.

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