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N.° NEL LIBRO

TITOLO

Sono accessibili solo i racconti per i quali compare il libro aperto. DATA E
ABSTRACT
1131

Arte astratta

14 aprile 2007 Capolavori
1022

Bromuro

24 febbraio 2007 le solite leggende
43

Capri

1997 Bozzetto turistico con finale a sorpresa
1154

Clochard

27 aprile 2007 Cosa pensi...
125

Corvo Bianco

1998 Un'ipotesi sulle gravi malattie di Eltsin.
196

Cos’è perfezione

1999 Sulla perfezione, ovviamente
837

È stato un elefante

28 ottobre 2006 Com’è successo?
288

Gaiotto e Verderame

2001 Dei falsi presentimenti durante la ritirata di Russia
819

Gelosia

9 ottobre 2006 Non è mai troppo tardi
910

Il gobbo che volle esser prete

1998 La volontà può tutto. Col favore di Dio e a dispetto della gerarchia.
5111

Il precettore del figlio di Totti

17 febbraio 2006 Ricatti
5812

Il ritorno del professor Hawking

18 maggio 2006 la teoria del grande pacco
8813

Indovina chi viene a letto

5 dicembre 2006 Appunto, indovina chi c’è di là...
4bis

Kapri en esperanto
(e collazione)

 
16914

La cena di Bùrbia

14 maggio 2009 Ma di che cosa ride?
3915

La cioccolata fa male ai cani

2003 Attenti alle sorprese
516

La giuria

1997 Ma da chi sono formate le giurie dei premi letterari?
3417

Le memorie del maggiore Barbalunga

marzo 2002 Ma cos’hanno capito...
Episodi della ritirata di Russia
7518

L’uomo che lavorò per Dio

13 settembre 2006 Un coniglio fossile tra le rocce del Cambriano
14419

Ma come si fa

17 giugno 2008 Ma che si curi
8420

Maltrattamenti

9 novembre 2006 Suo padre ha commesso un’azione riprovevole...
8521

Materassi

16 novembre 2006 Questi me li bevo...
1522

Miss Italia

1999 Che cos'ha Cristina che tutti corteggiano e nessuno bacia?
5723

Nemesi

maggio 2006 nemesi, appunto
4124

Orazio e Curiazio

2004 Come risolvere le controversie internazionali
27 25

Per 30 denari

2001 Esibizionismo
11626

Tribuna elettorale vicentina

14 maggio 2007 Un gatto attraversò la sala...
2627

Whitlack che vedeva in bianco e nero

2000 Se si ammalano i coni...

non sono stati inseriti nel libro
134

Una giornata di Ivan Isterovich

febbraio 2008 ...
125

Divorzio in chat

2 ottobre 2007 stessa sorte, mille cose in comune
67

La sorella di Zizou

19 luglio 2006 Che lavoro fa?
62

IL scienziato

28 giugno 2006 Lotta di un uomo intellettualmente onesto
13

Palle di vetro

1998 Sull’essenza delle preghiere

POSTFAZIONE
di Sergio Amurri

La realtà dietro le apparenze, lo sbaglio di Natura, l’anello che non tiene. Questa è la logica, che, come un architrave, sostiene 7 e vinti... racconti finti, prova di forza intellettuale da parte di un Autore ormai dotato di una fisionomia ben definita.
Carlo Dariol, perché è di lui, che si parla, deposti endecasillabo, cesura e rima, con il suo ultimo libro presenta la sua faccia più pacata, composta, eppure, al tempo stesso, sulfùrea, al punto tale da risultare perturbante.
Tecnica e cultura sopraffine, in ogni modo, non ne obnubilano la cristallina ispirazione. Semmai la esaltano. Riga dopo riga, le storie si snodano, irresistibili, con l’apparentemente pacata ironia di uno stile semplice e chiaro. Ma dietro l’apparenza, ogni volta, la realtà della vita vissuta – “la realtà della vita vissuta!” – emerge, prepotente, a tratti strafottente, come in un “karamazoviano” (o, se preferite, “wellesiano”, basti pensare alla Signora di Shangai) gioco di specchi infranti. Così, secondo un calcolato gioco alfabetico, alla perfidia di Bromuro fa séguito un perverso ritratto caprese, con dentro “quella” frase simbolica, piccola metonimia dell’intero corpus: “Raramente le buone azioni rimangono impunite”.
Sì, perché la “verità” del matematico di Croce risiede tutta in quelle “sorrise parolette brevi” (così Dante definisce la voce di Beatrice, la quale in Paradiso lo canzona dolcemente, perché il pellegrino ha paura di volare), termini snocciolati con la consueta, apparente, casualità. Presenta sempre il conto la “vita agra” di personaggi comuni in circostanze straordinarie (l’inquietante Withlack, forse alter ego dello scrittore, nell’ultimo capitolo) o di privilegiati (il politico russo, il figlio del campione). Anche se, inutile negarlo, la “resa dei conti” è “solo” amara, implode, proprio come avviene in Cos’è la perfezione: “Papà, io ho sempre giocato, perché piaceva a te, ma il baseball mi fa schifo”, rivela il protagonista e, fateci caso, supera di un salto l’archetipico “Te piace ’o presepe?” – “No!”, che Luca Cupiello e suo figlio Tommasino, ciascuno chiuso nella propria gabbia mentale, continuano a scambiarsi nel dramma natalizio di eduardiana memoria.
E sarà sempre così, perché, giocoforza, il cosmo narrativo di Carlo Dariol è tutto interiore. È il mondo, per dirne una, di un padre, che, con fare “all’apparenza” indifferente, si accosta gattesco al tavolo delle pizzette per non mettere in imbarazzo suor Paola, la quale a sua volta non sa dove guardare. Eppure, invisibile, dentro il cuore di quel padre esplode iperbolico un ossimoro latente, la perfezione di Dio. È, forse, si parva licet, uno dei vertici poetici dell’intera raccolta, per quella sua compassione fin fastidiosa, per quel paradossale suo tenere l’ipocrisia dentro i limiti angusti, odiosi, insopportabili di un sentimento sublime, sì, ma sempre represso, sempre mortificato, sempre “osceno”, nel senso etimologico di ob scaenum, tenuto fuori scena, accennato, intuìto. A parte il fatto che anche l’episodio dello zoo-safari maledetto non è niente male, con quella zampata elefantesca, che “sul suo cuore fu pari a quella sulla carrozzeria”. Molto bello anche Gaiotto e Verderame, che rimanda alle atmosfere monicelliane della Grande Guerra ed intreccia espedienti letterarî efficacissimi intorno al classico concetto di “italiani” combattenti in nome e per conto di una Patria “stupenda e misera”, come avrebbe detto il poeta delle Ceneri di Gramsci.
Sulla stessa falsariga (e quanto “falsa” è, quella “riga”!), sebbene in un contesto del tutto differente, si svolge la crociera di Gelosia con il suo gustoso fulmen in clausula, cioè l’espediente marzialiano della battuta finale presente anche in Ma come si fa. In quest’ultimo caso, tuttavia, il trucchetto alla Marziale, tanto apprezzato dallo stesso Berlusconi, è connotato da una visione cosmica alla Frederic Brown, mentre non meno patetico e toccante è Il gobbo che volle farsi prete. Ancora, e sempre, storie di tutti i giorni, le quali, anche quando sfiorano l’eccezionalità o il personaggio da rotocalco, così come nel mirabile Il precettore del figlio di Totti, poi ripiombano inesorabili nella sfera morale delle “buone cose di pessimo gusto”, con buona pace di Guido Gozzano. Il che vale, a maggior ragione, per il disabile dei disabili, il professor Hawking, fin dal nome falco e re insieme, che, novello “Stranamore”, mette in crisi le traballanti certezze etiche di un solerte, quanto ignobile, funzionario aeroportuale.
E poi storie di povere ambizioni fallite, di tiepidi letti, d’inutili sogni traditi, interrotti solo dalla costruzione perfetta e dall’indimenticabile chiusa de La cioccolata fa male ai cani. Ti chiedi se sia, questo, il punto “G” del patchwork narrativo, ma non fai in tempo a rispondere, ché un altro centro nodale di 7 e vinti... racconti finti si scopre in La giuria, al margine dell’auto-biografico, così come rivela anche la kafkiana iniziale puntata del nome del protagonista (“K.”, come Karl), che direttamente rimanda all’angoscia esistenziale del Processo, ma con un’ansia girata in farsa e, di nuovo, con un narrato straordinariamente terso nella sua circolarità.
D’altra parte, un climax dell’approfondimento psicologico si trova nei credibilissimi “detto-non detto” di Materassi, situazione “buñueliana”, metafora del lager, nella quale il narratore s’immerge in prima persona come un porco tra le mele, coinvolgendo vicini di casa, amici e famigliari.
Sul fondale di cartapesta, si sa, fin dal titolo, 7 e vinti... racconti finti, sorta di scivolamento di senso dialettal-enigmistico, c’è sempre Croce, “piccola patria” municipale, poco più che un villaggio alle porte del grosso centro agricolo, frazione sperduta di provincia brulicante, eppure resa vividamente, leopardianamente universale da quel sottile gioco elusivo, di ripicche, finte, controfinte, sottintesi, che ormai ben conosciamo. E la teoria degli inganni e degli auto-inganni diventa armonia del “tra le righe” in Nèmesi, non a caso una delle storie con il maggior numero di rimandi psico-fisici e corporei, forse la più densa di futuri sviluppi per lo sfondo sociologico, alla stessa stregua di Miss Italia, che a sua volta tocca tangenzialmente l’assurdo establishment dello spettacolo, per poi spalancare, invece, il labirinto misterioso della psiche umana con la grandiosa aposiòpesi finale: “E in quel momento il sentimento di lui si mutò in una smorfia...”, sorta di sphràgis autoriale della stessa serie de “la sventurata sorrise...”. E che dire di Per trenta denari, se non che cela in seno, sorta di serpe proverbiale, un apologo tristissimo, metafora della vita, denso di nouances, ennesima tessera di un puzzle fantasmagorico? Il mondo di Carlo Dariol, con i suoi colori bigi, con le sue voci smorzate, con la sua allegra malinconia, è tutto là, in una frase sospesa a mezz’aria, in una muta richiesta d’affetto, in uno sguardo carico di disperata speranza. Perché lui, Dariol, equivale al suo ultimo personaggio, quello che “amò caratterialmente chi si schierava da una parte o dall’altra. Ebbe amici ed ebbe nemici, collocandoli nettamente entro l’una o l’altra delle due categorie. Ma tra i nemici ebbe coloro che gli altri, i suoi amici, solevano collocare nella categoria dell’indifferenza”. Capito? No? Allora, andate a ripassare il terzo canto dell’Inferno e poi ne riparliamo. Buona lettura.


POSTFAZIONE
dell’Autore

Alla presentazione di Sergio Amurri, che ho apprezzato moltissimo perché centra moltissime allusioni disseminate nel libro (e perché mi fa risultare più intelligente e bravo di quel che sono) mi permetto di aggiungere un breve commento a spiegazione delle mie intenzioni nascoste, che Sergio ha preferito lasciare in diparte per non scrivere un libro sul libro, ma che ritengo di dover comunicare al lettore a finale giustificazione.

Nella postfazione di Amurri non vi è nessun riferimento a due dei primi racconti perché glieli ho fatti avere in ritardo: sono racconti di natura "critica" e criptica, che riflettono sul senso dell’arte e in particolare sul giudizio dell’arte (Arte astratta) e sul valore "pratico" (in senso kantiano) della filosofia (Clochard, osservando che K. e H. sono le iniziali di Kant ed Hegel, oltre che una reminiscenza kafkiana, non unica nel libro. Nessuna riflessione basta mai). In quei racconti, come in altri, dovrebbe emergere il fastidio per i tecnicismi delle varie discipline, fastidio e satira che emergono anche in La giuria, in Nemesi, in La cena di Bùrbia, in Tribuna elettorale vicentina. Il tecnicismo per se stesso perde il senso se non favorisce la comunicazione.

I racconti inseriti in questa raccolta sono (solo) 27 su un totale di 170, numero al quale assomma la mia attuale produzione: non è un numero casuale il 27, è un cubo, che ritorna anche nel mio Nastro di Moebius costituito di 27 capitoli, la mia è la Compagnia del Cubo, la mia associazione è ElevaMente al Cubo, con la C maiuscola... Come direbbe Flaubert: "Il Cubo sono io"

I racconti sono scelti in base a una loro omogeneità di cui ha già detto benissimo Amurri: il filo rosso che li lega è l’assunto che la bellezza si porta dietro (o dentro) il male (Clochard, Che cos’è perfezione, Miss Italia): la cosa è medievale, barocca, faustiana. Ma è anche religiosa. Nella sequenza dei racconti vi è un ordine predisegnato? No, se può dirsi casuale l’ordine alfabetico... Ma basta cambiare il titolo a un racconto perché muti la sua posizione all’interno della raccolta: è accaduto a Clochard che si chiamava Barboni, che a mio avviso ha cambiato luce dopo Bromuro. I titoli non sono roba da niente, sono capaci di mutare il senso di un articolo, figurarsi!, come diceva la moglie di sior Lunardo. Dentro quell’ordine ci si può stare di malavoglia, "a pigione", ma ci si sta, come allievi d’una classe cui tocca il destino d’esser primo o ultimo. C’è una disposizione "fatuale" (non "fattuale"), dentro l’ordine stabilito dall’alto bisogna starci e recitare la propria parte.

Sète e vinti (come un’ora del giorno, come l’ora segnata dall’orologio in copertina) e non vintisète, perché sète e vinti è un’ora banale, come banali apparentemente gli episodi narrati... e soprattutto finti perché, oltre all’adusato gioco di rime spesso presente nei miei titoli, qui, partendo da uno spunto reale, da un trafiletto di giornale, da un paragrafo di un libro di storia o da una rivista di medicina, il racconto sviluppa una possibilità immaginaria, finta (da "fingere" nel senso di "raffigurare", ma reale, realistica, realissima nella sua rappresentazione).

Nessun altro filo tiene insieme i ventisette racconti?

C’è un filo (di che colore? azzurro?) di rimandi interni, da racconto a racconto, che genera un secondo possibile ordine, ravvisabile a lettura ultimata. Sfido il lettore a delinearlo completamente. È questo il vero ordine? Nemmeno: se quello "fatuale" è incomprensibile, quello "fattuale", certamente più umano, perché più pensato, è in fondo altrettanto posticcio, come posticci sono i legami che vogliamo ravvisare tra le cose che accadono. Ma offre l’impressione che tout se tient, e che dal reale non si scappa. In Italia è possibile collegare due persone A e B a caso con non più di tre passaggi intermedi: A conosce C, che conosce D, che conosce E, che conosce B.

Anche in questo volume, come in Dódese storie in Crose (dove i racconti erano tredici) c’è (l’accenno di) un racconto senza numero: è Kapri, scritto in esperanto. Che cos’è un racconto in esperanto? La dichiarazione abortita di un sogno? Forse.

C’è un discorso religioso che lega i racconti e che costituisce l’altro filo rosso, il vero filo rosso del libro... ma non è in fondo lo stesso filo? (Vedi Clochard, Che cos’è perfezione, Il gobbo..., L’uomo che lavorò per Dio, Per 30 denari). Su quali variazioni - più o meno finte - poggia il senso dell’esistenza? Alla fine - uno nemmeno se l’aspettava - si scopre che questo è un libro religioso che dice che la vocazione va seguita, inseguita, realizzata a dispetto dei tecnicismi e delle gerarchie: vedi Il gobbo che volle esser prete; e vedi anche l’uso dell’Esperanto decenni dopo che l’Europa ha definitivamente rinunciato alla ricerca di una lingua comune per gli europei: fallito l’esperanto in quanto esperimento linguistico, in realtà il sogno d’una lingua comune del modo non muore perché offre un ideale logico di comunicazione universale.

 

CARLO DARIOL

 

P.S. per chi non fosse riuscito a rintracciare il “filo azzurro”...

 1. Arte astratta 
15. La cioccolata fa male ai cani 
 2. Bromuro
25. Per 30 denari 
 4. Clochard 
16. La giuria 
14. La cena di Bùrbia 
 8. Gelosia 
19. Ma come si fa 
18. L’uomo che lavorò per Dio
24. Orazio e Curiazio 
 5. Corvo Bianco
17. Le memorie del maggiore Barbalunga
 9. Gaiotto e Verderame 
10. Il gobbo che volle esser prete 
11. Il precettore del figlio di Totti
12. Il ritorno del professor Hawking 
20. Maltrattamenti
21. Materassi
23. Nemesi
26. Tribuna elettorale vicentina 
17. È stato un elefante 
13. Indovina chi viene a letto 
27. Whitlack che vedeva in bianco e nero 
 3. Capri 
22. Miss Italia

 6. Cos’è perfezione 

Edizioni del Cubo